Javier Cercas, la letteratura come viaggio nell’enigma
Lo scrittore spagnolo premiato con il riconoscimento internazionale ha raccontato il suo rapporto con la scrittura, la memoria, la libertà creativa e il viaggio con Papa Francesco. Al centro del suo intervento, una convinzione forte: la letteratura non offre risposte facili, ma dà forma alle domande più profonde.
Javier Cercas è tra gli autori europei più letti e riconosciuti degli ultimi decenni. Nato nel 1962 a Ibahernando, in Estremadura, e cresciuto in Catalogna, ha legato il proprio nome a romanzi capaci di intrecciare storia, memoria personale e interrogativi morali.
Scrittore, saggista e docente di letteratura spagnola, Cercas ha raggiunto il successo internazionale con Soldati di Salamina, opera che lo ha imposto come una delle voci più originali della narrativa contemporanea. Tra i suoi libri più noti figurano anche Anatomia di un istante, L’impostore, Il sovrano delle ombre e Terra Alta.
In occasione del Premio Internazionale, lo scrittore ha offerto una riflessione intensa sul senso della letteratura e sul ruolo dello scrittore nella società.
La letteratura come piacere e conoscenza
Per Cercas, scrivere non significa partire da una certezza. Al contrario, significa entrare in una zona sconosciuta, affrontare ciò che non si capisce fino in fondo.
«Per me la letteratura è prima di tutto un piacere, come il sesso, ma è anche una forma di conoscenza, come il sesso. Scrivo per sapere. Scrivo su ciò che non so, su ciò che per me è enigmatico».
È proprio l’enigma, dunque, a muovere la sua scrittura. Ogni libro nasce da qualcosa che resiste, da una domanda che non trova subito una risposta.
«Nel centro di tutti i libri che amo c’è una domanda. Il libro non è esattamente una risposta: è qualcosa che dà forma alla domanda, la rende ancora più complessa».
Ogni libro deve essere un’avventura
Cercas ha poi spiegato di non credere nelle formule ripetute. Per lui, ogni romanzo deve aprire un percorso diverso, anche quando tornano temi e ossessioni personali.
«Ogni libro è diverso, ogni libro è un’avventura. Io non ho una formula, non ho una maniera fissa di scrivere».
Lo scrittore ha detto di non amare gli autori che sembrano riscrivere sempre lo stesso libro. Le proprie ossessioni, inevitabilmente, restano. Ma il modo di affrontarle deve cambiare ogni volta.
«Voglio che tutti i miei libri siano esperienze diverse».
La libertà assoluta dello scrittore
Uno dei passaggi centrali dell’intervento è stato dedicato alla libertà creativa. Secondo Cercas, chi scrive deve farlo senza calcolare il successo, senza pensare al pubblico e senza lasciarsi condizionare dal giudizio degli altri.
«Uno scrittore deve scrivere con assoluta libertà, senza pensare al successo, al pubblico, a cosa dirà la madre o chiunque altro».
La letteratura, nella sua visione, è il luogo in cui si può arrivare a dire ciò che nemmeno chi scrive pensava di poter dire.
«Questo fa la letteratura: ti porta in un posto che non conoscevi prima di cominciare a scrivere».
Scrittore e cittadino: due ruoli da non confondere
Cercas ha affrontato anche il tema del ruolo pubblico dello scrittore. Ha rifiutato l’idea dell’intellettuale come figura superiore, preferendo parlare di responsabilità civile.
«Io detesto la parola intellettuale. Nessuno dice: io sono un intellettuale, a meno che non sia stupido».
Per lui, uno scrittore resta prima di tutto un cittadino. E come ogni cittadino ha il diritto, e in qualche modo il dovere, di partecipare alla vita pubblica.
«La città è di tutti e tutti siamo responsabili della città. Democrazia significa potere del popolo, e il popolo siamo tutti».
Quando interviene sui giornali o nel dibattito pubblico, ha chiarito, non lo fa per indicare una strada agli altri, ma semplicemente per esprimere il proprio pensiero.
«Dico quello che penso non come guida, ma come cittadino».
Il confronto con il passato franchista
Uno dei temi più delicati toccati da Cercas riguarda la memoria familiare e la storia della Spagna. Nel romanzo Il sovrano delle ombre, l’autore ha affrontato il passato franchista della propria famiglia.
«La mia era una famiglia franchista, come metà della Spagna».
Al centro del libro c’è la figura di un giovane parente, partito in guerra a soli diciassette anni, falangista e fascista, diventato nel tempo una sorta di eroe familiare.
Cercas ha spiegato di aver sentito il bisogno di guardare in faccia quella storia, senza rimuoverla e senza semplificarla.
«Ho voluto confrontarmi con quel passato e capire come le persone possano sbagliare con le migliori intenzioni».
Il passato vive nel presente
Per lo scrittore, parlare della guerra civile spagnola non significa occuparsi di qualcosa di remoto. Il passato non è mai davvero passato, perché continua a vivere dentro il presente.
«Parlo del passato non per il passato in sé, ma perché fa parte del presente».
La memoria, dunque, non è un esercizio nostalgico. È uno strumento per comprendere chi siamo oggi.
«Il passato è una dimensione del presente senza la quale il presente è mutilato».
Il viaggio con Papa Francesco
Nella parte finale dell’incontro, Cercas ha raccontato l’esperienza del viaggio in Mongolia con Papa Francesco, al centro del libro Il folle di Dio alla fine del mondo.
Per lo scrittore è stata un’occasione eccezionale: entrare in un mondo normalmente chiuso e osservare da vicino non solo il Papa, ma anche il Vaticano.
«È stata un’esperienza straordinaria, un privilegio incredibile».
Cercas ha raccontato con ironia e stupore che quel viaggio non è stato soltanto un percorso verso la Mongolia, ma soprattutto un’immersione in un universo molto più misterioso.
«È stato un viaggio in Mongolia con il Papa, ma soprattutto un viaggio nel Vaticano, che è molto più esotico della Mongolia».
Una domanda nata dalla madre
Il libro nasce anche da una vicenda personale. Cercas ha ricordato sua madre, donna profondamente credente e cattolica. Dopo la morte del marito, era convinta che un giorno lo avrebbe rivisto.
Per lo scrittore, quella speranza non era una semplice consolazione privata.
«Questo non era un’eccentricità di mia madre: è il centro del cristianesimo».
Da qui nasce la domanda più importante del libro, una domanda semplice e insieme vertiginosa: dopo la morte, chi si è amato potrà ritrovarsi?
«Mia madre vedrà mio padre dopo la morte, sì o no?».
Un giallo spirituale
Cercas ha definito il libro una sorta di “giallo spirituale”. Come in molte sue opere, anche qui al centro c’è un mistero. Ma questa volta non si tratta di un mistero storico o politico: riguarda la vita eterna, la resurrezione, il senso ultimo della fede cristiana.
«In tutti i miei libri c’è un enigma. Qui l’enigma è l’enigma fondamentale del cristianesimo e della nostra civiltà: la resurrezione della carne, la vita eterna».
È in questa tensione tra dubbio e ricerca, tra ragione e bisogno di credere, che si muove la letteratura di Javier Cercas. Una scrittura che non pretende di chiudere le domande, ma le rende più vive, più umane, più necessarie.
foto: Emanuele Perrone
Premio Costa Smeralda 2026: vincono Niccolò Ammaniti e Adriana Cavarero. Premi anche a Javier Cercas, Emilio Isgrò e all’ammiraglio Giuseppe Lai.
Di Fausto Farinelli – foto: Emanuele Perrone
Al Conference Center di Porto Cervo la cerimonia pubblica del Premio promosso dal Consorzio Costa Smeralda. Cultura, letteratura, identità mediterranea e Sardegna al centro della settima edizione.
Porto Cervo, 18 aprile 2026 – Sono stati annunciati al Conference Center di Porto Cervo i vincitori del Premio Costa Smeralda 2026, promosso dal Consorzio Costa Smeralda, presieduto da Renzo Persico, con il patrocinio del Comune di Arzachena.
Il Premio Narrativa è stato assegnato a Niccolò Ammaniti con Il custode, edito da Einaudi. Il Premio Saggistica è andato ad Adriana Cavarero con Il canto delle sirene, edito da Castelvecchi.
Durante la cerimonia, condotta dalla giornalista Roberta Floris, sono stati assegnati anche tre riconoscimenti speciali: il Premio Internazionale allo scrittore spagnolo Javier Cercas, il Premio Cultura del Mediterraneo a Emilio Isgrò e il Premio Speciale all’Ammiraglio Giuseppe Lai, già comandante dell’Amerigo Vespucci.
Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, Mario Ferraro, vicepresidente del Consorzio Costa Smeralda e amministratore delegato di Smeralda Holding, Roberto Ragnedda, sindaco di Arzachena, e Stefano Salis, direttore artistico del Premio. La giuria era composta da Lina Bolzoni, Marcello Fois, Elena Loewenthal e Chiara Valerio.
Una stagione che si apre con la cultura
Nel suo intervento iniziale, Mario Ferraro ha ricordato il senso originario del Premio Costa Smeralda: creare contenuti culturali capaci di rafforzare l’offerta turistica e contribuire all’allungamento della stagione.
Ferraro ha sottolineato come, in sette anni, la data del Premio sia stata progressivamente anticipata, passando da maggio ad aprile, fino ad arrivare all’edizione del 2026, celebrata il 18 aprile. Un segnale, secondo il vicepresidente del Consorzio, della crescita della destinazione.
«Quando sono arrivato qui nel 2015, il 15 giugno metà dei negozi di Porto Cervo erano ancora chiusi. Oggi, il 16 aprile, l’80% dei negozi è già aperto, due dei quattro alberghi più importanti sono già aperti e, entro la fine del mese, l’intera destinazione sarà a pieno regime».
Ferraro ha parlato di una stagione passata da due mesi e mezzo a circa sette mesi, con ricadute economiche significative sul territorio.
Il sindaco di Arzachena, Roberto Ragnedda, ha rimarcato il valore identitario dell’evento:
«Arzachena e Costa Smeralda sono anche un momento culturale, identitario, un crocevia di arte, cultura e letteratura che apre la stagione estiva».
Premio Narrativa a Niccolò Ammaniti con Il custode
Il vincitore della sezione Narrativa è Niccolò Ammaniti con Il custode, pubblicato da Einaudi.
Il romanzo racconta la storia di Nilo, un ragazzino che vive in un paese della Sicilia insieme alla madre e alla zia. La sua famiglia ha da secoli un compito: custodire un segreto antico e terribile, legato alla figura mitologica di Medusa.
La motivazione della giuria definisce Il custode un romanzo che si inserisce nella grande linea del fantastico italiano, da Anna Maria Ortese a Tommaso Landolfi, da Bontempelli a Calvino, fino a Fruttero e Lucentini. Secondo la giuria, Ammaniti riesce ancora una volta a tenere insieme mito e contemporaneità, portando il lettore in un mondo più vasto del visibile.
«Il Premio Costa Smeralda 2026 per la narrativa italiana va a Niccolò Ammaniti, uno scrittore fantastico, in tutte le accezioni che l’aggettivo italiano ci consente».
Sul palco, Ammaniti ha raccontato il rapporto quasi inevitabile con i protagonisti adolescenti:
«Io ci provo a non raccontare gli adolescenti, ma sono gli adolescenti che vogliono essere raccontati da me. Ogni volta dico: questo è l’ultimo. E invece ci casco di nuovo».
Parlando del romanzo, ha spiegato la difficoltà di raccontarlo senza svelarne il segreto centrale:
«Dietro una porta chiusa, in un bagno, c’è un mostro. Nilo e la sua famiglia sono custodi da millenni di questo segreto. È un po’ come accade in certe famiglie, dove esistono storie che sono solo tue, che difficilmente racconti agli altri e che ti vengono tramandate».
Il cuore del libro, secondo Ammaniti, è il conflitto tra destino familiare e desiderio di libertà:
«Nilo incontra una donna libera, che sembra rappresentare l’immagine stessa della libertà. Lui perde la testa e si ritrova diviso tra l’odore della libertà che lei gli offre e i doveri familiari».
Lo scrittore ha poi riflettuto sul valore del segreto nella società contemporanea:
«Il segreto è diventato molto difficile da gestire, perché tendiamo a condividere tutto. Ma la lettura è ancora un piccolo segreto che il lettore condivide con lo scrittore».
Ammaniti ha spiegato anche la scelta dell’ambientazione siciliana, Triscina, luogo conosciuto durante le riprese della serie Anna:
«Quando sono arrivato a Triscina ho capito che quella era la storia che volevo raccontare in quel posto. I luoghi, per me, fanno sì che un’immagine diventi reale».
Gli altri finalisti della Narrativa
Paola Barbato con Un cuore capovolto
Tra i finalisti della sezione Narrativa anche Paola Barbato con Un cuore capovolto. L’autrice ha portato sul palco una riflessione intensa sul mondo dei poliziotti informatici infiltrati in rete.
Barbato ha spiegato di essere stata colpita dalla figura degli agenti che, per indagare sui predatori online, si fingono adolescenti:
«Sono uomini e donne che fingono di avere dodici o tredici anni, costruiscono relazioni, parlano con ragazzi e ragazze, creano confidenza. Poi, terminata l’indagine, spariscono».
Secondo l’autrice, questa sparizione lascia ferite profonde:
«Per i ragazzi la rete è come la vita. Un amico che scompare in rete è un amico che scompare davvero».
Il romanzo ruota intorno alla domanda morale sul confine tra bene e male:
«Se per fare del bene devi percorrere una strada di male, alla fine non puoi guardare soltanto l’obiettivo. Conta anche la strada».
Barbato ha poi difeso la forza narrativa del thriller:
«Il thriller è una scatola. Ha dei limiti, ma dentro quella scatola puoi mettere tutto: famiglia, amore, denuncia sociale, politica, religione. Raccontiamo la vita attraverso il male e attraverso la deviazione della mente».
Dario Ferrari con L’idiota di famiglia
Il terzo finalista della Narrativa era Dario Ferrari con L’idiota di famiglia, pubblicato da Sellerio.
Ferrari ha raccontato il romanzo come un corpo a corpo familiare tra Igor, traduttore quarantenne, e il padre, figura intellettuale ingombrante, chiamato in casa “Herr Professor”.
«Igor ha vissuto mettendosi consapevolmente all’ombra del padre, cercando la sua approvazione. Ma quando chiedi l’approvazione di un padre, spesso ricevi un giudizio o una condanna».
Il rapporto cambia quando il padre viene colpito da una malattia degenerativa:
«Igor è costretto a occuparsi del padre non più attraverso la parola, che tra loro non ha mai funzionato, ma attraverso un percorso di cura».
Ferrari ha spiegato di aver scelto un tono ironico per raccontare una materia dolorosa:
«Raccontare con ironia non toglie nulla alla tragedia. Anzi, può esaltare altri aspetti che chi vive certe situazioni conosce bene».
Il romanzo diventa anche una riflessione sulla fine del Novecento e sulla generazione dei millennial:
«La mia generazione ha spesso la sensazione di vivere in un mondo dato una volta per tutte, su cui non si riesce più a intervenire. Però forse qualcosa del mondo possiamo ancora cambiarlo».
Premio Saggistica ad Adriana Cavarero con Il canto delle sirene
Il Premio Saggistica è stato assegnato ad Adriana Cavarero per Il canto delle sirene, pubblicato da Castelvecchi.
La motivazione della giuria parte da una domanda solo apparentemente semplice: per chi cantano le sirene?
La tradizione risponderebbe: per Ulisse. Ma Cavarero rovescia la prospettiva e mette al centro non l’eroe che ascolta, ma le sirene che cantano.
Secondo la giuria, il saggio offre una lettura originale e suggestiva del mito:
«In queste pagine sia l’eroe Ulisse sia le misteriose tentatrici ci appaiono in una prospettiva tutta nuova. Ci dicono che in fondo questa storia appartiene anche a noi, donne e uomini del presente».
Sul palco, Cavarero ha spiegato di essere tornata al mito delle sirene perché si tratta di uno dei racconti più longevi della cultura occidentale:
«Il mito delle sirene è stato riraccontato mille volte, passando attraverso la storia della letteratura fino ad arrivare ad Andersen, Hollywood e Disney».
La filosofa ha chiarito il senso del suo rovesciamento:
«Il mito ha al centro Odisseo. Il viaggio è il suo viaggio, è lui l’eroe. Io ho provato a cambiare la trama, a mettere al centro non il piacere dell’ascoltatore, ma il piacere delle cantatrici».
Il punto di svolta nasce da alcuni versi di T.S. Eliot:
«Ho sentito le sirene cantare l’una all’altra, non credo che canteranno per me. Questa frase mi ha colpita moltissimo. Allora le sirene non cantavano per Ulisse: cantavano l’una all’altra».
Cavarero ha poi dedicato un passaggio alla Sardegna:
«Credo che su queste coste, se le sirene dovessero cantare, verrebbero qua».
Dopo la vittoria, ha ringraziato con parole poetiche:
«Vorrei cantare per voi. Vorrei che fossimo tutte e tutti a cantare e che il piacere delle sirene tornasse in noi in una voce che diventa armonia. Questa è utopia, ma la bellezza aiuta a sognare l’armonia».
Gli altri finalisti della Saggistica
Edoardo Camurri con La vita che brucia
Tra i finalisti della Saggistica, Edoardo Camurri ha presentato La vita che brucia, un libro costruito come una cerimonia filosofica intorno al tema della sofferenza.
«Il libro è una cerimonia, un rituale. È un libro filosofico sulla sofferenza, ma la sofferenza non è vista come un argomento: è ciò che accomuna ogni essere vivente».
Camurri ha spiegato che il libro si apre all’alba di un giorno e si conclude all’alba del giorno dopo. In questo arco temporale, la sofferenza diventa una maestra da ascoltare.
«Le prime settanta pagine sono mortali, volutamente death metal. Servono a non lasciarci vie di fuga, a impedirci di non ascoltare il messaggio della sofferenza».
Alla domanda su come tenere acceso il fuoco interiore, Camurri ha risposto:
«Il segreto è non fare nulla. Creare uno spazio tra noi e le cose. Imparare la disciplina della non identificazione con la nostra presunta identità».
Andrea Moro con Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri
Andrea Moro, con Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri, ha portato sul palco una riflessione tra linguaggio, neuroscienze, filosofia e biologia.
Sul rapporto tra linguaggio e voce ha spiegato:
«Il linguaggio è come un fiocco di neve che ci cresce in testa. È la struttura della nostra grammatica. La voce è il modo in cui queste strutture passano da un individuo all’altro».
Moro ha raccontato di aver riletto Lucrezio durante il Covid:
«Mi sono fatto due regali: la lettura di tutta la Divina Commedia, un canto al giorno, e poi Lucrezio».
Secondo Moro, Lucrezio aveva già intuito alcuni principi fondamentali della modernità: la struttura della materia, il valore delle combinazioni, l’emergere di proprietà nuove dall’organizzazione degli elementi.
«Lucrezio capisce che elementi minimi possono generare significato attraverso la sola permutazione dell’ordine. La struttura è ciò che conta nella realtà».
Il pipistrello dagli occhi azzurri diventa così immagine della singolarità del linguaggio umano:
«Il linguaggio, come le ali dei pipistrelli, o c’è o non c’è. Non esistono persone con un po’ meno linguaggio».
Premio Internazionale a Javier Cercas
Il Premio Internazionale è stato assegnato allo scrittore spagnolo Javier Cercas, dopo le precedenti vittorie di autori come Orhan Pamuk, Emmanuel Carrère, Alicia Giménez-Bartlett e Björn Larsson.
La motivazione della giuria sottolinea la capacità di Cercas di esplorare identità, memoria collettiva, dilemmi etici e confini tra realtà e finzione.
«La verità della letteratura, nel complesso dell’opera di Cercas, non compete con la verità fattuale: è qualcosa di più, allo stesso tempo più forte ma anche in qualche modo indimostrabile».
Cercas, sul palco, ha spiegato il suo rapporto con la scrittura:
«Per me la letteratura è prima di tutto un piacere, come il sesso, ma è anche una forma di conoscenza, come il sesso. Scrivo per sapere. Scrivo su ciò che non so».
Per lo scrittore, al centro di ogni libro c’è una domanda:
«Il libro non è esattamente una risposta. È qualcosa che dà forma alla domanda, la rende ancora più complessa».
Cercas ha rivendicato la libertà dello scrittore:
«Uno scrittore deve scrivere con assoluta libertà. Bisogna arrivare in un posto che nemmeno tu conoscevi prima di cominciare a scrivere».
Sul ruolo pubblico dello scrittore ha aggiunto:
«Lo scrittore è uno scrittore, ma è anche un cittadino. La prima responsabilità è partecipare alla vita pubblica. Politica viene da polis, città. La città è di tutti».
Raccontando Il sovrano delle ombre, Cercas ha parlato della propria famiglia franchista e della necessità di confrontarsi con il passato:
«Parlo del passato non per il passato in sé, ma perché fa parte del presente. Il passato è una dimensione del presente senza la quale il presente è mutilato».
Infine, ha ricordato il viaggio con Papa Francesco in Mongolia, esperienza diventata materia narrativa:
«È stata un’esperienza straordinaria, un privilegio incredibile. Per la prima volta il Vaticano ha aperto le porte a uno scrittore, e quello scrittore ero io».
Il libro nasce anche da una domanda personale legata alla madre credente:
«Mia madre vedrà mio padre dopo la morte, sì o no? È la domanda più elementare e più profonda».
Premio Cultura del Mediterraneo a Emilio Isgrò
Il Premio Cultura del Mediterraneo è stato assegnato a Emilio Isgrò, maestro dell’arte contemporanea internazionale, poeta, scrittore e artista visivo.
La motivazione della giuria richiama il senso profondo della sua opera:
«Cancellare è un atto apparentemente distruttivo. Emilio Isgrò, al contrario, gli ha restituito un senso nuovo: cancellare è creare».
Il lavoro di Isgrò, soprattutto quello sulle carte geografiche, viene letto come una riflessione sul Mediterraneo, luogo di attraversamenti, dialoghi, civiltà e lingue.
«Il Mediterraneo del Maestro Isgrò è un oceano di civiltà, di storie che si intrecciano, di lingue che si parlano, che non cancella nessuno e valorizza tutti».
Sul palco, Isgrò ha spiegato il senso della cancellatura:
«Quando feci le prime cancellature vivevo in una società visiva che aveva praticamente soppresso la parola umana. Tutto si doveva vedere. Questo evitava la riflessione».
L’artista ha collegato il suo lavoro al Mediterraneo:
«Io sono nato nel Mediterraneo. Penso che noi italiani, spagnoli, francesi, e chi vive in questa parte del mondo, abbiamo il diritto non solo di consumare cultura, ma soprattutto di produrla».
Per Isgrò, la cancellatura non distrugge, ma custodisce:
«La cancellatura custodisce la parola per i tempi in cui dovremo tornare a parlare. E quei tempi si stanno avvicinando».
Alla domanda su quale parola oggi non dovrebbe essere cancellata, ha risposto:
«Sceglierei la parola pace. Perché non c’è pace senza rispetto degli altri e non c’è arte senza pace».
Premio Speciale all’Ammiraglio Giuseppe Lai
Il Premio Speciale è stato assegnato all’Ammiraglio Giuseppe Lai, già comandante dell’Amerigo Vespucci, la nave scuola della Marina Militare Italiana.
La motivazione della giuria celebra il viaggio intorno al mondo della Vespucci e il ruolo di Lai come rappresentante dell’Italia e della Sardegna:
«Al comando della Amerigo Vespucci, la nave più bella del mondo, ha portato in giro l’orgoglio italiano in una navigazione intorno al mondo che ha toccato tutti i mari, tutti i continenti, tutti i cuori».
La giuria ha sottolineato anche il legame con l’isola:
«Dalla sua Sardegna ha portato la saggezza dello stare insieme, le capacità di leadership, le qualità di tempra, calma, lo spirito di squadra».
Lai ha definito il comando della Vespucci «l’esperienza della vita»:
«Fare l’ufficiale di Marina era il mio sogno da bambino. Il mare mi ha sempre affascinato e intimorito. Lo vedevo come un limite e si è rivelato invece un’opportunità».
Uno dei momenti più intensi del viaggio è stato il passaggio a Capo Horn:
«Capo Horn è stato una sfida nella sfida. È un luogo a cui bisogna dare del lei, anzi del voi con tutte le maiuscole».
L’ammiraglio ha poi spiegato il vero insegnamento della Vespucci:
«Sul Vespucci si impara a vivere insieme agli altri. Si impara il significato di parole come altruismo e spirito di squadra».
Infine, sulla dote principale di un comandante, Lai ha indicato l’umiltà:
«Un comandante deve avere l’umiltà di saper ascoltare, pazienza strategica e senso di responsabilità».
Il premio materiale: pietre della Sardegna
A simbolo dell’attribuzione del Premio Costa Smeralda, oltre a un premio in denaro, i vincitori hanno ricevuto un’opera esclusiva dello scultore Giuseppe Sanna.
Anche per l’edizione 2026 lo scultore ha realizzato un premio unico per ciascuna categoria, utilizzando pietre locali come simbolo della connessione tra il Premio e il territorio della Sardegna. Le pietre rappresentano solidità, resistenza e bellezza senza tempo della cultura e della natura dell’isola.
Organizzazione e partner
L’evento è realizzato con il patrocinio del Comune di Arzachena. Partner e sponsor principale della manifestazione è Smeralda Holding, società italiana indirettamente controllata da Qatar Investment Authority, che nel 2012 ha acquistato proprietà immobiliari e terreni in Costa Smeralda.
L’organizzazione operativa, l’allestimento scenografico e la produzione dell’evento di premiazione sono affidati a Filmmaster, che ha inoltre realizzato il logo, l’immagine grafica coordinata e il concept del premio materiale.
La cultura come apertura della stagione
La settima edizione del Premio Costa Smeralda conferma la volontà di aprire la stagione turistica della Costa Smeralda attraverso la cultura, i libri, il pensiero e il dialogo.
Dalla narrativa fantastica di Ammaniti alla rilettura filosofica del mito proposta da Cavarero, dalla memoria storica di Cercas alla parola custodita di Isgrò, fino al viaggio della Vespucci comandata dall’ammiraglio Lai, il Premio ha messo al centro un’idea precisa: la Sardegna non è soltanto destinazione turistica, ma anche spazio di produzione culturale, identità mediterranea e racconto contemporaneo.
Costa Smeralda®, la stagione riparte, torna la magia.
La Costa Smeralda® rialza il sipario e si prepara a vivere una nuova stagione fatta di ospitalità, cultura, grandi eventi e vela internazionale. Tra riaperture simboliche, appuntamenti già in calendario e il ritorno del fermento in Piazzetta, Porto Cervo torna a mostrarsi nel suo volto più elegante e vitale.
C’è un momento, ogni primavera, in cui la Costa Smeralda® ricomincia a respirare con un ritmo tutto suo. Le terrazze tornano a riempirsi, le luci si riaccendono sul porto, i ristoranti riprendono servizio e Porto Cervo ritrova quella sua atmosfera unica, sospesa tra bellezza naturale e stile senza tempo. Nel 2026 la ripartenza ha anche un forte valore simbolico: si rinnova infatti il racconto di una destinazione nata dalla visione del principe Karim Aga Khan, che qui immaginò un modello di turismo raffinato, costruito in armonia con il paesaggio.
Il primo segnale della nuova stagione è arrivato con la riapertura del Cervo Hotel, il primo tra gli alberghi simbolo della Costa Smeralda® a riaccendere le luci e a dare il via alla ripartenza.
Subito dopo, il 16 aprile, è tornato ad accogliere gli ospiti anche l’Hotel Cala di Volpe, uno dei luoghi più iconici della costa. Non è solo un albergo di lusso: è un simbolo vero e proprio, una firma architettonica che ha segnato l’identità del territorio. Progettato negli anni Sessanta da Jacques Couëlle, il Cala di Volpe conserva ancora oggi il fascino di un’opera scolpita nella pietra e nel vento, affacciata su una delle baie più suggestive della Gallura. La sua riapertura rafforza ulteriormente l’avvio della stagione 2026 in Costa Smeralda.
A pochi giorni di distanza, il 18 aprile, Porto Cervo si vestirà invece di cultura con il Premio Costa Smeralda® 2026. La cerimonia è in programma al Conference Center alle 17.30 e rappresenta uno dei primi grandi appuntamenti del calendario primaverile. Non soltanto un premio letterario, ma un evento che porta nella località gallurese scrittori, ospiti e protagonisti del mondo della cultura, aggiungendo contenuto e prestigio a una stagione che non vive soltanto di mondanità, ma anche di incontri e idee.
Poi sarà il momento di uno degli eventi più attesi dagli appassionati del gusto: dal 7 al 10 maggio torna il Porto Cervo Wine & Food Festival, giunto alla 15ª edizione. Le prime due giornate saranno dedicate agli operatori del settore, mentre il weekend aprirà anche al pubblico. È una rassegna che negli anni ha saputo crescere senza perdere il suo carattere distintivo: unire l’eccellenza del vino e della gastronomia in una cornice capace di trasformare ogni assaggio in esperienza. E accanto agli appuntamenti ufficiali, si conferma centrale anche il clima del fuori festival, quello che porta la festa fuori dagli spazi espositivi e la diffonde tra locali, incontri e serate nel cuore di Porto Cervo.
Intanto il paese torna lentamente a riempirsi. La Piazzetta riprende voce, le tavole vengono apparecchiate, gli spazi della ristorazione stagionale si rimettono in moto e anche l’area della Promenade du Port si prepara ad accogliere nuovamente visitatori, boutique, design e gusto, in uno dei luoghi più riconoscibili del lifestyle di Porto Cervo. È quella fase dell’anno in cui la Costa Smeralda® si risveglia senza fretta, ma con la certezza di ritrovare presto il suo passo elegante.
E insieme all’ospitalità, torna naturalmente anche il mare. La stagione delle regate è pronta a riaccendere il legame profondo tra Porto Cervo e la vela internazionale. Il primo appuntamento già fissato è il Cape 31 Med Round 1, in programma dal 24 al 26 aprile. A seguire arriveranno Vela & Golf dal 15 al 17 maggio, la Grand Soleil Cup dal 21 al 23 maggio, la Giorgio Armani Superyacht Regatta dal 26 al 30 maggio e la Range Rover Sardinia Cup dal 31 maggio al 7 giugno. Un calendario che conferma quanto la Costa Smeralda continui a essere uno dei punti di riferimento del Mediterraneo anche sul fronte sportivo e nautico.
La sensazione, insomma, è che la magia sia davvero tornata. Non tutta in un colpo, ma passo dopo passo: con la riapertura dei suoi luoghi simbolo, con la cultura che inaugura la primavera, con il vino che porta incontro e racconto, con le regate che ridanno movimento al mare e con Porto Cervo che torna a essere quel palcoscenico discreto e luminoso che il mondo riconosce da decenni. La stagione 2026 è appena cominciata, ma il messaggio è già chiaro: la Costa Smeralda® è di nuovo pronta a incantare.
Il Premio Enoletterario celebra 10 anni al Vinitaly e traccia nuovi sentieri narrativi
C’è un momento, nel rito della degustazione, in cui il vino smette di essere solo un prodotto per farsi memoria, racconto e visione. È in questo spazio sospeso che, dieci anni fa, nasceva una scommessa ambiziosa della Camera di Commercio del Nord Sardegna: il Premio Enoletterario. In questi giorni, nella prestigiosa cornice del Vinitaly 2026, quel progetto celebra la sua decima edizione, confermandosi non solo come un concorso, ma come un rivoluzionario strumento di divulgazione che fonde sapientemente “cultura” e “coltura”.
La presenza del Premio a Verona non è stato un semplice atto di rappresentanza, ma una dichiarazione d’intenti. In un mercato globale sempre più affollato, la Camera di Commercio ha compreso che per distinguersi è necessario parlare linguaggi nuovi. Il vino prende così una colorazione diversa: diventa un oggetto da meditare, un pretesto per esplorare, anche, e perché no, differenti percorsi antropologici e sociali.
“Essere qui, dopo dieci anni, significa aver vinto la sfida della narrazione,” è il messaggio che emerge dal cuorer dell’Area Sardegna con il presidente della Camera di Commercio e della giuria del Premio, Stefano Visconti. “Abbiamo capito che il consumatore moderno non cerca solo un calice, ma una storia in cui rispecchiarsi. Il Premio Enoletterario ci ha permesso di individuare strumenti di divulgazione inediti, capaci di portare i territori nelle librerie, nei caffè letterari e nelle case di chi ama la capacità di farsi raccontare.”
Questo traguardo non sarebbe stato possibile senza l’impegno costante dell’Ente Camerale che ha sostenuto il progetto con una visione di lungo periodo. Un decennio di investimenti, di scouting di talenti e di promozione che ha visto la partecipazione corale di tutti i partner.
A testimoniare la crescita e la solidità di questo cammino è anche Maria Amelia Lai, presidente di Promocamera, che ha guidato il Premio come presidente della giuria fino alla passata edizione:”Vedere il Premio tagliare il traguardo della decima edizione al Vinitaly è una gioia profonda. È stato un percorso di semina costante, durante il quale abbiamo visto il Premio crescere in autorevolezza, diventando un modello di riferimento che ha saputo dare voce all’anima più autentica del nostro sistema produttivo e culturale.”
Un legame indissolubile è quello con “Benvenuto Vermentino”, la manifestazione di Olbia che ha nel Premio la sua anima intellettuale. La sinergia tra la kermesse gallurese e il concorso letterario ha creato un ecosistema unico, dove il Vermentino non è solo il bianco d’eccellenza, ma il protagonista, insieme ad altre uve, di pagine scritte da autori che sanno cogliere l’essenza di ciò che la terra è in grado di donare.
“La decima edizione rilanciata al Vinitaly 2026, dopo Roma, guarda avanti come una nuova partenza che cerca insieme nuovi traguardi e arrivi. Il vino è un viaggio che parte dalla terra e arriva all’incontro con l’uomo, ma è anche un invito a scoprire orizzonti che prima non esistevano,” rafforza le radici e le visioni del Premio il segretario generale della Camera di Commercio, Pietro Esposito.
Il Premio Enoletterario invita proprio a questo: a considerare la bottiglia come un porto di partenza per esplorare le identità e un punto di arrivo dove la produzione incontra la sensibilità poetica. Grazie al supporto dei partner e a una visione sempre proiettata al futuro, il Nord Sardegna dimostra che la coltura della terra e della vite è la più alta forma di cultura possibile.
9° Rally Costa Smeralda Storico – Trofeo Martini: lunedì prossimo la presentazione
Mentre cresce l’attesa per la duplice sfida continentale e tricolore, lunedì 20 aprile il rally storico organizzato dall’Automobile Club Sassari sarà presentato ad autorità, media e sponsor all’Hotel Cala di Volpe A poche ore dalla chiusura le iscrizioni sono vicine ai 150 equipaggi
Porto Cervo, 16 aprile. 2026 – Scorre veloce il conto alla rovescia verso la nona edizione del Rally Costa Smeralda Storico – Trofeo Martini e un ulteriore tassello sta per prendere posto nel mosaico della gara: lunedì 20 aprile, proprio all’inizio della settimana clou per la manifestazione organizzata dall’Automobile Club Sassari, si terrà la conferenza di presentazione ad autorità, media e sponsor, evento che sarà ospitato nell’esclusiva e prestigiosa ambientazione dell’Hotel Cala di Volpe a Porto Cervo, con inizio alle ore 11. Tra i relatori già confermati, oltre al presidente di ACI Sassari Giulio Pes di San Vittorio, vi saranno il due volte campione del mondo rally, Tiziano Siviero, unitamente ai rappresentanti di Regione Autonoma della Sardegna, dei Comuni di Arzachena e Olbia insieme ai colleghi Sindaci di tutti i territori attraversati dal rally, oltre ai partners commerciali che supportano da sempre il progetto Rally Costa Smeralda Storico, figure alle quali il Presidente rivolge fin d’ora un sentito ringraziamento. Con le iscrizioni aperte ancora per poche ore, chiuderanno infatti alle 24 di venerdì 17 aprile, rally storico, classico e rally di regolarità sono in pieno fermento e i numeri raggiunti al momento tracciano il percorso per un’edizione dove agonismo e spettacolo di certo non mancheranno. Uno degli stimoli per i tanti estimatori delle prove speciali del Costa Smeralda, sarà il confronto con Jari Matti Latvala, campione europeo auto storiche in carica e tre volte vice campione nel WRC; il pilota finlandese ha già perfezionato l’iscrizione e sarà al volante della Toyota Celica ST185, facendo da traino a un nutrito lotto di piloti stranieri già presenti nell’elenco provvisorio degli iscritti. Oltre alla validità per il Campionato Europeo Rally Storici per le vetture costruite fino al 1992 compreso, il 9° Rally Costa Smeralda Storico – Trofeo Martini sarà anche il secondo atto del Campionato Italiano Rally Auto Storiche e Auto Classiche; ospiterà inoltre i contendenti del Trofeo A112 Abarth Yokohama e i partecipanti al Memory Fornaca. Di rilievo è anche l’importanza del Rally Storico di Regolarità che darà il via all’edizione 2026 del Tricolore per le due categorie “media 50” e “media 60”.
Documenti e aggiornamenti al sito web www.rallycostasmeraldastorico.it
Al Padiglione Tavolara la mostra “Sardegna, Novecento di confine” della Fondazione di SardegnaUn’altra grande esposizione per confermare Sassari come destinazione turistica e culturale
Il Comune di Sassari conferma il proprio ruolo centrale nella promozione culturale del territorio ospitando, nei propri spazi del Padiglione Tavolara, la mostra Sardegna, Novecento di confine, uno degli appuntamenti espositivi più significativi della stagione. L’iniziativa contribuisce a rafforzare l’identità della città come destinazione turistica capace di generare visibilità e richiamare pubblico e interesse anche oltre i confini regionali. Promossa dalla Fondazione di Sardegna attraverso la piattaforma ArS – Arte condivisa in Sardegna, l’esposizione sarà visitabile fino al 28 giugno. La mostra, curata da Maria Paola Dettori, è dedicata ai principali artisti sardi della prima metà del Novecento, riletti all’interno del più ampio contesto della scena artistica nazionale. Da Giuseppe Biasi a Stanis Dessy, da Cesare Cabras a Gavino Tilocca, da Eugenio Tavolara a Francesco Ciusa, il progetto espositivo esplora il contributo degli autori isolani al dibattito italiano del tempo, attraverso ritratti, nature morte, nudi e paesaggi. In 75 opere tra dipinti, incisioni, sculture, bozzetti, taccuini di disegni e foto d’epoca, il percorso espositivo restituisce la complessità e la ricchezza della produzione artistica sarda del periodo. Le opere testimoniano un equilibrio tra radicamento identitario e apertura verso le principali tendenze nazionali, evitando letture esclusivamente regionalistiche o folkloriche. Il percorso si articola in sezioni tematiche che guidano il visitatore attraverso i nuclei fondamentali della ricerca artistica del Novecento: il paesaggio e il rapporto tra natura e città, l’Italia rurale e la Sardegna dei campi e delle miniere, il ritratto tra decorazione e monumentalità, la figura femminile tra mito e modernità, il culto del corpo e della giovinezza, la natura morta, il tema coloniale. Le opere provengono principalmente dalla collezione della Fondazione di Sardegna, arricchita dal contributo di prestatori privati. Particolarmente rilevante è la presenza di lavori normalmente non accessibili al pubblico, tra cui opere poco conosciute o presentate per la prima volta, talvolta note soltanto attraverso documentazione fotografica. È il caso dei bassorilievi di Eugenio Tavolara dedicati a Il risparmio e il lavoro (1943), in parte ricostruiti per l’occasione, e dei gessi di Francesco Ciusa per lo Stadio dei Marmi di Roma, documentati attraverso immagini storiche. Accanto a queste, opere esposte a importanti rassegne nazionali e internazionali, come la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma. L’esposizione si inserisce in una più ampia strategia di valorizzazione culturale promossa dal Comune di Sassari, che attraverso il Padiglione Tavolara consolida un’offerta continuativa di qualità, contribuendo a rendere la città un punto di riferimento per il turismo culturale e un centro riconosciuto per la produzione e diffusione artistica. In questa prospettiva, la collaborazione con la Fondazione di Sardegna rappresenta un modello virtuoso di sinergia tra istituzioni, capace di generare valore per l’intero territorio. La mostra è aperta al pubblico con ingresso libero, dal martedì al sabato, dalle ore 10 alle 19.30.
Fiera Nautica di Sardegna 2026, dal 7 al 10 maggio a Porto Rotondo la quinta edizione. L’assessore Cani: “Creiamo le condizioni per favorire lo sviluppo dell’industria”
Olbia, 14 aprile 2026 – “Il nostro obiettivo strategico come Regione e come Assessorato dell’Industria nel sostenere la Fiera Nautica di Sardegna è quello di affiancare alla già consolidata vocazione nautica turistica dell’Isola lo sviluppo dell’industria nautica, creando le condizioni per favorire la costruzione di imbarcazioni e incentivare nel contempo tutte quelle filiere che possono ruotare intorno a queste produzioni. È questo che genera e amplifica valore e occupazione”. Lo ha detto l’assessore dell’Industria Emanuele Cani in occasione della conferenza stampa di presentazione della Fiera Nautica di Sardegna 2026, ieri a Porto Rotondo.
La quinta edizione dell’evento, promosso dal Cipnes Gallura (Consorzio Industriale provinciale Nord Est Sardegna) con il sostegno della Regione Sardegna e il coinvolgimento diretto degli Assessorati dell’Industria e della Programmazione, ospiterà dal 7 al 10 maggio nella Marina di Porto Rotondo oltre 200 imbarcazioni e circa 150 espositori. L’intento è quello di valorizzare l’industria nautica sarda e attrarre nuovi investimenti nel corso di quattro giornate che includeranno anche incontri e talk dedicati sui principali temi legati alla nautica, confermandosi piattaforma strategica di confronto tra istituzioni, imprese e professionisti e occasione per rafforzare sinergie e competitività del comparto.
Alla conferenza stampa, moderata dall’organizzatore Angelo Colombo, hanno preso parte il presidente del Cipnes Livio Fideli, il direttore generale del Cipnes e presidente di UniOlbia Aldo Carta, il sindaco di Olbia Settimo Nizzi e il direttore marittimo del Nord Sardegna Gianluca D’Agostino.
PREMIO COSTA SMERALDA 2026″Nuove rotte per la letteratura: sabato 18 aprile alle ore 17:30 la cerimonia di premiazione del Premio Costa Smeralda 2026 a Porto Cervo”
Sabato 18 aprile, durante la cerimonia pubblica di premiazione a Porto Cervo, verranno proclamati i vincitori assoluti per Narrativa e Saggistica Verranno inoltre assegnati il Premio Internazionale a Javier Cercas il Premio Speciale al Comandante Giuseppe Lai il Premio Cultura del Mediterraneo a Emilio Isgrò
Porto Cervo, 15 2026 – Tutto pronto per l’atto finale del Premio Costa Smeralda 2026. Sabato 18 aprile, alle ore 17:30, il Conference Center di Porto Cervo ospiterà la cerimonia pubblica di premiazione della settima edizione della manifestazione. L’iniziativa, promossa dal Consorzio Costa Smeralda e sponsorizzata da Smeralda Holding, con il patrocinio del Comune di Arzachena, si conferma tra gli appuntamenti più significativi del panorama culturale italiano, trasformando Porto Cervo nel palcoscenico dove le grandi voci della contemporaneità si incontrano per interpretare il presente.
L’evento vedrà la proclamazione dei vincitori assoluti scelti tra le prestigiose terne finaliste, selezionate come di consueto da una giuria d’eccellenza guidata da Stefano Salis e composta da Lina Bolzoni, Marcello Fois, Elena Loewenthal e Chiara Valerio.
• Per la Narrativa: Niccolò Ammaniti (Il custode, Einaudi), Paola Barbato (Cuore capovolto, Neri Pozza) e Dario Ferrari (L’idiota di famiglia, Sellerio).
• Per la Saggistica: Edoardo Camurri (La vita che brucia, Timeo), Adriana Cavarero (Il canto delle sirene, Castelvecchi) e Andrea Moro (Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri, La Nave di Teseo).
Nel corso della serata verranno inoltre consegnati i riconoscimenti speciali già annunciati: il Premio Internazionale allo scrittore spagnolo Javier Cercas, saggista tra i più autorevoli della scena contemporanea, noto per aver ridefinito il genere del “romanzo senza finzione”, e il Premio Speciale al Comandante Giuseppe Lai (originario di Ozieri, in provincia di Sassari), noto per essere stato il 125° comandante della nave scuola Amerigo Vespucci, che ha guidato durante lo storico tour mondiale iniziato nel 2023 e conclusosi nel 2025. A questi si aggiunge il Premio Cultura del Mediterraneo, conferito all’artista Emilio Isgrò per la straordinaria capacità di interpretare le radici e l’identità del Mare Nostrum.
L’ingresso alla cerimonia è libero e aperto al pubblico.
Una “Casa della Cultura” in Confcommercio per lo sviluppo del territorio: Leonardo Marras alla guida
Il Nord Sardegna compie un passo decisivo verso la strutturazione del proprio comparto creativo con la nascita ufficiale di Impresa Cultura Nord Sardegna. Il nuovo coordinamento territoriale, presentato presso la sede di Confcommercio a Olbia, segna l’ingresso ufficiale del territorio nel network nazionale di settore, posizionando le province di Sassari e Olbia-Tempio in una rete d’eccellenza che include realtà come Milano, Bari e Parma.
Alla guida dell’organismo è stato nominato Leonardo Marras, presidente della Fondazione Maria Carta e figura di riferimento nel panorama culturale isolano. Al suo fianco, una squadra di comprovata esperienza: i vice coordinatori Aldo Addis e Alessandro Carta, supportati dai componenti Antonietta Cossu, Sabrina Lisbona, Annalisa Luzzu, Luigi Folino, Claudio Desiati, Gianni Russo, Gabriele Addis e Piero Muresu.
L’ambizione del coordinamento è quella di fungere da vera e propria “Casa della Cultura”: un ecosistema aperto dove operatori, imprese, associazioni e fondazioni possano trovare non solo rappresentanza, ma un luogo di progettualità condivisa. L’obiettivo è trasformare il vasto patrimonio identitario del Nord Sardegna in una leva economica capace di generare occupazione e innovazione sociale.
«Accolgo questo incarico con un profondo senso di responsabilità verso il nostro tessuto imprenditoriale e creativo — ha dichiarato Leonardo Marras —. La cultura non deve essere percepita solo come un esercizio di memoria o di conservazione del passato, ma come uno strumento vivo di crescita e innovazione. Con questo progetto, Confcommercio Nord Sardegna vuole consolidare il ruolo della cultura quale vero motore dello sviluppo integrato, capace di saldare insieme le nostre radici e le nuove prospettive di mercato».
Marras ha poi sottolineato l’importanza del fare rete per superare le storiche fragilità del settore:«La nascita di questo Coordinamento è un atto di fiducia nel futuro. Vogliamo creare una “Casa” comune che favorisca sinergie concrete tra pubblico e privato, abbattendo le barriere che spesso isolano i talenti e le imprese del nostro territorio. Il nostro impegno sarà rivolto a rendere l’offerta culturale più accessibile e moderna, creando opportunità reali soprattutto per le giovani generazioni che vogliono fare impresa nel mondo della creatività. Solo attraverso un’azione corale potremo trasformare la cultura in un pilastro solido e sostenibile della nostra economia». L’ufficializzazione dell’organismo è avvenuta alla presenza dei vicepresidenti di Confcommercio Nord Sardegna, Edoardo Oggiano e Salvatore Brichetto, sancendo l’inizio di un percorso che mira a rendere il Nord Sardegna un laboratorio di buone pratiche per l’industria culturale regionale e nazionale.
ANALISI SETTORIALE: Consumi culturali in aumento, resta il gap nel Sud e nelle Isole
L’ultima rilevazione dell’Osservatorio sui consumi culturali (realizzata da Confcommercio) evidenzia un trend di spesa in netta risalita per le famiglie italiane, accompagnato però da profonde disparità geografiche.
L’andamento della spesa mensile:
· Dato Nazionale: La spesa media mensile per beni e servizi culturali è quasi raddoppiata in cinque anni, passando dai 50,9 euro del 2020 ai 99,8 euro attuali.
· Gap Territoriale: Mentre nel Centro e nel Nord Italia la spesa media supera i 113 euro, nel Sud e nelle Isole il valore crolla a 74,3 euro.
Percezione dell’offerta e potenziale economico: I cittadini del Meridione e delle Isole manifestano una forte insoddisfazione verso l’offerta locale: circa il 50% la considera povera di iniziative. Solo il 53% giudica l’offerta di qualità (a fronte di una media nazionale del 63%) e appena il 31% la ritiene innovativa.
Nonostante le criticità, emerge una forte consapevolezza del valore economico della cultura: il 77% degli intervistati residenti nel Sud e nelle Isole è convinto che la sinergia tra attività culturali ed economia locale sia un fattore positivo, un dato superiore di ben sei punti percentuali rispetto alla media nazionale (71%).
COSTRUIRE SENZA CONSUMARE IL FUTURO, Antonio Ciucci: “Il valore dell’edilizia si misura nella qualità dei luoghi”
di Fausto Farinelli – Porto Cervo, 11 Aprile 2026
Da Porto Cervo una riflessione sul presente e sul domani delle costruzioni italiane: rigenerazione urbana, casa, infrastrutture, giovani e manutenzione al centro del confronto con il presidente di Ance Roma.
In un contesto che richiama con forza il rapporto tra paesaggio e architettura, Antonio Ciucci indica una direzione chiara: meno retorica, più visione. Perché costruire bene, oggi, significa tenere insieme sviluppo, bellezza e responsabilità.
Arrivo a Porto Cervo alle 15, come sempre con un po’ di anticipo quando mi attende un’intervista importante. La giornata è di quelle che amplificano la bellezza del luogo: la luce del sole accende i profili della Costa Smeralda e ne restituisce tutta l’eleganza, senza intaccarne la naturalezza. L’occasione è la riunione della Segreteria della Commissione Opere Pubbliche dell’Ance, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, alla presenza dei presidenti Pierpaolo Tilocca per Ance Sardegna, Silvio Alciator per Ance Centro Nord Sardegna, Alberto Cancellu per Ance Sardegna Centrale e Renato Vargiu per Ance Sardegna Meridionale.
È in questo contesto che incontro l’ingegner Antonio Ciucci, presidente di Ance Roma. E proprio in uno scenario che richiama con immediatezza il rapporto tra paesaggio, architettura e visione, il confronto con lui si trasforma in una riflessione ampia sul presente e sul futuro del costruire in Italia.
Presidente Ciucci, ci sono luoghi come la Costa Smeralda in cui l’architettura sembra suggerire una regola semplice: costruire bene significa non imporsi sul paesaggio, ma interpretarlo. L’edilizia italiana è pronta oggi a questa responsabilità?
“Sì, penso di sì. Oggi siamo più pronti rispetto al passato. Sono cambiate le norme, è cresciuta la sensibilità verso l’ambiente ed è maturata anche una coscienza diversa nel rapporto con il territorio. Però il rispetto del paesaggio non può trasformarsi nel blocco di tutto. La lezione di luoghi come questo è che si può intervenire, e lo si può fare molto bene.”
Quindi il nodo non è se costruire, ma in che modo farlo.
“Esattamente. Dobbiamo smontare l’idea che costruire significhi per forza deturpare. Il problema non è l’edilizia in sé, ma la qualità dell’intervento. C’è una differenza netta tra chi specula e chi invece realizza opere che generano valore. L’edilizia è un’industria sana, che dà lavoro, sostiene famiglie e accompagna lo sviluppo.”
In che senso le costruzioni restano un motore di crescita?
“Nel senso più concreto possibile. Le infrastrutture sviluppano i territori, li collegano, li rendono più accessibili e competitivi. Non parliamo solo di edifici, ma di servizi, mobilità, vivibilità. È questo il punto: quando il costruire è pensato bene, produce effetti che vanno oltre il singolo intervento.”
La Sardegna è un laboratorio interessante da questo punto di vista?
“Sì, perché qui si vede bene quanto lo sviluppo debba essere complessivo. Ci sono realtà di altissimo livello, ma servono anche trasporti efficienti, servizi e una visione che tenga insieme turismo, residenzialità e qualità della vita. Un territorio cresce davvero solo quando le sue parti dialogano tra loro.”
In questo discorso rientra anche il tema dello spopolamento?
“Certamente. Le costruzioni hanno anche una funzione sociale, perché incidono sulla possibilità di restare in un luogo, di viverci bene, di immaginarci un futuro. Se un territorio è ben collegato, ben servito e ben organizzato, ha più forza. Se manca tutto questo, si indebolisce.”
Quanto pesa, in questa prospettiva, il rapporto con la politica?
“Pesa molto, perché il nostro settore si muove dentro un sistema complesso. Ci sono competenze statali, regionali e comunali, e proprio per questo il confronto istituzionale è fondamentale. Devo dire che la collaborazione con la politica è buona e che il settore è ascoltato. Allo stesso tempo, però, ci si confronta spesso con un quadro normativo stratificato, datato e non sempre adeguato ai bisogni attuali. Per questo servirebbe una riorganizzazione più coraggiosa delle regole.”
C’è un termine che torna spesso quando si parla di edilizia: rigenerazione. È davvero la parola chiave?
“Lo è, ma a patto di non usarla come slogan. La rigenerazione piace a tutti, però poi bisogna renderla possibile. Servono norme chiare, equilibrio economico e strumenti che permettano davvero di intervenire sul patrimonio esistente.”
Oggi qual è l’ostacolo principale?
“I costi. Costruire costa molto, ma rigenerare spesso costa ancora di più. E nello stesso tempo i redditi delle famiglie non sono cresciuti in modo coerente. Questo crea uno squilibrio evidente. Se vogliamo davvero recuperare l’esistente e limitare il consumo di suolo, dobbiamo mettere le persone nelle condizioni di poterlo fare.”
E qui entra in gioco il tema della casa.
“Sì, perché la casa è una questione centrale. Manca per i giovani, per gli studenti, per le nuove famiglie, per chi vive da solo. È un tema che riguarda tutta l’Europa, ma in Italia assume un peso particolare perché si intreccia con un patrimonio edilizio vecchio e con un accesso sempre più difficile all’acquisto o all’affitto.”
Per anni il valore dell’edilizia è stato misurato soprattutto in quantità. Oggi quel criterio regge ancora?
“No, oggi il valore si misura nella qualità urbana. Questa è la vera svolta. Non conta solo quanto costruisci, ma che tipo di città lasci, che qualità dell’abitare produci, che beneficio porti alle persone.”
La Costa Smeralda, in questa chiave, resta un modello?
“Resta un esempio importante, perché dimostra che quando il costruito dialoga con il paesaggio si genera attrattività e identità. Però la sfida vera è fare in modo che la qualità non resti confinata ai luoghi privilegiati. Va portata anche nelle città, nei quartieri, nelle periferie.”
È lì che la rigenerazione diventa anche una questione sociale.
“Assolutamente. Dove migliori lo spazio urbano, spesso migliori anche il contesto sociale. Le periferie non chiedono solo interventi edilizi: chiedono attenzione, servizi, dignità. La rigenerazione, quando è fatta bene, non cambia solo l’aspetto di un luogo, ma anche la sua funzione nella vita quotidiana.”
Possiamo definire Milano come caso emblematico di trasformazione.
“Sì, perché al di là delle polemiche, una cosa è evidente: Milano è cambiata profondamente. La città di oggi è molto diversa da quella di trent’anni fa. Dal punto di vista architettonico ha acquisito una forza nuova, più riconoscibile, più attrattiva. Questo dimostra che la qualità del costruito incide anche sul posizionamento di una città.”
L’Italia può trasformare questa qualità in una leva di attrazione internazionale?
“In parte lo fa già. Siamo un Paese che offre paesaggio, storia, patrimonio, qualità della vita. Ma dobbiamo stare attenti a non diventare soltanto una meta per ricchi e turisti. L’Italia deve restare un Paese vivibile anche per chi ci abita, lavora e costruisce qui il proprio futuro.”
Lei è un imprenditore di seconda generazione. Quanto ha pesato la storia della sua famiglia nella costruzione del suo sguardo sul settore?
“Ha pesato molto. Mio padre ha fondato l’azienda nel 1968, partendo dal settore delle strade, in una fase in cui infrastrutture e ricostruzione erano decisive per la crescita del Paese. Sono cresciuto con l’idea che fare impresa significhi non solo creare lavoro e sviluppo, ma anche assumersi una responsabilità verso il territorio.”
E anche il suo impegno associativo nasce da questa impostazione?
“Sì. Ho sempre vissuto l’associazione come un luogo in cui mettere a disposizione esperienza e tempo per il bene del settore. Credo molto nella rappresentanza, nella condivisione delle responsabilità e nella necessità di dare continuità a un sistema che ha bisogno di competenza, ma anche di ricambio.”
Che cosa difende, oggi, con più convinzione dell’esperienza Ance?
“Difendo il suo ruolo di riferimento per il comparto. Si può migliorare, naturalmente, ma resta una struttura solida, capace di rappresentare il settore, investire in sicurezza, promuovere formazione e qualità del lavoro. Questo patrimonio non va disperso.”
C’è però un punto sul quale lei appare particolarmente preoccupato: i giovani.
“Sì, perché il problema è serio. Mancano operai specializzati, competenze tecniche, figure formate. Ce ne siamo accorti ancora di più negli ultimi anni, con l’aumento degli investimenti: il settore aveva bisogno di persone, ma il ricambio non era sufficiente.”
Perché i giovani si tengono lontani da questo mondo?
“Perché probabilmente non siamo riusciti a raccontarlo nel modo giusto. Prima ancora di formare, bisogna far capire che questo è un mestiere bello, concreto, intelligente. Richiede esperienza, precisione, manualità. Non è un lavoro minore, come a volte viene percepito.”
In un tempo dominato dall’intelligenza artificiale, questo può diventare persino un punto di forza?
“Sì, perché la tecnologia ci aiuterà sempre di più, ma alla fine una cosa la devi costruire. Ci sono competenze pratiche, tecniche e artigianali che restano centrali. E questo è un messaggio importante anche per le nuove generazioni.”
Se dovesse indicare le priorità del settore nei prossimi anni, da dove partirebbe?
“Dalla casa, innanzitutto. Poi dal dissesto idrogeologico, perché ogni stagione ci ricorda quanto il nostro Paese sia fragile. E naturalmente dalla rigenerazione urbana, che deve diventare concreta. Ma c’è anche un altro tema fondamentale: la manutenzione.”
Perché la manutenzione continua a essere così decisiva?
“Perché per troppo tempo abbiamo trascurato ciò che già esiste. Un Paese serio non si limita a costruire nuove opere: si prende cura di quelle che ha. Infrastrutture, edifici, reti, territorio: la manutenzione è parte integrante dello sviluppo.”
Se dovesse lasciare un’immagine conclusiva del suo pensiero, quale sceglierebbe?
“Direi questa: il futuro dell’edilizia italiana non si gioca sui volumi, ma sulla qualità dei luoghi. È lì che si misura davvero il valore del nostro lavoro.”