Altro che People Strategy: Santa Maria La Palma sommersa dalla plastica di tutta Alghero

Le fotografie parlano da sole. Montagne di sacchi, cassette e imballaggi occupano il piccolo ecocentro di Santa Maria La Palma. Formalmente si tratta di un deposito temporaneo autorizzato. Visivamente, l’effetto è quello di una discarica cresciuta nel cuore della borgata.

I residenti denunciano inoltre un odore ormai insopportabile, che rende ancora più pesante una situazione considerata vicina al collasso.

È questa l’attenzione promessa alle borgate?

Il provvedimento è l’ordinanza sindacale contingibile e urgente numero 25 del 21 agosto 2026. Nasce da una crisi nazionale della filiera del riciclo: la saturazione degli impianti ha determinato la sospensione temporanea dei conferimenti.

La causa è nazionale. La decisione di concentrare a Santa Maria La Palma il materiale raccolto in tutta Alghero è però locale.

L’ordinanza indica una produzione media di circa undici tonnellate al giorno e richiama un quantitativo di 208 tonnellate di imballaggi in plastica e materiali misti. Numeri enormi per una struttura nata come servizio di prossimità per le borgate, non come polmone di emergenza dell’intero sistema cittadino.

Alghero conta poco meno di 42 mila residenti e punta a superare nel 2026 i due milioni di presenze turistiche, dato continuamente esibito dall’Amministrazione. Ma non si possono celebrare i numeri del turismo senza predisporre servizi capaci di sostenerli. E non si può scaricare materialmente il peso dell’affollamento su una sola comunità.

Non è plastica già selezionata

L’ordinanza autorizza il deposito del rifiuto classificato con il codice EER 15.01.06: “imballaggi in materiali misti”.

Non è quindi plastica pura già separata per tipologia e pronta al riciclo, ma una frazione differenziata a monte che deve ancora essere selezionata. Le immagini mostrano sacchi dal contenuto eterogeneo, imballaggi sparsi e cumuli esposti all’aperto.

Gli abitanti conoscono bene il paradosso. Quando sono loro a portare i rifiuti all’ecocentro, raccontano che le buste vengono controllate minuziosamente dall’addetto e che un conferimento non conforme può essere respinto. Oggi, invece, la stessa area accoglie montagne di materiale proveniente da tutta la città.

Due pesi e due misure difficili da accettare.

L’ecocentro chiude, i cumuli restano

Dal 23 agosto l’ecocentro è chiuso al pubblico per consentire lo stoccaggio straordinario. Resta accessibile soltanto l’isola ecologica destinata ai normali rifiuti domestici.

Il Comune sostiene che il sito sia pavimentato, impermeabilizzato, recintato e dotato di sistemi per la raccolta delle acque. Ma questo non risponde alle domande principali: quanta capacità rimane? Come vengono controllati odori, vento, incendi e dispersione dei materiali? Quando inizierà la rimozione?

L’ordinanza prevede lo svuotamento una volta ripresi i conferimenti agli impianti, ma attribuisce al provvedimento un’efficacia di sei mesi. Non significa che i rifiuti resteranno lì per tutto questo tempo, ma impone all’Amministrazione di comunicare una scadenza certa.

Selva dia risposte alla borgata

L’assessore Raniero Selva ha le deleghe all’ambiente, all’igiene urbana e ai rapporti con quartieri e borgate. L’emergenza nazionale può spiegare il blocco degli impianti, ma non può diventare una formula con cui chiudere ogni discussione.

Selva e il sindaco Cacciotto devono chiarire quante tonnellate siano già state depositate, quale sia la capienza autorizzata, quali controlli vengano effettuati e quale alternativa sia prevista se l’emergenza dovesse continuare.

Il Comitato della borgata, davanti a una situazione ritenuta non più tollerabile, starebbe valutando azioni dimostrative per portare il problema all’attenzione della città.

La People Strategy viene presentata come una politica che mette le persone al centro. Qui sembra prevalere una strategia diversa: togliere i rifiuti dalla vista della città e trasferirli lontano dalle vetrine turistiche.

Santa Maria La Palma non può diventare il retrobottega di Alghero. Mentre in città si celebrano milioni di presenze, nella borgata crescono montagne di rifiuti e i residenti sono costretti a convivere, secondo quanto denunciano, con un odore insopportabile.

È questo il prezzo che una borgata deve pagare per salvare il decoro e l’immagine turistica della città?




LA CASA SI CERCA FUORI CITTÀ: IL CASO OLBIA

PREZZI E AFFITTI SPINGONO LA DOMANDA VERSO LOIRI, TELTI E MONTI

L’Osservatorio Brili-Brilas: la crescita della città potrebbe diventare un’opportunità

 contro lo spopolamento

La casa si cerca sempre più fuori dalla città. È una tendenza che interessa da tempo le grandi aree urbane italiane e che comincia a delinearsi anche intorno a Olbia, dove prezzi elevati, disponibilità limitata di immobili e difficoltà di accesso agli affitti stanno progressivamente allargando il perimetro della domanda residenziale. Loiri Porto San Paolo, Telti e Monti diventano così alternative per chi continua a lavorare e ad avere nella città il proprio principale punto di riferimento, ma cerca altrove una casa compatibile con le proprie esigenze e capacità di spesa. È quanto emerge dall’analisi dell’Osservatorio dell’agenzia immobiliare Brili-Brilas di Olbia, che ha messo a confronto l’andamento della popolazione residente nei comuni della cintura olbiese con le dinamiche del mercato immobiliare.

NUOVI RESIDENTI OLTRE I CONFINI DI OLBIA

A indicare che qualcosa sta cambiando sono innanzitutto i numeri della popolazione residente. Tra il 2022 e il 2024 Loiri Porto San Paolo è passato da 3.689 a 3.800 abitanti: 111 residenti in più, pari a una crescita del 3,01%. Nello stesso periodo Monti è salito da 2.334 a 2.383 residenti, con un incremento del 2,10%, mentre Telti è passato da 2.231 a 2.248 abitanti, +0,76%. Complessivamente i tre comuni considerati guadagnano 177 abitanti, ma quasi il 63% dell’incremento netto si concentra a Loiri Porto San Paolo.

 Un dato ancora più significativo arriva proprio da Loiri: nel 2025 il Comune ha dichiarato di aver accolto 68 nuovi residenti provenienti da Olbia. Un numero che rafforza l’indicazione di una progressiva redistribuzione della popolazione nell’area che gravita intorno alla città.

“Stiamo assistendo a un allargamento del mercato residenziale olbiese – spiega Lino Mura, titolare delle agenzie immobiliari Brili-Brilas –. I confini amministrativi contano sempre meno nelle scelte di chi cerca casa. Si può abitare a Loiri o a Telti e continuare a lavorare a Olbia, utilizzare ogni giorno i servizi della città e mantenere sostanzialmente invariato il proprio centro economico e professionale. È il concetto stesso di periferia che sta cambiando”.  Loiri Porto San Paolo rappresenta, in questo senso, il caso più evidente: la vicinanza a Olbia, al porto e all’aeroporto consente di vivere fuori città senza rinunciare alla possibilità di raggiungere facilmente il luogo di lavoro, i servizi e le principali infrastrutture.

OLBIA MOTORE ECONOMICO, UN’OPPORTUNITÀ CONTRO LO SPOPOLAMENTO

Nel caso di Olbia il fenomeno assume caratteristiche particolari perché i comuni della cintura non si pongono necessariamente in alternativa alla città, ma tendono a formare con il centro urbano un sistema sempre più integrato. Si può scegliere di vivere a Loiri Porto San Paolo, Telti o Monti continuando a lavorare a Olbia e mantenendo nella città il proprio principale riferimento economico e professionale. Una dinamica che, secondo l’Osservatorio Brili-Brilas, apre anche una prospettiva più ampia. La capacità attrattiva di un centro economicamente dinamico può produrre effetti positivi anche sui comuni vicini, offrendo nuove opportunità residenziali a territori che possono così intercettare una parte della domanda proveniente dalla città. “Olbia resta il motore economico di quest’area e proprio la sua forza può generare opportunità anche oltre i confini comunali – conclude Lino Mura –. Se vivere a pochi chilometri dalla città consente di continuare a lavorare e a mantenere lo stesso centro di riferimento, la ricerca di una casa fuori Olbia può diventare anche un’opportunità per i comuni vicini. È una dinamica che, nel tempo, potrebbe contribuire a contrastare lo spopolamento dei centri più piccoli, riportando residenti e domanda abitativa in territori che restano strettamente collegati alla città. I numeri che abbiamo analizzato non consentono ancora di parlare di un fenomeno consolidato, ma indicano una direzione che merita di essere osservata”.

PREZZI E AFFITTI SPINGONO LA RICERCA FUORI CITTÀ

Alla base del fenomeno c’è anche il mercato immobiliare. Negli ultimi anni i valori delle abitazioni a Olbia sono cresciuti sensibilmente, mentre all’aumento della domanda si sono aggiunti i maggiori costi di costruzione e, più in generale, quelli legati alla produzione di nuove abitazioni. Per molte famiglie, soprattutto quando il reddito deriva prevalentemente dal lavoro dipendente, la distanza tra capacità di spesa e prezzi richiesti è diventata considerevole. A questo si aggiunge il nodo degli affitti annuali: la disponibilità limitata di abitazioni destinate alla locazione stabile rende più complessa la ricerca di una casa per residenti, lavoratori e famiglie. Una pressione che contribuisce a spostare l’attenzione verso un territorio più ampio rispetto ai soli confini di Olbia. “Acquisto e locazione sono due facce dello stesso problema – osserva Mura –. Quando trovare una casa in città diventa più difficile o il prodotto disponibile non corrisponde alla capacità di spesa e alle esigenze della famiglia, la ricerca si allarga. Non significa necessariamente allontanarsi da Olbia: significa cominciare a considerare come parte dello stesso mercato residenziale anche i comuni che si trovano a pochi chilometri”. A spostarsi verso i comuni vicini è anche la domanda di abitazioni indipendenti e semi-indipendenti, soprattutto da parte di chi cerca metrature maggiori, spazi esterni o una maggiore autonomia abitativa difficili da trovare in città a condizioni compatibili con il proprio budget. A pochi chilometri di distanza aumentano invece le possibilità di trovare immobili capaci di rispondere a queste esigenze.

OLBIA MOTORE DI UN SISTEMA RESIDENZIALE PIÙ AMPIO: I COMUNI CINTURA.

La dinamica osservata in Gallura si inserisce in una tendenza più ampia: dopo anni nei quali vivere nel centro urbano rappresentava quasi automaticamente un vantaggio, una parte della domanda immobiliare attribuisce oggi maggiore valore allo spazio, alla tranquillità, alla disponibilità di aree esterne e a una dimensione urbana meno congestionata. Nel caso di Olbia, però, il fenomeno assume caratteristiche particolari perché i comuni della cintura non si pongono necessariamente in alternativa alla città, ma tendono a diventare parte di un unico sistema residenziale. “Olbia resta il motore economico di quest’area e proprio la sua forza può produrre effetti sui territori circostanti – conclude Lino Mura –. La crescita dei prezzi, la difficoltà di trovare determinate tipologie di immobili e la pressione sul mercato degli affitti possono portare una quota crescente della domanda a guardare qualche chilometro più in là. I dati demografici non sono ancora sufficienti per parlare di un fenomeno consolidato, ma indicano una direzione che il mercato immobiliare deve cominciare a osservare con attenzione”.




«Tari, l’ex sindaco Lubrano: “2.445 case per turisti pagano come abitazioni private”»

Ad Alghero ci sono 2.445 case affittate ai turisti. Fanno 7.335 posti letto, più del 70 per cento di tutta la ricettività extra-alberghiera della città. Il Comune sa quali sono, tanto che su quelle case incassa l’imposta di soggiorno.

Nel sistema tariffario dei rifiuti, però, sono abitazioni private. Come casa tua.

Da qui parte l’analisi del Piano economico finanziario 2026 che Stefano Lubrano ha messo in circolazione in questi giorni. Lubrano è stato sindaco di Alghero dal giugno 2012 fino al dicembre 2013, quando il Consiglio comunale decadde per le dimissioni della maggioranza dei consiglieri, ed è imprenditore nel settore turistico-alberghiero. Il suo documento, tre parti fitte di numeri, non contesta il diritto della Giunta di decidere come distribuire il costo del servizio. Contesta il fatto che nessuno abbia spiegato i numeri con cui quella distribuzione è stata costruita.

Il numero che ribalta tutto

I costi variabili sono la parte della TARI agganciata alla produzione presunta di rifiuti. Chi ne produce di più, in teoria, paga di più.

Nel 2025 quella componente era ripartita così: 69 per cento alle famiglie, 31 per cento alle imprese. Nel PEF 2026 diventa 93,99 contro 6,01.

Non è l’unico movimento. Sull’altro versante crescono i costi fissi a carico delle attività economiche, dal 40 al 54,55 per cento. Le due leve insieme producono il risultato che l’amministrazione ha annunciato: TARI dei residenti congelata, imprese con un aumento medio sopra il 13 per cento.

Fin qui è politica, e la politica si giudica. Il problema che solleva Lubrano è un altro: se il 94 per cento dei costi legati alla produzione di rifiuti viene messo in capo alle famiglie, bisogna essere sicuri che siano davvero le famiglie a produrre quei rifiuti.

Chi è impresa e chi no

Il Regolamento TARI 2026 ha una voce per gli affittacamere e una per i bed and breakfast. Sono 184 e 210, secondo l’Ufficio Turismo del Comune. Attività ufficiali, classificate tra le utenze non domestiche, come è giusto che sia.

Le locazioni turistiche brevi non hanno nessuna voce. Nessuna categoria, nessun coefficiente, niente. Restano nel calderone delle abitazioni private, cioè dentro quel 93,99 per cento.

La conseguenza, secondo Lubrano, è doppia. Una fetta dei rifiuti prodotti dal turismo viene contabilizzata come se la producessero i residenti. E il Comune si preclude l’unica leva che avrebbe potuto alleggerire il rincaro del 13 per cento su ristoranti, negozi, artigiani e sulla ricettività che le regole le rispetta.

A supporto, il documento tira fuori la composizione delle utenze domestiche. Su 29.241 utenze, 14.803 risultano intestate a una sola persona e 9.113 a due. Sommate fanno 23.916: più di otto su dieci.

«Non possiamo dire che siano tutte seconde case o locazioni turistiche», scrive Lubrano. «Ma in una città come Alghero il dato merita attenzione.»

Due numeri che non tornano

Nella relazione tecnica MTR-3, quella su cui poggia l’intera costruzione tariffaria, il documento individua due scostamenti.

Il primo riguarda la densità abitativa: la relazione parla di 42.200 abitanti e di 365 abitanti per chilometro quadrato. Ma 42.200 persone distribuite sull’intero territorio di Alghero danno circa 191 abitanti per chilometro quadrato. Per arrivare a 365 servirebbe un territorio grande poco più della metà di quello reale.

Il secondo riguarda il bacino demografico. Sommando i componenti attribuiti alle utenze domestiche nel PEF si arriva a 51.661 teste, contro i 42.200 abitanti dichiarati. Novemilaquattrocentosessantuno in più.

Su quest’ultimo punto va detta una cosa che il documento non dice. Uno scarto del genere non è di per sé un’anomalia: i regolamenti TARI assegnano d’ufficio un numero presunto di componenti alle utenze intestate a chi non risiede in città, di solito in base ai metri quadri. Dove ci sono molte seconde case la forbice è normale. Anche il dato sulla densità somiglia più a un refuso che a un vizio del procedimento.

Resta però il rilievo di metodo, e quello tiene: è lo stesso documento comunale a scrivere che quelle variabili sono servite a dimensionare il servizio e a costruire le analisi tariffarie.

Le imprese pagano adesso, il servizio arriva a ottobre

C’è poi una questione di calendario che riguarda chi lavora con le stagioni.

Il nuovo appalto di igiene urbana, affidato al raggruppamento Ciclat-Sangalli, dovrebbe entrare a pieno regime tra ottobre e novembre. L’aumento chiesto alle imprese viene motivato con più passaggi di raccolta, più spazzamento, nuovi servizi, controlli rafforzati.

Il punto è che gran parte delle attività turistiche algheresi chiude proprio a fine ottobre. Pagano nel 2026 un servizio che vedranno, nella migliore delle ipotesi, quando avranno già tirato giù la saracinesca.

Nel documento c’è anche una risposta a un argomento che sarebbe circolato tra alcuni esponenti della maggioranza: le imprese dovrebbero essere contente, perché altrove si paga di più. Per Lubrano è «un confronto verso il basso». Un’impresa guarda ai propri costi e ai propri margini, non alla TARI di Rimini.

E se nel 2027 il conto sale?

L’ultima obiezione guarda avanti. Se durante il 2026 i rifiuti prodotti risultassero più del previsto, per i maggiori conferimenti, per i rincari in discarica o per il carburante, la differenza andrebbe recuperata a conguaglio dall’anno successivo.

Sono costi variabili. Con la ripartizione attuale finirebbero quasi per intero sulle famiglie, e in particolare sui nuclei più numerosi. Oppure le percentuali verranno rimescolate un’altra volta, e a quel punto tocca di nuovo alle imprese.

La domanda con cui il documento si chiude è senza giri di parole: abbiamo protetto le famiglie o abbiamo solo spostato più in là il momento in cui qualcuno dovrà pagare il costo vero dei rifiuti?

Cosa manca per rispondere davvero

Una precisazione la dobbiamo al lettore. Lubrano lavora nel comparto turistico-ricettivo, cioè in uno dei settori che quest’anno assorbono il più 13 per cento e che guadagnerebbero dalla riclassificazione delle locazioni turistiche tra le utenze non domestiche. Non è un motivo per archiviare i suoi rilievi, che si basano su documenti pubblici e su dati dell’Ufficio Turismo comunale. È un motivo per verificarli.

Per farlo servono tre cose che oggi non sono pubbliche. Il gettito complessivo per categoria, non le sole percentuali di ripartizione. Il criterio con cui sono stati attribuiti i componenti alle utenze intestate a non residenti. E la ragione tecnica per cui 2.445 case affittate ai turisti non sono state associate ad alcuna categoria di utenza non domestica.

Le abbiamo chieste all’amministrazione comunale e a S.E.C.AL., la società che gestisce la riscossione. Le risposte, quando arriveranno, le pubblicheremo per intero.




Cruciani: «Vannacci è abile, parla di sicurezza e può già valere oltre il 10 per cento»

All’Hotel delle Rose, nell’incontro moderato dai giornalisti Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio, il conduttore de La Zanzara analizza il consenso attorno al generale: «Si è inserito dove il centrodestra non ha mantenuto le promesse».

Giuseppe Cruciani smentisce di essere uno degli ideologi di Roberto Vannacci e chiarisce di non condividerne necessariamente tutte le posizioni. Gli riconosce però una capacità precisa: aver intercettato uno spazio politico rimasto scoperto nel centrodestra.

Il conduttore de La Zanzara ne ha parlato durante il quinto appuntamento di Autori in Costa 2026, ospitato all’Hotel delle Rose. L’occasione era la presentazione di Libertà, il libro costruito come un alfabeto di parole, idee e provocazioni. A moderare l’incontro, i giornalisti Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio.

Tra i temi affrontati, quasi inevitabilmente, anche quello del generale ed europarlamentare, diventato negli ultimi anni uno dei personaggi più divisivi della politica italiana.

Il punto di partenza è stato il riferimento al “patriarcato mediterraneo”, espressione utilizzata da Vannacci. Cruciani ha ammesso di non averne compreso fino in fondo il significato. «Non l’ho capito nemmeno io», ha detto, leggendo però quella formula come una provocazione politica: una risposta alle campagne contro il patriarcato e un richiamo ai valori della famiglia tradizionale.

Secondo Cruciani, tuttavia, non è questo il terreno principale sul quale Vannacci sta costruendo consenso. Il fenomeno sarebbe più ampio e nascerebbe dalla distanza fra quanto il centrodestra ha promesso ai suoi elettori e quanto è riuscito a realizzare una volta arrivato al governo.

«Il fenomeno Vannacci ha a che fare col fatto che il centrodestra, in alcuni casi, non ha fatto quello che aveva promesso di fare. Come tutti quelli che vanno al governo», ha osservato. «Lui è stato bravo a inserirsi e gioca sull’immigrazione e sulla sicurezza».

È qui, per Cruciani, che il generale riesce a parlare a una parte dell’elettorato: persone che chiedono meno mediazioni e risposte più visibili su ordine pubblico, controllo del territorio e immigrazione irregolare.

Nel suo ragionamento, le stazioni ferroviarie diventano il simbolo dello stato di salute delle città italiane. «Le stazioni sono la cartina di tornasole di come funzionano le cose», ha affermato. Non basta mostrare militari o mezzi dell’Esercito davanti agli ingressi: chi delinque, secondo lui, può semplicemente spostarsi qualche metro più in là.

La sicurezza dovrebbe invece essere costruita nelle strade attorno alle stazioni, con illuminazione, telecamere, presìdi e controlli costanti. «Devono diventare uno specchio», ha detto.

Una visione che, a suo giudizio, Vannacci è riuscito a tradurre in un linguaggio diretto. «Promette di fare delle cose. E siccome è un militare, dà l’idea di essere efficiente, o di poter essere efficiente».

Cruciani ha quindi respinto con decisione l’etichetta di possibile ideologo del generale, nata negli anni per la loro frequentazione pubblica e per alcune presentazioni dei libri di Vannacci. «Quando mi dicono che sono l’ideologo di qualcuno mi incazzo come una biscia», ha spiegato. «Non riesco neppure a essere l’ideologo di me stesso, in alcuni casi».

Resta il riconoscimento della capacità dialettica del generale. «È uno molto abile», ha detto Cruciani, ricordando di averlo intervistato recentemente. Ed è proprio questa capacità, secondo il conduttore, a creare un problema al centrodestra tradizionale: Vannacci avanza sullo stesso terreno degli altri partiti dell’area e ne intercetta una parte dell’elettorato.

Poi la previsione, formulata davanti al pubblico di Autori in Costa: «Secondo me prende già oltre il 10 per cento».

Non un sondaggio, ma una valutazione personale. Per Cruciani, Vannacci non è una semplice parentesi polemica: è il prodotto di un vuoto politico legato a immigrazione, sicurezza e richiesta di decisioni rapide. E finché quel vuoto resterà aperto, il generale continuerà a trovare spazio.




Rifiuti e affitti brevi ad Alghero: il buco nero del porta a porta

INCHIESTA · RIFIUTI E TURISMO

Ad Alghero il porta a porta funziona per chi resta. Il problema sono le migliaia di ospiti che passano da una casa vacanza senza mastello e senza calendario. A Olbia la differenziata è scesa dal 75 al 65 per cento in tre anni. Cosa fanno gli altri comuni turistici e cosa manca nel nuovo appalto da 118 milioni.

Alghero, 16 Agosto 2026 – di Fausto Farinelli

Un sacchetto della spazzatura, in via Sardegna, è rimasto sul marciapiede per giorni. L’ha raccontato una turista in una lettera aperta, a metà luglio. Nessuno l’ha ritirato, e la ragione è ineccepibile: non era dentro il mastello. La regola dice così.

Via Sardegna è una delle strade di Alghero con la più alta concentrazione di B&B e affittacamere. Quel sacchetto non racconta un episodio di inciviltà. Racconta il punto preciso in cui il sistema di raccolta smette di funzionare.

Un patto che l’ospite non ha firmato

Il porta a porta si regge su un accordo implicito. Il Comune passa a orari fissi, tu esponi il contenitore giusto la sera prima. Funziona perché chi vive in una casa ci resta abbastanza a lungo da imparare il calendario, e perché il mastello gliel’hanno consegnato a domicilio.

Uno che arriva venerdì sera e riparte lunedì mattina non impara niente. Il kit non ce l’ha. Non sa che l’umido si espone dalle 20 del giorno prima. Non sa dov’è l’ecocentro. Molto spesso non parla italiano. E il proprietario, che magari vive a Milano e gestisce la casa da un’app, non ha nessun motivo pratico per preoccuparsene: la multa, quando arriva, arriva raramente e comunque non a lui.

C’è poi la parte fiscale, di cui non parla quasi nessuno. Il regolamento TARI di Alghero, come quello di mezza Italia, prevede che se l’immobile viene utilizzato per meno di sei mesi nell’anno solare il tributo lo paghi soltanto il possessore. L’ospite non è mai soggetto passivo. Nessuno, ovviamente, pensa di volturare la TARI a ogni prenotazione. Ma il risultato è questo: un appartamento affittato duecento notti l’anno a duecento persone diverse, sui registri comunali, resta un’utenza domestica come quella di una coppia di pensionati.

A Olbia i numeri si vedono già

120 chilometri più in là, la stessa dinamica ha lasciato tracce misurabili.

La raccolta differenziata di Olbia era al 75 per cento nel 2021. Poi 73 nel 2022, 67,8 nel 2023, 65,59 nel 2024. Una discesa costante, mentre la Sardegna nel suo insieme saliva verso il 76,5 per cento. Ricostruendo gli indirizzi della giunta nel marzo 2025, La Nuova Sardegna metteva tra le cause il sacchetto selvaggio, figlio del dilagare degli affitti brevi su seconde case «spesso non dotate di mastelli e a volte sconosciute alle banche dati della Tari».

Sconosciute alle banche dati. Vale la pena rileggerla, quella frase.

Il centro studi di UniOlbia ha provato a misurare la pressione vera: 14.500 seconde case a Olbia, 9.500 ad Arzachena, 9.300 a San Teodoro. E siccome all’Istat i dati li comunica circa la metà delle strutture ricettive, mentre le seconde case non entrano proprio nel conteggio, le presenze reali sono verosimilmente il doppio di quelle ufficiali.

L’appalto olbiese era stato costruito su previsioni che quell’impatto lo sottostimavano. La giunta ha dovuto rifare i conti e il costo annuo è passato da 18 a 24 milioni, con l’aumento della Tari a seguire. Un comitato di residenti, pochi giorni fa, l’ha messa giù senza tecnicismi: paghiamo una tassa che cresce ogni anno per un servizio che peggiora, e ci chiediamo tutti come facciano le case vacanza a smaltire i rifiuti.

Chi ha smesso di fingere

Qualche comune ha preso atto che il porta a porta non può funzionare per chi si ferma tre giorni, e ha aperto un canale parallelo.

Viareggio ha le isole ecologiche informatizzate, le Cam: strutture chiuse riservate alle utenze domestiche non residenti, con badge elettronico nominativo consegnato insieme al kit. La motivazione è scritta nero su bianco dal gestore: servono nelle zone con molte utenze non residenti o forti flussi turistici, dove rispettare i calendari è materialmente impossibile. C’è pure un tetto, 52 conferimenti l’anno per l’indifferenziato, che è già una tariffa puntuale in embrione.

Oristano rilascia una tessera magnetica per l’accesso alle isole ecologiche ai proprietari di immobili locati a turisti per periodi sotto i trenta giorni. Categoria riconosciuta, canale dedicato.

Terni, con fondi Pnrr, ha attivato cinque isole scarrabili pensate per le attività turistiche: si aprono con un QR code o con una tessera numerata distribuita a B&B e case vacanza.

All’Isola d’Elba le isole ecologiche stanno nei punti di maggior transito e si aprono con la tessera sanitaria. Sono fatte per i turisti in partenza, quelli che hanno in mano i rifiuti del soggiorno e nessun posto dove metterli.

San Teodoro ha scelto la strada opposta, e altrettanto sensata. Dal primo giugno al 30 settembre, in due vie del centro, ha vietato l’esposizione dei mastelli su strada e ha messo un eco-punto presidiato, aperto sette giorni su sette dalle 18 alle 21. Nessun bidone sul marciapiede e una persona in carne e ossa che spiega dove va cosa.

Ma la tessera, da sola, non basta

Va raccontato anche il rovescio, altrimenti sembra tutto facile.

A Rimini il sistema ruota attorno alla Carta Smeraldo e ai cassonetti informatizzati Smarty. Nel centro storico Hera ha dovuto disattivare temporaneamente l’accesso con tessera alle isole interrate: troppi studenti, lavoratori fuori sede, turisti e proprietari di seconde case non avevano mai ritirato le dotazioni, malgrado le campagne ripetute. A Misano, per lo stesso motivo, hanno piazzato un ecopoint temporaneo il sabato mattina nella zona turistica di Portoverde, apposta per consegnare le tessere ai non residenti.

Sui controlli, invece, la Romagna è tra le più dure d’Italia: 93 sanzioni dall’inizio del 2026, 200 euro per le utenze domestiche e 400 per quelle non domestiche, con apertura materiale dei sacchetti abbandonati per risalire ai responsabili attraverso documenti e bollette.

Cosa cambia ad Alghero, e cosa resta scoperto

Il nuovo appalto di igiene urbana, aggiudicato al raggruppamento Ciclat Trasporti Ambiente e Sangalli Giancarlo & C. per 118,2 milioni su otto anni più uno, contiene parecchie cose che vanno nella direzione giusta.

Il porta a porta viene esteso a tutto il territorio comunale. Il servizio estivo passa da quattro a cinque mesi. In centro storico arriva un passaggio notturno nei periodi di maggiore affluenza e, soprattutto, sono previsti contenitori smart ad accesso controllato per ogni frazione, con svuotamento quotidiano. Gli ecocentri aprono anche la domenica. Ci sono 400 nuovi cestini a bocca stretta, oltre 200 fototrappole, un front office in via Tarragona, il Centro del Riuso a Galboneddu. Con gli stagionali l’organico è salito a 142 unità. L’assessore all’Ambiente Raniero Selva punta a superare l’80 per cento di differenziata: oggi Alghero è al 72,2 (dato Ispra 2024), sotto la media regionale.

Tra le attività preliminari del nuovo appalto ci sono il censimento delle utenze domestiche e l’aggiornamento delle banche dati. È il pezzo più importante di tutta l’operazione ed è quello di cui si parla meno.

Perché la domanda che il capitolato lascia aperta è una sola: i contenitori smart del centro storico, a chi saranno abilitati? Solo agli intestatari Tari, come a Rimini nella prima fase, oppure anche a chi gestisce una locazione turistica? E l’ospite di passaggio, quello senza tessera né badge né mastello, dove conferisce alle sette del mattino di un martedì di agosto?

Nei documenti pubblici consultabili non c’è risposta. Il regolamento comunale si limita ad attribuire al proprietario dell’immobile la responsabilità di mettere l’ospite in condizione di differenziare. Una formula corretta e finora rimasta sulla carta.

Le isole ecologiche del porto ridotte a discariche a cielo aperto a inizio luglio, i mobili e i sacchi fotografati dal Comitato Suolo Pubblico Bene Comune la domenica del 28 giugno tra piazza del Teatro, via Roma e vicolo del Teatro: è sempre la stessa storia, vista da angolazioni diverse.

Chi paga davvero

Alghero ha stimato in 2,4 milioni di euro il gettito annuo atteso dall’imposta di soggiorno e dal novembre 2025 ne ha eliminato la stagionalità, rendendola valida tutto l’anno. Quel gettito, per legge, va a interventi in materia di turismo, manutenzione e recupero dei beni culturali e ambientali, e ai relativi servizi pubblici locali. Nelle riunioni con gli operatori l’amministrazione ha assicurato che le risorse aggiuntive andranno su decoro urbano, verde, pulizia delle spiagge, marketing ed eventi.

“Decoro urbano” è una voce abbastanza larga da comprendere la gestione dei rifiuti nelle zone a maggiore pressione turistica. Quanto ci finisce dentro, di quei 2,4 milioni, si può sapere solo leggendo gli impegni di spesa, che lo stesso regolamento comunale prevede vengano pubblicati.

Sull’altro versante la leva esiste già, e non è comunale. Dal primo gennaio 2025 il Codice identificativo nazionale è obbligatorio per tutte le strutture ricettive. Nel luglio dello stesso anno la Guardia di finanza ha condotto ad Alghero una verifica su affitti brevi e strutture ricettive, chiusa con sanzioni per 16mila euro: sotto controllo il Cin, le comunicazioni ad Alloggiati Web e i versamenti dell’imposta di soggiorno, con ricostruzione dei redditi non dichiarati incrociando i dati delle piattaforme di intermediazione.

Quell’incrocio (Cin, Alloggiati Web, portale Staytour dell’imposta di soggiorno, ruolo Tari) è quanto servirebbe per sapere quante case vacanza ci sono davvero ad Alghero, dove stanno e quanti rifiuti producono. I dati esistono. Non risulta che siano mai stati usati per dimensionare il servizio di igiene urbana.

Le domande che restano

Quante utenze Tari, ad Alghero, risultano come locazioni turistiche o strutture extra-alberghiere, e quante di queste sono state incrociate con l’elenco dei Cin attivi in città? Il censimento condotto nella fase preliminare del nuovo appalto ha trovato immobili affittati ai turisti e assenti dal ruolo? I contenitori smart del centro storico saranno accessibili ai gestori delle locazioni brevi, e con quale strumento? Esiste un kit informativo multilingue per gli ospiti, e chi ha l’obbligo di consegnarlo? Quanto vale il Pef 2026 e quale coefficiente è stato applicato alle utenze non domestiche a vocazione ricettiva?

Sono le domande che questa redazione ha rivolto all’amministrazione comunale, a S.E.C.AL. e al nuovo gestore del servizio. Per il valore del Piano economico finanziario e per il dettaglio tariffario, che non risultano pubblicati, è in preparazione una richiesta di accesso agli atti.

I dati sulla raccolta differenziata provengono dal Catasto Rifiuti Ispra, ultimo aggiornamento disponibile 2024. I dati sulle seconde case in Gallura sono elaborazioni del centro studi UniOlbia su base Istat. Le informazioni sul nuovo appalto algherese sono tratte dagli atti comunali e dalle dichiarazioni dell’assessorato all’Ambiente.

I numeri

  • 72,2% — raccolta differenziata di Alghero nel 2024 (Ispra), contro il 76,5% della media sarda
  • 118,2 milioni — valore del nuovo appalto di igiene urbana, otto anni più uno
  • 80% — obiettivo dichiarato dall’amministrazione
  • 65,59% — differenziata di Olbia nel 2024, dal 75% del 2021
  • 14.500 — seconde case a Olbia (elaborazione UniOlbia su dati Istat)
  • 2,4 milioni — gettito annuo atteso dall’imposta di soggiorno ad Alghero
  • 6 mesi — sotto questa soglia di utilizzo la Tari la paga solo il proprietario







Il Paradosso del Decoro – Inchiesta Rifiuti Città Turistiche









Il Paradosso del Decoro


🔍 Dossier Inchiesta Speciale

Dati ISPRA 2024/2025

Turismo di Massa e la Sfida Invisibile dei Rifiuti Urbani

Come le località costiere affrontano la triplicazione estiva della popolazione. Un’indagine approfondita sul modello ibrido di Alghero, sul confronto con le grandi riviere italiane e sui nodi dell’evasione fiscale negli affitti brevi.

Produzione Italia
29,9 M t
+2,3% vs anno prec.

Sardegna RD %
76,6 %
3ª Regione più virtuosa

Appalto Alghero
118 M €
Durata 8+1 Anni (Ciclat)

Posidonia PNRR
20.000 t/a
Impianto Soil-Washing

CAPITOLO I

MACRO-TERRITORIALE

Il Contesto Nazionale e l’Anomalia Virtuosa Sarda

L’analisi dei dati ufficiali forniti dal Catasto Nazionale Rifiuti dell’ISPRA rivela una ripresa della produzione complessiva di rifiuti urbani (+2,3%), direttamente legata alla crescita dei consumi e al pieno ripristino dei flussi turistici post-pandemici. Sebbene la media nazionale di Raccolta Differenziata (RD) si attesti al 67,69% (superando il target normativo del 65%), persiste un marcato divario geografico. In questo panorama, la Sardegna rappresenta un’eccellenza collocandosi al terzo posto nazionale col 76,6%, ma affronta nei comuni costieri picchi pro-capite estremi.

Produzione Pro Capite e Raccolta Differenziata (2024)

Dati ISPRA

I dati evidenziano come la produzione pro-capite aumenti nel Centro e nelle zone a forte impatto turistico, mascherando il reale volume procapite generato dai visitatori.

Il Paradosso della “Popolazione Equivalente”

Le statistiche ufficiali dividono i rifiuti prodotti per la sola popolazione residente anagrafica. Nei comuni turistici ciò provoca un’impennata fittizia dell’indicatore pro-capite:

  • Media Nazionale:
    507,9 kg/ab. anno
  • Provincia di Rimini:
    ~755 kg/ab. anno
  • Alghero (Resid. 42k):
    >550 kg/ab. anno
  • Arzachena (Picco estivo):
    >1.000 kg/ab. anno

Menzione Legambiente “Comuni Ricicloni Costieri”

Per neutralizzare questa distorsione, Legambiente applica un correttore matematico per i comuni dove la popolazione estiva aumenta di oltre il 30%, premiando chi mantiene oltre l’80% di RD durante i picchi estivi.

CAPITOLO II

CASE STUDY VERTICALE

Il Modello Alghero: Progettazione, Tecnologie e Nodi Logistici

Alghero (Riviera del Corallo) rappresenta un laboratorio emblematico: deve conciliare un centro storico medievale a viabilità ristretta, chilometri di litorale sabbioso, vaste borgate agricole nella Nurra e un afflusso turistico che quadruplica le presenze estive.

L’Appalto Titanico
118,2 Milioni €

Aggiudicato al RTI Ciclat Trasporti Ambiente + Sangalli Giancarlo per 8 anni (+1 opzionale). Avvio a regime definitivo da gennaio 2026.

Stagionalità Estesa
5 Mesi Intensivi

Potenziamento dei servizi estivi esteso dal 15 maggio al 15 ottobre per coprire il prolungamento effettivo della stagione turistica.

Innovazione & Decoro
Mezzi Elettrici & HVO

400 nuovi cestini stradali, cassonetti smart con sensori volumetrici nel Centro Storico e mezzi elettrici/HVO per l’azzeramento dell’impatto acustico/ambientale.

🔄 Architettura Integrata: Domiciliare e Sistemi di Backup Flessibili

Il modello domiciliare “porta a porta” puro soffre della rigidità del calendario per i turisti in partenza. Alghero ha strutturato una rete di backup multilivello per garantire valvole di sfogo legali h24.



Postazioni Fisse (Via De Gasperi / Cimitero):

Accesso controllato mediante identificazione elettronica: Tessera Sanitaria per i residenti o badge magnetico fornito dagli host regolarmente registrati agli ospiti stranieri. Dotate di sensori volumetrici che segnalano la saturazione in tempo reale.

Innovazione Economia Circolare (PNRR 5M€)

L’Impianto per il Trattamento della Posidonia Spiaggiata

Realizzato nell’area industriale di San Marco (CIPSS & Gruppo Esposito), questo impianto trasforma una biomassa percepita come rifiuto in risorsa grazie a un brevetto di soil-washing da 20.000 t/anno (110 t/giorno).

1. Prelievo Arenili
Raccolta banquettes miste a sabbia e microplastiche

2. Soil-Washing
Lavaggio ad alta pressione e separazione idraulica

3. Recupero Sabbia
Sabbia depurata (fino al 60%) restituita alle spiagge

4. Valorizzazione Biomasse
Compost agricolo & Pannelli isolanti acustici

⚠️ Criticità: Saturazione di Scala Erre e il Trasferimento a Tossilo

A causa della saturazione della discarica consortile di Scala Erre, la Regione Sardegna ha disposto il dirottamento del 60% dell’indifferenziato verso il termovalorizzatore di Tossilo (Macomer). Il trasporto su gomma genera un extracosto logistico stimato in circa 500.000 €/anno per il bacino di Sassari-Alghero, mettendo sotto pressione il Piano Economico Finanziario della TARI.

CAPITOLO III

ANALISI COMPARATIVA

Benchmark nei Principali Poli Turistici Italiani

Ogni costa italiana ha adottato strategie differenziate per coniugare decoro e turisti. Confronta il modello di Alghero con Rimini (cassonetti smart), Gallipoli (criticità salentine), Jesolo (gestione impurità) e Vieste.

Filtra per città:





CAPITOLO IV

LEGISLAZIONE & SOMMERSO

Affitti Brevi, Codice CIN e l’Evasione Tariffaria

Gli appartamenti destinati a locazione breve non dichiarati operano come utenze domestiche fittizie, sfuggendo alle tariffe maggiorate e privando gli ospiti dei kit per la differenziata. Questo genera l’abbandono notturno dei sacchi e il collasso dei cestini stradali.

🚨 Il Meccanismo del Collasso Urbano

1. Omessa Dichiarazione: L’host non registra l’immobile come utenza ricettiva non-domestica TARI per eludere il fisco.
2. Assenza di Strumenti: L’ospite non riceve i mastelli con codice a barre né la card per le ecoisole automatizzate.
3. Scarico Illecito: Il turista in partenza abbandona i sacchi indefferenziati presso i cestini stradali o nei vicoli.

🛡️ La Risposta: Legge 191/2023 & Codice CIN

L’introduzione del Codice Identificativo Nazionale (CIN) obbligatorio negli annunci online e all’esterno degli stabili consente l’incrocio telematico tra banche dati:

  • Incrocio dati: CIN ↔ Portale Alloggiati Web ↔ TARI ↔ Imposta di Soggiorno.
  • Sanzioni CIN: Da 800 € a 8.000 € per assenza di codice.
  • Sanzioni SCIA: Fino a 10.000 € per carenza di segnalazione amministrativa.
  • Fototrappole: Videosorveglianza ad alta tecnologia per sanzionare gli abbandoni nelle periferie.

CAPITOLO V

ARCHITETTURA FINANZIARIA

Tariffe TARI, Regolazione ARERA e Imposta di Soggiorno

Sotto il Metodo Tariffario Rifiuti (ARERA MTR-2), il 100% dei costi del Piano Economico Finanziario (PEF) deve essere coperto integralmente dalla TARI, senza sussidi dal bilancio generale. I comuni turistici devono coprire gli extracosti estivi sterilizzando l’impatto sulle famiglie residenti.

Costo Medio TARI Familiare per Regione (2023)

Dati Cittadinanzattiva

Composizione della Bolletta TARI

1. Quota Fissa: Superficie calpestabile (m²) × Tariffa base (copre ammortamenti e spazzamento).

2. Quota Variabile: Numero dei componenti del nucleo (o coefficienti presuntivi Kd per le attività commercial).

3. Tributo TEFA: Addizionale obbligatoria del 5% per la Città Metropolitana/Provincia.

La Leva dell’Imposta di Soggiorno

Ad Alghero e in grandi mete balneari, la TARI domestica è stata sterilizzata. Le amministrazioni propongono di destinare quote dell’Imposta di Soggiorno per coprire i turni straordinari di nettezza urbana estiva, riequilibrando il carico fiscale tra cittadini stanziali e visitatori.

Il Paradosso del Decoro • Inchiesta Rifiuti

Focus sul Comune di Alghero e Benchmark Città Turistiche

Elaborazione dati basata su fonti ISPRA, ARERA, Cittadinanzattiva & Comune di Alghero

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Mario Giordano: «Il giornalismo deve stare dalla parte dei cittadini»

Il bambino con il taccuino, le inchieste di “Fuori dal coro”, le battaglie sulle case occupate e sulle liste d’attesa. Mario Giordano racconta il suo modo di fare informazione e spiega perché l’intelligenza artificiale lo preoccupa.

Intervista di Fausto Farinelli Porto Cervo 13 Agosto 2026

Mario Giordano parla del giornalismo come di una passione che non si è mai spenta. Tutto cominciò quando aveva sette anni e riempiva i taccuini sognando di diventare cronista. Poi sono arrivati i giornali, la televisione, le direzioni e i libri. Quella curiosità, invece, è ancora lì.

Lo si capisce dalle risposte. Giordano sorride, ricorda gli inizi, ma cambia tono quando il discorso arriva alle case occupate o alle liste d’attesa nella sanità. In quei momenti le parole accelerano. E l’indignazione prende il posto dell’ironia.

Lei ha raccontato che la passione per il giornalismo nacque da bambino, con quel famoso taccuino ricevuto in regalo. Dopo aver diretto giornali e telegiornali, che cosa è rimasto di quel giovanissimo cronista?

Tutto. È rimasta soprattutto la passione.

Ho avuto la fortuna di fare il lavoro che amo e che non mi pesa. Non avevo parenti giornalisti. Ero un bambino di sette anni che sognava di fare il giornalista, cominciava a scrivere sui taccuini e poi continuava a riceverli in regalo.

Il mondo cambia, cambiano le possibilità e gli strumenti. Ma il giornalismo è bello se uno conserva dentro quella voglia di comunicare. È un fuoco: vedi una cosa e senti subito il bisogno di raccontarla.

Puoi usare il tamburo di latta, come si faceva una volta, oppure i social, la televisione, la radio e la carta stampata. Il mezzo viene dopo. Prima deve esserci quella voglia.

E bisogna raccontare dalla parte dei cittadini. Non dalla parte di chi sta in alto. Noi giornalisti dovremmo stare in mezzo, ma vicini alle persone, capire le loro esigenze e provare a rappresentarle. Ho sempre cercato di farlo.

Ogni tanto dico che spero non si accorgano di quanto mi diverto a fare il giornalista, altrimenti smettono di pagarmi. Perché lo farei lo stesso. È la cosa che mi piace fare.

Con “Fuori dal coro” avete realizzato inchieste che, in alcuni casi, sono riuscite a ottenere risultati dove la giustizia o le istituzioni non erano arrivate. È un modello che può cambiare anche il modo di fare informazione?

Non lo so. E, sinceramente, mi interessa anche poco.

Quando mi hanno proposto di fare una trasmissione, non volevo costruire il solito teatrino televisivo: quello di destra dice una cosa, quello di sinistra ne dice un’altra e alla fine rimane tutto com’era.

Di talk show ce ne sono tanti. Io ho cercato di fare una trasmissione che raccontasse le cose che non funzionano e, quando è possibile, provasse anche a risolverle.

Non mi interessa tanto smuovere gli altri giornalisti. Mi interessa smuovere le cose.

L’inchiesta sulle case occupate come nacque?

Da una telefonata.

Ci chiamarono due ragazzi. Volevano sposarsi, ma non potevano farlo perché il padre aveva affittato una casa e la persona che la occupava non voleva più andarsene.

Siamo partiti da quella storia e abbiamo scoperto che sotto c’era un mondo. Tantissime persone si trovavano nella stessa situazione e il sistema italiano, per ragioni diverse, non riusciva a dare loro una risposta.

La telecamera, in questi casi, funziona perché accende un faro. Se insisti, alla fine qualcosa si muove. Ma non dovrebbe funzionare così. Un cittadino non dovrebbe ottenere giustizia soltanto perché arriva una troupe televisiva.

Noi abbiamo contribuito a liberare 282 case. Sono casi concreti, famiglie vere. Poi la speranza è che, raccontandoli, si riesca anche a cambiare il meccanismo che li ha prodotti.

La stessa cosa accade con le liste d’attesa nella sanità?

Certo. Non è possibile che una persona riesca a ottenere una visita soltanto perché arriviamo noi con le telecamere.

Quando una signora ha un sospetto tumore e le fissano la visita nel 2029, io mi arrabbio. Mi viene da battere la testa contro il muro. Come si fa a non reagire? Non è umano. Non è possibile, non è giusto e non è lecito.

La salute è un diritto costituzionale. Se per curarti devi pagare, significa che in Italia possono farlo soltanto i ricchi. Ed è sbagliato.

Noi denunciamo il sistema, sperando che qualcuno intervenga. Nel frattempo, però, proviamo a risolvere il caso che abbiamo davanti. Quella visita ottenuta non sistema tutta la sanità, è evidente, ma per la persona che la stava aspettando cambia tutto.

Qualcuno le rimprovera di urlare troppo.

Sì, mi chiedono: “Perché urli?”.

Urlo perché certe cose non sono accettabili. Se una donna rischia di avere un tumore e deve aspettare anni per una visita, che cosa dovrei fare? Guardarla con distacco e passare all’argomento successivo?

Ogni tanto bisogna alzare la voce. La gente è distratta, è stanca. Lo capisco anche: uno torna a casa dopo una giornata difficile e magari preferisce guardare un film, invece di vedere un servizio che lo fa arrabbiare.

Però, se nessuno apre gli occhi su quello che accade, le cose non cambiano.

E non è vero che non cambia mai nulla. Negli anni abbiamo condotto battaglie sui costi della politica. Non abbiamo risolto tutti i problemi, ma qualche risultato è arrivato. Bisogna continuare a parlarne.

Lei ha scritto diversi libri contro sistemi di potere consolidati. Possiamo parlare di rabbia giornalistica?

La chiamerei indignazione.

Indignazione davanti a ciò che non funziona e davanti ai cittadini calpestati. Quel bambino di sette anni non sognava di diventare giornalista per andare a cena con i ministri. Voleva raccontare.

Anche questo libro sulle banche nasce da lì. Se nessuno parla di certi argomenti, è difficile che qualcosa cambi. E spesso sono proprio i temi più scomodi quelli dei quali non si vorrebbe parlare.

Il suo esordio televisivo avvenne a “Pinocchio”, con Gad Lerner. Eppure lei non pensava di essere adatto alla televisione.

Non ci avevo mai pensato.

Alla scuola di giornalismo avevo una voce e una faccia che non erano considerate proprio classiche. Non mi facevano fare nemmeno le prove, non mi lasciavano avvicinare al microfono.

Fu Gad Lerner a insistere. Lavoravo con lui in redazione, preparavo testi e schede. Continuava a dirmi: “Devi provare”. Alla fine provai e quello fu il mio esordio.

Poi, a 34 anni, diventai direttore di “Studio Aperto”. Prima, però, avevo già lavorato nella carta stampata. All’inizio degli anni Novanta facevo articoli e corrispondenze sportive da Torino. In seguito fui assunto da Feltri e affrontai tutti i passaggi della professione.

Non sono arrivato direttamente alla direzione. Ho fatto il collaboratore e il redattore. Sono partito dal lavoro quotidiano.

Nel 1971, durante la vicenda dei Pentagon Papers, il giudice della Corte Suprema americana Hugo Black disse che la stampa deve servire i governati, non i governanti. È anche il suo modo di intendere il giornalismo?

Sì. È la sintesi esatta.

In Italia, invece, una parte della stampa sembra pensarla diversamente. Capisco anche perché: stare vicino a chi governa è più facile. Può dare maggiori soddisfazioni, più riconoscimenti e più vantaggi.

Ma il bello del giornalismo è servire i governati. È il motivo per cui uno si alza al mattino ed è ancora felice di fare questo lavoro.

Questa scelta le ha creato problemi? Anche a livello aziendale?

Tantissimi.

Problemi aziendali, querele, denunce, difficoltà di ogni genere. Ogni tanto escono notizie sul programma a rischio. Ma siamo sempre tutti a rischio.

Anche questo libro ho potuto presentarlo pochissimo. In televisione, praticamente, non è mai stato mostrato.

I problemi ci sono, certo. Però continuo a considerarmi una persona fortunata, perché faccio il lavoro che mi piace. E penso che vada fatto così.

Finché potrò, continuerò. Se un giorno qualcuno mi dirà che non posso più farlo in questo modo, allora non lo farò più.

Informazione e intelligenza artificiale. La considera un’opportunità o un pericolo?

Mi spaventa tantissimo.

Per la prima volta ci troviamo davanti a una rivoluzione che rischia di cancellare l’uomo. Noi, invece, dobbiamo difenderlo.

Tutte le cose di cui abbiamo parlato nascono da sentimenti umani, non dagli algoritmi. L’indignazione davanti a una persona che non riesce a curarsi è umana. Anche il bisogno di raccontare un’ingiustizia lo è.

Gli algoritmi vengono costruiti da chi ha potere e possono finire per favorire ancora di più i potenti, lasciando indietro gli altri.

Spero che si riescano a stabilire delle regole. Ma le leggi bisogna farle e, soprattutto, bisogna rispettarle. In Italia ne abbiamo tante che esistono soltanto sulla carta.

La tecnologia può cambiare gli strumenti del giornalismo. Quello è già successo molte volte. Ma il giornalismo, senza l’uomo, diventa un’altra cosa.




Matteo Lunelli all’Hotel delle Rose: vino, impresa e nuove generazioni al centro di “Autori in Costa”

A Porto Cervo l’incontro moderato da Fulvio Giuliani, tra cambiamento climatico, famiglia e futuro del settore vitivinicolo

Di Fausto Farinelli.

PORTO CERVO 4 Agosto 2026– Non soltanto vino, ma anche impresa, famiglia, sostenibilità e nuove generazioni. Sono stati questi i temi al centro dell’incontro con Matteo Lunelli, ospitato martedì 4 agosto all’Hotel delle Rose di Porto Cervo nell’ambito del secondo appuntamento della rassegna “Autori in Costa”.

A moderare la serata è stato il giornalista Fulvio Giuliani, che ha guidato il confronto alternando domande tecniche, ricordi personali e riflessioni sul futuro. Ne è nato un dialogo ampio, capace di partire dalla vendemmia e arrivare ai rapporti familiari, al passaggio generazionale e al ruolo dei giovani nel mondo del lavoro.

L’incontro, seguito da un pubblico numeroso, si è svolto in un clima informale. Fin dalle prime battute, Giuliani ha portato la conversazione su un tema concreto e attuale: il cambiamento climatico e i suoi effetti sulla viticoltura.

La vendemmia arriva sempre prima

Lunelli ha spiegato che la raccolta delle prime uve sarebbe iniziata intorno al 10 agosto, una data ormai molto anticipata rispetto alla tradizionale vendemmia di settembre.

L’aumento delle temperature sta infatti modificando i tempi di maturazione in molte aree vinicole del mondo. Per le aziende significa dover ripensare strategie, calendari e modalità di coltivazione.

Nel caso di Ferrari Trento, una delle risposte è arrivata dalla montagna. Negli ultimi vent’anni l’azienda ha aumentato l’altitudine media dei vigneti, arrivando a coltivare la vite anche tra i 700 e gli 800 metri.

Il motivo è semplice: le giornate calde aiutano l’uva a maturare, mentre le notti fresche permettono di conservarne acidità ed equilibrio. Per una bollicina Metodo Classico, questa escursione termica è fondamentale.

Lunelli lo ha spiegato con un paragone immediato: un frutto è davvero buono quando è maturo e dolce, ma conserva anche freschezza e croccantezza. Lo stesso vale per l’uva destinata al Trentodoc.

La montagna come risorsa

Nel corso della serata, Lunelli ha citato la Tenuta di Margon, nei pressi di Trento, dove la vicinanza del Monte Bondone e delle cime circostanti favorisce l’arrivo di aria fresca durante la notte.

Queste condizioni aiutano a mantenere l’equilibrio delle uve anche nelle stagioni più calde. Inoltre, la diversa altitudine dei vigneti consente di distribuire la vendemmia su più settimane.

La raccolta inizia nelle zone più basse e prosegue gradualmente verso quelle più alte. In questo modo gli agronomi possono seguire con maggiore attenzione la maturazione e scegliere il momento più adatto per intervenire in ogni appezzamento.

La natura, però, resta imprevedibile. Pioggia, temporali e soprattutto grandine possono modificare i programmi nel giro di poche ore. Nella fase che precede la raccolta, ha ricordato Lunelli, proprio la grandine rappresenta uno dei rischi più seri.

Il calendario agricolo è cambiato

Fulvio Giuliani ha richiamato il ricordo dei vecchi sussidiari scolastici, nei quali la vendemmia era quasi sempre associata al mese di settembre.

Lunelli ha risposto citando gli affreschi di Villa Margon, dove i dodici mesi dell’anno sono rappresentati attraverso le attività agricole. Anche lì la vendemmia compare a settembre.

Il confronto tra quelle immagini e la realtà attuale rende evidente il cambiamento. Non si tratta soltanto di dati climatici: la trasformazione si vede nei ritmi del lavoro, nelle scelte delle aziende e nelle abitudini di chi coltiva la terra.

Sostenibilità e responsabilità

Dal cambiamento climatico, il confronto è passato alla responsabilità delle imprese.

Lunelli ha raccontato il percorso seguito dal Gruppo per ridurre le emissioni di anidride carbonica e compensare quelle residue, anche attraverso l’acquisto di crediti di carbonio.

Ha chiarito che una singola azienda non può risolvere da sola un problema globale, ma può e deve fare la propria parte.

Per un’impresa legata alla terra, al clima e alla qualità delle uve, la sostenibilità non può essere soltanto un argomento di comunicazione. Diventa una scelta operativa e una responsabilità verso il territorio.

Le annate che raccontano una vita

La conversazione ha assunto un tono più personale quando Giuliani ha chiesto a Lunelli quali vendemmie ricordasse con maggiore affetto.

Tra tutte, ha indicato il 1995, un’annata importante anche perché legata alla nascita della Riserva Bruno Lunelli, dedicata al nonno.

A questa bottiglia è legata anche una curiosità: il fondo convesso non le permette di restare in piedi senza un sostegno. Una scelta particolare, affascinante dal punto di vista estetico, ma poco pratica per chi deve maneggiarla e conservarla in cantina.

Lunelli ha ricordato anche il 2003, anno del suo ingresso alle Cantine Ferrari, e il 2004 e il 2006, gli anni di nascita dei suoi figli.

Da qui una delle immagini più personali dell’incontro: il vino come “macchina del tempo”. Una bottiglia non conserva soltanto il gusto di un’annata, ma anche i ricordi, le persone e i passaggi importanti della vita.

Aprire un vino della stessa età di un figlio significa ritrovare, dentro quella bottiglia, una parte della storia familiare.

L’equilibrio tra lavoro e famiglia

Parlando della propria vita privata, Lunelli ha riconosciuto il ruolo fondamentale della moglie Valentina nella crescita dei figli, soprattutto negli anni segnati da frequenti viaggi e numerosi impegni professionali.

Ha ammesso che il lavoro ha richiesto molto tempo e molte assenze, ma ha sottolineato che, nella vita familiare, non conta soltanto la quantità del tempo trascorso insieme. Conta soprattutto la sua qualità.

Per Lunelli, famiglia e impresa sono due realtà strettamente legate. Il Gruppo è stato costruito dalle generazioni precedenti ed è oggi guidato insieme ai cugini.

Questo rapporto, però, richiede regole precise.

I patti di famiglia

Uno dei passaggi più interessanti della serata ha riguardato il futuro delle imprese familiari.

Lunelli ha spiegato che il Gruppo si è dotato di patti di famiglia, definiti come una sorta di carta costituzionale destinata a regolare i rapporti tra la famiglia proprietaria e l’azienda.

Al raggiungimento della maggiore età, i giovani membri della famiglia sono chiamati a leggere e sottoscrivere questi accordi. Non significa che tutti debbano entrare in azienda, ma che ciascuno deve conoscere il proprio ruolo e le proprie responsabilità.

Per lavorare nel Gruppo è inoltre necessario maturare almeno sei anni di esperienza professionale esterna dopo gli studi.

La regola serve a evitare ingressi automatici e a spingere i giovani a misurarsi con altri ambienti, altri modelli organizzativi e altre responsabilità. Il cognome, da solo, non è sufficiente.

Il ruolo dei manager

Lunelli ha insistito anche sulla necessità di valorizzare le competenze esterne.

La famiglia deve custodire i valori dell’impresa, indicare una direzione e garantire una visione di lungo periodo. La gestione quotidiana, però, deve poter contare su manager e collaboratori preparati.

Nel settore del vino questo equilibrio è particolarmente importante. Dalla preparazione di un vigneto alla produzione di una grande riserva possono trascorrere anche vent’anni.

Sono tempi che richiedono pazienza e continuità. Una famiglia imprenditoriale può garantire questa prospettiva, ma soltanto se sa distinguere con chiarezza i legami personali dai ruoli aziendali.

Il messaggio ai giovani

Nella parte finale dell’incontro, Fulvio Giuliani ha chiesto a Lunelli di rivolgere un consiglio ai giovani presenti.

La prima parola scelta è stata “umiltà”.

Lunelli ha raccontato l’esperienza del figlio, impegnato in uno stage a Londra in una realtà diversa da quella familiare. Un contesto nel quale ha dovuto partire dal basso, affrontare anche le mansioni più semplici e dimostrare il proprio valore senza contare sul nome della famiglia.

Secondo Lunelli, all’inizio di un percorso professionale servono disponibilità, impegno e capacità di sacrificio.

Serve però anche trovare ciò che appassiona davvero. Quando si lavora in un ambito nel quale ci si riconosce, la fatica non scompare, ma assume un significato diverso.

Conoscere il mondo

L’ultimo invito rivolto ai giovani è stato quello di viaggiare e confrontarsi con culture differenti.

Lunelli ha ricordato le esperienze del figlio in Corea e a Londra, sottolineando quanto il contatto con realtà lontane possa cambiare il modo di osservare il mondo.

Ha poi richiamato la figura di Giulio Ferrari, che già agli inizi del Novecento aveva studiato a Montpellier, in Champagne e in Germania, costruendo la propria preparazione attraverso esperienze internazionali.

Anche allora, conoscere altri paesi e imparare da realtà diverse era parte essenziale di un percorso professionale.

Una serata tra vino e impresa

L’incontro all’Hotel delle Rose di Porto Cervo si è concluso dopo aver attraversato temi diversi ma strettamente collegati: il clima, il vino, la famiglia, l’impresa e il futuro dei giovani.

Le domande di Fulvio Giuliani hanno permesso a Matteo Lunelli di raccontare non soltanto il lavoro del Gruppo e di Ferrari Trento, ma anche il lato più personale di un’esperienza imprenditoriale costruita tra responsabilità, memoria e visione.

Più che una semplice conversazione sul vino, la serata ha offerto una riflessione sul tempo: quello necessario per far crescere un vigneto, quello custodito in una bottiglia, quello da dedicare alla famiglia e quello che serve per preparare le nuove generazioni.




Al Romazzino il lusso ha ancora un’anima. E Da Vittorio gli regala il sapore del mare

Costa Smeralda, 28 Luglio 2026 di Fausto Farinelli

Costa Smeralda® 28 Luglio 2026 – di Fausto Farinelli

Non vedevo l’ora di tornare all’Hotel Romazzino.

Era passato qualche tempo dall’ultima visita e, questa volta, arrivo con qualche minuto di ritardo. Varco l’ingresso e, quasi automaticamente, mi tornano alla mente le parole dell’architetto Giancarlo Busiri Vici, inserite nel mio libro dedicato alla Costa Smeralda:

«Abbiamo consegnato i lavori del Romazzino, compresi tutti i giardini, in soli dodici mesi.»

Una frase che continua a sorprendermi.

Dodici mesi per realizzare non soltanto un albergo, ma uno dei luoghi destinati a diventare parte della storia e dell’immaginario della Costa Smeralda. Un edificio capace di inserirsi nel paesaggio senza aggredirlo, con i suoi muri bianchi, le linee morbide, gli archi, il verde dei giardini e il mare che sembra entrare naturalmente in ogni spazio.

Il Romazzino non è semplicemente un hotel.

È una testimonianza ancora viva di quella stagione irripetibile nella quale architettura, paesaggio e ospitalità furono chiamati a costruire qualcosa che prima non esisteva. Non una destinazione artificiale, ma un nuovo modo di raccontare la Sardegna al mondo.

Entro e vengo accompagnato sulla terrazza.

La vista è di quelle che non hanno bisogno di presentazioni. Il mare si apre davanti agli occhi, il granito sembra trattenere la luce e l’orizzonte restituisce immediatamente quella sensazione di pace che solo alcuni luoghi riescono ancora a offrire.

Saluto i colleghi già presenti e proprio sulla terrazza abbiamo l’occasione di conoscere Danilo Guerrini, direttore del Romazzino.

Ha 55 anni e alle spalle una lunga esperienza maturata negli hotel di lusso. La sua storia personale racconta molto del suo carattere e del modo in cui interpreta il proprio ruolo.

Proviene da una famiglia composta da uomini delle Forze dell’ordine. Un ambiente nel quale parole come disciplina, responsabilità, rispetto delle regole e senso del dovere non erano concetti astratti, ma parte della vita quotidiana.

Danilo, però, aveva scelto il proprio destino quando aveva appena tredici anni.

Voleva diventare direttore d’albergo.

Non si trattava del sogno confuso di un adolescente. Era già una direzione precisa, una di quelle convinzioni che, quando nascono così presto, sembrano accompagnare una persona per tutta la vita. Quella scelta è diventata prima un percorso professionale e poi una carriera costruita attraverso esperienze nelle strutture di alta gamma.

Il Romazzino rappresenta per lui una tappa particolarmente significativa: è la sua prima esperienza alla guida di un hotel sul mare.

Dirigere una struttura di questo livello non significa soltanto occuparsi delle camere, della ristorazione o dell’organizzazione del personale. Significa coordinare una macchina complessa nella quale ogni reparto deve muoversi con precisione, mantenendo però agli occhi dell’ospite una sensazione assoluta di naturalezza.

È proprio parlando di disciplina e organizzazione che Guerrini ci racconta una curiosità.

Secondo quanto ci spiega, il sistema degli ordini impartiti dallo chef alla brigata di cucina sarebbe stato introdotto da Napoleone Bonaparte, attraverso un modello organizzativo fondato su ruoli precisi, gerarchie definite, comandi chiari e capacità di esecuzione coordinata.

Il parallelismo è affascinante.

Una grande cucina, in effetti, non è molto diversa da una perfetta organizzazione sul campo. Ogni persona deve sapere esattamente cosa fare, in quale momento e in relazione al lavoro degli altri. Non c’è spazio per l’improvvisazione, perché basta un solo ingranaggio fuori tempo per compromettere il risultato finale.

Ma disciplina non significa necessariamente rigidità.

Nel racconto di Guerrini emerge piuttosto l’idea della responsabilità. Chi guida deve conoscere la propria squadra, deve saperne valorizzare le qualità e, soprattutto, deve assumersi il peso delle decisioni.

Osservandolo parlare si coglie immediatamente il profilo di un direttore presente, attento, cordiale ma mai invadente. Uno di quei professionisti che non hanno bisogno di occupare continuamente la scena per far percepire la propria autorevolezza.

In fondo, la qualità di un direttore si misura anche da ciò che l’ospite non vede.

Dalla puntualità del servizio.

Dalla serenità del personale.

Dalla capacità di prevenire un problema prima ancora che si presenti.

Dalla sensazione che ogni cosa accada con assoluta semplicità, anche quando dietro quella semplicità esistono ore di lavoro, coordinamento e attenzione quasi spasmodica ai dettagli.

Dopo questo primo incontro lasciamo la terrazza e ci dirigiamo verso il ristorante sulla spiaggia Entu e Mari.

È lì che la serata cambia definitivamente ritmo.

Il Romazzino ospita, dal 15 luglio al 14 agosto, la residenza gastronomica di DaV Costa Smeralda Da Vittorio, il format casual dining della famiglia Cerea. Per un mese il ristorante sulla spiaggia viene affidato a una delle realtà più prestigiose della ristorazione italiana, in un contesto nel quale il mare, la sabbia chiara e la brezza serale diventano parte integrante dell’esperienza.

Ad accoglierci è Francesca Formaggioni, Communication Manager del Romazzino.

L’atmosfera è già quella giusta. Il mare è davanti a noi, la luce del giorno sta lasciando spazio alla sera e la luna appare esattamente di fronte al ristorante.

Francesca guarda il cielo, sorride e pronuncia una frase capace di sciogliere immediatamente ogni formalità:

«Stasera siamo stati bravi anche a posizionare la Luna proprio davanti a noi.»

La battuta suscita il sorriso di tutti.

E, a dire il vero, osservando quella scena, viene quasi da crederle.

La luna sembra davvero essere stata collocata lì appositamente, come l’ultimo elemento di una scenografia preparata per accompagnare la cena.

Ma Francesca non si limita a comunicare l’immagine dell’hotel.

Il suo lavoro racconta una visione molto più profonda.

Gira la Sardegna in lungo e in largo alla ricerca delle antiche maestranze, degli artigiani, dei produttori e delle persone che continuano a custodire i saperi tradizionali dell’isola. Ogni settimana porta alcune di queste realtà all’interno del Romazzino, permettendo agli ospiti di entrare in contatto con la Sardegna più autentica.

Non la Sardegna costruita per essere esibita.

Ma quella vera.

Quella fatta di mani, materiali, gesti tramandati, lavorazioni antiche e storie familiari.

È un lavoro che assume un significato ancora più importante se si guarda al passato della Costa Smeralda.

La volontà del Principe Karim Aga Khan non era semplicemente quella di creare una destinazione frequentata dal jet set internazionale. La sua visione era più complessa e più rispettosa: portare la Sardegna dentro la Costa Smeralda.

Fare in modo che chi arrivava da ogni parte del mondo non incontrasse soltanto un mare straordinario, ma anche l’identità, la cultura, l’artigianato e la storia dell’isola.

A distanza di oltre sessant’anni, quella visione continua a vivere proprio attraverso iniziative come quelle curate da Francesca Formaggioni.

Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti della serata.

Il Romazzino non si limita a custodire il proprio passato. Cerca di reinterpretarlo, mantenendo vivo quel dialogo tra ospitalità internazionale e identità sarda che era alla base del progetto originario.

Poi arriva il momento della cena.

La proposta gastronomica di DaV è affidata alla direzione dello chef Davide Galbiati, responsabile dello sviluppo gastronomico dei ristoranti del format. Il menu è costruito prevalentemente attorno alla cucina di mare, da sempre uno dei tratti distintivi di Da Vittorio, e combina l’eccellenza delle materie prime con una dimensione più conviviale e condivisa.

La cucina dialoga con il paesaggio.

E non è una frase di circostanza.

Mangiare a pochi passi dal mare, con la brezza che attraversa il ristorante e la luna davanti agli occhi, modifica realmente la percezione dei sapori. Il luogo non è soltanto lo sfondo della cena: diventa una componente del piatto.

La filosofia è quella di interpretare la tradizione gastronomica sarda con sensibilità contemporanea, rispettando la stagionalità e selezionando ingredienti capaci di stabilire un legame diretto con il territorio. Accanto a questa attenzione per la Sardegna trovano spazio i grandi classici della famiglia Cerea.

Tra questi il celebre Pacchero alla Vittorio, lo Spaghetto di tonno e l’Elefantino, definito il fratello minore della storica cotoletta a orecchia d’elefante.

Piatti che portano con sé una storia, un’identità e una riconoscibilità immediata.

La cucina di Da Vittorio colpisce per la capacità di essere raffinata senza diventare distante. La tecnica è evidente, ma non viene mai esibita come un esercizio di stile. Il piatto rimane comprensibile, piacevole, generoso.

C’è eleganza, ma c’è anche gioia.

C’è ricerca, ma non viene sacrificato il gusto.

C’è precisione, ma rimane intatto quello spirito conviviale che la famiglia Cerea considera uno dei valori fondamentali della propria proposta.

E poi c’è il servizio.

Un servizio di prim’ordine.

Presente, puntuale, attento, ma mai invadente. I tempi sono calibrati, i movimenti della sala appaiono quasi coreografici e ogni dettaglio viene seguito con una cura che non lascia spazio all’approssimazione.

L’accoglienza è superlativa.

Non quella formalità fredda che talvolta si incontra negli ambienti di lusso, ma un’attenzione capace di far sentire l’ospite riconosciuto e seguito.

È in questi particolari che si coglie il livello reale di una struttura.

Non soltanto nella bellezza degli ambienti o nella qualità di ciò che arriva in tavola, ma nella capacità di costruire un’esperienza coerente dall’inizio alla fine.

DaV Costa Smeralda nasce dalla collaborazione tra la famiglia Cerea, Belmond e Smeralda Holding. Non si tratta di un incontro occasionale, ma dello sviluppo di una relazione già avviata nel 2021 con DaV Mare allo Splendido Mare di Portofino. Il progetto approda oggi in Sardegna con l’obiettivo dichiarato di unire ospitalità, qualità e valorizzazione del territorio.

Il Romazzino, però, non è soltanto un albergo affidato alla gestione Belmond.

Rimane saldamente nell’alveo della proprietà di Smeralda Holding, la società indirettamente controllata da Qatar Investment Authority e guidata dall’amministratore delegato Mario Ferraro. Il patrimonio della società comprende i quattro hotel simbolo della destinazione — Cala di Volpe, Romazzino, Pitrizza e Cervo — oltre alla Marina di Porto Cervo, al Cantiere navale, al Pevero Golf Club, a negozi, uffici, appartamenti, bar, ristoranti e a circa 2.300 ettari di terreni sulla costa. (Smeralda Holding)

Ed è proprio nella strategia portata avanti da Ferraro che il pop-up di Da Vittorio trova una collocazione precisa.

Non si tratta di aggiungere semplicemente un altro nome prestigioso alla stagione estiva, ma di diversificare l’offerta della Costa Smeralda, trasformandola progressivamente in una destinazione capace di proporre esperienze differenti, pur mantenendo intatta la propria identità.

Negli ultimi anni Ferraro ha lavorato su più direttrici: la riqualificazione degli alberghi, l’ingresso di operatori internazionali di altissimo profilo, il potenziamento della ristorazione, l’apertura a nuovi segmenti di clientela e la costruzione di una destinazione meno dipendente da una sola formula di lusso.

Il Cala di Volpe è stato profondamente rinnovato e ripensato come una vera destinazione nella destinazione. Il Romazzino è entrato nella collezione Belmond, mentre il percorso di trasformazione del Pitrizza punta ad associarlo al marchio Cheval Blanc. L’obiettivo strategico appare evidente: legare la Costa Smeralda ai nomi più esclusivi dell’ospitalità internazionale, ampliandone contemporaneamente la capacità distributiva, la notorietà e il posizionamento sui mercati mondiali.

I numeri raccontano una parte importante di questo percorso.

Nel 2022 Smeralda Holding aveva raggiunto un fatturato di 120 milioni di euro, superando i 106 milioni registrati nel 2019. Nel 2024 il fatturato è salito a 168,1 milioni di euro, con una crescita del 12,5 per cento rispetto all’anno precedente e un EBITDA adjusted di 50,6 milioni di euro. Nello stesso anno il gruppo ha dichiarato 1.471 dipendenti, 544 fornitori sardi coinvolti e 44,2 milioni di euro di approvvigionamenti effettuati nell’isola.

Anche il dato sulle prenotazioni confermate per il 2026 offre una misura del risultato raggiunto. Alla fine del 2025 Ferraro aveva indicato un incremento del 40 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un segnale che conferma come la strategia di innalzamento e diversificazione dell’offerta abbia rafforzato l’attrattività internazionale della destinazione.

La ristorazione è diventata uno dei pilastri di questo nuovo corso.

Il pop-up di Da Vittorio non è dunque un’operazione isolata, ma un tassello di un progetto più ampio che punta ad affiancare all’ospitalità alberghiera una pluralità di esperienze gastronomiche riconoscibili, affidate a marchi e professionisti capaci di attrarre pubblici differenti.

È una scelta che appare strategicamente azzeccata.

Il lusso contemporaneo, infatti, non si identifica più soltanto con la camera, la spiaggia o il servizio. È cucina, benessere, cultura, intrattenimento, autenticità e capacità di costruire esperienze che possano diventare parte del viaggio.

È proprio questa strategia complessiva a rendere la residenza gastronomica di Da Vittorio al Romazzino qualcosa di più di un semplice pop-up estivo.

Da una parte c’è una delle famiglie simbolo dell’alta cucina italiana.

Dall’altra un hotel che appartiene alla storia stessa della Costa Smeralda.

Alle spalle c’è una proprietà che, sotto la guida di Mario Ferraro, ha scelto di investire sulla trasformazione, sulla diversificazione e sull’ingresso di grandi marchi internazionali.

In mezzo, la Sardegna.

Non utilizzata soltanto come cornice spettacolare, ma chiamata a entrare nel racconto attraverso i suoi ingredienti, le sue tradizioni, le sue maestranze e la sua cultura.

Durante la serata penso più volte alle parole ascoltate all’arrivo.

Ai dodici mesi impiegati per consegnare il Romazzino con tutti i suoi giardini.

Alla determinazione di Danilo Guerrini, che a tredici anni aveva già scelto il proprio futuro.

Alla disciplina delle brigate, alle gerarchie della cucina e al curioso richiamo all’organizzazione napoleonica.

Al lavoro di Francesca Formaggioni, che attraversa l’isola alla ricerca delle persone capaci di rappresentarne l’anima più profonda.

Alla strategia di Mario Ferraro, che sta cercando di accompagnare la Costa Smeralda verso una nuova fase della sua storia senza disperderne l’identità.

E poi torno con lo sguardo alla luna.

Quella luna che, almeno per una sera, sembra davvero essere stata sistemata nel punto esatto.

Quando lascio il Romazzino porto con me una certezza.

Il vero lusso non è soltanto ciò che si vede.

Non è una terrazza sul mare.

Non è una camera elegante.

Non è neppure un piatto perfettamente eseguito.

Il vero lusso è la somma di tante attenzioni invisibili.

È la capacità di un direttore di guidare senza imporsi.

È il lavoro di una squadra che si muove con precisione.

È una Communication Manager che cerca l’autenticità dell’isola e la porta dentro un hotel frequentato dal mondo.

È una brigata che trasforma materie prime eccellenti in un’esperienza capace di restare nella memoria.

È una proprietà che investe, rinnova e diversifica l’offerta senza dimenticare la storia dei luoghi che amministra.

È il rispetto per il passato, senza trasformarlo in una reliquia.

Quella al Romazzino non è stata soltanto una cena.

È stata la dimostrazione che l’ospitalità, quando incontra la cultura, la cucina e l’identità di un territorio, può ancora diventare racconto.

E che, in certi luoghi, qualcuno riesce davvero a farci credere di avere posizionato la luna proprio davanti a noi.




Il Miracolo tra Pietra e Mare: I Segreti della Costa Smeralda nei Ricordi di Antonello Verona.

Porto Cervo Luglio 2026Intervista a cura di Fausto Farinelli.

foto credit: Emanuele Perrone

Arrivo a Villa Anna alle 18 in punto. Ad accogliermi fuori, nel patio, è Antonello Verona, uno dei pilastri storici della Costa Smeralda. Lui l’ha vista nascere, ancor prima sulla carta e poi nella realtà delle strade, delle costruzioni, della polvere. Oggi è l’occasione per una reunion insieme ad altri amici dopo la presentazione del libro Costa Smeralda – Il Sogno di un Principe avvenuta a Cagliari il 16 maggio. Lì, Antonello e la sua compagna Elena ci avevano invitato a cena proprio a casa loro, sulla collina di Pantogia a Porto Cervo. Seduti nella splendida veranda, con un’altrettanto splendida e a dir poco commovente vista sul golfo, Antonello si mette comodo, mi guarda con il suo sorriso magnetico e cominciamo a navigare nei ricordi…

Antonello, chiuda gli occhi e torniamo indietro. Da dove inizia esattamente la sua avventura e quella della Costa Smeralda?

Antonello Verona: “Inizia tutto al Jolly di Olbia, nel 1960. Lì passavano tutti i pionieri, da Jacques a Savin Couëlle . La strada panoramica non esisteva ancora, l’avrebbero aperta solo nel ’65. Per arrivare verso la zona del Cala di Volpe si passava via Palau-Arzachena, poi si prendeva una strada bianca dalle parti di Demuro e si proseguiva su una mulattiera fino ad Abbiadori. Liscia di Vacca non era nemmeno collegata. Pensi che quando aprimmo il Cala di Volpe, d’estate uscivamo fuori ad aspettare che arrivasse qualche cliente, perché non passava nessuno!

Ma la vera magia succedeva dal notaio Altea. L’Aga Khan adottò una strategia d’acquisto ‘all’ingrosso’. I proprietari terrieri erano tutti parenti, famiglie storiche locali come gli Orecchioni o gli Azara. C’erano file indiane di 15-20 persone per firmare gli atti rigorosamente a mano. L’emissario diceva chiaramente: ‘O vendete tutti, o non compriamo niente’. Se un parente non voleva vendere, andavano a convincere i cugini pur di chiudere l’affare.”

In quel Jolly di Olbia lei incontra per la prima volta il Principe Aga Khan. Che impressione le fece?

Antonello Verona: “Me lo ricordo benissimo. Era al bar con Andrè Ardoin. Entrò questo ragazzo bellissimo, avremo avuto più o meno la stessa età, io 22 e lui forse 25. Stavano parlando, mi guardarono e mi chiesero: ‘Lei lo sa che stiamo aprendo il Cala di Volpe? Viene a lavorare con noi?’. Dissi di sì all’istante. C’era un’atmosfera incredibile. La principessa Ira von Fürstenberg faceva da sponda tra il Cala di Volpe e Porto Rotondo, tenendo le fila della mondanità. Il Principe spesso parcheggiava all’hotel le sue giovanissime fidanzate, come una bellissima ragazza di nome Anuska, per poi tornare a prenderle a fine giornata.

E poi c’era il mare. Molte serate al Cala di Volpe arrivavano in barca i Conti Donà delle Rose, Luigino e Nicolò, per fare festa. Ricordo un aneddoto del primo o secondo anno, quando c’era la gestione francese Le Luche: mi chiesero se sapevo guidare il motoscafo Riva. Li portai via mare a Porto Cervo, facendo tutto il giro largo da Mortorio per paura delle secche. All’epoca non c’era quasi nessuno, trovammo ad accoglierci solo il grande architetto Gigi Vietti, sua moglie e il loro cagnolino che si chiamava Spazzola.”

Oggi si parla della nascita della Costa Smeralda come di un “miracolo”. Qual è stato il segreto di questa esplosione turistica e finanziaria?

Antonello Verona: “Il segreto è stato il carisma del Principe: era una calamita. Arrivarono investitori con disponibilità immense, come il gruppo belga dei Pobięski (che comprarono a Liscia di Vacca dopo aver venduto le miniere di diamanti nel Congo), o i Guinness. Succedevano cose surreali. La famiglia Mentasti, ad esempio, comprò l’isola di Mortorio e l’isola di Soffi. Un giorno la moglie Mariella scese col gommone. Arrivò la Guardia Costiera per cacciarli e lei protestò: ‘Ma il Mortorio è mio, l’ho comprato io, sono Mentasti!’, ma la guardia fu irremovibile. E poi c’erano le feste folli a Poltu Quatu, prima che facessero saltare un monolite enorme in mezzo alla baia: una sera il conte Acquarone diede una festa in barca a fiumi di champagne. Un cameriere che portava scatole di caviale scivolò sulla passerella e cadde. Il giorno dopo dovettero recuperare le latte dal fondale marino!

L’impatto fu tale che la Sardegna intera veniva su con noi. All’estero la gente chiedeva: ‘Dov’è la Sardegna?’ e rispondevano: ‘Dove c’è la Costa Smeralda!’. Eppure, noi che vivevamo lì ogni giorno vedevamo un contrasto meraviglioso: la baia era bellissima, e capitava di vedere le vacche che passeggiavano tranquille sulla sabbia bianca della spiaggia di Liscia Ruja. Ma oltre ai soldi, il vero colpo di genio dell’Aga Khan fu il Consorzio. Un organo di controllo pazzesco che vincolava i proprietari e tutelava il paesaggio. Era un modello così perfetto che anni dopo, per il progetto del Bagaglino, ne copiammo lo statuto pari pari.”

Non solo lusso, ma anche radici. Dopo un passaggio all’Hotel Cervo, lei è stato l’ideatore de “La Fattoria”, un luogo che è entrato nel mito.

Antonello Verona: “Sì, dopo quattro anni passati all’Hotel Cervo, ne parlai con il maitre Sergio Grassi, di Parma. C’erano solo alberghi di lusso, mancava un ristorante sardo autentico. Creammo La Fattoria. C’era un camino lungo sei metri dove arrostivamo porcetti e agnelli a vista, un’idea ripresa decenni prima che lo facessero locali come Zuma. Servivamo la carne sui piatti di sughero, un’invenzione tutta nostra. In cucina c’era zia Peppina che preparava ravioli, pane frattau e tantissima zuppa cuata con il formaggio filante locale. Si lavorava a ritmi folli: facevamo 700 o 800 coperti al giorno, tra pranzo e cena. Arrivavano i pullman di turisti e si pagavano circa 30.000 lire per mangiare a crepapelle. Ma la vera mascotte era il nostro asinello: di solito stava fuori a mangiare gli scarti del pinzimonio, ma a volte saliva i gradini, entrava in sala e si metteva a mangiare la verdura direttamente dai tavoli. Finimmo persino in una fotografia sulla rivista americana Life!”

Lei ha plasmato anche la vita notturna tracciando letteralmente le strade del Sottovento e del Sopravento. Come andarono le cose?

Antonello Verona: “Comprai il terreno del Sottovento da zio Pasquale Orecchioni; era una vecchia cava di pietre che era servita per fare le strade della Gallura. Il progetto iniziale dell’architetto Busiri Vici prevedeva un albergo, ma mancava un po’ di cassa, così con il costruttore Giancarlo decidemmo di trasformarlo in appartamenti. Sotto aggiungemmo i campi da tennis e un locale. Non sapevo come chiamarlo. Passò l’allora parroco, Don Fresi, che rientrava da un locale di Porto Rotondo chiamato Sottocoperta. Mi guardò e disse: ‘Antonello, perché non lo chiama Sottovento? In fondo è riparato dal vento’. Lo presi al volo. Tutta la viabilità contorta di quella zona l’ho studiata io, bloccando le strade.

E il Sopravento? È nato essenzialmente per problemi di spazio, personale e parcheggio! Al Sottovento c’era troppa gente, dovevo mandare via i clienti in continuazione. All’inizio avevo pensato di chiamarlo ‘Blue Jeans’, ma alla fine rimase Sopravento.”

Fino ad arrivare ai fasti di Villa Harmony e agli eccessi degli ultimi decenni…

Antonello Verona: “Esatto, a Villa Harmony facemmo una grande spa che gestivo assieme a Elena. Lì ospitammo una festa pazzesca voluta da un magnate russo, spese ‘no limits’. Portarono il corpo di ballo del Lido di Parigi e ingaggiarono Zucchero per cantare davanti a sole 80 persone. Ricordo Zucchero che, scendendo, mi strinse la mano e disse: ‘Ma chi sono questi che mi pagano per cantare per 80 persone? Vabbè, a me non me ne frega niente, io canto’. La vera follia fu il giorno dopo: spostammo la stessa festa sulla spiaggia di Liscia Ruja senza Zucchero, ma con cantanti e DJ. Prendemmo tre camion per trasferire lì tutto il ristorante, portammo i gruppi elettrogeni, sistemammo la sabbia e mettemmo cuscini per terra con un buffet enorme ad aspettare i russi che arrivavano dal mare coi gommoni. Un lavoraccio, ma pagarono benissimo.”

Antonello, ripensando a quei giorni febbrili, c’è un ricordo dolce o un’emozione amara che le stringe ancora il cuore?

Antonello Verona: “Parto dal ricordo più bello. Per il Principe ho sempre avuto una devozione assoluta. I primi tempi gli servivo io la colazione. Abitava nella zona residenziale del Cala di Volpe e io gliela portavo direttamente a letto. Mi conosceva benissimo, era una familiarità bellissima, mi salutava e io mi sentivo onorato, avrei voluto fargli da maggiordomo.

Il ricordo più amaro è legato proprio alla fine di quell’epoca. C’era un progetto enorme di sviluppo, il ‘Masterplan’, che come ricordavano anche l’ex Sindaco Piero Filigheddu e l’architetto Satta, venne bloccato dalla burocrazia per 25 anni. Quella fu la fine. L’Aga Khan si smontò. Il nostro ultimo incontro avvenne fuori dal Sottovento, dopo una festa dello Yachting Club. Arrivò su un Maggiolino bianco, accompagnato dalla signorina Maffei che guidava. C’era ressa all’ingresso, lui entrò a salutare e uscì quasi subito. Gli andai incontro: ‘Principe, buonasera, come sta?’. Lui mi guardò, forse già consapevole che non c’era più nulla da fare, e mi rispose con una frase che non dimenticherò mai: ‘Bene Antonello… però a me i sardi non mi vogliono bene’.

È un peccato. Abbiamo perso un’occasione tutti. E la cosa che mi dispiace di più è che lui aveva scelto il suo angolo di paradiso, la Spiaggia del Principe, per fare il suo quartier generale, la sua casa. Non gli hanno permesso di costruirci nemmeno un garage. Ecco, quello rimane il più grande peccato di questa straordinaria avventura.”

La cena è pronta, mentre ripongo i microfoni nella valigetta penso alle tante interviste fatte per raccontare Costa smeralda®, e come sempre mi avvolge la solita domanda: Ma perchè siamo diventati all’improvviso così ciechi e sordi da non riuscire più a vedere quello che sarebbe accaduto se il progetto del Principe si fosse realizzato? Cosa sarebbe oggi l’intera Sardegna? Cosa saremmo noi, oggi?




Cabina primaria, la maggioranza: «Pais smentito dagli atti. Il documento che pubblica riguarda il precedente procedimento»

Michele Pais ci riprova, ma questa volta a smentirlo sono le date e gli atti ufficiali. Nel tentativo di attribuire all’attuale Amministrazione la responsabilità della mancata realizzazione della nuova cabina primaria, il consigliere della Lega pubblica un documento che, contrariamente a quanto vorrebbe far credere, riguarda il primo procedimento avviato nel 2022, durante la precedente consiliatura. Il documento pubblicato da Pais fa infatti riferimento all’istanza presentata da E-Distribuzione per la realizzazione della cabina primaria in località Bidonì. Un procedimento sul quale il Servizio Tutela del Paesaggio della Regione Sardegna aveva espresso un parere di inammissibilità, rilevando esplicitamente una serie di criticità legate alla localizzazione dell’opera, al suo impatto su un’area agricola e alla conformità con le prescrizioni del Piano Paesaggistico Regionale. Lo stesso Servizio regionale, riconoscendo la rilevanza pubblica dell’intervento, suggeriva espressamente di valutare una localizzazione alternativa in un’area con caratteristiche di maggiore compatibilità paesaggistica.  

Altro che prova delle responsabilità dell’Amministrazione Cacciotto. Il documento pubblicato da Pais riguarda un procedimento avviato durante la precedente consiliatura e dimostra esattamente ciò che sosteniamo da giorni: il primo progetto presentava criticità tali da rendere opportuno individuare una nuova localizzazione. Già allora l’Assessore Piras aveva avviato una riflessione sulla necessità di individuare una nuova localizzazione che consentisse di superare le criticità emerse nel corso del procedimento. L’attuale Amministrazione ha ripreso in mano quel percorso, lavorando insieme a E-Distribuzione per individuare un’area con profili di compatibilità più adeguati e consentire a un’infrastruttura strategica per la città di proseguire il proprio iter. Il nuovo progetto, presentato nel corso di questa consiliatura con una diversa localizzazione, sta infatti procedendo regolarmente e senza alcun blocco da parte del Comune. Ci chiediamo allora quale sia la logica seguita dal consigliere Pais. Se, come sostiene oggi, ogni parere espresso nell’ambito di un procedimento amministrativo deve essere trasformato in una responsabilità politica, dovremmo forse attribuire a lui, che all’epoca era Presidente del Consiglio regionale, la responsabilità del parere negativo espresso nel 2023 da un ufficio della Regione Sardegna? È evidente l’assurdità di un simile ragionamento, ma è esattamente il metodo che Pais sta utilizzando per tentare di attribuire all’attuale Amministrazione responsabilità che gli atti smentiscono. Pais continua a invocare la verità, ma ogni nuovo intervento rende sempre più evidente la distanza tra la sua ricostruzione e ciò che raccontano gli atti. La maggioranza non ha alcuna difficoltà a confrontarsi nel merito e a rispondere delle proprie scelte. Ma il confronto politico dovrebbe partire come minimo dal rispetto dei fatti e della cronologia.

Cordiali saluti

Anna Arca Sedda

Marco Colledanchise

Gabriella Esposito

Gianni Martinelli

Giampietro Moro

Christian Mulas

Giusy Piccone

Emiliano Piras

Beatrice Podda