A Porto Cervo al via Longevity Weeks Costa Smeralda 2026:

sport e scienza inaugurano due settimane 

dedicate alla qualità della vita.

In partenza dal 25 settembre i primi tornei di Padel e Tennis.

Il 26 settembre, a partire dalle ore 9:30 al Conference Center, 

spazio alla divulgazione scientifica con i Medical Talks: 

esperti nazionali e internazionali a confronto su temi della medicina della longevità, della prevenzione e dell’invecchiamento attivo.

Dal 5 al 10 ottobre le Giornate della Prevenzione: visite specialistiche e screening gratuiti presso i Servizi Medici Costa Smeralda.

Fino all’11 ottobre un calendario ricco tra attività sportive, discipline olistiche, incontri su prevenzione, ricerca, biotecnologie, alimentazione, relazioni e investimenti per una visione più olistica della longevità.

Porto Cervo, 21 settembre 2026 – Mancano pochi giorni all’avvio delle Longevity Weeks Costa Smeralda 2026, la manifestazione promossa dal Consorzio Costa Smeralda, in partnership con Smeralda Holding, che dal 25 settembre all’11 ottobre trasformerà Porto Cervo in un laboratorio dedicato al benessere, alla salute e alla qualità della vita. Olte due settimane di attività sportive, divulgazione scientifica, alimentazione consapevole e pratiche orientate al benessere psicofisico per promuovere una visione concreta e multidisciplinare della longevità. 

Ad aprire la manifestazione in Costa Smeralda saranno gli appuntamenti sportivi che caratterizzeranno la prima settimana, coinvolgendo atleti, appassionati e famiglie. Il primo weekend, dal 25 al 27 settembre, sarà dedicato ai tornei di Padel Tennis, prime competizioni ufficiali del programma. Nei giorni successivi prenderanno progressivamente forma le altre attività di fitness – con l’area allestita al Porto Vecchio in collaborazione con Technogym – e le Walking Experience & Mindfulness esperienza che si conclude con un momento di meditazione guidata, lungo il Pevero Health Trail, il percorso salute di oltre tredici chilometri immerso nella macchia mediterranea. Dall’8 all’11 ottobre si animerà anche la Waterfront Beach Arena, il grande campo sportivo sulla sabbia allestito sul Porto Vecchio destinato a ospitare tornei e competizioni di beach tennis, beach soccer, beach rugby e beach volley; sempre dall’8 all’11 ottobre il Longevity Pavilion, la tensostruttura allestita al parcheggio del Gabbiano all’ingresso di Porto Cervo, ospiterà le attività olistiche con Hatha Yoga (Cristiana Signorelli), Ecstatic Dance (Max Passante), Costellazioni Familiari (Valentina Delise), Sound Bath, (Michael Reiley) Mindfulness (Sara Panza), Azul Dance (Sara Ponton), Arte Terapia / Pittura Intuitiva (Marianne Cordier). In chiusura della manifestazione, sabato 10 e domenica 11 ottobre si terranno, rispettivamente, le gare di Trail Rail, Nuoto in acque libere e la Terra Mare Cup (il 10 e l’11 ottobre).

Elemento distintivo della manifestazione è la capacità di coniugare attività fisica e cultura della prevenzione. Per questo il primo appuntamento dedicato alla divulgazione scientifica è in programma sabato 26 settembre con i Medical Talksdalle 9:30 al Conference Center una giornata di confronto e approfondimento sulla medicina della longevità con la direzione scientifica del professor Antonio Desogus, medico chirurgo, specializzato in Chirurgia Generale, Toracica e Vascolare.

I Medical Talks proporranno una riflessione sulle principali sfide della medicina contemporanea dettate da un allungamento dell’aspettativa di vita, affrontando con un approccio multidisciplinare temi quali il rapporto tra microbiota e longevità, la dieta mediterranea come strumento di prevenzione, le malattie cardiovascolari, il contributo della chirurgia vascolare all’invecchiamento in salute, la geroscienza, la reumatologia, la medicina estetica rigenerativa e il ruolo della podologia nel benessere della persona. Tra i relatori attesi figurano il professor Gianfranco Vettorello, presidente nazionale della Italian Longevity League, il professor Giovanni Nano, ordinario di Chirurgia Vascolare dell’Università di Milano, il professor Vincenzo Romano Spica, ordinario di Igiene e Sanità Pubblica dell’Università di Roma (Foro Italico), la professoressa Roberta Montisci, Direttore S.C Cardiologia Utic Policlinico di Monserrato Azienda Ospedaliero-Universitaria di Cagliari, il professor Alberto Cauli, presidente della Società Italiana di Reumatologia, il professor Luca Avagnina, tra i più noti podoiatri italiani ordinario dell’Università di Manresa Barcellona, la dottoressa Rosalia Ragaglia, direttrice del dipartimento di prevenzione Area Medica ASL Gallura, la dottoressa Francesca Carboni, geriatra e direttrice RSA, il dottor Angelo Ferdinandi, radiologo e segretario della Regione Umbria per l’Italian Longevity League, e il professor Giorgio Maullu, Direttore generale del centro medico Valet di Bologna.

Un’attenzione particolare sarà riservata alla prevenzione anche nella settimana dal 5 al 10 ottobre, quando, nell’ambito del programma delle Longevity Weeks Costa Smeralda 2026, si svolgeranno presso i Servizi Medici Costa Smeralda le Giornate della Prevenzione. L’iniziativa offrirà un programma di screening e visite specialistiche gratuite dedicato alla prevenzione dell’ictus, dell’Alzheimer, delle patologie cardiologiche, dei tumori della tiroide, della mammella e della prostata, del melanoma, del diabete e dell’obesità.

Le visite saranno effettuate da medici specialisti e assegnate in ordine cronologico di prenotazione, fino a esaurimento dei posti disponibili. Per consentire una maggiore partecipazione, sarà possibile prenotare una sola visita con un solo specialista per persona. Per informazioni e prenotazioni: 0789 94577, negli orari d’ufficio, oppure [email protected].

Il format Longevity Weeks Costa Smeralda, sviluppato in sinergia con Smeralda Holding, rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di valorizzazione del territorio attraverso contenuti capaci di attrarre nuovi flussi turistici anche oltre la stagione estiva, rafforzando il posizionamento della destinazione come luogo ideale per chi ricerca benessere, natura, sport e qualità della vita tutto l’anno. 

Tutti gli appuntamenti di Longevity Weeks Costa Smeralda 2026 saranno aperti al pubblico, offrendo l’opportunità di vivere un’esperienza di benessere completa e integrata. Le attività sportive e le competizioni previste dal programma richiedono l’iscrizione: alcune prevedono una piccola quota di partecipazione, mentre altre sono gratuite. Il pubblico potrà inoltre assistere gratuitamente ai tornei in programma presso la Beach Arena. Gli incontri congressuali, i talk e gli appuntamenti divulgativi saranno a ingresso libero a eccezione della serata di premiazione di Steve McCurry per la quale sarà obbligatoria la prenotazione. Per informazioni, programma e prenotazioni: 

https://longevityweekscostasmeralda.it/ o [email protected]




SILVIO GARATTINI OSPITE DELLA PREVIEW PER LONGEVITY WEEKS COSTA SMERALDA  

Il 25 agosto a Porto Cervo l’incontro “La Prevenzione non crea fatturato”.

Al termine la presentazione ufficiale del nuovo format dedicato a salute, sport, benessere e qualità della vita.

Porto Cervo, 22 agosto 2026 – Sarà Silvio Garattini, tra i più autorevoli farmacologi e oncologi italiani e fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, il protagonista dell’anteprima estiva di Longevity Weeks Costa Smeralda, il nuovo progetto promosso dal Consorzio Costa Smeralda dedicato alla cultura della longevità e ai corretti stili di vita. L’appuntamento si terrà martedì 25 agosto alle ore 19.00 presso il Conference Center di Porto Cervo con l’incontro dal titolo “La Prevenzione non crea fatturato. La lezione di longevità di Silvio Garattini”

Nel corso del dialogo con il pubblico, Garattini affronterà alcuni dei temi più rilevanti della medicina contemporanea: il rapporto tra cittadini e farmaci, la crescente medicalizzazione della società, il valore della prevenzione come strumento per vivere più a lungo e in migliore salute, il ruolo dell’informazione scientifica indipendente e la necessità di una ricerca sempre più orientata ai bisogni reali dei pazienti. 

Una riflessione ampia sul significato della salute oggi e sulle scelte individuali e collettive che possono contribuire a migliorare la qualità della vita. 

L’incontro costituirà anche l’occasione per presentare ufficialmente al pubblico Longevity Weeks Costa Smeralda, il nuovo format che dal 25 settembre all’11 ottobre trasformerà Porto Cervo in un laboratorio diffuso dedicato allo sport, al benessere, alla prevenzione e all’alimentazione consapevole. 

Nato nel contesto di una delle aree simbolo della longevità a livello internazionale, il progetto si propone di valorizzare il territorio sardo attraverso un programma multidisciplinare capace di unire attività sportive, divulgazione scientifica e cultura del benessere. L’iniziativa si inserisce nel percorso con cui il Consorzio Costa Smeralda promuove eventi culturali e scientifici in grado di attrarre visitatori anche al di fuori della stagione estiva, contribuendo a rafforzare il posizionamento della destinazione sui temi della qualità della vita e della sostenibilità.

Il programma delle due settimane – disponibile sul sito www.consorziocostasmeralda.com – comprenderà numerose attività sportive e outdoor, tra cui trail running, nuoto in acque libere, tennis, padel, beach volley, beach tennis, beach rugby, beach soccer e percorsi dedicati alla camminata e al fitness, coinvolgendo atleti, appassionati e famiglie. Accanto allo sport, spazio anche alle discipline olistiche e alle pratiche per il benessere psicofisico, con sessioni di yoga, mindfulness, breathwork, sound bath, conscious movement ed ecstatic dance. 

Un ruolo centrale sarà riservato alla divulgazione scientifica attraverso i Medical Talks, giornata di confronto che riunirà medici, ricercatori ed esperti provenienti da università e istituzioni sanitarie italiane per discutere di prevenzione, salute e invecchiamento attivo. 

Tra i momenti più attesi figura, inoltre, il Longevity Fest Costa Smeralda, ideato e diretto da Pietro Mereu, in programma il 3 e 4 ottobre, che affronterà temi quali alimentazione, genetica, epigenetica, innovazione tecnologica, intelligenza artificiale applicata alla salute e qualità della vita nelle Blue Zone. L’edizione 2026 ospiterà inoltre il celebre fotografo Steve McCurry, destinatario del Longevity Award Costa Smeralda. 

Longevity Weeks proporranno infine una sezione dedicata all’alimentazione e alle produzioni sostenibili del territorio, con incontri, degustazioni e mercatini volti a valorizzare le eccellenze agroalimentari della Sardegna e il loro contributo a uno stile di vita sano e consapevole.

Longevity Weeks e Longevity Fest sono sponsorizzati dagli hotel del Gruppo Smeralda Holding: Hotel Cala di Volpe, Hotel Cervo, Hotel Romazzino e Hotel Pitrizza.




Cruciani, un’ora senza filtri: «La Zanzara sono io. E i talk show servono soprattutto a fare ascolti»

AUTORI IN COSTA 2026 | All’Hotel delle Rose il giornalista e conduttore de “La Zanzara” ha presentato il libro “Libertà”, moderato da Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio

Porto Cervo 18 Agosto 2026 – di Fausto Farinelli

Giuseppe Cruciani arriva sul palco di “Autori in Costa 2026” con il suo stile più riconoscibile: diretto, spigoloso, spesso provocatorio. Nessuna distanza tra il personaggio radiofonico e l’uomo che presenta il libro Libertà. «Cruciani e La Zanzara si identificano l’uno con l’altro. Non c’è differenza», dice quasi subito, rispondendo alla prima domanda di Gigio D’Ambrosio.

L’incontro, ospitato all’Hotel delle Rose e moderato dai giornalisti Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio, ha attraversato temi molto diversi: libertà individuale, famiglia, femminismo, televisione, politica, immigrazione, sicurezza urbana, prostituzione, capitalismo e referendum sulla giustizia. Un percorso volutamente irregolare, proprio come il libro che Cruciani ha portato sul palco.

Libertà è costruito come un alfabeto del politicamente scorretto. Non un testo da affrontare obbligatoriamente dall’inizio alla fine, ma un volume da aprire a caso, seguendo una parola, un concetto, una provocazione. «Ce n’è per tutti i gusti», anticipa D’Ambrosio. E Cruciani non fa nulla per smentirlo.

Il primo argomento affrontato è quello delle associazioni LGBTQ+. Il conduttore distingue tra le persone e le organizzazioni, contestando ciò che considera una tendenza a classificare continuamente gli individui in base al loro orientamento sessuale. A suo avviso, molte associazioni si attribuirebbero una rappresentanza che non hanno e tenderebbero a definire omofobo chi non aderisce integralmente alle loro battaglie.

Ma proprio su adozioni e famiglie omogenitoriali, Cruciani prende una posizione che può sorprendere chi lo colloca automaticamente nel campo conservatore. «Un bambino può crescere tranquillamente con due uomini o con due donne», afferma. Per lui non è obbligatoria la presenza di una madre e di un padre per garantire a un figlio affetto ed equilibrio: ci sono, osserva, bambini cresciuti male in famiglie tradizionali e altri cresciuti bene con due padri o due madri.

La sua posizione, tuttavia, non coincide con l’idea che la genitorialità sia un diritto assoluto. «Avere figli non è un diritto», ribadisce. Né per le coppie eterosessuali né per quelle omosessuali. Se una maggioranza politica decide di consentire l’adozione, per Cruciani va bene; ma non ritiene che il desiderio di avere un figlio possa trasformarsi automaticamente in un diritto esigibile.

Nel corso della serata torna anche il caso Barilla, nato anni fa proprio durante una trasmissione radiofonica. Cruciani ricorda l’intervento di Guido Barilla e la frase sulla famiglia tradizionale che provocò proteste e polemiche internazionali. Un episodio che, nella sua lettura, dimostra quanto una dichiarazione nata in diretta possa diventare rapidamente una questione globale, incidendo persino sulle strategie comunicative di una grande azienda.

Poi c’è “La Zanzara”, il programma che Cruciani conduce da vent’anni e che, nel tempo, ha alzato sempre di più la soglia dello scontro e della provocazione. Lui preferisce parlare di linguaggio diretto, spontaneo e senza censure. Un linguaggio che, a suo dire, ha anche avvicinato molti giovani alla radio.

Non nega che ci sia una costruzione dietro le discussioni più rumorose. La contrapposizione è cercata e preparata: servono persone con idee opposte, capaci di sostenere una discussione vera. Ma Cruciani dice di non sopportare la finzione. Quando comprende che un ospite sta recitando una parte, forzando l’indignazione o costruendo artificialmente il personaggio, perde interesse.

Il modello americano che cita è quello di Jerry Springer, dove il conflitto diventava spettacolo. Ma, precisa, l’incazzatura deve essere autentica. Anche uno scontro estremo, per lui, resta una forma di confronto. «Se mi dici arena non è che mi offendo», osserva.

Il discorso si sposta naturalmente sulla televisione. Qui Cruciani non usa giri di parole: i talk show, secondo lui, non hanno una vera funzione educativa né informativa. Bisogna guardarli come si guarda il teatro. Sul palcoscenico ciascuno interpreta un ruolo e il giudizio finale non arriva dal dibattito pubblico, ma dai dati Auditel della mattina successiva.

«L’obiettivo è vedere se hai fatto il 6,4 e il giorno prima hai fatto il 5,5», spiega. Se un litigio tra un ospite di destra e uno di sinistra fa crescere la curva dell’ascolto, quel confronto verrà riproposto. Per Cruciani non c’è ipocrisia in questo: la televisione vive di ascolti e ricavi. L’errore, semmai, è fingere che ogni trasmissione esista per raccontare la verità al pubblico.

Dalle dinamiche televisive si passa alla politica. La lettera “F” del libro porta al femminismo. Cruciani riconosce il valore storico del movimento che ha contribuito a conquistare il voto e l’emancipazione delle donne, ma attacca quello contemporaneo, accusandolo di aver sostituito le grandi battaglie con questioni come quote rosa, linguaggio di genere e ricerca continua del sessismo.

La sua critica è netta: non ogni comportamento sbagliato di un uomo, sostiene, va ricondotto a una struttura patriarcale. A volte, osserva, si tratta semplicemente di un uomo che si comporta male. Nella stessa parte dell’incontro torna sul dibattito relativo al consenso nei rapporti sessuali e difende la propria opposizione a una proposta normativa che, a suo giudizio, avrebbe potuto creare un’inversione dell’onere della prova e ulteriori difficoltà nei tribunali.

Sul palco trova spazio anche Roberto Vannacci. Fulvio Giuliani richiama il riferimento al “patriarcato mediterraneo”, formula usata dal generale. Cruciani risponde di non aver compreso fino in fondo il significato dell’espressione, ma interpreta la comunicazione di Vannacci come una reazione alle campagne contro il patriarcato e come un richiamo alla famiglia tradizionale.

Il conduttore precisa di non essere un ideologo del generale, nonostante negli anni si sia vociferato di questa vicinanza, anche perché ha presentato diversi libri di Vannacci e ne ha seguito da vicino l’ascesa. «Non riesco neppure a essere l’ideologo di me stesso», dice, respingendo l’etichetta.

Ciò non gli impedisce di riconoscere l’abilità politica dell’europarlamentare. «Il fenomeno Vannacci è molto più sfaccettato», sostiene. Secondo Cruciani, il generale sta raccogliendo consensi perché riesce a inserirsi nelle promesse rimaste in parte inevase dal centrodestra, soprattutto su immigrazione e sicurezza.

Le stazioni ferroviarie diventano il simbolo di questo ragionamento. Per Cruciani non basta schierare militari all’ingresso: servono presidi nelle vie circostanti, telecamere, illuminazione e controlli reali. «Le stazioni italiane sono la cartina di tornasole di come funzionano le cose». E aggiunge una previsione politica personale: Vannacci sarebbe già in grado di raccogliere oltre il 10 per cento dei consensi.

La politica italiana viene poi affrontata attraverso giudizi rapidi sui suoi protagonisti. Elly Schlein, per Cruciani, è «inconcludente» e «inconsistente». Giuseppe Conte viene invece definito molto abile e politicamente furbo, pur con una valutazione durissima sul reddito di cittadinanza e sul Superbonus. Antonio Tajani, secondo il conduttore, dovrebbe parlare meno, anche se gli riconosce il merito di aver mantenuto Forza Italia in piedi dopo la morte di Silvio Berlusconi. Matteo Salvini, infine, viene descritto come un leader ormai in fase di declino, dopo aver sprecato – secondo Cruciani – una grande occasione politica.

Ampio spazio viene dedicato anche a Milano, alla sua viabilità e alle piste ciclabili. Cruciani critica le politiche green e ambientaliste che, a suo avviso, in molte città sacrificano le esigenze di chi utilizza l’auto per lavorare. Nel centrodestra milanese vede confusione e mancanza di candidature forti. Per questo giudica “geniale” la scelta di Vannacci di anticipare tutti indicando il generale Roberto Burgio come possibile candidato sindaco: una mossa, sostiene, che gli permette di occupare uno spazio mentre gli altri discutono senza decidere.

La sua difesa del capitalismo è altrettanto esplicita. Cruciani si definisce «ipercapitalista» e considera il capitalismo occidentale il sistema che, pur con molti difetti, ha prodotto maggiore benessere e libertà. L’uguaglianza, nella sua visione, deve esistere davanti alla legge, non nella pretesa di rendere le persone identiche. Il socialismo, invece, viene descritto come il progetto degli utopisti che cercano di imporre un’uguaglianza impossibile.

Sul tema della prostituzione, sostiene una linea di piena regolamentazione. Per lui il fenomeno esiste e non può essere cancellato fingendo che non ci sia. Ritiene che le persone che scelgono liberamente questa attività debbano poter lavorare alla luce del sole, pagare le tasse e avere persino un intermediario professionale, distinguendo sempre la libera scelta da ogni forma di sfruttamento o costrizione. Nello stesso quadro inserisce OnlyFans, che considera una forma di prostituzione virtuale.

Nella parte conclusiva arrivano le domande del pubblico. A chi gli chiede se il linguaggio crudo de “La Zanzara” possa influenzare negativamente i giovani, Cruciani risponde di non sentirsi un cattivo maestro. Le parolacce, per lui, fanno parte della lingua quotidiana e non nascono con la radio. Il punto, sostiene, è l’uso che se ne fa e il contesto nel quale vengono pronunciate.

A un’altra domanda sul referendum per la giustizia, Cruciani dice di aver votato sì, ma giudica un errore politico aver scelto la strada referendaria. È favorevole alla separazione delle carriere e a una limitazione dei poteri della magistratura, ma ritiene che questioni così tecniche debbano essere affrontate con strumenti legislativi ordinari e non trasformate in un voto generale sul governo.

La serata si chiude tra applausi, battute e il firmacopie. Cruciani resta coerente con il personaggio che il pubblico conosce: pronto a forzare il linguaggio, a cambiare tema senza preavviso, a provocare e a difendere il diritto di dire ciò che pensa. Non cerca il consenso di tutti. Cerca il confronto, anche quando diventa scontro.




Mario Giordano a Porto Cervo: «Le banche hanno smesso di fare le banche»

A “Autori in Costa”, nella conversazione guidata da Fulvio Giuliani, il giornalista presenta “I re di denari” e porta il pubblico dentro un sistema fatto di grandi profitti, istituti sempre più lontani dai territori e risparmiatori lasciati soli. Poi il racconto cambia passo e arriva fino alla memoria del padre.

PORTO CERVO 13 Agosto 2026.

La serata non è ancora cominciata ufficialmente, alcune persone stanno cercando posto e altre devono arrivare. Il parcheggio ha creato qualche ritardo.

Mario Giordano è già pronto a discutere. Qualcuno gli chiede che cosa accada quando una persona entra in un’abitazione e decide di restarci senza pagarne l’affitto. La risposta parte seria e finisce tra le battute: il proprietario non può presentarsi, prendere gli oggetti dell’occupante e portarli fuori. Deve denunciare, aspettare, seguire il percorso previsto dalla legge.

Chi ha comprato quella casa, pagato le tasse e sostenuto le spese rischia così di rimanere sulla porta. Dentro c’è qualcun altro.

Giordano conosce bene l’argomento. Lo ha affrontato più volte nelle sue trasmissioni e lo racconta con il tono di chi continua a stupirsi, nonostante abbia visto molti casi simili. Il pubblico risponde, interviene, ride. L’atmosfera è già quella di una conversazione, più che di una presentazione formale.

Quando anche le ultime persone si sono accomodate, Giuliani apre il quarto appuntamento della rassegna “Autori in Costa”. Sul tavolo c’è I re di denari, pubblicato da Rizzoli.

Giordano comincia prendendo in giro sé stesso, la sua voce e quel modo acceso di stare davanti alle telecamere che spesso divide il pubblico. Dice che le sue trasmissioni fanno arrabbiare. Chi le guarda finisce per discutere con il televisore e, a volte, con lui. Trovarsi davanti tante persone disposte ad ascoltarlo per un’intera serata gli provoca un certo imbarazzo.

Sorride. Poi racconta una cosa che sorride molto meno.

Questo libro, a differenza di altri, in televisione si è visto pochissimo. Quasi niente. Non è stato presentato neppure sulle reti nelle quali lavora da trent’anni. La copertina non è passata nei programmi e il tema è rimasto ai margini.

«Parla delle banche, di quelle che hanno il potere vero», spiega.

Non chiede al pubblico di accettare ogni sua conclusione. Non è questo il punto. Vorrebbe che l’argomento fosse discusso, contestato se necessario, ma almeno portato fuori dalle pagine finanziarie nelle quali rischia di rimanere chiuso.

In televisione si possono trascorrere settimane a esaminare un delitto. Si analizzano le scarpe, gli orari, la colazione, una fotografia scattata anni prima. Tutto. Nel frattempo si muovono miliardi di euro, cambiano i proprietari delle banche, vengono preparate fusioni e scalate che riguardano direttamente i risparmi delle famiglie. Eppure quelle storie arrivano al pubblico sotto forma di sigle e termini tecnici.

Si parla di operazioni ostili, aggregazioni, offerte pubbliche, grandi player. Alla fine si capisce poco.

I re di denari nasce anche da questa difficoltà. Giordano prova a raccontare la finanza senza lasciarla agli specialisti, seguendo le persone che decidono, guadagnano e costruiscono alleanze. I protagonisti hanno nomi, ambizioni e interessi. Il denaro non si muove da solo.

Fulvio Giuliani lo porta indietro nel tempo, quando la banca aveva ancora un volto riconoscibile. Nei quartieri e nei paesi c’erano figure che tutti conoscevano: il parroco, il maresciallo dei carabinieri, il direttore della filiale. Quest’ultimo sapeva chi aveva sempre pagato i propri debiti, conosceva le attività del territorio e poteva ascoltare il progetto di un artigiano senza limitarsi ai parametri restituiti da un computer.

Non era un sistema perfetto. Le banche locali avevano legami politici, clientele e difetti anche pesanti. Ma il denaro raccolto in un luogo conservava un rapporto con quel luogo.

Poi molte di quelle realtà sono scomparse.

Giordano individua un passaggio decisivo nella crisi iniziata intorno al 2012. Diversi istituti territoriali sono falliti, altri sono stati assorbiti. Le filiali hanno chiuso e le decisioni si sono allontanate. La parola d’ordine è diventata crescere: essere più grandi, più solidi, più internazionali.

Ma grandi per fare che cosa?

La domanda resta sospesa per qualche secondo. La risposta arriva netta: «Le banche hanno smesso di fare le banche».

Un istituto raccoglie il denaro dei risparmiatori e dovrebbe rimetterlo in circolo. Finanzia l’impresa che vuole acquistare un macchinario, la coppia che cerca casa, il commerciante che apre un locale. Il suo lavoro consiste nel trasformare i depositi in sviluppo, assumendosi una parte del rischio e conoscendo ciò che accade nell’economia reale.

Secondo Giordano, questo meccanismo si è indebolito. Il denaro viene utilizzato per produrre altro denaro, passando attraverso operazioni finanziarie sempre più sofisticate e lontane dalla vita quotidiana.

I numeri che cita sono enormi. Negli ultimi tre anni, riferisce, le banche italiane avrebbero ottenuto circa 112 miliardi di euro di utili. Per dare una forma a quella cifra immagina di trasformarla in banconote da cento euro e sovrapporle. Verrebbero fuori decine e decine di montagne alte come l’Everest.

La ricchezza non è una colpa, precisa. Sarebbe assurdo sostenerlo. Un Paese cresce se le imprese guadagnano, investono e creano lavoro. Il problema comincia quando quei profitti non tornano nel circuito produttivo.

Negli stessi tre anni, stando ai dati riportati durante la presentazione, i prestiti sarebbero diminuiti di circa 60 miliardi. Gli istituti non hanno mai guadagnato tanto, mentre molte famiglie e aziende raccontano di non riuscire a ottenere credito.

Sono due Italie che non si incontrano.

Nel libro compaiono anche le grandi partite aperte nel sistema finanziario nazionale, da Monte dei Paschi a Mediobanca, da UniCredit a Unipol. Giordano non considera conclusa questa fase. Ritiene che possano arrivare altre operazioni e indica il risparmio degli italiani come uno degli obiettivi principali: centinaia di miliardi accantonati dalle famiglie, una massa di denaro sulla quale si concentrano interessi enormi.

Un uomo tra il pubblico cita la Svizzera. Quando il suo sistema bancario entra in difficoltà, il Paese interviene rapidamente e senza trasformare ogni passaggio in uno scontro pubblico. In Italia accade spesso il contrario: maggioranza e opposizione leggono ogni operazione secondo la convenienza del momento.

Giordano risponde parlando dei campanili.

Sono una delle meraviglie italiane. Ogni paese possiede una ricetta, una storia e un prodotto considerato migliore di quello del comune vicino. È una forza culturale straordinaria, ma diventa un limite quando bisogna ragionare come sistema nazionale. In Europa i francesi difendono la Francia e i tedeschi la Germania. Gli italiani, troppo spesso, difendono prima la propria parte politica.

La finanza, però, non è composta soltanto da acquisizioni e bilanci. A un certo punto della serata entra in una casa rimasta al buio per anni.

È la casa di un pensionato che aveva investito centomila euro. Erano la sua liquidazione e i risparmi messi da parte lavorando. Insieme alla moglie sognava un piccolo appartamento a Fiuggi, vicino alle terme. Nulla di lussuoso. Desideravano un posto nel quale trascorrere qualche settimana senza prenotare ogni volta un albergo.

Qualcuno potrebbe dire che non si investe tutto in un solo prodotto finanziario, che bisogna diversificare. Giordano anticipa l’obiezione. Quell’uomo non era un esperto di mercati e non stava giocando in Borsa. Aveva affidato i soldi alla banca perché per tutta la vita gli era stato insegnato che quello fosse il luogo più sicuro.

Quando perse il capitale, non riuscì a sopportarlo.

Un giorno disse alla moglie di prepararsi perché l’avrebbe portata a ballare. Lei si allontanò per pochi minuti. Lui terminò una lettera, poi si tolse la vita nella tromba delle scale.

Anni dopo, entrando in quell’abitazione, Giordano trovò ancora la bicicletta, gli oggetti personali e una Settimana Enigmistica. La vedova aveva lasciato quasi tutto com’era. Aveva modificato soltanto una parte della casa per non vedere, ogni volta che passava, il punto in cui il marito era morto.

Usciva raramente. Lo fece per andare in tribunale.

Nella sentenza, il giudice riconobbe il coraggio con il quale quella donna aveva portato la propria umanità in un procedimento dominato da carte, cifre e regole. Le assoluzioni, però, chiusero la vicenda senza attribuire responsabilità penali.

Le vittime ci sono. I colpevoli molto meno.

È uno dei fili che attraversano il volume. Quando una banca entra in crisi, i risparmiatori perdono il denaro, lo Stato interviene e il costo finisce per ricadere sulla collettività. Nel frattempo le responsabilità si dividono tra amministratori, controllori, norme e decisioni prese molti anni prima. Più si cerca un volto, più quel volto sembra allontanarsi.

Giuliani sposta la conversazione sull’informazione. Le banche sono tra i maggiori inserzionisti di giornali e televisioni. Comprano pagine, spot e campagne. Non è necessario immaginare telefonate segrete o ordini espliciti. Può bastare il timore di perdere un cliente importante per rendere un’inchiesta meno gradita.

Il giornalista non sostiene che tutti i mezzi di comunicazione siano controllati. Sarebbe una semplificazione. Dice che esistono condizionamenti economici e che ignorarli impedisce di capire perché certi temi trovino spazio e altri no.

Si parla anche di Report e di Sigfrido Ranucci, coinvolto nelle polemiche di quei giorni.

Per Giordano, ogni inchiesta comincia da un’idea. Il cronista sospetta che qualcosa non funzioni e decide di controllare. Non potrebbe essere diversamente. Quell’intuizione, però, deve confrontarsi con i fatti. Se la realtà smentisce la tesi iniziale, è la tesi a dover essere abbandonata.

Le fonti hanno quasi sempre un interesse. Chi consegna un documento può voler colpire un avversario o regolare un conto. Non importa che sia simpatico, antipatico, innocente o pieno di secondi fini. La domanda è un’altra: ciò che racconta è vero?

C’è anche un problema di reciprocità. Chi indaga sulla vita degli altri deve accettare che, prima o poi, qualcun altro possa occuparsi della sua. Non si può invocare la libertà di stampa quando si fanno domande e chiedere silenzio quando le domande vengono rivolte a noi.

La discussione passa poi al linguaggio. Alcune parole comuni sono diventate difficili da pronunciare senza provocare una polemica. Persino “mamma” e “papà”, ironizza l’ospite, vengono sostituite in certi documenti da “genitore uno” e “genitore due”.

La lingua cambia, certo. È sempre successo. A preoccupare Giordano è l’idea che qualcuno possa stabilire quali espressioni siano ammesse, correggendo anche le storie del passato per adattarle alla sensibilità del presente.

Cappuccetto Rosso, Biancaneve, La bella addormentata nel bosco. Le fiabe finiscono nel dibattito. Vengono ripulite, accorciate, private delle parti considerate violente o inopportune. Giuliani ricorda che le versioni originali dei fratelli Grimm erano molto più crude delle successive riscritture della Disney. Raccontavano la paura, il pericolo e persino la morte. Proprio per questo avevano una funzione.

Eliminando tutto ciò che disturba si rischia di ottenere storie innocue. E anche persone meno abituate a confrontarsi con ciò che fa paura.

Quando il pubblico comincia a fare domande, il discorso si allarga alla guerra. Giordano è preoccupato dalla naturalezza con la quale parole come riarmo, esercito e conflitto sono tornate nella quotidianità politica. Leader europei parlano della necessità di prepararsi. Si annunciano centinaia di miliardi per la difesa.

A forza di ripeterlo, il pensiero della guerra diventa meno assurdo.

La storia mostra quanto sia pericoloso. Gli Stati accumulano armi per sentirsi più sicuri, gli altri rispondono nello stesso modo e, a un certo punto, basta un episodio per far saltare l’equilibrio. È già successo. Potrebbe succedere ancora.

Mario Giordano racconta di avere inizialmente guardato con una certa fiducia alla formula “America First” di Donald Trump. Pensava che gli Stati Uniti avrebbero ridotto il proprio ruolo di gendarme del mondo. A suo giudizio è avvenuto il contrario. Critica inoltre il governo italiano per non aver preso una posizione più autonoma davanti ad alcune decisioni americane e alle tensioni con l’Iran.

Poi c’è l’Europa.

Secondo lui è stata costruita partendo dalla moneta, non da una cultura condivisa. Si è pensato che utilizzare lo stesso denaro fosse sufficiente per unire popoli diversi. Non lo è stato. Francesi e tedeschi continuano a difendere i propri interessi, mentre l’Unione non possiede una politica estera, militare e migratoria realmente comune.

Si parla molto di difesa, ma gli eserciti non sono coordinati. I Paesi acquistano sistemi che spesso non comunicano tra loro. Anche sui confini manca una linea chiara.

Difenderli, precisa, non significa buttare a mare le persone. Significa fare entrare regolarmente chi ne ha diritto, accoglierlo in condizioni dignitose e impedire l’accesso a chi non possiede i requisiti. Ciò che avviene oggi, nella sua lettura, non è vera accoglienza. È disordine.

Nonostante tutto, non si considera un pessimista. Anzi.

Ricorda quando i vitalizi e gli altri privilegi della politica erano quasi sconosciuti. Venticinque anni fa poche persone sapevano come funzionassero. Poi sono arrivati libri, programmi, articoli e campagne di denuncia. Alcune distorsioni sono rimaste, ma certi trattamenti oggi non sarebbero più accettati.

Porta esempi più semplici. Un tempo si fumava nei ristoranti, negli uffici e in televisione. Le cinture di sicurezza venivano ignorate. Le leggi hanno avuto un ruolo, ma prima è cambiata la percezione collettiva. A un certo punto ciò che sembrava normale ha smesso di esserlo.

Anche il sistema bancario può cambiare, sostiene. Bisogna conoscerlo e raccontarlo. Senza informazione rimane soltanto la sensazione di essere impotenti.

Verso la fine, Fulvio Giuliani introduce il passaggio più personale del libro. La banca, per Mario Giordano, non è sempre stata un nemico senza volto. Suo padre vi ha lavorato per tutta la vita.

Da bambino lo aspettava fuori dall’ufficio insieme alla madre. Guardava le finestre ancora illuminate e pensava che lì dentro i soldi crescessero. Glielo avevano spiegato così: in banca il denaro viene custodito e fatto fruttare. Nella sua immaginazione quel luogo assomigliava a una cattedrale.

Il padre trascorreva le giornate tra registri, numeri e calcolatrici, quando ancora i computer non c’erano. Alla fine i conti dovevano tornare. Solo allora poteva dire: «Ce l’abbiamo fatta anche questa volta».

La banca era precisione. Era sicurezza. Soprattutto, aveva il volto di suo padre.

Anche i piccoli regali con il nome dell’istituto erano motivo di orgoglio. Essere “della banca” significava appartenere a un mondo nel quale il rigore contava e la fiducia non era una parola da usare nella pubblicità.

Per questo I re di denari non nasce da un rifiuto delle banche. Nasce dal dispiacere di vederle cambiate.

Nelle pagine rivolte al padre, Giordano quasi si scusa. Sa quanto quell’uomo fosse legato al proprio lavoro e immagina che possa leggere il libro da qualche parte. Gli chiede di non arrabbiarsi.

La lettura finisce. Per qualche istante nella sala non si sente nulla.

Poi arriva l’applauso.




Mario Giordano: «Il giornalismo deve stare dalla parte dei cittadini»

Il bambino con il taccuino, le inchieste di “Fuori dal coro”, le battaglie sulle case occupate e sulle liste d’attesa. Mario Giordano racconta il suo modo di fare informazione e spiega perché l’intelligenza artificiale lo preoccupa.

Intervista di Fausto Farinelli Porto Cervo 13 Agosto 2026

Mario Giordano parla del giornalismo come di una passione che non si è mai spenta. Tutto cominciò quando aveva sette anni e riempiva i taccuini sognando di diventare cronista. Poi sono arrivati i giornali, la televisione, le direzioni e i libri. Quella curiosità, invece, è ancora lì.

Lo si capisce dalle risposte. Giordano sorride, ricorda gli inizi, ma cambia tono quando il discorso arriva alle case occupate o alle liste d’attesa nella sanità. In quei momenti le parole accelerano. E l’indignazione prende il posto dell’ironia.

Lei ha raccontato che la passione per il giornalismo nacque da bambino, con quel famoso taccuino ricevuto in regalo. Dopo aver diretto giornali e telegiornali, che cosa è rimasto di quel giovanissimo cronista?

Tutto. È rimasta soprattutto la passione.

Ho avuto la fortuna di fare il lavoro che amo e che non mi pesa. Non avevo parenti giornalisti. Ero un bambino di sette anni che sognava di fare il giornalista, cominciava a scrivere sui taccuini e poi continuava a riceverli in regalo.

Il mondo cambia, cambiano le possibilità e gli strumenti. Ma il giornalismo è bello se uno conserva dentro quella voglia di comunicare. È un fuoco: vedi una cosa e senti subito il bisogno di raccontarla.

Puoi usare il tamburo di latta, come si faceva una volta, oppure i social, la televisione, la radio e la carta stampata. Il mezzo viene dopo. Prima deve esserci quella voglia.

E bisogna raccontare dalla parte dei cittadini. Non dalla parte di chi sta in alto. Noi giornalisti dovremmo stare in mezzo, ma vicini alle persone, capire le loro esigenze e provare a rappresentarle. Ho sempre cercato di farlo.

Ogni tanto dico che spero non si accorgano di quanto mi diverto a fare il giornalista, altrimenti smettono di pagarmi. Perché lo farei lo stesso. È la cosa che mi piace fare.

Con “Fuori dal coro” avete realizzato inchieste che, in alcuni casi, sono riuscite a ottenere risultati dove la giustizia o le istituzioni non erano arrivate. È un modello che può cambiare anche il modo di fare informazione?

Non lo so. E, sinceramente, mi interessa anche poco.

Quando mi hanno proposto di fare una trasmissione, non volevo costruire il solito teatrino televisivo: quello di destra dice una cosa, quello di sinistra ne dice un’altra e alla fine rimane tutto com’era.

Di talk show ce ne sono tanti. Io ho cercato di fare una trasmissione che raccontasse le cose che non funzionano e, quando è possibile, provasse anche a risolverle.

Non mi interessa tanto smuovere gli altri giornalisti. Mi interessa smuovere le cose.

L’inchiesta sulle case occupate come nacque?

Da una telefonata.

Ci chiamarono due ragazzi. Volevano sposarsi, ma non potevano farlo perché il padre aveva affittato una casa e la persona che la occupava non voleva più andarsene.

Siamo partiti da quella storia e abbiamo scoperto che sotto c’era un mondo. Tantissime persone si trovavano nella stessa situazione e il sistema italiano, per ragioni diverse, non riusciva a dare loro una risposta.

La telecamera, in questi casi, funziona perché accende un faro. Se insisti, alla fine qualcosa si muove. Ma non dovrebbe funzionare così. Un cittadino non dovrebbe ottenere giustizia soltanto perché arriva una troupe televisiva.

Noi abbiamo contribuito a liberare 282 case. Sono casi concreti, famiglie vere. Poi la speranza è che, raccontandoli, si riesca anche a cambiare il meccanismo che li ha prodotti.

La stessa cosa accade con le liste d’attesa nella sanità?

Certo. Non è possibile che una persona riesca a ottenere una visita soltanto perché arriviamo noi con le telecamere.

Quando una signora ha un sospetto tumore e le fissano la visita nel 2029, io mi arrabbio. Mi viene da battere la testa contro il muro. Come si fa a non reagire? Non è umano. Non è possibile, non è giusto e non è lecito.

La salute è un diritto costituzionale. Se per curarti devi pagare, significa che in Italia possono farlo soltanto i ricchi. Ed è sbagliato.

Noi denunciamo il sistema, sperando che qualcuno intervenga. Nel frattempo, però, proviamo a risolvere il caso che abbiamo davanti. Quella visita ottenuta non sistema tutta la sanità, è evidente, ma per la persona che la stava aspettando cambia tutto.

Qualcuno le rimprovera di urlare troppo.

Sì, mi chiedono: “Perché urli?”.

Urlo perché certe cose non sono accettabili. Se una donna rischia di avere un tumore e deve aspettare anni per una visita, che cosa dovrei fare? Guardarla con distacco e passare all’argomento successivo?

Ogni tanto bisogna alzare la voce. La gente è distratta, è stanca. Lo capisco anche: uno torna a casa dopo una giornata difficile e magari preferisce guardare un film, invece di vedere un servizio che lo fa arrabbiare.

Però, se nessuno apre gli occhi su quello che accade, le cose non cambiano.

E non è vero che non cambia mai nulla. Negli anni abbiamo condotto battaglie sui costi della politica. Non abbiamo risolto tutti i problemi, ma qualche risultato è arrivato. Bisogna continuare a parlarne.

Lei ha scritto diversi libri contro sistemi di potere consolidati. Possiamo parlare di rabbia giornalistica?

La chiamerei indignazione.

Indignazione davanti a ciò che non funziona e davanti ai cittadini calpestati. Quel bambino di sette anni non sognava di diventare giornalista per andare a cena con i ministri. Voleva raccontare.

Anche questo libro sulle banche nasce da lì. Se nessuno parla di certi argomenti, è difficile che qualcosa cambi. E spesso sono proprio i temi più scomodi quelli dei quali non si vorrebbe parlare.

Il suo esordio televisivo avvenne a “Pinocchio”, con Gad Lerner. Eppure lei non pensava di essere adatto alla televisione.

Non ci avevo mai pensato.

Alla scuola di giornalismo avevo una voce e una faccia che non erano considerate proprio classiche. Non mi facevano fare nemmeno le prove, non mi lasciavano avvicinare al microfono.

Fu Gad Lerner a insistere. Lavoravo con lui in redazione, preparavo testi e schede. Continuava a dirmi: “Devi provare”. Alla fine provai e quello fu il mio esordio.

Poi, a 34 anni, diventai direttore di “Studio Aperto”. Prima, però, avevo già lavorato nella carta stampata. All’inizio degli anni Novanta facevo articoli e corrispondenze sportive da Torino. In seguito fui assunto da Feltri e affrontai tutti i passaggi della professione.

Non sono arrivato direttamente alla direzione. Ho fatto il collaboratore e il redattore. Sono partito dal lavoro quotidiano.

Nel 1971, durante la vicenda dei Pentagon Papers, il giudice della Corte Suprema americana Hugo Black disse che la stampa deve servire i governati, non i governanti. È anche il suo modo di intendere il giornalismo?

Sì. È la sintesi esatta.

In Italia, invece, una parte della stampa sembra pensarla diversamente. Capisco anche perché: stare vicino a chi governa è più facile. Può dare maggiori soddisfazioni, più riconoscimenti e più vantaggi.

Ma il bello del giornalismo è servire i governati. È il motivo per cui uno si alza al mattino ed è ancora felice di fare questo lavoro.

Questa scelta le ha creato problemi? Anche a livello aziendale?

Tantissimi.

Problemi aziendali, querele, denunce, difficoltà di ogni genere. Ogni tanto escono notizie sul programma a rischio. Ma siamo sempre tutti a rischio.

Anche questo libro ho potuto presentarlo pochissimo. In televisione, praticamente, non è mai stato mostrato.

I problemi ci sono, certo. Però continuo a considerarmi una persona fortunata, perché faccio il lavoro che mi piace. E penso che vada fatto così.

Finché potrò, continuerò. Se un giorno qualcuno mi dirà che non posso più farlo in questo modo, allora non lo farò più.

Informazione e intelligenza artificiale. La considera un’opportunità o un pericolo?

Mi spaventa tantissimo.

Per la prima volta ci troviamo davanti a una rivoluzione che rischia di cancellare l’uomo. Noi, invece, dobbiamo difenderlo.

Tutte le cose di cui abbiamo parlato nascono da sentimenti umani, non dagli algoritmi. L’indignazione davanti a una persona che non riesce a curarsi è umana. Anche il bisogno di raccontare un’ingiustizia lo è.

Gli algoritmi vengono costruiti da chi ha potere e possono finire per favorire ancora di più i potenti, lasciando indietro gli altri.

Spero che si riescano a stabilire delle regole. Ma le leggi bisogna farle e, soprattutto, bisogna rispettarle. In Italia ne abbiamo tante che esistono soltanto sulla carta.

La tecnologia può cambiare gli strumenti del giornalismo. Quello è già successo molte volte. Ma il giornalismo, senza l’uomo, diventa un’altra cosa.




Gala Night 2026 al Cala di Volpe: una notte con Katy Perry nel cuore della Costa Smeralda

Tra gli ospiti lo sceicco Faisal Al Thani. Poi gli incontri, i selfie, le battute e un gesto della popstar che racconta forse meglio di ogni altro la magia del Gala Night 2026.

Di Fausto Farinelli

Porto Cervo 12 Agosto 2026

Anche quest’anno ho avuto il privilegio di essere invitato come “stampa” al Gala Night del Cala di Volpe. E ogni volta, mentre percorro la strada che porta all’hotel, ho la sensazione di andare incontro a qualcosa che conosco e che, allo stesso tempo, riuscirà ancora a sorprendermi.

Sono le 20.15 quando arrivo nella hall. È da qui che, in qualche modo, comincia lo spettacolo prima dello spettacolo.

Ritrovo i colleghi delle diverse testate sarde, ci si saluta, si scambiano impressioni e intanto si osserva quel continuo via vai di ospiti che attraversano l’albergo per raggiungere la piscina. È lì che è stato allestito il cuore della serata: il palco, i tavoli, il grande buffet e una macchina organizzativa pronta ad accogliere oltre quattrocento persone.

Il Gala Night del Cala di Volpe non è semplicemente un concerto.

Negli anni da questo palco sono passati artisti internazionali come Elton John, Ricky Martin, OneRepublic e Jennifer Lopez. Nomi che hanno contribuito a trasformare questa serata in uno degli appuntamenti simbolo dell’estate della Costa Smeralda.

Nel 2026 tocca a Katy Perry.

Ma prima che si accendano le luci sul palco c’è un altro spettacolo, più discreto e forse proprio per questo interessante: quello degli incontri.

Saluto vecchi amici, incrocio il sindaco di Arzachena Roberto Ragnedda e il sindaco di Olbia Settimo Nizzi. Tra gli ospiti c’è anche lo sceicco Faisal Al Thani. La sua presenza assume inevitabilmente un significato particolare in un luogo legato agli investimenti del Qatar nella Costa Smeralda.

Come faccio sempre, mi guardo intorno. Cerco volti conosciuti.

A un certo punto, insieme ad alcuni colleghi, incrocio Matteo Renzi.

È ospite del Cala di Volpe e racconta che, per la prima volta, quest’anno assisterà al concerto. La conversazione nasce quasi per caso e in pochi minuti diventa uno dei momenti più divertenti della serata.

Gli chiedo perché sia lì.

La risposta porta a un altro protagonista inatteso della notte: Justin Trudeau 23º Primo ministro del Canada dal 2015 al 2025. È stato proprio Trudeau, racconta Renzi, a suggerirgli di raggiungerlo in Sardegna.

E così ci ritroviamo a parlare tutti insieme.

Politica? Solo in parte.

La conversazione prende subito una piega molto più leggera. A Renzi lancio una battuta:

«Dal concerto di De André a quello di Katy Perry è un salto quantico».

Ride.

E replica, altrettanto rapidamente:

«Sì, però non confondere i due Matteo».

Una battuta tira l’altra. Si parla, si scherza e per qualche minuto scompaiono ruoli e formalità.

Poi succede qualcosa che rende perfettamente l’atmosfera.

Justin Trudeau prende direttamente il telefono di un collega e scatta un selfie con tutti noi.

Una di quelle immagini che non programmi e che, proprio per questo, finiscono per raccontare una serata molto meglio di tante fotografie ufficiali.

Poi arriva il momento che tutti aspettano.

Ci spostiamo verso il palco.

Le luci cambiano, la musica sale e quando Katy Perry entra in scena il Gala Night cambia improvvisamente ritmo.

La piscina del Cala di Volpe diventa una grande platea a cielo aperto. Il pubblico si alza, canta, balla. A pochi metri dal palco si percepisce tutta l’energia di una popstar abituata ai grandi concerti internazionali.

Ma il momento che mi rimane maggiormente impresso arriva alla fine.

Ed è qualcosa che, personalmente, non ricordo di aver visto nelle precedenti edizioni.

Terminato il concerto, Katy Perry non si limita a salutare il pubblico dal palco.

Scende.

Va verso le persone che per tutta la sera hanno lavorato dietro le quinte. Camerieri, cuochi, personale dell’hotel, addetti ai lavori.

Stringe mani, saluta, ringrazia.

Poi entra letteralmente in mezzo alla gente e conclude la sua presenza al Cala di Volpe circondata dal pubblico.

È un gesto semplice, quasi fuori copione, ma probabilmente è proprio per questo che resta impresso.

Perché dietro una serata di questo livello ci sono centinaia di persone che lavorano per giorni affinché, agli occhi degli ospiti, tutto sembri naturale.

E per qualche minuto la star internazionale sembra voler riconoscere proprio loro.

Poi arriva l’ultimo atto.

Il cielo sopra il Cala di Volpe si illumina con gli ormai celebri fuochi d’artificio. La musica, la piscina, le luci dell’hotel e i colori che esplodono sopra la baia costruiscono quell’immagine che, anno dopo anno, continua a identificare una certa idea della Costa Smeralda nel mondo.

Mario Ferraro, CEO di Smeralda Holding, usa spesso una definizione che trovo particolarmente efficace: il Cala di Volpe è una destinazione nella destinazione.

Difficile trovare una sintesi migliore.

Ferraro è naturalmente presente alla serata insieme ai vertici di Smeralda Holding, in una notte che ancora una volta mette insieme ospitalità, spettacolo, alta cucina e quella capacità di costruire un’esperienza che va ben oltre il semplice concerto.

Anche il cibo fa parte dello spettacolo.

La qualità è quella che ci si aspetta dal Cala di Volpe, ma ciò che colpisce è ancora una volta la presentazione: elegante, curata, talvolta quasi subliminale. Nulla sembra essere lasciato al caso, eppure nulla dovrebbe dare l’impressione di essere costruito.

È forse questo uno dei segreti di serate come questa.

Quando intorno all’una del mattino lascio il Cala di Volpe e rientro in albergo, ripenso agli incontri, alle battute con Renzi, al selfie improvvisato da Trudeau, all’energia di Katy Perry, al suo gesto verso i lavoratori e ai fuochi che hanno chiuso la notte.

Sono stato al Gala Night diverse volte.

Eppure, anche questa volta, ho le netta la sensazione di aver vissuto qualcosa che non è stato semplicemente un concerto.

È stata una di quelle notti nelle quali la Costa Smeralda riesce ancora a mettere insieme persone, luoghi e situazioni apparentemente lontanissimi tra loro.

E a trasformarli, per qualche ora, in un’unica storia.

Una storia che vale la pena raccontare.

Il mio ringraziamento va ancora una volta a Smeralda Holding per l’invito e per avermi permesso di essere testimone, anche quest’anno, di una delle notti più attese dell’estate smeraldina.




KATY PERRY SI ESIBIRÀ DURANTE IL GALA NIGHT DEL 12 AGOSTO ALL’HOTEL CALA DI VOLPE 

La star mondiale sarà la protagonista della notte più esclusiva della Costa Smeralda

Scenografie mozzafiato, effetti speciali e un ricco programma di performance artistiche per l’evento più glamour del Mediterraneo nell’hotel icona della Costa Smeralda

Il Gala Night del Cala di Volpe torna a trasformare la Costa Smeralda nel palcoscenico più esclusivo del Mediterraneo, dove spettacolo, eleganza e mondanità si incontrano in una notte destinata a lasciare il segno.

Per l’edizione 2026, l’Hotel Cala di Volpe farà da cornice ad una serata d’eccezione caratterizzata da una raffinata cena di gala, scenografie immersive e un programma di performance artistiche pensate per sorprendere gli ospiti. Culmine della serata sarà l’esibizione live di Katy Perry, una delle più celebri icone del pop internazionale.

La presenza di Katy Perry consacra ancora una volta il Cala di Volpe come simbolo globale di eccellenza, glamour e lifestyle internazionale.

Inserito nell’atmosfera dell’Hotel Cala di Volpe, l’evento sarà una soirée esclusiva, concepita per celebrare lo spirito autentico dell’estate in Costa Smeralda.

L’EVENTO

La serata del 12 agosto si preannuncia come un evento irripetibile, capace di unire musica, eleganza e spettacolo in una cornice senza tempo. Un live esclusivo che porterà sul palco del Cala di Volpe tutta la potenza scenica e il repertorio iconico di una superstar globale.

Il Gala Night torna così ad accendere le luci sul Cala di Volpe, simbolo internazionale della Costa Smeralda, gestito da Marriott International e di proprietà di Smeralda Holding, società indirettamente controllata da Qatar Investment Authority (QIA), il fondo sovrano dello Stato del Qatar.

PER INFO

I posti sono limitati ed è richiesta la prenotazione. Si prega di contattare [email protected]




IL GRANDE TENORE FRANCESCO DEMURO 

IN CONCERTO PER IL CONSORZIO COSTA SMERALDA

Porto Cervo, 29 luglio 2026 – Prosegue il programma culturale dell’estate 2026 promosso dal Consorzio Costa Smeralda, un calendario di appuntamenti che accompagna residenti, consorziati e visitatori attraverso musica, cultura, tradizioni e valorizzazione del territorio. 

Dopo i primi eventi della stagione, il prossimo 31 luglio la suggestiva Piazza Principe Karim Aga Khan IV di Porto Cervo ospiterà un appuntamento di particolare prestigio con il concerto del tenore sardo Francesco Demuro, organizzato in occasione dell’assemblea annuale del Consorzio.  

Ad accompagnarlo al pianoforte sarà il Maestro James Vaughan, in un raffinato dialogo musicale che guiderà il pubblico in un percorso tra alcune delle più celebri pagine del repertorio operistico italiano e internazionale.

Il programma della serata proporrà arie tratte dai capolavori di Giuseppe VerdiGaetano Donizetti Giacomo Puccini, autori che hanno accompagnato il percorso artistico di Demuro e che rappresentano alcune delle espressioni più alte della tradizione lirica italiana: un viaggio musicale capace di coniugare eleganza interpretativa, intensità emotiva e virtuosismo vocale.

Nato a Porto Torres, Francesco Demuro è oggi considerato uno dei più apprezzati tenori italiani della sua generazione. Dopo gli esordi nel canto tradizionale sardo e la formazione nei conservatori di Sassari e Cagliari, ha intrapreso una brillante carriera internazionale che lo ha portato a esibirsi nei più prestigiosi teatri del mondo, tra cui il Teatro alla Scala di Milano, la Royal Opera House di Londra, l’Opéra Bastille di Parigi e il Metropolitan Opera di New York.

Pur protagonista delle più importanti scene liriche internazionali, Demuro mantiene un forte legame con la Sardegna, contribuendo a promuoverne nel mondo la cultura, le tradizioni e l’identità artistica. La sua presenza a Porto Cervo rappresenta quindi anche un omaggio alle eccellenze culturali dell’isola e al profondo rapporto che unisce la Costa Smeralda al territorio che la ospita.

Renzo Persico, Presidente del Consorzio Costa Smeralda, commenta: «Siamo particolarmente lieti di ospitare un artista del calibro di Francesco Demuro all’interno del programma culturale dell’estate 2026. La sua straordinaria carriera internazionale e il suo profondo legame con la Sardegna incarnano perfettamente lo spirito delle iniziative promosse dal Consorzio: offrire occasioni di incontro e cultura di alto livello, valorizzando al tempo stesso le eccellenze del territorio e rafforzando il dialogo tra la Costa Smeralda e la sua comunità.»

Il concerto del 31 luglio si inserisce nel più ampio calendario di eventi culturali promosso dal Consorzio Costa Smeralda, che sino a ottobre propone concerti, incontri con autori, appuntamenti dedicati alle tradizioni dell’isola, iniziative per le famiglie e momenti di approfondimento culturale, confermando la volontà di contribuire alla crescita culturale e all’attrattività del territorio. 

Una serata speciale che porterà nel cuore di Porto Cervo una delle voci più autorevoli del panorama lirico contemporaneo, in uno scenario unico che da sempre rappresenta il dialogo tra bellezza, cultura e identità mediterranea.

Il programma completo degli eventi 2026 è disponibile a questo link:  

www.consorziocostasmeralda.com

https://eventi-costa-smeralda.higgsfield.app




Al Romazzino il lusso ha ancora un’anima. E Da Vittorio gli regala il sapore del mare

Costa Smeralda, 28 Luglio 2026 di Fausto Farinelli

Costa Smeralda® 28 Luglio 2026 – di Fausto Farinelli

Non vedevo l’ora di tornare all’Hotel Romazzino.

Era passato qualche tempo dall’ultima visita e, questa volta, arrivo con qualche minuto di ritardo. Varco l’ingresso e, quasi automaticamente, mi tornano alla mente le parole dell’architetto Giancarlo Busiri Vici, inserite nel mio libro dedicato alla Costa Smeralda:

«Abbiamo consegnato i lavori del Romazzino, compresi tutti i giardini, in soli dodici mesi.»

Una frase che continua a sorprendermi.

Dodici mesi per realizzare non soltanto un albergo, ma uno dei luoghi destinati a diventare parte della storia e dell’immaginario della Costa Smeralda. Un edificio capace di inserirsi nel paesaggio senza aggredirlo, con i suoi muri bianchi, le linee morbide, gli archi, il verde dei giardini e il mare che sembra entrare naturalmente in ogni spazio.

Il Romazzino non è semplicemente un hotel.

È una testimonianza ancora viva di quella stagione irripetibile nella quale architettura, paesaggio e ospitalità furono chiamati a costruire qualcosa che prima non esisteva. Non una destinazione artificiale, ma un nuovo modo di raccontare la Sardegna al mondo.

Entro e vengo accompagnato sulla terrazza.

La vista è di quelle che non hanno bisogno di presentazioni. Il mare si apre davanti agli occhi, il granito sembra trattenere la luce e l’orizzonte restituisce immediatamente quella sensazione di pace che solo alcuni luoghi riescono ancora a offrire.

Saluto i colleghi già presenti e proprio sulla terrazza abbiamo l’occasione di conoscere Danilo Guerrini, direttore del Romazzino.

Ha 55 anni e alle spalle una lunga esperienza maturata negli hotel di lusso. La sua storia personale racconta molto del suo carattere e del modo in cui interpreta il proprio ruolo.

Proviene da una famiglia composta da uomini delle Forze dell’ordine. Un ambiente nel quale parole come disciplina, responsabilità, rispetto delle regole e senso del dovere non erano concetti astratti, ma parte della vita quotidiana.

Danilo, però, aveva scelto il proprio destino quando aveva appena tredici anni.

Voleva diventare direttore d’albergo.

Non si trattava del sogno confuso di un adolescente. Era già una direzione precisa, una di quelle convinzioni che, quando nascono così presto, sembrano accompagnare una persona per tutta la vita. Quella scelta è diventata prima un percorso professionale e poi una carriera costruita attraverso esperienze nelle strutture di alta gamma.

Il Romazzino rappresenta per lui una tappa particolarmente significativa: è la sua prima esperienza alla guida di un hotel sul mare.

Dirigere una struttura di questo livello non significa soltanto occuparsi delle camere, della ristorazione o dell’organizzazione del personale. Significa coordinare una macchina complessa nella quale ogni reparto deve muoversi con precisione, mantenendo però agli occhi dell’ospite una sensazione assoluta di naturalezza.

È proprio parlando di disciplina e organizzazione che Guerrini ci racconta una curiosità.

Secondo quanto ci spiega, il sistema degli ordini impartiti dallo chef alla brigata di cucina sarebbe stato introdotto da Napoleone Bonaparte, attraverso un modello organizzativo fondato su ruoli precisi, gerarchie definite, comandi chiari e capacità di esecuzione coordinata.

Il parallelismo è affascinante.

Una grande cucina, in effetti, non è molto diversa da una perfetta organizzazione sul campo. Ogni persona deve sapere esattamente cosa fare, in quale momento e in relazione al lavoro degli altri. Non c’è spazio per l’improvvisazione, perché basta un solo ingranaggio fuori tempo per compromettere il risultato finale.

Ma disciplina non significa necessariamente rigidità.

Nel racconto di Guerrini emerge piuttosto l’idea della responsabilità. Chi guida deve conoscere la propria squadra, deve saperne valorizzare le qualità e, soprattutto, deve assumersi il peso delle decisioni.

Osservandolo parlare si coglie immediatamente il profilo di un direttore presente, attento, cordiale ma mai invadente. Uno di quei professionisti che non hanno bisogno di occupare continuamente la scena per far percepire la propria autorevolezza.

In fondo, la qualità di un direttore si misura anche da ciò che l’ospite non vede.

Dalla puntualità del servizio.

Dalla serenità del personale.

Dalla capacità di prevenire un problema prima ancora che si presenti.

Dalla sensazione che ogni cosa accada con assoluta semplicità, anche quando dietro quella semplicità esistono ore di lavoro, coordinamento e attenzione quasi spasmodica ai dettagli.

Dopo questo primo incontro lasciamo la terrazza e ci dirigiamo verso il ristorante sulla spiaggia Entu e Mari.

È lì che la serata cambia definitivamente ritmo.

Il Romazzino ospita, dal 15 luglio al 14 agosto, la residenza gastronomica di DaV Costa Smeralda Da Vittorio, il format casual dining della famiglia Cerea. Per un mese il ristorante sulla spiaggia viene affidato a una delle realtà più prestigiose della ristorazione italiana, in un contesto nel quale il mare, la sabbia chiara e la brezza serale diventano parte integrante dell’esperienza.

Ad accoglierci è Francesca Formaggioni, Communication Manager del Romazzino.

L’atmosfera è già quella giusta. Il mare è davanti a noi, la luce del giorno sta lasciando spazio alla sera e la luna appare esattamente di fronte al ristorante.

Francesca guarda il cielo, sorride e pronuncia una frase capace di sciogliere immediatamente ogni formalità:

«Stasera siamo stati bravi anche a posizionare la Luna proprio davanti a noi.»

La battuta suscita il sorriso di tutti.

E, a dire il vero, osservando quella scena, viene quasi da crederle.

La luna sembra davvero essere stata collocata lì appositamente, come l’ultimo elemento di una scenografia preparata per accompagnare la cena.

Ma Francesca non si limita a comunicare l’immagine dell’hotel.

Il suo lavoro racconta una visione molto più profonda.

Gira la Sardegna in lungo e in largo alla ricerca delle antiche maestranze, degli artigiani, dei produttori e delle persone che continuano a custodire i saperi tradizionali dell’isola. Ogni settimana porta alcune di queste realtà all’interno del Romazzino, permettendo agli ospiti di entrare in contatto con la Sardegna più autentica.

Non la Sardegna costruita per essere esibita.

Ma quella vera.

Quella fatta di mani, materiali, gesti tramandati, lavorazioni antiche e storie familiari.

È un lavoro che assume un significato ancora più importante se si guarda al passato della Costa Smeralda.

La volontà del Principe Karim Aga Khan non era semplicemente quella di creare una destinazione frequentata dal jet set internazionale. La sua visione era più complessa e più rispettosa: portare la Sardegna dentro la Costa Smeralda.

Fare in modo che chi arrivava da ogni parte del mondo non incontrasse soltanto un mare straordinario, ma anche l’identità, la cultura, l’artigianato e la storia dell’isola.

A distanza di oltre sessant’anni, quella visione continua a vivere proprio attraverso iniziative come quelle curate da Francesca Formaggioni.

Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti della serata.

Il Romazzino non si limita a custodire il proprio passato. Cerca di reinterpretarlo, mantenendo vivo quel dialogo tra ospitalità internazionale e identità sarda che era alla base del progetto originario.

Poi arriva il momento della cena.

La proposta gastronomica di DaV è affidata alla direzione dello chef Davide Galbiati, responsabile dello sviluppo gastronomico dei ristoranti del format. Il menu è costruito prevalentemente attorno alla cucina di mare, da sempre uno dei tratti distintivi di Da Vittorio, e combina l’eccellenza delle materie prime con una dimensione più conviviale e condivisa.

La cucina dialoga con il paesaggio.

E non è una frase di circostanza.

Mangiare a pochi passi dal mare, con la brezza che attraversa il ristorante e la luna davanti agli occhi, modifica realmente la percezione dei sapori. Il luogo non è soltanto lo sfondo della cena: diventa una componente del piatto.

La filosofia è quella di interpretare la tradizione gastronomica sarda con sensibilità contemporanea, rispettando la stagionalità e selezionando ingredienti capaci di stabilire un legame diretto con il territorio. Accanto a questa attenzione per la Sardegna trovano spazio i grandi classici della famiglia Cerea.

Tra questi il celebre Pacchero alla Vittorio, lo Spaghetto di tonno e l’Elefantino, definito il fratello minore della storica cotoletta a orecchia d’elefante.

Piatti che portano con sé una storia, un’identità e una riconoscibilità immediata.

La cucina di Da Vittorio colpisce per la capacità di essere raffinata senza diventare distante. La tecnica è evidente, ma non viene mai esibita come un esercizio di stile. Il piatto rimane comprensibile, piacevole, generoso.

C’è eleganza, ma c’è anche gioia.

C’è ricerca, ma non viene sacrificato il gusto.

C’è precisione, ma rimane intatto quello spirito conviviale che la famiglia Cerea considera uno dei valori fondamentali della propria proposta.

E poi c’è il servizio.

Un servizio di prim’ordine.

Presente, puntuale, attento, ma mai invadente. I tempi sono calibrati, i movimenti della sala appaiono quasi coreografici e ogni dettaglio viene seguito con una cura che non lascia spazio all’approssimazione.

L’accoglienza è superlativa.

Non quella formalità fredda che talvolta si incontra negli ambienti di lusso, ma un’attenzione capace di far sentire l’ospite riconosciuto e seguito.

È in questi particolari che si coglie il livello reale di una struttura.

Non soltanto nella bellezza degli ambienti o nella qualità di ciò che arriva in tavola, ma nella capacità di costruire un’esperienza coerente dall’inizio alla fine.

DaV Costa Smeralda nasce dalla collaborazione tra la famiglia Cerea, Belmond e Smeralda Holding. Non si tratta di un incontro occasionale, ma dello sviluppo di una relazione già avviata nel 2021 con DaV Mare allo Splendido Mare di Portofino. Il progetto approda oggi in Sardegna con l’obiettivo dichiarato di unire ospitalità, qualità e valorizzazione del territorio.

Il Romazzino, però, non è soltanto un albergo affidato alla gestione Belmond.

Rimane saldamente nell’alveo della proprietà di Smeralda Holding, la società indirettamente controllata da Qatar Investment Authority e guidata dall’amministratore delegato Mario Ferraro. Il patrimonio della società comprende i quattro hotel simbolo della destinazione — Cala di Volpe, Romazzino, Pitrizza e Cervo — oltre alla Marina di Porto Cervo, al Cantiere navale, al Pevero Golf Club, a negozi, uffici, appartamenti, bar, ristoranti e a circa 2.300 ettari di terreni sulla costa. (Smeralda Holding)

Ed è proprio nella strategia portata avanti da Ferraro che il pop-up di Da Vittorio trova una collocazione precisa.

Non si tratta di aggiungere semplicemente un altro nome prestigioso alla stagione estiva, ma di diversificare l’offerta della Costa Smeralda, trasformandola progressivamente in una destinazione capace di proporre esperienze differenti, pur mantenendo intatta la propria identità.

Negli ultimi anni Ferraro ha lavorato su più direttrici: la riqualificazione degli alberghi, l’ingresso di operatori internazionali di altissimo profilo, il potenziamento della ristorazione, l’apertura a nuovi segmenti di clientela e la costruzione di una destinazione meno dipendente da una sola formula di lusso.

Il Cala di Volpe è stato profondamente rinnovato e ripensato come una vera destinazione nella destinazione. Il Romazzino è entrato nella collezione Belmond, mentre il percorso di trasformazione del Pitrizza punta ad associarlo al marchio Cheval Blanc. L’obiettivo strategico appare evidente: legare la Costa Smeralda ai nomi più esclusivi dell’ospitalità internazionale, ampliandone contemporaneamente la capacità distributiva, la notorietà e il posizionamento sui mercati mondiali.

I numeri raccontano una parte importante di questo percorso.

Nel 2022 Smeralda Holding aveva raggiunto un fatturato di 120 milioni di euro, superando i 106 milioni registrati nel 2019. Nel 2024 il fatturato è salito a 168,1 milioni di euro, con una crescita del 12,5 per cento rispetto all’anno precedente e un EBITDA adjusted di 50,6 milioni di euro. Nello stesso anno il gruppo ha dichiarato 1.471 dipendenti, 544 fornitori sardi coinvolti e 44,2 milioni di euro di approvvigionamenti effettuati nell’isola.

Anche il dato sulle prenotazioni confermate per il 2026 offre una misura del risultato raggiunto. Alla fine del 2025 Ferraro aveva indicato un incremento del 40 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un segnale che conferma come la strategia di innalzamento e diversificazione dell’offerta abbia rafforzato l’attrattività internazionale della destinazione.

La ristorazione è diventata uno dei pilastri di questo nuovo corso.

Il pop-up di Da Vittorio non è dunque un’operazione isolata, ma un tassello di un progetto più ampio che punta ad affiancare all’ospitalità alberghiera una pluralità di esperienze gastronomiche riconoscibili, affidate a marchi e professionisti capaci di attrarre pubblici differenti.

È una scelta che appare strategicamente azzeccata.

Il lusso contemporaneo, infatti, non si identifica più soltanto con la camera, la spiaggia o il servizio. È cucina, benessere, cultura, intrattenimento, autenticità e capacità di costruire esperienze che possano diventare parte del viaggio.

È proprio questa strategia complessiva a rendere la residenza gastronomica di Da Vittorio al Romazzino qualcosa di più di un semplice pop-up estivo.

Da una parte c’è una delle famiglie simbolo dell’alta cucina italiana.

Dall’altra un hotel che appartiene alla storia stessa della Costa Smeralda.

Alle spalle c’è una proprietà che, sotto la guida di Mario Ferraro, ha scelto di investire sulla trasformazione, sulla diversificazione e sull’ingresso di grandi marchi internazionali.

In mezzo, la Sardegna.

Non utilizzata soltanto come cornice spettacolare, ma chiamata a entrare nel racconto attraverso i suoi ingredienti, le sue tradizioni, le sue maestranze e la sua cultura.

Durante la serata penso più volte alle parole ascoltate all’arrivo.

Ai dodici mesi impiegati per consegnare il Romazzino con tutti i suoi giardini.

Alla determinazione di Danilo Guerrini, che a tredici anni aveva già scelto il proprio futuro.

Alla disciplina delle brigate, alle gerarchie della cucina e al curioso richiamo all’organizzazione napoleonica.

Al lavoro di Francesca Formaggioni, che attraversa l’isola alla ricerca delle persone capaci di rappresentarne l’anima più profonda.

Alla strategia di Mario Ferraro, che sta cercando di accompagnare la Costa Smeralda verso una nuova fase della sua storia senza disperderne l’identità.

E poi torno con lo sguardo alla luna.

Quella luna che, almeno per una sera, sembra davvero essere stata sistemata nel punto esatto.

Quando lascio il Romazzino porto con me una certezza.

Il vero lusso non è soltanto ciò che si vede.

Non è una terrazza sul mare.

Non è una camera elegante.

Non è neppure un piatto perfettamente eseguito.

Il vero lusso è la somma di tante attenzioni invisibili.

È la capacità di un direttore di guidare senza imporsi.

È il lavoro di una squadra che si muove con precisione.

È una Communication Manager che cerca l’autenticità dell’isola e la porta dentro un hotel frequentato dal mondo.

È una brigata che trasforma materie prime eccellenti in un’esperienza capace di restare nella memoria.

È una proprietà che investe, rinnova e diversifica l’offerta senza dimenticare la storia dei luoghi che amministra.

È il rispetto per il passato, senza trasformarlo in una reliquia.

Quella al Romazzino non è stata soltanto una cena.

È stata la dimostrazione che l’ospitalità, quando incontra la cultura, la cucina e l’identità di un territorio, può ancora diventare racconto.

E che, in certi luoghi, qualcuno riesce davvero a farci credere di avere posizionato la luna proprio davanti a noi.




GALÀ DELLA SARDEGNA: NELLA PIAZZA PRINCIPE KARIM AGA KHAN IV DI PORTO CERVO SUONI, BALLI E CANTI DALL’ISOLA.  

Lunedì 27 luglio ore 22, presenta Giuliano Marongiu

SUPER OSPITE MOSES CONCAS

Porto Cervo, 24 luglio 2026 – Torna un classico della kermesse smeraldina organizzata dal Consorzio Costa Smeralda: il Galà della Sardegna, interamente dedicato alle musiche di matrice popolare, in scena lunedì 27 luglio alle ore 22, in Piazza Principe Karim Aga Khan IV a Porto Cervo.

Quest’anno il concertone dedicato ai suoni, ai canti e ai balli dell’Isola sarà presentato dal celebre conduttore e showman Giuliano Marongiu e articolato in due parti: nella prima si alterneranno quattro formazioni, tra le più interessanti del panorama folclorico regionale, dando un saggio delle loro straordinarie capacità di tramandare un bagaglio di tradizioni dal valore inestimabile; nella seconda parte, un autorevole interprete della musica contemporanea di ispirazione popolare, riadattata in chiave sperimentale, sarà protagonista sul palco di Porto Cervo con alcuni brani simbolo del suo repertorio.

Ad aprire lo spettacolo sarà il TenoreSu Cunsonu Santu Juanne” di Thiesi, quartetto vocale tra i più apprezzati nell’Isola e spesso portabandiera del canto a tenore nella Penisola e all’estero.

A seguire i virtuosismi strumentali degli “Organeddas” di Giampaolo Piredda e Mauro Spiga, due autentici campioni che fondono in un duo spettacolare le peculiarità dell’organetto e delle launeddas. Inoltre, l’estro degli Organeddas metterà in luce le eccezionali capacità di Mauro Spiga di cimentarsi anche in altri strumenti a fiato come trunfa e sulittu, e di Giampaolo Piredda all’organetto che riesce a rielaborare tutte le melodie della tradizione creando un caleidoscopio di note e colori dal fascino ancestrale.

Ancora voci suggestive con il coro maschile “Sos Astores” di Golfo Aranci, uno dei migliori ensemble oggi in attività ripercorrerà un vastissimo repertorio di melodie immortali arrangiate per un gruppo polifonico di soli uomini; una performance che fa vibrare le corde dell’anima grazie alla direzione magistrale di un musicista poliedrico come Giuseppe Orrù.

Nella magica cornice della piazzetta di Porto Cervo non potevano mancare i balli tipici che saranno proposti dagli eredi di una tradizione tramandata da decenni: per la prima volta sul palco della Costa Smeralda si esibirà il gruppo Minifolk della Pro Loco di Aggius, curato da Laura Bianco e accompagnato all’organetto da Giovanni Lepori, un giovanissimo talento di 17 anni già proiettato verso un’importante carriera. Un gruppo di giovanissimi appassionati del folclore e della cultura popolare 

che portano avanti un lavoro fondamentale per la salvaguardia di un’espressione artistica straordinaria e amata dalle persone di ogni classe sociale, in grado di unire in un sentire comune turisti e appassionati di qualunque provenienza.

Dopo gli interventi dedicati alla tradizione, spazio alla seconda parte con un ospite straordinario che catturerà l’attenzione di sardi e turisti: sarà il virtuoso Moses Concas, già Premio Costa Smeralda, conosciuto in tutto il mondo per aver partecipato in America e in Spagna a World’s Got Talent con i migliori talenti internazionali. Concas delizierà la platea con le sue magie che lo hanno fatto conoscere anche nel mondo del cinema firmando la colonna sonora del film campione di incassi “La vita va così” di Roberto Milani.

Posti a sedere ad ingresso libero e gratuito.