Di Daniela Cavallo
Ci sono luoghi che si lasciano fotografare e poi ci sono luoghi che, per essere davvero visti, chiedono di essere attraversati. La Sardegna appartiene a questi ultimi. Non basta arrivare al mare, non basta guardare il colore impossibile dell’acqua, né fermarsi davanti a una spiaggia bianca. La Sardegna più autentica comincia spesso dove finisce la strada, là dove bisogna scendere, lasciare l’automobile, rallentare e camminare. Perché il vero viaggio in Sardegna forse non è quello che porta da un luogo all’altro, ma quello che modifica lentamente lo sguardo. All’Asinara può accadere di incontrare un asino bianco dagli occhi azzurri e per un istante avere la sensazione che sia lui a osservare noi. Quegli occhi, dello stesso colore del mare e del suo fondale che circondano l’isola, sembrano racchiudere una Sardegna intera: selvatica, silenziosa, resistente, quasi sospesa fuori dal tempo. Una Sardegna che non chiede di essere spiegata, ma contemplata. È forse questa la sua forza più misteriosa: la capacità di far apparire la bellezza all’improvviso, quando non te l’aspetti, dietro una curva, oltre un muretto, in fondo a un sentiero, e allora resti senza parole, perché ci sono paesaggi che non si possono raccontare prima di averli incontrati. Esiste una Sardegna visibile, quella delle cartoline, delle coste, delle immagini che hanno fatto il giro del mondo, e poi esiste una Sardegna invisibile, quella dei paesi dell’interno, delle case silenziose, delle piazze, dei volti, dei racconti tramandati, dei riti antichi in cui si può persino ironizzare sulla morte per celebrare la vita. Una contraddizione soltanto apparente, perché forse nessuno come chi conosce la morte sa quanto sia preziosa la vita. La Sardegna vive di contrasti: il bianco e il nero, la roccia e il mare, la luce accecante e il buio profondo, il silenzio e il canto, la festa e il lutto. Colori che non sembrano volerci accarezzare, ma scuotere, come schiaffi necessari a svegliarci dall’apatia, come se il paesaggio volesse dirci: svegliati, guarda, sei vivo. E poi c’è quella luce sarda che sembra essere l’opposto del buio, ma che proprio nel buio trova la sua misura, una luce capace di rivelare e una notte capace di nascondere, strade che attraversano territori scuri, interminabili, senza soluzione di continuità, chilometri durante i quali apparentemente non accade nulla e invece accade tutto, perché il paesaggio sta lavorando dentro di noi. Forse è proprio per questo che i sentieri rappresentano una delle grandi ricchezze ancora da riscoprire e valorizzare. Un sentiero non è semplicemente una traccia sulla terra, è una possibilità, una linea che unisce un prima e un dopo, un paese e una montagna, una comunità e il proprio passato, un viaggiatore e una storia che ancora non conosce. Camminare significa accettare di non arrivare subito. In un mondo che ci chiede continuamente velocità, il cammino restituisce il diritto alla lentezza. Passo dopo passo cambia la percezione, il rumore diminuisce, il respiro diventa più presente, lo sguardo si allarga e cominciamo a vedere ciò che prima non vedevamo: una pianta cresciuta tra le pietre, le tracce di un animale, un vecchio muretto a secco, una fonte, un rudere, una forma nella roccia, un albero piegato dal vento. E comprendiamo che la natura selvaggia non è un paesaggio da attraversare, ma un linguaggio da imparare. Il sentiero ci insegna a leggerlo. Per questo i cammini possono diventare molto più di una risorsa turistica: possono essere infrastrutture culturali, capaci di riportare attenzione nei territori marginali, creare nuove economie, collegare comunità, recuperare memorie, far conoscere luoghi dimenticati e costruire un turismo più lento, rispettoso e consapevole. Ma soprattutto possono restituire alle persone una relazione con il territorio, perché un territorio che non viene più attraversato rischia lentamente di diventare invisibile. La Sardegna è anche una terra che sembra conoscere l’indolenza, ma forse chiamarla semplicemente pigrizia è un errore. Potrebbe essere qualcosa di più complesso, una filosofia della sopportazione, la capacità di stare immobili davanti al dolore, di aspettare, di osservare chi corre continuamente chiedendosi dove voglia arrivare. Ma arriva un momento in cui anche l’attesa deve trasformarsi, perché un territorio non può vivere soltanto di memoria. La bellezza, da sola, non basta. La Sardegna ha bisogno di riattivarsi senza tradirsi, ha bisogno di abitanti capaci di riconoscere il valore di ciò che possiedono, di giovani che possano immaginare un futuro senza dover necessariamente partire, di comunità che tornino a sentirsi protagoniste. E ha bisogno di una politica coraggiosa, capace di investire nei territori, nella cultura, nelle infrastrutture lente, nella manutenzione del paesaggio, nella rete dei sentieri, nei paesi (biddas), nelle competenze e nelle persone, non per trasformare la Sardegna in qualcos’altro, ma per permetterle di essere finalmente se stessa. È dentro questa esigenza che nasce Origenia, una nuova associazione che si occupa di valorizzazione territoriale e che parte da una domanda semplice e radicale: quanto di ciò che abbiamo è ancora invisibile? È una domanda che contiene una responsabilità, perché vedere significa anche scegliere e scegliere significa agire. Sono felice e onorata di essere stata chiamata a far parte dei suoi fondatori. Entrare in Origenia significa per me assumere un impegno: contribuire a cercare ciò che non è ancora abbastanza raccontato, ciò che non ha ancora trovato il proprio spazio, ciò che rischia di perdersi nel silenzio. Non vogliamo soltanto promuovere luoghi, vogliamo generare attenzione, raccontare storie, creare connessioni, dare valore alle identità locali, riportare le persone sui sentieri, far incontrare chi abita un territorio con chi lo attraversa. Perché la valorizzazione non dovrebbe essere una vetrina, ma un atto di cura. Forse, alla fine, la Sardegna non ha bisogno di diventare più bella: è già bellissima. Ha bisogno di essere guardata con occhi nuovi, ha bisogno che qualcuno abbia il coraggio di uscire dai percorsi conosciuti e seguire una strada laterale, di fermarsi davanti a una porta antica, di entrare in un paese che sembrava non avere nulla da raccontare, di ascoltare un anziano, di seguire un sentiero, di camminare nella natura selvaggia fino a quando lo sguardo non cambia. Perché il vero patrimonio di un territorio non è soltanto ciò che possiamo mostrare, ma anche ciò che possiamo ancora scoprire. E forse è proprio questo il futuro della Sardegna: non costruire sempre qualcosa di nuovo, ma imparare a riconoscere il valore di ciò che esiste già e che ancora non abbiamo saputo vedere. Come quegli asini bianchi dell’Asinara, fermi, silenziosi, con gli occhi azzurri, a guardarci come se sapessero qualcosa che noi abbiamo dimenticato: che la bellezza non corre, non grida, non ha bisogno di essere inseguita. Aspetta. Alla fine di un sentiero, dietro una curva, dentro un paese, nel silenzio di una notte, negli occhi di un animale. E aspetta soprattutto che qualcuno abbia finalmente il coraggio di guardare. Origenia nasce per questo: per rendere visibile l’invisibile e trasformare quello sguardo in azione.
Daniela Cavallo è architetto, docente di marketing territoriale, territory coach, consulente per le pubbliche amministrazioni, project manager, già direttrice della candidatura di Latina e Valeggio sul Mincio a capitali della Cultura, oggi direttrice della candidatura di Bardolino/Lago di Garda