Ediltrophy 2026, all’Ex-Ma di Sassari la sfida tra maestri muratori

Sabato 26 settembre la XVIII edizione della competizione d’arte muraria promossa dal FORMEDIL Nord Sardegna: una mattinata aperta agli studenti e alla città per affrontare le sfide dell’orientamento e del futuro professionale, coinvolti gli studenti del Devilla

SASSARI – Il mondo delle costruzioni si racconta, mostra le sue eccellenze e apre le porte alle nuove generazioni. Sabato 26 settembre, gli spazi dell’Ex-Ma (via Zanfarino) a Sassari ospiteranno le selezioni regionali per la Sardegna dell’Ediltrophy 2026 (Categoria Senior), la storica competizione d’arte muraria promossa dal sistema nazionale delle scuole edili.

L’iniziativa è organizzata dal FORMEDIL Nord Sardegna con il patrocinio del Comune di Sassari e in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi”.

Sono trascorsi ormai diciotto anni dalla sua prima edizione in Sardegna e, per la prima volta, l’evento abbandona i tradizionali spazi di Predda Niedda per abbracciare il cuore della città. Una scelta strategica voluta per favorire il contatto diretto con i giovani e con il tessuto cittadino.

Si parte alle 8 del mattino con l’avvio della gara: otto squadre, composte ciascuna da due operatori esperti del settore delle costruzioni, si sfideranno nella realizzazione di un manufatto complesso, offrendo al pubblico l’occasione di osservare da vicino abilità e tecniche che solitamente rimangono confinate all’interno dei cantieri.

Parallelamente, la manifestazione si trasforma in un importante momento di orientamento e confronto formativo. Alle 8.30 è prevista l’accoglienza degli studenti dell’Istituto “Devilla” (indirizzo Costruzioni, Ambiente e Territorio) da parte dei docenti dell’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi”. Alle 9.15 sarà il momento dei laboratori dedicati alle nuove tecnologie per facilitare il lavoro in sicurezza e alle innovazioni digitali nel settore.

Alle 11, dopo il coffee break e i saluti istituzionali, si svolgerà la tavola rotonda dal titolo “Generare competenze, costruire attrattività. Giovani, istruzione e lavoro nel futuro delle costruzioni”. Il dibattito metterà in dialogo i rappresentanti del Comune di Sassari, del FORMEDIL Nord Sardegna, di ANCE Sardegna, delle sigle sindacali FILCA CISL, FENEAL UIL e FILLEA CGIL, dell’Università, del Polo Tecnico Devilla e degli Ordini e Collegi professionali. Al centro del confronto vi saranno le nuove sfide per rendere il settore più attrattivo, il raccordo tra scuola, università e lavoro e la presentazione di importanti opportunità formative, come il progetto biennale “Accademia delle Costruzioni”, promosso dal FORMEDIL Nord Sardegna in partenariato con ANCE Sardegna, FORMEDIL Cagliari e Sardegna Meridionale e Direzione Lavoro Group, che coinvolgerà oltre settecento beneficiari in tutta la regione.

L’evento si concluderà alle 13.30 con la cerimonia di premiazione della squadra vincitrice, che staccherà il pass per la finalissima nazionale in programma il prossimo 10 ottobre al SAIE di Bologna, inserita nel circuito nazionale coordinato da FORMEDIL Italia. A chiudere l’evento, un rinfresco conviviale per festeggiare insieme a maestranze, docenti, imprese e partner.




A Porto Cervo al via Longevity Weeks Costa Smeralda 2026:

sport e scienza inaugurano due settimane 

dedicate alla qualità della vita.

In partenza dal 25 settembre i primi tornei di Padel e Tennis.

Il 26 settembre, a partire dalle ore 9:30 al Conference Center, 

spazio alla divulgazione scientifica con i Medical Talks: 

esperti nazionali e internazionali a confronto su temi della medicina della longevità, della prevenzione e dell’invecchiamento attivo.

Dal 5 al 10 ottobre le Giornate della Prevenzione: visite specialistiche e screening gratuiti presso i Servizi Medici Costa Smeralda.

Fino all’11 ottobre un calendario ricco tra attività sportive, discipline olistiche, incontri su prevenzione, ricerca, biotecnologie, alimentazione, relazioni e investimenti per una visione più olistica della longevità.

Porto Cervo, 21 settembre 2026 – Mancano pochi giorni all’avvio delle Longevity Weeks Costa Smeralda 2026, la manifestazione promossa dal Consorzio Costa Smeralda, in partnership con Smeralda Holding, che dal 25 settembre all’11 ottobre trasformerà Porto Cervo in un laboratorio dedicato al benessere, alla salute e alla qualità della vita. Olte due settimane di attività sportive, divulgazione scientifica, alimentazione consapevole e pratiche orientate al benessere psicofisico per promuovere una visione concreta e multidisciplinare della longevità. 

Ad aprire la manifestazione in Costa Smeralda saranno gli appuntamenti sportivi che caratterizzeranno la prima settimana, coinvolgendo atleti, appassionati e famiglie. Il primo weekend, dal 25 al 27 settembre, sarà dedicato ai tornei di Padel e Tennis, prime competizioni ufficiali del programma. Nei giorni successivi prenderanno progressivamente forma le altre attività di fitness – con l’area allestita al Porto Vecchio in collaborazione con Technogym – e le Walking Experience & Mindfulness esperienza che si conclude con un momento di meditazione guidata, lungo il Pevero Health Trail, il percorso salute di oltre tredici chilometri immerso nella macchia mediterranea. Dall’8 all’11 ottobre si animerà anche la Waterfront Beach Arena, il grande campo sportivo sulla sabbia allestito sul Porto Vecchio destinato a ospitare tornei e competizioni di beach tennis, beach soccer, beach rugby e beach volley; sempre dall’8 all’11 ottobre il Longevity Pavilion, la tensostruttura allestita al parcheggio del Gabbiano all’ingresso di Porto Cervo, ospiterà le attività olistiche con Hatha Yoga (Cristiana Signorelli), Ecstatic Dance (Max Passante), Costellazioni Familiari (Valentina Delise), Sound Bath, (Michael Reiley) Mindfulness (Sara Panza), Azul Dance (Sara Ponton), Arte Terapia / Pittura Intuitiva (Marianne Cordier). In chiusura della manifestazione, sabato 10 e domenica 11 ottobre si terranno, rispettivamente, le gare di Trail Rail, Nuoto in acque libere e la Terra Mare Cup (il 10 e l’11 ottobre).

Elemento distintivo della manifestazione è la capacità di coniugare attività fisica e cultura della prevenzione. Per questo il primo appuntamento dedicato alla divulgazione scientifica è in programma sabato 26 settembre con i Medical Talks, dalle 9:30 al Conference Center una giornata di confronto e approfondimento sulla medicina della longevità con la direzione scientifica del professor Antonio Desogus, medico chirurgo, specializzato in Chirurgia Generale, Toracica e Vascolare.

I Medical Talks proporranno una riflessione sulle principali sfide della medicina contemporanea dettate da un allungamento dell’aspettativa di vita, affrontando con un approccio multidisciplinare temi quali il rapporto tra microbiota e longevità, la dieta mediterranea come strumento di prevenzione, le malattie cardiovascolari, il contributo della chirurgia vascolare all’invecchiamento in salute, la geroscienza, la reumatologia, la medicina estetica rigenerativa e il ruolo della podologia nel benessere della persona. Tra i relatori attesi figurano il professor Gianfranco Vettorello, presidente nazionale della Italian Longevity League, il professor Giovanni Nano, ordinario di Chirurgia Vascolare dell’Università di Milano, il professor Vincenzo Romano Spica, ordinario di Igiene e Sanità Pubblica dell’Università di Roma (Foro Italico), la professoressa Roberta Montisci, Direttore S.C Cardiologia Utic Policlinico di Monserrato Azienda Ospedaliero-Universitaria di Cagliari, il professor Alberto Cauli, presidente della Società Italiana di Reumatologia, il professor Luca Avagnina, tra i più noti podoiatri italiani ordinario dell’Università di Manresa Barcellona, la dottoressa Rosalia Ragaglia, direttrice del dipartimento di prevenzione Area Medica ASL Gallura, la dottoressa Francesca Carboni, geriatra e direttrice RSA, il dottor Angelo Ferdinandi, radiologo e segretario della Regione Umbria per l’Italian Longevity League, e il professor Giorgio Maullu, Direttore generale del centro medico Valet di Bologna.

Un’attenzione particolare sarà riservata alla prevenzione anche nella settimana dal 5 al 10 ottobre, quando, nell’ambito del programma delle Longevity Weeks Costa Smeralda 2026, si svolgeranno presso i Servizi Medici Costa Smeralda le Giornate della Prevenzione. L’iniziativa offrirà un programma di screening e visite specialistiche gratuite dedicato alla prevenzione dell’ictus, dell’Alzheimer, delle patologie cardiologiche, dei tumori della tiroide, della mammella e della prostata, del melanoma, del diabete e dell’obesità.

Le visite saranno effettuate da medici specialisti e assegnate in ordine cronologico di prenotazione, fino a esaurimento dei posti disponibili. Per consentire una maggiore partecipazione, sarà possibile prenotare una sola visita con un solo specialista per persona. Per informazioni e prenotazioni: 0789 94577, negli orari d’ufficio, oppure [email protected].

Il format Longevity Weeks Costa Smeralda, sviluppato in sinergia con Smeralda Holding, rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di valorizzazione del territorio attraverso contenuti capaci di attrarre nuovi flussi turistici anche oltre la stagione estiva, rafforzando il posizionamento della destinazione come luogo ideale per chi ricerca benessere, natura, sport e qualità della vita tutto l’anno. 

Tutti gli appuntamenti di Longevity Weeks Costa Smeralda 2026 saranno aperti al pubblico, offrendo l’opportunità di vivere un’esperienza di benessere completa e integrata. Le attività sportive e le competizioni previste dal programma richiedono l’iscrizione: alcune prevedono una piccola quota di partecipazione, mentre altre sono gratuite. Il pubblico potrà inoltre assistere gratuitamente ai tornei in programma presso la Beach Arena. Gli incontri congressuali, i talk e gli appuntamenti divulgativi saranno a ingresso libero a eccezione della serata di premiazione di Steve McCurry per la quale sarà obbligatoria la prenotazione. Per informazioni, programma e prenotazioni: 

https://longevityweekscostasmeralda.it/ o [email protected]




Gavoi, conclusa la Summer school della Sfi di Sassari

La sindaca Claudia Sedda: “La società in Sardegna è matricentrica”

GAVOI. “Né patriarcale e né matriarcale, sarebbe più giusto parlare della società sarda come matrilineare o matricentrica”, con queste parole Claudia Sedda, sindaca di Gavoi, prima donna a ricoprire l’incarico nel centro barbaricino, ha concluso la Summer school “Pensare il femminile, pensare al femminile, nel centenario dal conferimento del Premio Nobel a Grazia Deledda”, che si è svolta dal giovedì al sabato della scorsa settimana a Gavoi.
L’affermazione riprende un’intuizione che Giuseppe Dessì propose negli anni Cinquanta del secolo scorso, magistralmente illustrata nelle sessioni aventi come tema principale la peculiarità del “femminile” in Sardegna.
Una cinquantina di studiose e studiosi hanno avuto occasione di confrontarsi su autrici spesso ingiustamente trascurate e su tematiche di estrema attualità come il femonazionalismo e il post-umano, tra un omaggio alla figura di Bachisio Bandinu e le analisi del pensiero di Luce Irigaray e Alba de Cespedes, Virginia Woolf e Ali Smith, Ildegarda di Bingen e Anna Maria Ortese.
Ideata e organizzata dalla Società Filosofica Italiana universitaria di Sassari, col contributo finanziario della Fondazione di Sardegna, il supporto logistico dell’associazione Malik di Gavoi, il sostegno dell’ateneo turritano e di diverse associazioni del Nord Sardegna, la Summer school, come ha affermato Sedda, potrebbe diventare un appuntamento fisso nella programmazione dell’amministrazione, ribadendo così un’attenzione particolare verso le tematiche di genere.




“Didone ed Enea” al Teatro Civico di Sassari

Venerdì 25 settembre la compagnia internazionale “Controluce Teatro d’Ombre” porta in scena un grande classico del melodramma per il Festival Nessun Dorma – Belle Époque

SASSARI. Un amore maledetto, quello tra il mitico condottiero troiano e la regina di Cartagine, nel capolavoro barocco di Henry Purcell riproposto con un linguaggio teatrale sorprendente, accessibile e contemporaneo: venerdì 25 settembre, alle 21, al Teatro Civico di Sassari, la compagnia “Controluce Teatro d’Ombre” di Torino porta in scena “Didone e Enea”,un grande classico del melodramma inserito nella terza edizione del Festival Nessun Dorma.

Sarà un appuntamento esclusivo per riscoprire il teatro d’ombre, una forma scenica antichissimache tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ha conosciuto una nuova e affascinante stagione nei cabaret artistici, nei salotti e nei teatri europei della Belle Époque. Una performance fuori dall’ordinario, nella quale opera, teatro di figura, immagini, corpi e illusioni visive si fondono in un’esperienza magnetica.

La messinscena e la regia delle ombre sono firmate da Cora De Maria, Alberto Jona e Jenaro Meléndrez Chas. La consulenza drammaturgica è di Alfonso Cipolla, mentre i movimenti coreografici sono a cura di Paola Bianchi.

La compagnia Controluce rappresenta una delle realtà italiane più autorevoli nel campo del teatro d’ombre e del teatro di figura. La sua ricerca ha dato vita a produzioni presentate a Londra, Tokyo, Milano, Torino, Basilea, Lugano e in numerosi festival internazionali. Tra le esperienze più significative figura la collaborazione allo spettacolo di Kate Bush “Before the Dawn”, all’Hammersmith Apollo di Londra.

«Con “Didone e Enea” portiamo a Sassari una forma teatrale di rara bellezza, capace di trasformare la luce e il buio in racconto – afferma Irene Dore, direttrice artistica del Festival Nessun Dorma –. Il teatro d’ombre possiede un fascino ipnotico: ciò che vediamo sembra esistere e dissolversi nello stesso momento, proprio come un ricordo. È il linguaggio ideale per raccontare una storia sospesa tra amore, perdita e destino. Abbiamo voluto offrire alla città uno spettacolo di respiro internazionale, già applaudito in Italia e all’estero, e un’occasione davvero speciale per avvicinarsi all’opera attraverso la meraviglia».

Lo spettacolo ha debuttato nel 1999 al Festival INCANTI di Torino con musica dal vivo e, nel corso degli anni, è stato presentato in importanti contesti internazionali come il Teatro Regio di Parma, il Teatro Comunale di Bologna, il Teatro Coccia di Novara, il Teatro Alfieri di Asti, il Círculo de Bellas Artes di Madrid, le Journées Théâtrales de Carthage in Tunisia, e ancora in Svizzera, Francia, Austria, Turchia e Singapore, conquistando in Germania il Premio del pubblico al Festival Internazionale di Teatro d’Ombre di Schwäbisch Gmünd.

Nel tempo la produzione ha visto collaborazioni con prestigiose realtà e interpreti della musica antica, tra cui il Quartetto Terpsycordes, il direttore Leonardo García Alarcón, Kenneth Weiss, l’Accademia Montis Regalis, il Coro Maghini e il Novantik Project Basel.

Il Festival Nessun Dorma è organizzato da Ars Aurelia ETS con il sostegno e la collaborazione della Regione Autonoma della Sardegna, della Fondazione di Sardegna, il Comune di Sassari e infine la Camera di Commercio di Sassari attraverso il programma Salude & Trigu. I biglietti sono disponibili alle Messaggerie Sarde di Sassari e online sul circuito Boxol – Box Office Sardegna. È consigliata la prenotazione.




Sassari, l’attualità del federalismo europeo al centro di un convegno internazionale

La presentazione del volume “Figure politiche per il futuro dell’Europa”, edito dalla Coppieters Foundation di Bruxelles con l’Istituto Bellieni, è stata occasione per proporre diverse chiavi di lettura per l’avvenire del nostro Continente

SASSARI – Troppo mercato e troppa burocrazia, vertici lontani e centralismo rischiano di dare una percezione dell’Europa come concetto astratto troppo distante dai suoi popoli e dalle sue comunità. Se n’è parlato nei giorni scorsi alla Biblioteca Universitaria di Sassari, dove la presentazione di un libro è diventata una conferenza internazionale capace di stimolare una profonda riflessione sul passato, presente e futuro del nostro continente.

Il volume “Figure politiche per il futuro dell’Europa”, edito in Italiano, Inglese e Sardo dalla Coppieters Foundation di Bruxelles insieme all’Istituto Camillo Bellieni, contiene un’analisi comparata di pensatori che hanno segnato la storia dell’autonomismo europeo. Figure emblematiche come Camillo Bellieni e Maurits Coppieters, Marianna Bussalai, Alfonso Castelao, Émile Chanoux e Denis de Rougemond, Edmond Simeoni e Antonio Simon Mossa. Gli scritti di questi uomini e donne del Novecento offrono oggi una chiave di lettura preziosa per riconfigurare il continente, rifiutando sia il modello degli Stati Uniti d’Europa sia l’attuale centralismo tecnocratico e intergovernativo.

A illustrare i contenuti del volume, nell’incontro moderato dal giornalista Salvatore Taras, sono stati i relatori Didier Rey, Giangiacomo Vale, Stefano Lavra e Antonello Nasone che, assieme ad altri studiosi come Álvarez e Cobbaert, hanno contribuito al lavoro di ricerca.

Come sottolineato da Antonello Nasone dell’Università di Sassari, il volume nasce in un’epoca di crisi epocale dell’Europa e risponde a interrogativi profondi sul perché i movimenti federalisti e autonomisti siano nati all’indomani della Grande Guerra, e sul perché, il risorgere di queste istanze dopo la Seconda guerra mondiale, si sia scontrato con gli Stati definiti democratici, tendenti in maniera naturale a soffocarle.

Stefano Lavra ha focalizzato il proprio contributo sulla figura di Marianna Bussalai, dando voce allo spaccato politico femminile dei primi del Novecento in Sardegna: una donna anticipatrice di un sardismo autentico, portato avanti con coerenza e senza mai rinnegare i propri ideali. Didier Rey dell’Università della Corsica ha rimarcato l’attualità di queste battaglie di fronte al ritorno di nazionalismi etnici e di estrema destra, ricordando l’esempio di Edmond Simeoni, figura capace di risvegliare la coscienza politica, culturale e ambientale del popolo corso. Un modello del tutto singolare è stato evidenziato da Giangiacomo Vale dell’Università Niccolò Cusano di Roma, che ha analizzato le figure del valdostano Émile Chanoux e dello svizzero Denis de Rougemond. Vale ha posto l’accento sulla poco conosciuta Dichiarazione di Chivasso del 1944, pensata tra gli altri da Chanoux, un documento che invocava una rivoluzione per i popoli delle valli alpine e le nazioni senza Stato in una dimensione autenticamente europea. In quest’ottica, il modello svizzero, capace di conciliare unità e diversità facendo convivere quattro lingue e molteplici tradizioni all’interno di cantoni e comunità locali, viene visto dai due autori come l’archetipo ideale fondativo dell’architettura europea: un continente basato sulle autonomie locali e sulla giustizia sociale che costruisce le proprie fondamenta dal basso, dalle comunità. L’incontro è stato introdotto dai saluti istituzionali del direttore della Biblioteca Universitaria Giovanni Fiori, della presidente dell’Istituto Bellieni, Maria Doloretta Lai, di Antonello Nasone e Hana Kreso in rappresentanza della Coppieters Foundation. L’attività è parte integrante del programma istituzionale Is.Be per il 2026 finanziato dalla RAS con i fondi della L.R.2/2026.




Matteo Lunelli: «Il futuro del Made in Italy passa dalla capacità di fare squadra»

di Fausto Farinelli

Porto Cervo, 25 Agosto 2026

Dalla finanza internazionale alla guida del Gruppo Lunelli. Il presidente di Ferrari Trento racconta il valore dell’impresa familiare, la sfida con lo Champagne, la forza della viticoltura di montagna e la necessità di creare grandi gruppi italiani capaci di competere nel mondo.

L’occasione per incontrare e intervistare Matteo Lunelli mi è stata offerta dalla rassegna “Autori in Costa”, ospitata all’Hotel delle Rose di Porto Cervo. Un confronto che, partendo dalla sua esperienza personale e imprenditoriale, ha attraversato alcuni dei temi centrali per il futuro delle aziende italiane: il rapporto tra tradizione e innovazione, la dimensione internazionale, il valore del territorio, la sostenibilità e la capacità del Made in Italy di fare sistema.

Lunelli si è formato nella finanza internazionale, lavorando per Goldman Sachs prima di entrare nell’impresa di famiglia. Oggi guida un gruppo che, accanto a Ferrari Trento, riunisce marchi come Bisol 1542 e Tassoni. Un progetto industriale costruito attorno a un obiettivo preciso: rappresentare nel mondo l’eccellenza e l’arte di vivere italiana.

Presidente Lunelli, lei si è formato nella finanza internazionale prima di tornare nell’impresa di famiglia. Che cosa ha portato con sé da quell’esperienza?

«Sono due realtà completamente diverse: da una parte una grande banca d’affari internazionale, dall’altra un’azienda familiare nel settore del vino. Per me, però, l’esperienza in Goldman Sachs è stata fondamentale. Mi ha permesso di costruire un metodo di lavoro e mi ha immerso fin da subito in un ambiente estremamente internazionale.

Ho lavorato con persone provenienti dall’Asia, dall’America, dall’Europa e dall’Africa, incontrando culture, esperienze e talenti molto diversi. Ho imparato a interpretare contesti internazionali, a lavorare in squadra, a organizzare il mio tempo e a gestire situazioni di forte pressione. Ho assorbito soprattutto una tensione costante verso l’eccellenza, che ritrovo anche nella cultura di Ferrari Trento.

Quando sono entrato nell’impresa di famiglia ho dovuto, naturalmente, comprenderne la specificità. Un’azienda familiare ha valori e relazioni differenti: il rapporto tra le persone è spesso più diretto e la condivisione degli obiettivi può essere ancora più profonda.

Nel nostro gruppo abbiamo stabilito che i componenti delle nuove generazioni debbano maturare almeno sei anni di esperienza professionale all’esterno prima di entrare nell’azienda di famiglia. È importante arrivare portando qualcosa di proprio, dopo essersi confrontati con ambienti competitivi ed essere stati valutati indipendentemente dal cognome».

Il cognome può facilitare l’ingresso in azienda, ma non garantisce autorevolezza. Come si conquista la fiducia quando si appartiene alla famiglia proprietaria?

«Chi appartiene alla famiglia Lunelli deve dimostrare, forse ancora più degli altri, passione, dedizione e impegno. È ciò che hanno fatto mio padre e i miei zii ed è ciò che cerchiamo di fare tutti noi.

La passione è indispensabile perché soltanto quando la possiedi realmente puoi trasmetterla agli altri e coinvolgere le persone in un obiettivo comune. Nel mio percorso credo mi siano state riconosciute soprattutto la dedizione e l’ambizione di far crescere Ferrari nel mondo e, contemporaneamente, di sviluppare il Gruppo Lunelli attraverso nuove acquisizioni.

Negli ultimi anni abbiamo costruito una forte coesione intorno alla missione del gruppo: rappresentare l’eccellenza del bere italiano. In questa visione rientrano Ferrari Trento, Bisol 1542 e Tassoni, un marchio con oltre due secoli di storia, entrato nell’immaginario collettivo italiano attraverso il Carosello, il celebre jingle cantato da Mina e tanti altri momenti della nostra cultura popolare».

Quando la tradizione rappresenta un patrimonio da proteggere e quando, invece, rischia di trasformarsi in un freno?

«La tradizione deve essere custodita, ma non deve mai impedire l’innovazione. Può e deve, invece, proteggerci dai cambiamenti che non sarebbero coerenti con i valori della marca.

Ferrari Trento è prodotto esclusivamente con uve coltivate sulle montagne del Trentino ed è espressione di quel territorio. Realizzarlo altrove o rinunciare alla qualità che lo caratterizza non sarebbe innovazione, ma un tradimento della sua identità.

Non esiste una contraddizione tra tradizione e innovazione. Un marchio che oggi consideriamo tradizionale è spesso il risultato di un’innovazione che ha avuto successo. Giulio Ferrari fu un pioniere: iniziò a produrre bollicine con il metodo classico quando in Italia quasi nessuno lo faceva e fu tra i primi a diffondere lo Chardonnay nel nostro Paese. La nostra stessa tradizione nasce, dunque, da una grande innovazione».

Ferrari Trento gode nel mondo di una notorietà spesso superiore a quella della denominazione Trentodoc. È soltanto la forza del marchio o anche il segnale di una difficoltà del territorio nel costruire un’identità collettiva?

«Ferrari ha una storia più lunga rispetto alla denominazione e rappresenta una quota molto importante della produzione complessiva di Trentodoc. La differenza di notorietà si spiega anche con il fatto che il nostro marchio viene promosso da più tempo sui mercati internazionali.

La denominazione, inoltre, era storicamente composta da anime differenti: Ferrari, il sistema delle cooperative e numerosi piccoli produttori. È soprattutto negli ultimi vent’anni che queste realtà hanno trovato una maggiore coesione intorno a una missione comune e al concetto delle bollicine di montagna.

Noi non vediamo alcun conflitto tra la crescita di Ferrari e quella di Trentodoc. Al contrario, siamo convinti che sia giusto promuovere insieme il marchio, la denominazione e il Trentino. Un grande vino è sempre espressione del proprio territorio e Ferrari può contribuire in maniera significativa alla notorietà di tutto il sistema».

La vera sfida è competere con lo Champagne sul suo stesso terreno o costruire un’identità completamente autonoma?

«Lo Champagne è il leader mondiale delle bollicine di alta gamma ed è inevitabilmente un nostro concorrente. La nostra missione, però, non è copiarlo. Dobbiamo affermare un’identità diversa e riconoscibile: quella di Ferrari e del Trentodoc come bollicine di montagna.

La finezza, la freschezza, la verticalità e l’eleganza dei nostri vini nascono dal microclima delle montagne trentine. In un momento segnato dal cambiamento climatico, la viticoltura di montagna può rappresentare un vantaggio competitivo molto importante per il futuro.

Lo Champagne racconta la tradizione francese; Ferrari e il Trentodoc vogliono essere espressione dello stile italiano. Dobbiamo confrontarci con i migliori senza alcun senso di inferiorità, facendo emergere la nostra personalità e la nostra diversità.

Il nostro chef de cave, Cyril Brun, è francese ed è nato proprio nella Champagne. Anche lui ha sempre condiviso questa impostazione: la sua missione non è riprodurre lo Champagne in Trentino, ma valorizzare l’unicità dello Chardonnay e della viticoltura di montagna».

Che cosa ha lasciato a Ferrari Trento la presenza sui podi della Formula 1?

«Ha prodotto un fortissimo aumento della notorietà internazionale. In Italia tutti comprendono la differenza tra “il Ferrari”, il nostro vino, e “la Ferrari”, la straordinaria automobile. Nel resto del mondo, naturalmente, la Rossa è molto più conosciuta.

La Formula 1 ci ha offerto una visibilità eccezionale. In quattro anni il nostro prodotto è apparso sui podi di tutto il mondo ed è stato servito nel Paddock Club. Abbiamo stimato che, durante quel periodo, siano state aperte quasi duecentomila bottiglie all’interno dell’ospitalità della Formula 1.

Questo ci ha permesso di incontrare un pubblico internazionale di altissimo livello. Molte persone hanno assaggiato Ferrari per la prima volta proprio in quelle occasioni. Siamo riusciti a conquistare palcoscenici e celebrazioni che in passato sembravano riservati esclusivamente allo Champagne, dimostrando che anche le bollicine italiane possono rappresentare i grandi momenti internazionali».

Il consumatore dell’alta gamma acquista soprattutto la qualità contenuta nella bottiglia oppure anche il racconto e l’esperienza che la circondano?

«Acquista entrambe le cose, ma l’esperienza sta diventando sempre più importante. Un grande vino deve riuscire a raccontare un territorio, una storia, una tradizione e, soprattutto, un’emozione.

Chi visita le nostre cantine e conosce il Trentino sviluppa una comprensione più profonda dei nostri vini. La qualità contenuta nella bottiglia resta il primo requisito e il nostro principale impegno. Tuttavia, il vino richiama qualcosa che va oltre ciò che si trova nel bicchiere: racconta le persone, la cultura, il paesaggio e i momenti nei quali viene condiviso.

Ferrari è stato il brindisi di tante occasioni straordinarie, è stato protagonista in Formula 1 ed è legato all’arte di vivere italiana. Tutto questo contribuisce a creare un’esperienza capace di emozionare».

Dopo i suoi sei anni alla presidenza di Altagamma, quale ritiene sia la principale debolezza strutturale delle imprese italiane dell’alto di gamma?

«In Altagamma abbiamo dimostrato che le imprese italiane sanno collaborare. Il nostro motto era: “Collaborare per meglio competere”. Abbiamo realizzato iniziative comuni in Cina, all’Expo e in numerosi mercati internazionali.

È vero che in Italia abbiamo una minore tradizione del fare sistema, ma non significa che non sia possibile. La criticità più evidente resta piuttosto la frammentazione e, di conseguenza, la dimensione limitata di molte aziende.

Nei mercati internazionali la massa critica è sempre più importante. Le nostre imprese riescono spesso ad affermarsi grazie al dinamismo, alla creatività e alla velocità, ma i grandi gruppi possono contare su una maggiore forza distributiva, manageriale e finanziaria e su un diverso potere nei rapporti con i media, i fornitori e le reti commerciali.

Anche nel vino continueranno naturalmente a esistere piccoli produttori di grande qualità, ma il mercato italiano deve saper esprimere anche campioni nazionali sufficientemente strutturati per competere nel mondo. Per questo sarebbe utile incentivare e facilitare i processi di aggregazione, anche come risposta alle difficoltà legate al passaggio generazionale».

Si potrebbe dire che in Italia abbiamo molti campanili, ma che non sempre riusciamo a farli suonare insieme?

«I campanili sono belli e rappresentano la ricchezza dei nostri territori. Non dobbiamo eliminarli: dobbiamo farli suonare insieme.

I marchi italiani dell’alto di gamma condividono valori comuni: la tradizione, la creatività, la cultura, il legame con il territorio e la ricerca della qualità. Sono valori intorno ai quali è possibile costruire progetti comuni.

Quando due grandi marchi del Made in Italy collaborano, si sprigiona un’energia speciale. L’identità di ciascuno non viene indebolita, ma rafforzata. Il futuro passa dalla capacità di conservare le nostre differenze e, allo stesso tempo, di unirci quando dobbiamo rappresentare l’Italia nel mondo».

Quale azienda vorrebbe consegnare alle prossime generazioni: più grande, più sostenibile o più capace di rappresentare l’Italia?

«Vorrei consegnare un’azienda ancora più capace di rappresentare l’Italia nel mondo. Questa risposta, in realtà, comprende anche le altre.

Essere ambasciatori dell’arte di vivere italiana significa avere un’impresa più forte, più autorevole e più sostenibile. Significa considerarsi parte di un sistema, lavorare in armonia con l’ambiente e in sintonia con la comunità che ci ospita.

Se sapremo rappresentare sempre meglio lo stile italiano, saremo anche più amati e riconosciuti nel mondo. E, di conseguenza, saremo probabilmente più grandi, senza rinunciare ai valori che hanno costruito la nostra storia».

L’incontro con Matteo Lunelli si conclude con il suo invito ad andare a visitare le Tenute Ferrari, al quale non mancherò. Io ricambio con l’invito a venire ad Alghero magari per una masterclass.




Pignoramenti in Sardegna: dove l’economia va meglio, il mattone rischia di più.

redazione economica


146 posizioni NPL attive nell’isola. Non sono concentrate dove l’economia è più debole, ma dove circola più credito.

Centoquarantasei pignoramenti immobiliari attivi in Sardegna, censiti sul portale NPL Asteflorio, che raccoglie le note di trascrizione delle procedure esecutive prima ancora che arrivino all’asta pubblica. In percentuale sono il 2,8% del totale nazionale, su 5.191 posizioni: un peso che rispecchia più o meno quello demografico dell’isola. Scomponendo il dato per territorio, però, salta fuori qualcosa che vale la pena raccontare.

Prima una precisazione, perché è facile fraintendere questi numeri: non sono immobili già all’asta. Sono note di trascrizione, il primo atto con cui una casa o un terreno entra in una procedura esecutiva. Da lì possono passare dai due ai sette anni prima che si arrivi davvero al martelletto. Quello che stiamo leggendo è una fotografia dell’esposizione debitoria in corso, non un calendario di aste imminenti.

La Gallura guida la classifica con 47 posizioni, un soffio sopra Cagliari e il Sud Sardegna, ferme a 45. Sassari segue a 36. Poi il distacco si fa netto: il Nuorese e l’Ogliastra sommano appena 14 posizioni, l’Oristanese solo 4. Olbia da sola ne conta 16, più di quante ne abbia in totale l’intera provincia di Oristano.

Ci si aspetterebbe il contrario: più pignoramenti dove l’economia va peggio. I dati dicono l’opposto, e la spiegazione probabilmente sta nel credito, non nella povertà. Dove l’economia è più dinamica circolano più mutui, per immobili di maggior valore, con leve finanziarie più aggressive. È un’economia che si espone di più perché ha semplicemente più da esporre. Nelle aree interne, dove il mercato immobiliare è più fermo e l’accesso al credito storicamente più difficile, circolano meno ipoteche, quindi a monte c’è meno materiale che possa trasformarsi in un pignoramento.

Non significa che in Gallura si viva più indebitati in proporzione. Significa probabilmente che lì il sistema del credito è più attivo, e con l’economia del turismo arriva anche un problema tipico del settore: incassi concentrati in pochi mesi, che rendono più fragile la liquidità anche quando il fatturato annuo sembra a posto.

Va detto con onestà che questi dati da soli non bastano a dimostrare un nesso causa-effetto. Mancano il tasso di indebitamento medio delle famiglie, il valore delle garanzie ipotecarie, la quota di mutui che finisce davvero in pignoramento in ciascun territorio: dati che solo Banca d’Italia o le Camere di Commercio potrebbero fornire con precisione.

Resta una domanda aperta, ed è quella che lascio al lettore: in Gallura e nel Cagliaritano questa esposizione è il prezzo fisiologico di un modello di sviluppo più aggressivo, o il sintomo di una fragilità che il boom del turismo nasconde bene?




Quando cambia il vento, cambia anche la notizia?

di Fausto Farinelli

Qualche giorno fa ragionavo sull’intelligenza artificiale e sui rischi che porta con sé nel mondo dell’informazione. Notizie manipolate, dichiarazioni inventate, fonti che non esistono. Tutto vero, per carità. È un problema serio e probabilmente diventerà ancora più serio nei prossimi anni.

Poi però mi sono fatto una domanda molto più banale: siamo sicuri che il problema della credibilità dell’informazione sia nato con l’intelligenza artificiale?

Perché a volte basta prendere un giornale, tornare indietro di qualche anno e leggere come raccontava ieri lo stesso personaggio che racconta oggi. Non serve un algoritmo sofisticato. Bastano Google, un po’ di pazienza e una buona memoria.

Prendiamo Roberto Vannacci.

Non mi interessa qui stabilire se abbia ragione o torto, se Futuro Nazionale avrà successo oppure no, né tantomeno convincere qualcuno a votarlo. Mi interessa Vannacci come caso giornalistico, perché la sua storia recente offre un esempio piuttosto curioso di come può cambiare il racconto di un personaggio pubblico.

Quando nell’agosto del 2023 esplode il caso de Il mondo al contrario, Vannacci è il generale finito nella bufera per ciò che ha scritto. Il Giornale lo critica anche duramente, questo va detto, ma contemporaneamente gli offre spazio per spiegarsi. Il 18 agosto pubblica una lunga intervista nella quale il generale parla della sua battaglia contro il «pensiero unico». Qualche giorno dopo lo stesso quotidiano inserisce il suo caso dentro un ragionamento sulla libertà di espressione e sulla «dittatura del pensiero unico». (il Giornale)

Insomma, Vannacci è controverso, magari indigesto, ma viene raccontato anche come quello che osa dire ciò che altri non dicono.

Poi arriva la politica.

Vannacci entra nella Lega, viene candidato da Matteo Salvini alle Europee, prende una montagna di preferenze e diventa uno dei personaggi più riconoscibili di quell’area. La sua presenza nel centrodestra, piaccia o meno, è ormai un fatto.

Fino a quando succede qualcosa.

Il 3 febbraio 2026 Vannacci lascia la Lega e annuncia Futuro Nazionale. Salvini si dice «deluso e amareggiato» e rivendica di averlo accolto quando aveva tutti contro. Da quel momento il generale non è più soltanto un personaggio scomodo della destra: è diventato politicamente autonomo e quindi potenzialmente concorrente di quella stessa area. (il Giornale)

Ed è qui che, leggendo i giornali, mi è venuta qualche curiosità.

Perché il linguaggio cambia.

Il 4 febbraio Il Giornale presenta il nuovo progetto parlando di un «drappello di 3 deputati» e scrive che «manca la truppa». Due giorni dopo Vannacci finisce addirittura sul «podio dei peggiori» della settimana: gli viene contestata la parola data alla Lega e si parla apertamente di lealtà venuta meno. Pochi mesi dopo, il 15 giugno, leggiamo un Vannacci «pieno di sé», «inebriato dai cori», con «la pretesa» di diventare il sestante del centrodestra. (il Giornale)

Tutto legittimo.

Un giornale ha una linea editoriale. Un giornalista ha diritto ad avere un’opinione. E grazie a Dio è così, perché l’alternativa sarebbe un’informazione asettica e probabilmente illeggibile.

Il problema, almeno per me, comincia quando provo a mettere accanto il Vannacci del 2023 e quello del 2026.

Prima c’era l’uomo che sfidava il pensiero unico. Oggi c’è anche quello che tradisce, divide, pretende, rischia di danneggiare il centrodestra.

È cambiato Vannacci? Certamente: nel frattempo è diventato un politico, è entrato nella Lega, ne è diventato vicesegretario e poi l’ha abbandonata per costruire un proprio soggetto politico. Sarebbe intellettualmente scorretto ignorarlo.

Ma è cambiato soltanto Vannacci?

Qui entra in scena un altro elemento che secondo me un lettore ha il diritto di conoscere.

Il Giornale oggi fa capo per il 65 per cento a Editoria Italia della famiglia Angelucci. È lo stesso quotidiano a comunicarlo nel gennaio 2026. (il Giornale) Antonio Angelucci, figura centrale della famiglia imprenditoriale, è anche un parlamentare eletto nelle file della Lega.

E allora mi fermo.

Non perché abbia trovato la pistola fumante. Non ce l’ho.

Non ho trovato una telefonata di Angelucci a un direttore. Non ho una mail nella quale qualcuno ordina di attaccare Vannacci. Non conosco le riunioni di redazione del Giornale e non sarebbe serio sostenere che esista una disposizione dell’editore contro il generale senza avere una prova.

Però conosco le date.

E le date raccontano che Vannacci viene rappresentato in un certo modo quando combatte il politicamente corretto, diventa un uomo della Lega e porta voti alla Lega; e con toni sensibilmente diversi dopo che lascia la Lega e costruisce un progetto che può pescare nello stesso elettorato.

È una coincidenza? Può esserlo.

È una conseguenza del cambiamento politico di Vannacci? Possibile anche questo.

C’è dell’altro? Non lo so.

Ed è proprio quel «non lo so» che, secondo me, dovrebbe tornare ad essere una delle frasi più nobili del nostro mestiere.

Perché il compito di chi fa informazione non dovrebbe essere sempre quello di consegnare una verità già confezionata. A volte dovrebbe semplicemente mettere in fila i fatti, ricordare ciò che abbiamo scritto ieri, confrontarlo con ciò che scriviamo oggi e permettere al lettore di farsi una domanda.

Questa storia, tra l’altro, mi riporta esattamente al punto dal quale ero partito parlando di intelligenza artificiale.

Abbiamo paura che una macchina possa manipolare una notizia. Facciamo bene.

Abbiamo paura che un algoritmo possa selezionare quello che dobbiamo vedere, enfatizzare una dichiarazione, nasconderne un’altra, costruire intorno a una persona una rappresentazione positiva o negativa. Facciamo benissimo.

Ma tutto questo l’uomo è perfettamente capace di farlo da solo.

Lo faceva prima di ChatGPT, prima dei social network e probabilmente prima ancora di Internet.

La differenza è che davanti all’intelligenza artificiale siamo diventati improvvisamente sospettosi. Domandiamo chi ha prodotto un contenuto, quali fonti ha utilizzato, se le informazioni sono autentiche. Davanti a un titolo di giornale, invece, continuiamo spesso ad abbassare la guardia perché dietro quel titolo riconosciamo una testata che conosciamo da quarant’anni.

Forse dovremmo applicare lo stesso metodo a entrambi.

Non fidarci ciecamente dell’intelligenza artificiale.

E non fidarci ciecamente neppure di chi ci mette in guardia dall’intelligenza artificiale.

Verificare. Confrontare. Tornare indietro. Leggere cosa scriveva lo stesso giornale tre anni prima. Sapere chi è l’editore. Conoscere, quando esistono, le sue attività e i suoi rapporti politici. E poi decidere autonomamente quanto credito attribuire a quello che stiamo leggendo.

Perché alla fine il vero problema non è Vannacci e non è nemmeno Il Giornale.

Il problema è molto più grande.

È capire se oggi noi compriamo ancora un giornale per conoscere i fatti oppure, qualche volta, compriamo una lettura dei fatti senza sapere fino in fondo chi ce la sta raccontando e da quale finestra li sta guardando.

E forse è questa la domanda che dovremmo farci prima di preoccuparci soltanto delle macchine.

Perché l’intelligenza artificiale potrà certamente imparare a manipolare l’informazione.

Noi esseri umani, purtroppo, non avevamo bisogno di impararlo.




SASSARI: SCIENZA, ARTE, CULTURA E CITTADINANZA.

IL FUTURO COMINCIA DALLA CONSAPEVOLEZZA

Teatro Verdi, 22 e 23 settembre 2026

«Un incontro di volontà per costruire conoscenza»

Il Tour 2026 riparte lungo un viaggio nelle connessioni invisibili

che uniscono Universo, natura, persone, clima, luoghi, cellule e mente 

Una serata aperta a tutte e a tutti e una mattina dedicata alle scuole

per imparare a leggere la complessità del mondo e immaginare ciò che sarà

Cosa tiene insieme galassie, oceani, piante, cellule e il cervello umano? Quanto è importante riconoscere le connessioni tra i tasselli di questo puzzle affascinante e complesso? Domande che guardano lontano ma che riguardano concretamente il presente e la capacità di costruire il futuro delle nuove generazioni.

Da questa prospettiva martedì 22 e mercoledì 23 settembre il Teatro Verdi di Sassari ospiterà la tappa inaugurale del Tour 2026 delle “Giornate della Consapevolezza”, progetto ideato e promosso da Radio Parlamentare –Percorso Consapevole e sviluppato sul tema “Viaggio nella complessità della Vita – Le connessioni invisibili”. Momenti immaginati e realizzati per far dialogare in modo funzionale scienza, arte e cultura, trasformando la conoscenza in un’esperienza condivisa, capace di parlare a persone, sensibilità e competenze diverse.

L’appuntamento è frutto dell’incrociarsi di volontà forti e condivise, e di una collaborazione attivata tra Radio Parlamentare, l’onorevole Silvio Lai, il sindaco del Comune di Sassari e della Città Metropolitana di SassariGiuseppe Mascia, la Fondazione di Sardegna del presidente Giacomo Spissu e le Acli. Dopo Sassari, l’evento farà tappa a Sanremo, Brescia, Livorno, Salerno e Roma.

Prospettiva coerente con la missione di Radio Parlamentare – Percorso Consapevole, think tank nato nel 2021 da un’idea di Cristina Del Tutto – Ceo&Founder del progetto, ideatrice e direttrice artistica delle Giornate della Consapevolezza – come spazio di incontro tra istituzioni parlamentari, mondo scientifico e della ricerca, sistema produttivo e innovazione, con l’obiettivo di riportare la conoscenza al centro del processo decisionale pubblico.

Una rete che ha un significato particolare, che porterà il progetto in un luogo simbolo della città come il Teatro Verdi,aprendosi all’intera cittadinanza. Il sostegno dei partner consentirà di garantire la partecipazione libera e gratuita, nella convinzione che la conoscenza è essere patrimonio condiviso e accessibile. Il progetto nasce dalla convinzione che il sapere scientifico debba essere un’infrastruttura culturale della democrazia e che la “cittadinanza scientifica” sia una responsabilità condivisa.

Martedì 22 settembre dalle 20.15 alle 23.15 l’appuntamento è aperto all’intera cittadinanza. La mattinata successiva, mercoledì 23 settembre dalle 9.30 alle 13, il Teatro Verdi accoglierà invece studenti e studentesse.

A condurre il pubblico attraverso questo viaggio sarà un gruppo di studiosi e divulgatori chiamati a raccontare la complessità attraverso linguaggi capaci di raggiungere anche chi non possiede una formazione scientifica specialistica.

Ci saranno Andrea Possenti, astrofisico dell’INAF e protagonista di importanti ricerche sull’Universo e sulle pulsar; Bianca Bonato, ricercatrice del Mind the Plant Lab dell’Università di Padova, che studia comportamento, comunicazione e interazioni nelle piante; Sandro Carniel, oceanografo e dirigente di ricerca del CNR, esperto di dinamica degli oceani e cambiamenti climatici; Paola Verrucchi, ricercatrice in fisica teorica presso il CNR, impegnata nello studio dei sistemi quantistici complessi e dell’informazione quantistica; Carlo Ventura, biologo molecolare e pioniere della medicina rigenerativa; e Pierluigi Brustenghi, neurologo e psicoterapeuta, divulgatore scientifico particolarmente attento al rapporto tra cervello, apprendimento e nuove tecnologie.  Accanto alla scienza ci sarà l’arte, elemento essenziale della formula delle Giornate della Consapevolezza. Sonia Bottacin, compositrice, pianista e direttrice didattica, accompagnerà il pubblico attraverso un percorso tra vibrazioni sonore ed emozioni, mentre Claudio Reginali, fondatore di Green Art Italia, porterà al centro della scena il rapporto tra arte, sostenibilità, territorio e responsabilità, in una riflessione sul nostro modo di abitare il mondo. 

Dall’Universo alla mente: capire la complessità per capire il futuro. Il percorso proposto dalle Giornate della Consapevolezza parte dalle “forze invisibili” che rendono possibile la vita, attraversa gli ecosistemi terrestri e arriva alle dimensioni più profonde della materia e della coscienza. Gravità, elettromagnetismo, materia oscura e dinamiche dell’Universo si intrecciano così con l’intelligenza delle piante, le dinamiche degli oceani, i cambiamenti climatici, la fisica quantistica, la biologia cellulare e i misteri della mente. La scienza diventa così non soltanto strumento per conoscere, ma una chiave per comprendere il nostro posto nel mondo e assumere maggiore consapevolezza delle conseguenze delle nostre scelte. Conoscere significa poter scegliere. E scegliere significa assumersi una responsabilità nei confronti del futuro. Perché la consapevolezza, prima ancora di essere una risposta, è una capacità: continuare a farsi domande.

Prenotazioni sul circuito eventbrite.it

Info su www.radioparlamentare.it

IL PROGRAMMA

Martedì 22 settembre, dalle 20.15 alle 23.15, il Teatro Verdi:  “Viaggio nella complessità della Vita – Le connessioni invisibili”. Il percorso si apre con la video performance di Cristina Del Tutto dedicata al Viaggio nella complessità della vita e all’Inizio del viaggio, per proseguire poi con Andrea Possenti e le energie invisibili dell’Universo. A seguire l’intervento di Bianca Bonato sulla vita delle piante e quello di Sandro Carniel sul ruolo degli oceani nell’equilibrio climatico del Pianeta, accompagnati dal Time Out di Claudio Reginali dedicato ad Abitare il mondo.

La seconda parte della serata condurrà il pubblico nella dimensione dell’infinitamente piccolo con Paola Verrucchi e i paradossi della fisica quantistica, per arrivare al linguaggio delle cellule con Carlo Ventura. Sonia Bottacin con Frequenze, offrirà un momento di pausa e ascolto attraverso il suono, prima dell’intervento di Pierluigi Brustenghi sui misteri della mente, del cervello e delle sue realtà. A chiudere la serata una nuova video performance di Cristina Del Tutto (“Il percorso consapevole”). 

La mattina di mercoledì 23 settembre, dalle 9.30 alle 13, il Teatro Verdi proporrà la replica dedicata alle scuole, con dibattito finale.




Negozi che diventano B&B: ad Alghero servono dati, non un nuovo capro espiatorio

di Fausto Farinelli

Chiedere al Comune quanti locali commerciali siano diventati abitazioni, B&B o affittacamere negli ultimi diciotto mesi è legittimo. Anzi, è utile. I dati servono sempre, soprattutto se raccontano dove avvengono le trasformazioni, quali immobili erano già vuoti e da quanto tempo, e se esiste davvero un effetto sul mercato degli affitti per i residenti.

Il problema nasce quando la domanda contiene già la risposta: se un negozio diventa una struttura ricettiva, allora qualcuno avrebbe automaticamente tolto una casa o un’attività commerciale alla città.

Non è così semplice.

Un negozio chiuso non torna automaticamente ad essere un negozio se gli si vieta di cambiare funzione. Molto spesso resta una serranda abbassata, magari per anni. Il commercio di vicinato soffre per ragioni profonde: l’online, i costi, gli affitti, le bollette, i margini ridotti, la stagionalità e la difficoltà di trovare personale. Non mancano soltanto i locali: mancano, spesso, le condizioni economiche per aprire e resistere.

Se un proprietario recupera con i propri soldi un immobile che non ha più mercato commerciale e lo destina all’ospitalità, non sta automaticamente sottraendo una casa a una famiglia. Può stare rimettendo in moto uno spazio inutilizzato. La proprietà privata può e deve essere regolata nell’interesse generale, ma non può diventare il bersaglio di ogni problema che una città non riesce a risolvere.

Il tema abitativo esiste, ed è serio. Ma ha radici più larghe delle locazioni turistiche: edilizia sociale insufficiente, affitti incompatibili con gli stipendi, immobili degradati o inutilizzati, costi di ristrutturazione, difficoltà di accesso al credito e proprietari che rinunciano al contratto lungo per paura della morosità e dei tempi necessari per rientrare in possesso della casa.

Gli ultimi dati ufficiali Istat, riferiti al 2023, fotografano un Paese con 35,6 milioni di abitazioni. Poco più di 26 milioni sono occupate da residenti; circa 9,5 milioni non risultano occupate da residenti o sono utilizzate da persone non residenti. Non significa che siano tutte case vuote, perché il dato comprende anche seconde case, ma rende evidente quanto sia improprio attribuire l’intera crisi abitativa alle locazioni brevi.

Le città turistiche e i numeri veri

Nelle grandi città turistiche gli affitti brevi incidono in modo molto diverso. Ed è proprio qui che i numeri aiutano a evitare le tifoserie.

Un’analisi su dati 2023 di OMI-Agenzia delle Entrate e Inside Airbnb indica 6.880 alloggi in locazione breve a Venezia, praticamente lo stesso numero delle 6.998 abitazioni che hanno registrato un nuovo contratto di locazione. A Firenze gli alloggi su Airbnb erano 11.321, a fronte di 14.612 nuovi contratti registrati. In queste due città la pressione è evidentemente alta.

A Roma, invece, gli alloggi rilevati su Airbnb erano 24.774, contro 57.128 nuovi contratti di locazione registrati. A Milano 23.696 alloggi brevi, contro 57.281 contratti. A Napoli il confronto è tra 8.060 alloggi brevi e 15.671 contratti; a Bologna tra 3.997 e 12.702.

Sono numeri che raccontano una realtà più complessa della propaganda. Venezia e Firenze vivono una condizione eccezionale, soprattutto nei centri storici. Nella città antica di Venezia i posti letto turistici hanno superato i residenti: 49.964 contro 48.951. Firenze, nel 2025, ha registrato 16.906 attività di locazione turistica e circa il 56% dei posti letto complessivi della città; gli annunci online sono concentrati in larga parte nel centro storico.

Non a caso Firenze ha bloccato le nuove autorizzazioni nell’area UNESCO, introducendo regole, controlli e limiti specifici. È una scelta costruita su una pressione verificabile, non su una sensazione.

Alghero non è Venezia, e non deve fingere di esserlo

Il punto non è sostenere che Alghero non debba governare le trasformazioni urbane. Deve farlo. Ma prima deve sapere cosa sta accadendo davvero.

Quanti ex negozi sono diventati B&B? Quanti erano sfitti? Quanti appartamenti sono usciti dal mercato dell’affitto lungo? In quali zone? Quanti immobili restano inutilizzati? Qual è il rapporto tra domanda turistica, residenza e attività commerciali?

Senza queste risposte si rischia di affrontare un problema complesso con uno slogan facile: fermiamo chi cambia destinazione d’uso e il commercio tornerà a vivere. Non funziona così. Non si riapre un negozio costringendo un proprietario a tenere vuoto il proprio locale. E non si risolve la questione della casa semplicemente colpendo chi fa ospitalità.

Servono politiche per il commercio, incentivi per recuperare gli immobili abbandonati, più garanzie per chi affitta stabilmente, edilizia sociale e regole mirate dove i dati dimostrano che l’equilibrio è saltato.

L’intervento di Marco Di Gangi

Sul dibattito interviene Marco Di Gangi, responsabile regionale del Dipartimento Turismo di Fratelli d’Italia Sardegna, che condivide la richiesta di dati avanzata da Marco Lombardi ma invita a non trasformarla in una condanna preventiva delle locazioni turistiche.

«Una corretta programmazione urbanistica deve partire da dati certi, distinti per tipologia di attività e per quartiere, e non da semplici impressioni», afferma Di Gangi.

Secondo l’esponente di Fratelli d’Italia, B&B, affittacamere e locazioni turistiche sono realtà diverse e devono essere analizzate separatamente. «La trasformazione di un locale commerciale inutilizzato in struttura ricettiva non sottrae necessariamente un’abitazione al mercato residenziale, ma spesso consente di recuperare uno spazio altrimenti destinato a rimanere vuoto».

Di Gangi richiama poi la necessità di intervenire sulle cause strutturali della crisi abitativa: immobili vuoti, edilizia sociale insufficiente, affitti sostenibili e maggiori garanzie per i proprietari che scelgono i contratti di lunga durata.

La domanda, allora, non è se impedire a qualcuno di investire legittimamente nel proprio immobile. La domanda è se Alghero vuole finalmente misurare i problemi, affrontarli uno per uno e smettere di cercare un colpevole comodo.