PNRR: Una Corsa Contro il Tempo per Stimolare la Crescita e Superare le Sfide Regionali in Italia

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è attualmente in una situazione critica. Con il tempo che scorre e i ritardi che si accumulano, in particolare nelle regioni del Sud Italia, il governo cerca soluzioni per spostare alcuni progetti sui fondi Coesione, guadagnando così tre anni in più per utilizzare le risorse. Tuttavia, le regioni meridionali temono che i loro programmi possano essere sacrificati a vantaggio di quelli nazionali.

Questa situazione preoccupante è ulteriormente aggravata dall’accusa del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che sostiene che il ministro Raffaele Fitto voglia prendere i soldi destinati al Sud e distribuirli sul piano nazionale, coprendo così i costi energetici del Nord. Il Mezzogiorno deve affrontare non solo la storica difficoltà di investire risorse, ma anche la mancanza di competenze nelle amministrazioni locali.

Uno studio della Svimez rivela che il 62% dei Comuni del Sud ha trovato complessa la partecipazione ai bandi del PNRR, e le opere che procedono più lentamente sono quelle fino a un milione di euro. Il Ragioniere Generale dello Stato, Biagio Mazzotta, ha recentemente annunciato che su 164.000 progetti presentati per il PNRR, 62.000 riguardano il Sud, ma solo un terzo ha ricevuto la necessaria validazione.

La maggior parte degli interventi che potrebbero essere spostati dal PNRR ai fondi Coesione riguarda la transizione verde e digitale, il sostegno al lavoro dei giovani e delle donne, le misure per le aree di Taranto (ex Ilva) e del Sulcis (dove operava Alcoa) e gli interventi di rigenerazione urbana nelle sei città metropolitane del Mezzogiorno.

Il lavoro del ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto, ha un altro obiettivo importante: liberare miliardi nel piano stesso trasferendo i progetti dal PNRR alla Coesione, permettendo così al centrodestra di agire su un pacchetto di interventi ereditato da Mario Draghi senza avere margini di manovra.

Entro il 31 di questo mese, l’Europa dovrebbe approvare la terza rata del PNRR, pari a 19 miliardi di euro, da girare all’Italia. La Commissione europea si appresta anche a dare luce verde al piano italiano per trasferire le opere del PNRR che non potranno essere completate entro il 2026 sotto l’ombrello della Coesione, le cui risorse possono essere erogate entro il 2029. Tuttavia, per giustificare questo allungamento, servono “circostanze oggettive” che rendono impossibile la realizzazione dei progetti entro il 2027, come ad esempio la carenza di materie prime.

Un altro aspetto da considerare è che, per utilizzare i fondi della Coesione, è necessario cofinanziare gli interventi e mantenere inalterata la ripartizione tra le Regioni. È per questo motivo che le modifiche al PNRR che il governo presenterà a Bruxelles riguarderanno soprattutto il Meridione. La fetta più grossa della torta della Coesione spetta alle Regioni meno sviluppate: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, che insieme hanno ottenuto per i programmi regionali 2021-2027 quasi 27 miliardi su 48,5. Per fare un esempio, la Campania ha 7 miliardi da spendere, il Piemonte 2,8.

Inoltre, spostare i progetti al Sud avrebbe il vantaggio per lo Stato di dover aggiungere meno risorse proprie: il cofinanziamento, infatti, prevede almeno il 15% di fondi nazionali per le regioni meno sviluppate, il 40% per quelle in transizione e il 60% per quelle più sviluppate. Detto così sembra tutto facile, ma la spesa resta il grande problema italiano, tanto che bisogna spendere ancora 20 miliardi ereditati dal precedente bilancio europeo (2014-2020), e per non perderli c’è tempo solo fino al 31 dicembre di quest’anno.

Sono a rischio gli investimenti dei Comuni del Mezzogiorno. Il 62% delle amministrazioni considera complessa la partecipazione ai bandi del PNRR contro il 57% dei Comuni del Centro-Nord. La realizzazione di un’infrastruttura sociale al Sud richiede nove mesi in più rispetto alla media dei Comuni italiani.

L’impegno c’è, visto che tra le amministrazioni con meno di 30 mila abitanti risulta una partecipazione ai bandi mediamente più alta nel Mezzogiorno, ma un tasso di aggiudicazione più contenuto. Tra i fattori che hanno generato criticità c’è l’eccessiva complessità delle procedure. Oltre il 40% dei Comuni ha avuto necessità di ricorrere a consulenze esterne per la partecipazione ai bandi.

Le stime della Svimez – l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno – sui tempi di realizzazione delle infrastrutture sociali confermano il gap di capacità realizzativa al Sud. Le opere che procedono più a rilento sono quelle con investimenti fino a un milione di euro.

I ritardi si accumulano soprattutto nelle fasi iniziali di affidamento dei lavori, rallentate dalle carenze di personale tecnico specializzato. La percentuale di personale under 40 dei Comuni è del 4,8 per cento nel Mezzogiorno (10,2% nel Centro-Nord); e solo il 21,2% dei dipendenti comunali al Sud è laureato (28,9% del Centro-Nord).

Cosa è il fondo di coesione?

Il Fondo di Coesione è uno dei principali strumenti finanziari dell’Unione Europea, finalizzato a ridurre le disparità economiche e sociali tra le regioni degli Stati membri. Esso fa parte della cosiddetta “politica di coesione” dell’UE, insieme al Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e al Fondo Sociale Europeo (FSE). In Italia, il Fondo di Coesione contribuisce a finanziare progetti e iniziative mirate allo sviluppo sostenibile, alla crescita economica e alla creazione di occupazione, in particolare nelle regioni meno sviluppate.

Il Fondo di Coesione si concentra principalmente su tre obiettivi principali:

  1. Obiettivo “Convergenza”: Questo obiettivo si riferisce al sostegno alle regioni meno sviluppate, con un PIL pro capite inferiore al 75% della media dell’UE. L’obiettivo è quello di promuovere la crescita economica e migliorare la qualità della vita nelle regioni interessate.
  2. Obiettivo “Competitività regionale e occupazione”: Questo obiettivo si rivolge alle regioni che non rientrano nella categoria “Convergenza” e mira a promuovere la competitività economica, l’innovazione, l’occupazione e lo sviluppo sostenibile.
  3. Obiettivo “Cooperazione territoriale europea”: Questo obiettivo promuove la cooperazione tra le regioni e gli Stati membri al fine di affrontare sfide comuni e promuovere lo sviluppo sostenibile a livello transnazionale e interregionale.

In Italia, il Fondo di Coesione viene assegnato attraverso programmi operativi pluriennali, negoziati tra il governo italiano e la Commissione Europea. Questi programmi stabiliscono gli obiettivi e le priorità di finanziamento specifiche per ciascuna regione e le modalità di attuazione dei progetti.

Il Fondo di Coesione rappresenta una risorsa importante per l’Italia, in particolare per le regioni meno sviluppate del Mezzogiorno, come Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Attraverso il Fondo di Coesione, l’Italia può investire in progetti di sviluppo infrastrutturale, formazione professionale, ricerca e innovazione, e altre iniziative volte a migliorare la competitività e la qualità della vita delle sue regioni.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) fa parte del Next Generation EU, un fondo di 750 miliardi di euro creato dall’Unione Europea per aiutare gli stati membri a riprendersi dalla crisi economica causata dalla pandemia di COVID-19. Il PNRR prevede l’erogazione di sovvenzioni e prestiti agli stati membri.

Tuttavia, la distribuzione esatta delle risorse varia da paese a paese, poiché dipende dalle dimensioni dell’economia, dalla popolazione e dalle esigenze specifiche di ciascuno stato membro. Ad esempio, l’Italia riceverà circa 191,5 miliardi di euro (comprese sovvenzioni e prestiti), rendendola il maggior beneficiario del PNRR.

Alcuni degli altri grandi beneficiari del PNRR includono:

  1. Spagna: circa 140 miliardi di euro (comprese sovvenzioni e prestiti)
  2. Francia: circa 40 miliardi di euro (principalmente in sovvenzioni)
  3. Polonia: circa 23,9 miliardi di euro (principalmente in sovvenzioni)
  4. Germania: circa 22,4 miliardi di euro (principalmente in sovvenzioni)

I dati precisi sui fondi destinati alle singole regioni italiane nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) possono variare nel tempo e non sono sempre disponibili in modo dettagliato. Tuttavia, è possibile fornire alcune stime riguardo ai fondi destinati alle regioni italiane meno sviluppate nel periodo 2021-2027 dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), Fondo Sociale Europeo (FSE) e Fondo di Coesione, che insieme formano la “politica di coesione” dell’UE.

Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia sono le regioni meno sviluppate e ricevono la fetta più grossa dei fondi di coesione. In totale, queste regioni hanno ottenuto quasi 27 miliardi di euro su 48,5 miliardi di euro stanziati per l’Italia nel periodo 2021-2027. Ecco alcune stime dei fondi destinati a queste regioni:

  1. Basilicata: circa 2,5 miliardi di euro
  2. Calabria: circa 5,1 miliardi di euro
  3. Campania: circa 7 miliardi di euro
  4. Molise: circa 1 miliardo di euro
  5. Puglia: circa 4,6 miliardi di euro
  6. Sardegna: circa 2,9 miliardi di euro
  7. Sicilia: circa 4,3 miliardi di euro

È importante notare che questi importi sono solo stime e potrebbero cambiare nel tempo. Inoltre, queste cifre riguardano i fondi stanziati nell’ambito della politica di coesione dell’UE e non solo dal PNRR. I fondi del PNRR vengono assegnati per progetti specifici e possono essere distribuiti in modo diverso tra le regioni italiane.




Impatti della Riforma Fiscale in Italia: Come la Nuova IRPEF Potrebbe Influenzare le Diverse Fasce di Reddito

In uno scenario di riforma fiscale prevista per il futuro, si prospetta una possibile variazione dell’IRPEF, che potrebbe portare a un impatto diverso sulle diverse fasce di reddito. Per i redditi più bassi, intorno ai 20.000 euro, si potrebbe verificare una perdita fino a 150 euro o, al contrario, un risparmio fino a 100 euro. Per le fasce di reddito più elevate, tra 50.000 e 60.000 euro, il beneficio sarebbe garantito e oscillerebbe tra un minimo di 260 euro e un massimo di 1.150 euro.

Il governo, che si è dato due anni di tempo per l’intera trasformazione del fisco, mira a mettere in moto questo meccanismo a partire dal 2024. La nuova IRPEF ipotizzata dall’esecutivo prevede il passaggio da 4 a 3 aliquote, con un ampliamento significativo del primo scaglione (23% fino a 15.000 euro di reddito) per ricomprendere un maggior numero di lavoratori dipendenti, come espresso dalla premier Giorgia Meloni. Sebbene i numeri precisi non siano ancora noti, circolano diverse ipotesi.

La Fondazione nazionale commercialisti ha elaborato alcune simulazioni relative all’IRPEF netta per tre diverse tipologie di reddito (dipendente, pensionato e autonomo) e quattro diverse soglie reddituali (20.000, 35.000, 50.000 e 60.000 euro), ipotizzando tre scenari e confrontandoli con la situazione attuale, caratterizzata da 4 aliquote. In un primo scenario, più costoso, si prevede l’abbassamento di sette punti della terza aliquota, mentre in un secondo scenario meno costoso si avrebbe un guadagno per tutti. Infine, una terza ipotesi ancora meno costosa garantirebbe un risparmio per la fascia più bassa e 260 euro per tutti gli altri redditi oltre 28.000 euro.

La Fondazione nazionale commercialisti sottolinea che, in generale, le modifiche ipotizzate comportano guadagni maggiori per i redditi più alti in termini assoluti, ma i guadagni in termini relativi sono maggiori per le fasce più basse. Tuttavia, l’effetto finale dipenderà dalle modifiche apportate alla no tax area e al sistema delle detrazioni e delle altre spese deducibili che potrebbero incidere in maniera significativa anche sui redditi più elevati a seconda delle scelte operate.

Le principali tassazioni in Europa includono:

  1. Imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF)
  2. Imposta sul valore aggiunto (IVA)
  3. Imposta sul reddito delle società (IRES)
  4. Imposte sui salari e contributi previdenziali
  5. Imposte immobiliari e patrimoniali
  6. Imposte ambientali (es. carbon tax)
  7. Imposte sui capitali e sulle transazioni finanziarie.

Elenchiamo ora le principali tassazioni in alcuni paesi europei:

  1. Germania:

    • Aliquota minima: 14%
    • Aliquota massima: 45%

  2. Francia:

    • Aliquota minima: 0%
    • Aliquota massima: 45%

  3. Regno Unito:

    • Aliquota minima: 0%
    • Aliquota massima: 45% (50% in Scozia)

  4. Spagna:

    • Aliquota minima: 19%
    • Aliquota massima: 45%

  5. Italia:

    • Aliquota minima: 23%
    • Aliquota massima: 43%

  6. Paesi Bassi:

    • Aliquota minima: 9,65%
    • Aliquota massima: 49,50%

  7. Svezia:

    • Aliquota minima: 0%
    • Aliquota massima: 57%

Le differenze nelle tassazioni tra i paesi europei mostrano la diversità degli approcci fiscali e la necessità di trovare un equilibrio tra equità e crescita economica.

  1. Thomas Piketty, economista francese e autore del libro “Il capitale nel XXI secolo”, sostiene che un sistema fiscale più progressivo, con aliquote più elevate per i redditi più alti, può ridurre la disuguaglianza economica e promuovere una distribuzione più equa delle risorse.
  2. Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, propone di eliminare le esenzioni fiscali e le agevolazioni che favoriscono i ricchi e le grandi imprese, e di introdurre una tassazione più equa e progressiva. Inoltre, suggerisce di aumentare la tassazione delle rendite finanziarie e di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie per scoraggiare la speculazione e promuovere gli investimenti produttivi.
  3. Paul Krugman, anch’esso premio Nobel per l’economia, sottolinea l’importanza di una tassazione ambientale per affrontare i problemi climatici e incentivare la transizione verso un’economia più sostenibile. Questo tipo di tassazione potrebbe includere una tassa sulle emissioni di carbonio e l’introduzione di incentivi fiscali per le energie rinnovabili e le tecnologie pulite.
  4. Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, economisti all’Università della California, Berkeley, sostengono l’introduzione di una tassa patrimoniale progressiva che colpisca le grandi fortune e le eredità. Questo potrebbe contribuire a ridurre la concentrazione della ricchezza e a finanziare servizi pubblici essenziali come l’istruzione e la sanità.
  5. Richard Murphy, economista britannico e sostenitore della trasparenza fiscale, propone una maggiore cooperazione internazionale per combattere l’evasione fiscale e l’elusione fiscale da parte delle multinazionali. Questo potrebbe includere l’introduzione di un’imposta minima globale sulle imprese e una maggiore condivisione delle informazioni tra le autorità fiscali.

Queste sono solo alcune delle idee proposte dagli esperti per rendere il sistema fiscale più giusto ed adeguato al tempo in cui viviamo. La chiave sta nel trovare un equilibrio tra equità, efficienza e sostenibilità, considerando le sfide economiche, sociali e ambientali che affrontiamo oggi.

L’equità fiscale è un concetto cruciale per assicurare che il sistema fiscale sia giusto e non aggravare ulteriormente le disuguaglianze economiche. Tuttavia, è importante considerare anche l’impatto delle tasse sulle dinamiche economiche, poiché tasse eccessive potrebbero frenare la crescita e l’innovazione.

Le politiche fiscali di Ronald Reagan e Margaret Thatcher negli anni ’80 offrono un interessante punto di riferimento storico in merito all’equilibrio tra equità ed efficienza economica. Entrambi i leader hanno promosso un approccio liberista, riducendo le aliquote fiscali e favorendo la deregolamentazione per stimolare la crescita economica e l’imprenditorialità.

Reagan, attraverso la sua politica economica nota come “Reaganomics”, ha attuato tagli significativi alle aliquote fiscali, riducendo la tassazione per le fasce di reddito più elevate, nella convinzione che queste misure avrebbero incoraggiato gli investimenti e creato nuovi posti di lavoro. Allo stesso modo, Thatcher ha portato avanti un’agenda liberista nel Regno Unito, privatizzando le imprese statali e riducendo la tassazione sul reddito e sulle imprese.

Tuttavia, queste politiche hanno avuto effetti controversi sulle società di entrambi i paesi. Se da un lato la riduzione delle tasse ha favorito la crescita economica e l’espansione del settore privato, dall’altro ha contribuito ad accentuare le disuguaglianze tra ricchi e poveri, poiché i benefici sono stati in gran parte appannaggio delle classi più abbienti.

Durante i governi di Ronald Reagan negli Stati Uniti (1981-1989) e Margaret Thatcher nel Regno Unito (1979-1990), si sono verificati cambiamenti significativi nelle economie di entrambi i paesi. Di seguito sono riportati alcuni dati statistici chiave che caratterizzano questi periodi:

Stati Uniti:

  1. Crescita del PIL: La crescita media annuale del PIL durante l’amministrazione Reagan è stata dell’3,5%. Il PIL degli Stati Uniti è passato da circa 3.127 miliardi di dollari nel 1980 a circa 5.657 miliardi di dollari nel 1989 (fonte: Bureau of Economic Analysis).
  2. Disoccupazione: La disoccupazione è passata dal 7,5% nel 1980 al 5,3% nel 1989, con un picco del 10,8% nel 1982 (fonte: Bureau of Labor Statistics).
  3. Inflazione: L’inflazione è diminuita notevolmente durante l’amministrazione Reagan, passando dal 13,5% nel 1980 al 4,8% nel 1989 (fonte: Bureau of Labor Statistics).

Regno Unito:

  1. Crescita del PIL: La crescita media annuale del PIL durante il governo di Thatcher è stata dell’2,3%. Il PIL del Regno Unito è passato da circa 347 miliardi di sterline nel 1979 a circa 569 miliardi di sterline nel 1990 (fonte: Office for National Statistics).
  2. Disoccupazione: La disoccupazione nel Regno Unito è aumentata durante il governo di Thatcher, passando dal 5,3% nel 1979 all’8,7% nel 1990, con un picco del 12,0% nel 1984 (fonte: Office for National Statistics).
  3. Inflazione: L’inflazione nel Regno Unito è diminuita nel corso degli anni ’80, passando dal 13,4% nel 1979 al 7,0% nel 1990 (fonte: Office for National Statistics).

La lezione che possiamo trarre da queste esperienze storiche è che l’equilibrio tra equità fiscale e crescita economica è un aspetto fondamentale da considerare nella progettazione di un sistema fiscale. È importante trovare un punto di equilibrio tra la necessità di garantire un’adeguata redistribuzione della ricchezza e quella di incentivare l’imprenditorialità e gli investimenti senza soffocare l’economia.

L’equità fiscale è un obiettivo cruciale, ma è fondamentale affrontarlo con attenzione per evitare di pregiudicare la crescita economica e l’innovazione. La sfida sta nell’implementare un sistema fiscale che sia giusto, sostenibile ed efficiente, tenendo conto delle lezioni apprese dalle esperienze storiche come quelle di Reagan e Thatcher.




Carenza di personale negli stabilimenti balneari pugliesi: un’allarmante tendenza che riflette il cambiamento nella società e nel mondo del lavoro

Man mano che l’estate si avvicina, gli stabilimenti balneari della Puglia si trovano a dover affrontare una preoccupante carenza di personale, tra bagnini e addetti ai bar. Gli imprenditori locali sono allarmati: sembra che i giovani lavoratori facciano fatica a sopportare le lunghe giornate sotto il sole.

Quest’anno, la stagione estiva si preannuncia come un periodo di forte ansia per i gestori degli stabilimenti balneari pugliesi, che stanno cercando di riaprire i loro lidi e trovare il personale necessario. La carenza di bagnini e di personale per bar e ristoranti sulla spiaggia è diventata un problema serio da affrontare.

Assoturismo Confesercenti ha calcolato un fabbisogno di 210.000 addetti nel periodo tra febbraio e aprile a livello nazionale, e questa preoccupazione è condivisa anche in Puglia. La crescente difficoltà nel trovare giovani disposti a lavorare durante l’estate, rinunciando magari ai fine settimana liberi, sta diventando un problema strutturale e demografico che richiede un intervento deciso.

Antonio Capacchione, presidente del sindacato italiano balneari di Fipe-Confcommercio, afferma che il problema non riguarda solo gli stabilimenti balneari e non dipende esclusivamente dal reddito di cittadinanza. C’è una questione culturale di fondo: alcuni lavori sono percepiti come di serie B, e questa mentalità deve essere affrontata senza cadere in battaglie ideologiche.

Allo stesso tempo, i gestori dei lidi pugliesi stanno cercando di anticipare il problema, selezionando e formando il personale con largo anticipo. Molti stabilimenti stanno già lavorando all’apertura dei ristoranti sul mare in vista della nuova stagione.

Domenico Alba, presidente CNA balneari dell’Area metropolitana di Bari, testimonia la trasformazione del lavoro estivo nel corso dei suoi 32 anni alla guida di “Sabbiadoro Beach”. Secondo Alba, un tempo i giovani avevano maggior spirito di sacrificio, desiderio di guadagnare e resistenza fisica. Oggi, invece, sembra che la vita sia più facile per loro, e non avvertono la necessità di mettere da parte soldi o di lavorare per molte ore sotto il sole.

La difficoltà nel trovare personale è un riflesso del cambiamento della società e delle strutture balneari, che oggi sono diventate vere e proprie aziende. Gli stabilimenti richiedono personale qualificato e poliglotta, con stipendi che variano tra 1.200 e 1.600 euro al mese. La situazione è simile anche nel Salento, dove anche lì si registra una scarsa propensione a svolgere determinati lavori.

La carenza di personale negli stabilimenti balneari pugliesi è un segnale allarmante di un cambiamento più ampio nella società e nel mondo del lavoro. Il lavoro non è più percepito come vitale come in passato, e questo potrebbe avere conseguenze negative sulla qualità dei servizi offerti e sul turismo in generale. È fondamentale affrontare e risolvere questo problema strutturale e culturale, affinché gli stabilimenti balneari possano continuare a prosperare e offrire esperienze di qualità ai turisti e ai visitatori locali. La valorizzazione del lavoro e l’investimento nella formazione di personale competente e motivato sono aspetti cruciali per invertire questa tendenza e garantire un futuro più roseo per il settore turistico balneare.




Accademia Olearia di Alghero incoronata Azienda dell’anno 2023 da Gambero Rosso

L’Accademia Olearia di Alghero, storica azienda della famiglia Fois, riceve il prestigioso premio Azienda dell’anno 2023 assegnato da Gambero Rosso. Inoltre, tre prodotti dell’Accademia Olearia sono stati premiati per la loro eccellenza: il Dop Sardegna Monocultivar Bosana Bio con Tre Foglie, il Gran Riserva Giuseppe Fois e la Riserva del Produttore Dop Sardegna con Due Foglie Rosse.

La famiglia Fois ha voluto dedicare questo riconoscimento a tutti coloro che credono nella loro azienda ogni giorno e, soprattutto, alla Sardegna, la terra che li ha sempre accolti e ispirati con i suoi profumi inconfondibili.

La guida Oli d’Italia di Gambero Rosso rappresenta un punto di riferimento per consumatori e professionisti del settore gastronomico, sia italiani che stranieri, nella ricerca delle migliori aziende olearie.

Breve storia dell’Accademia Olearia di Alghero: L’Accademia Olearia è stata fondata nel 1940 ad Alghero, in Sardegna, dalla famiglia Fois, con l’obiettivo di produrre olio di oliva di alta qualità. Da allora, l’azienda ha continuato a crescere e a svilupparsi, mantenendo vivo il legame con la tradizione e l’amore per la propria terra. Nel corso degli anni, l’Accademia Olearia ha investito in tecnologie all’avanguardia e tecniche di produzione sostenibili, riuscendo a combinare l’innovazione con la passione per l’arte olearia. Grazie a queste scelte, l’azienda è riuscita a imporsi sul mercato nazionale e internazionale, ottenendo numerosi premi e riconoscimenti per la qualità dei suoi oli di oliva.




Dopo 15 anni in fuga dalla Giustizia, i Carabinieri mettono la parola fine alla misteriosa latitanza del buddusoino Quirico CARTA.

Era il 14 febbraio 2008 quando, armato di pistola, entrò in un bar del suo paese e colpì gravemente due avventori che, nonostante le ferite riportate, riuscirono a sottrarsi alla sua furia omicida; da quel momento, Quirico CARTA – buddusoino 47enne, già conosciuto alle cronache per un altro omicidio commesso nel 1993 e per il quale aveva scontato una lunga pena – si era dato definitivamente alla macchia, senza dare più notizie di sé.
A nulla erano valsi i reiterati inviti a costituirsi, nemmeno l’appello lanciato dal parroco durante l’omelia domenicale: Quirico Carta, subito colpito da un’Ordinanza di custodia in carcere, era definitivamente scomparso; poi, quasi a sigillare definitivamente lo stato di latitanza, il 17 ottobre 2012 era giunto l’esito del processo per il duplice tentato omicidio ed il porto dell’arma clandestina: 16 anni di reclusione, un verdetto che aveva sicuramente rafforzato la volontà di non farsi più prendere dalla Giustizia.
Nel corso degli anni, i militari dell’Arma ed in particolare quelli del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Ozieri hanno condotto delle mirate attività investigative coordinate dalla Procura della Repubblica di Sassari e con la collaborazione dei militari del Nucleo Investigativo di Sassari, erano proseguite in maniera tradizionale con appostamenti in aperta campagna e pedinamenti delle persone vicine al catturando, ricorrendo anche alle più moderne tecnologie messe a disposizione degli uomini dell’Arma.
Finalmente, la lenta ma inesorabile progressione investigativa aveva concesso uno spunto importante ed il latitante era stato individuato in Corsica, nella zona di un piccolissimo comune rurale arroccato nella parte sud-occidentale dell’isola; lì, ormai dal 2013, Quirico Carta aveva iniziato una nuova vita con una compagna, una donna francese che non aveva mai sospettato nulla sulla vera identità dell’uomo che chiamava “Antonio”, con cui aveva convissuto e che si era sempre identificato con le generalità di un altro individuo, vivente, originario di Nuoro e che era inconsapevole delle trame che erano state avviate con i suoi dati personali.
Un’esistenza tranquilla condotta nella placida tranquillità delle campagne corse, drammaticamente interrotta nel pomeriggio del 30 gennaio 2018, quando un improvviso malore aveva stroncato la vita di quell’uomo che tutti conoscevano come “Antonio” e che aveva un passato oscuro che non aveva mai potuto raccontare ad alcuno; poi, il 2 giugno 2021, a seguito di una fitta cooperazione internazionale di polizia corroborata da attività rogatoriali avviate dalla Procura sassarese, gli agenti della D.T.P.J. (Direction Territoriale de Police Judiciaire) della Police Nationale di Ajaccio – seguendo le precise indicazioni fornite dai Carabinieri di Ozieri che avevano svolto tutti gli accertamenti necessari – avevano eseguito una perquisizione a casa della ex compagna del ricercato e, oltre ai documenti italiani falsi (una tessera sanitaria ed una carta d’identità facente parte di una partita di documenti asportati dal Comune di Fonni nell’Aprile 2009) era stata dissotterrata un’urna contenente le ceneri del defunto “Antonio”, alias Quirico Carta, che la compagna aveva deciso di inumare nello stesso giardino ove la morte lo aveva infine colto dopo 5 anni di convivenza insieme.
Il sequestro delle ceneri aveva così visto la discesa in campo degli specialisti del R.I.S. di Cagliari che avevano eseguito delle comparazioni incrociate tra il D.N.A. estrapolato dai resti inceneriti e quello dei parenti del ricercato, nonché con il profilo che era stato isolato dagli oggetti rinvenuti nell’ovile di Pattada ove, nell’aprile 2010, l’uomo – prima di allontanarsi poiché braccato dall’Arma – aveva soggiornato per qualche tempo; l’esame scientifico ha infine confermato l’ipotesi investigativa dei militari del N.O.R.M. di Ozieri e dei colleghi del Nucleo Investigativo di Sassari: le ceneri custodite nell’urna dissotterrata nel giardino di una sperduta abitazione in Corsica appartenevano al corpo del latitante Quirico Carta da Buddusò.




Lotta contro la disuguaglianza di genere: donne e lavoro in Sardegna

In Sardegna, la situazione del lavoro per le donne non è ancora uguale a quella degli uomini. Sono molte le sfide che le donne affrontano sul posto di lavoro, tra cui la disuguaglianza salariale, la mancanza di servizi per la cura dei bambini e il part-time involontario. Tuttavia, sono anche molte le donne che stanno lottando per creare un mondo del lavoro più equo e inclusivo.

Nel 2022, il tasso di occupazione delle donne in Sardegna è stato del 46,5%, in diminuzione dell’1,4% rispetto all’anno precedente. La Sardegna è la regione in Italia con il maggior numero di donne che lavorano a tempo parziale perché non trovano un lavoro a tempo pieno: il 26,4% delle donne. Questi numeri rappresentano una sfida importante per le donne in Sardegna, ma anche una grande opportunità per le donne che stanno lottando per i loro diritti.

La disuguaglianza salariale è un altro problema che le donne affrontano sul posto di lavoro. Nel 2022 in Italia, il divario salariale tra uomini e donne era del 13%. Le donne sono più impiegate in lavori come gli impiegati e nel settore della vendita e dei servizi alla persona. Sono meno presenti in ruoli di dirigenza e imprenditoriali. Inoltre, il divario salariale si acuisce ulteriormente con l’aumento delle competenze e della specializzazione, nei settori tipicamente maschili e con livelli retributivi maggiori.

Tuttavia, molte donne stanno lottando per creare un mondo del lavoro più equo e inclusivo. L’assessorato regionale del Lavoro ha annunciato un pacchetto di misure per aiutare le donne a conciliare il lavoro con la vita familiare e personale. Tra le misure proposte, ci sono bonus per l’assunzione di donne, supporto per chi vuole lavorare in proprio, e aiuti per la conciliazione lavoro-famiglia. L’obiettivo è quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle donne di esprimere il loro potenziale e di favorire la loro partecipazione al mercato del lavoro.

Anche molte donne politiche in Sardegna stanno lottando per i diritti delle donne sul posto di lavoro. Ada Lai, assessora regionale del Lavoro, ha sottolineato l’importanza di mantenere l’attenzione sui diritti delle donne e sugli stereotipi che limitano ancora la loro libertà. Ha anche affermato che l’obiettivo è quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle donne di esprimere il loro potenziale e di favorire la loro partecipazione al mercato del lavoro.

Alessandra Zedda, consigliera regionale di Fi, ha sottolineato che c’è ancora molto da fare per colmare il gap di genere in tutti i settori della vita e che la lotta per i diritti delle donne deve essere accompagnata da una platea maschile.

Negli ultimi 10 anni in Sardegna, il tasso di occupazione femminile è rimasto costantemente al di sotto di quello maschile, con una media annuale del 46,5% rispetto al 53,5% degli uomini. Inoltre, il tasso di occupazione femminile è diminuito leggermente dal 2021 al 2022. In termini di disuguaglianza salariale, nel 2022 il gender pay gap in Sardegna era del 13%, in linea con la media nazionale. Tuttavia, negli ultimi 10 anni la disuguaglianza salariale è diminuita gradualmente, passando dal 16,1% nel 2011 al 13% nel 2022.

Se confrontiamo la situazione in Sardegna con il resto d’Europa, emerge che la regione si trova al di sotto della media europea per quanto riguarda il tasso di occupazione femminile. Nel 2020, la media europea del tasso di occupazione femminile era del 67,3%, mentre in Sardegna era del 44,5%.

Anche la disuguaglianza salariale in Sardegna è più alta rispetto ad altri paesi europei. Nel 2019, il gender pay gap in Italia era del 16%, mentre in altri paesi come la Svezia, la Norvegia e la Finlandia il gender pay gap era inferiore al 10%.

Questi dati dimostrano che c’è ancora molto lavoro da fare in Sardegna per garantire un mondo del lavoro equo e inclusivo per le donne. Tuttavia, ci sono anche molte donne che stanno lottando per i loro diritti e che stanno lavorando per creare un futuro migliore per le donne in Sardegna e in Europa.




Sardegna in crisi economica nel 2023: Interrogare la politica regionale sulle sue responsabilità per la crescita futura

Le previsioni sull’economia della Sardegna per il 2023 non sono incoraggianti, con una possibile crescita rallentata e un Pil che potrebbe chiudere al -0,2% rispetto al 2022. Inoltre, la differenza tra il 2019 e il 2023 potrebbe attestarsi al -1,2%. Queste condizioni sono principalmente dovute all’inflazione e all’incertezza economica internazionale derivata dal conflitto in Ucraina.

Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi Confartigianato Imprese Sardegna, la pesante inflazione è il principale fattore che sta contribuendo a raffreddare la ripresa economica e a far aumentare i prezzi al consumo. A novembre 2022, i prezzi sono cresciuti in Sardegna del 13,1% rispetto all’anno precedente, superando la media nazionale dell’11,8%. Inoltre, i prezzi al consumo di energia sono aumentati del 135,9% nella stessa regione.

Nonostante l’economia regionale abbia chiuso il 2022 con una performance molto positiva, preoccupano i dati sull’inflazione per il 2023. È importante evitare a ogni costo un possibile colpo durissimo all’economia regionale. È necessario un approccio complessivo di razionalizzazione per far fronte alla crisi energetica e agli impegni assunti dal governo in tema di riforme.

In questo contesto di crisi economica nella Sardegna del 2023, molti cittadini si chiedono quali siano le responsabilità della politica regionale e cosa si possa fare per affrontare la situazione. In particolare, preoccupa il futuro dei nostri figli e delle generazioni future.

A questo proposito, si può osservare che il governatore Solinas ha recentemente dedicato il proprio tempo a dispensare incarichi, invece di concentrarsi sulla cura del popolo sardo e sulla messa in atto di politiche volte a migliorare le condizioni di vita della comunità.

È importante che le istituzioni siano al servizio della collettività, garantendo una crescita economica sostenibile e investendo nelle risorse umane e culturali della regione. Solo così sarà possibile creare un futuro migliore per i nostri figli.

Come cittadini, dobbiamo esercitare il nostro diritto di interrogare la politica regionale sulle sue responsabilità e sulle azioni che intende intraprendere per affrontare questi problemi. Soltanto attraverso un dialogo aperto e costruttivo potremo costruire un futuro migliore per la Sardegna.

Possiamo immaginare l’economia della Sardegna come un albero che ha bisogno di cure e attenzioni per crescere rigoglioso. È necessario nutrirlo e proteggerlo dalle intemperie, ma soprattutto è importante che le radici siano solide e ben piantate nel terreno, rappresentando la base su cui costruire il futuro della regione.




“Violenti atti di intimidazione ad Alghero: la città si interroga sulla violenza”

Ci sono preoccupanti segnali di violenza che si stanno manifestando ad Alghero. Nella notte tra domenica e lunedì, intorno alle 2, in via Giovanni XXIII, sono state appiccate le fiamme a due automobili regolarmente parcheggiate. Ma non è finita qui. L’incendio ha infatti gravemente danneggiato anche la facciata di un palazzo e soprattutto l’attività commerciale posta al piano terra. I vigili del fuoco intervenuti hanno fatto un lavoro encomiabile, riuscendo a evitare che il fuoco si propagasse ulteriormente e mettendo in sicurezza la zona. Tuttavia, le cause di questo incendio rimangono ancora sconosciute e le forze dell’ordine sono al lavoro per scoprirle. Ancora più allarmante è il fatto che poche settimane fa, a poche decine di metri di distanza, era già esplosa una bomba carta ai danni di un fuoristrada parcheggiato. Questi episodi sono un forte campanello d’allarme e dovrebbero spingere tutti noi ad una profonda riflessione sulla violenza e l’intimidazione. Non possiamo accettare che la nostra città diventi teatro di atti simili. È fondamentale che ci adoperiamo per creare una comunità pacifica e solidale, dove l’odio e la violenza non abbiano spazio.




La carenza di lavoratori qualificati sta frenando la crescita economica italiana

In Italia, si sta verificando una tendenza preoccupante: le aziende stanno faticando a trovare lavoratori qualificati, il che sta avendo un impatto negativo sulla crescita economica del paese. Secondo un articolo di Repubblica, molte imprese stanno avendo difficoltà a trovare personale specializzato e questo sta impedendo loro di espandersi e di sfruttare appieno le opportunità di mercato.

Secondo i dati forniti dall’ISTAT, l’occupazione in Italia è aumentata solo dello 0,1% nell’ultimo trimestre del 2022, mentre il PIL è cresciuto dello 0,4%. Ciò suggerisce che le aziende stanno avendo difficoltà a trovare lavoratori e che questo sta limitando la crescita economica del paese.

Uno dei settori che sta lottando per trovare lavoratori qualificati è quello dell’informatica. Molte aziende hanno bisogno di espandere il loro personale tecnico, ma stanno incontrando difficoltà a trovare persone con le giuste competenze. Ciò sta impedendo loro di sviluppare nuovi prodotti e servizi, limitando così il loro potenziale di crescita.

Un altro settore che sta avendo problemi è quello della meccanica. Molte aziende di questo settore hanno bisogno di ingegneri e tecnici specializzati, ma stanno lottando per trovare candidati adeguati. Questo sta limitando la loro capacità di innovare e di svilupparsi, impedendo loro di competere con successo sul mercato globale.

Il problema delle competenze insufficienti si estende anche ad altre aree, come l’agricoltura, l’edilizia e la sanità. Molte aziende stanno avendo difficoltà a trovare lavoratori qualificati in queste aree e ciò sta impedendo loro di sfruttare appieno le opportunità di mercato.

Una possibile spiegazione di questa situazione è la disconnessione tra l’offerta e la domanda di lavoro. Molte persone cercano lavoro in settori diversi da quelli in cui ci sono maggiori opportunità, e questo sta creando una carenza di lavoratori qualificati in alcune aree. Inoltre, ci sono anche problemi di formazione e di istruzione, che stanno limitando la capacità delle persone di acquisire le competenze necessarie per lavorare in settori specializzati.

Il governo italiano sta cercando di affrontare questo problema attraverso una serie di iniziative. Ad esempio, ha recentemente annunciato un programma di finanziamento per la formazione professionale, che mira a sviluppare le competenze dei lavoratori e a fornire loro le competenze necessarie per lavorare nei settori più richiesti. Inoltre, il governo sta lavorando per promuovere l’innovazione e lo sviluppo tecnologico, che potrebbero aiutare le aziende a trovare nuove soluzioni per la carenza di personale qualificato.

Tuttavia, ci sono anche sfide che il governo deve affrontare. Una di queste è quella di garantire che le iniziative di formazione professionale siano accessibili a tutti, compresi coloro che provengono da famiglie svantaggiate o che hanno difficoltà ad accedere all’istruzione superiore. Inoltre, ci sono anche problemi legati alla flessibilità del mercato del lavoro, che rendono difficile per le aziende assumere e licenziare lavoratori in base alle esigenze del mercato.

Alcuni esperti ritengono che sia necessario anche incentivare le imprese a investire di più nella formazione dei propri dipendenti. Questo potrebbe aiutare a colmare il divario tra le competenze richieste e quelle effettivamente disponibili sul mercato del lavoro.

Inoltre, il governo italiano potrebbe cercare di incoraggiare la migrazione di lavoratori qualificati da altri paesi dell’Unione Europea. Ci sono molte persone altamente qualificate in altri paesi europei che potrebbero essere interessate a lavorare in Italia, ma che non sono consapevoli delle opportunità disponibili. Attraverso campagne di marketing e iniziative di networking, il governo potrebbe aiutare a connettere questi lavoratori con le aziende italiane che cercano personale specializzato.




“Sassari, la città italiana con l’aria più pulita secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente: ecco la sorprendente classifica”

Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), la città di Sassari in Sardegna è la città con l’aria più pulita d’Italia. L’EEA ha pubblicato la sua valutazione sulla qualità dell’aria nelle città europee, basata su dati rilevati nel 2021.

Sassari ha ottenuto una valutazione “buona” per la qualità dell’aria, il massimo punteggio possibile, grazie alle basse concentrazioni di particolato PM10 e PM2,5, ossido di azoto e biossido di azoto. La città ha ottenuto un punteggio superiore a quello di molte altre città italiane, tra cui Milano, Torino, Roma e Napoli.

L’EEA ha affermato che la qualità dell’aria nelle città europee è migliorata negli ultimi anni, ma che ancora molte città non rispettano i limiti di qualità dell’aria dell’Unione Europea. La qualità dell’aria è un tema importante per la salute pubblica, poiché l’inquinamento atmosferico è legato a numerose malattie respiratorie e cardiovascolari.

La città di Sassari ha fatto importanti passi avanti nella riduzione dell’inquinamento atmosferico, adottando politiche ambientali sostenibili e investendo in fonti di energia rinnovabile. Questo risultato dimostra che la lotta all’inquinamento atmosferico può essere efficace se vengono adottate misure adeguate.

L’Agenzia europea dell’ambiente è un’agenzia dell’Unione Europea con sede a Copenaghen, in Danimarca. L’EEA fornisce informazioni e dati sulla qualità dell’aria, l’inquinamento atmosferico, il cambiamento climatico e la gestione sostenibile delle risorse naturali. La sua missione è quella di sostenere le politiche europee per la protezione dell’ambiente e la promozione dello sviluppo sostenibile.