Festival City&City, anteprima letteraria con Il bandito e il santo di Annino Mele

Martedì 29 settembre l’autore presenta a Sassari, in anteprima per City&City, il libro scritto con Karl-Peter Schwarz

Il Festival City&City aggiunge un appuntamento di spessore al proprio calendario con una serata dedicata alla presentazione di Il bandito e il santo. Contos de vivos e mortos – Storie di vivi e di morti, il volume scritto da Annino Mele e Karl-Peter Schwarz, pubblicato nel 2026 da L’Isola dei libri.

L’incontro è in programma martedì 29 settembre alle ore 18:30, presso la Biblioteca di Santa Maria di Betlem, a Sassari. A dialogare con l’autore sarà Pier Luigi Piredda, in una conversazione dedicata al libro e alle storie raccolte nel volume.

Il tema centrale tratta la vicenda personale di Annino Mele, figura di primo piano del banditismo sardo del dopoguerra. Dopo una lunga esperienza di latitanza e detenzione, Mele ha iniziato a raccontare la propria storia attraverso la scrittura, pubblicando negli anni diversi libri dedicati alla propria esperienza carceraria e non solo.

L’appuntamento è gratuito e a ingresso libero.

Il Festival City&City è organizzato dall’Associazione Culturale City&City, in collaborazione con la Chiesa di Santa Maria di Betlem, le Librerie Giunti al Punto di Sassari, la Libreria Chiara e Stefy di Bachisio Medde e la Fondazione Maria Carta. La manifestazione è realizzata con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, il sostegno della Fondazione di Sardegna, il contributo del Comune di Sassari, della Camera di Commercio di Sassari attraverso il circuito Salude & Trigu, oltre al supporto dei partner Grimaldi Sardegna, C.A.P.R.I. Scarl, Web Solutions Siti web e Internet marketing, Maggi Sassari e del media partner City&City Magazine.




Cruciani, un’ora senza filtri: «La Zanzara sono io. E i talk show servono soprattutto a fare ascolti»

AUTORI IN COSTA 2026 | All’Hotel delle Rose il giornalista e conduttore de “La Zanzara” ha presentato il libro “Libertà”, moderato da Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio

Porto Cervo 18 Agosto 2026 – di Fausto Farinelli

Giuseppe Cruciani arriva sul palco di “Autori in Costa 2026” con il suo stile più riconoscibile: diretto, spigoloso, spesso provocatorio. Nessuna distanza tra il personaggio radiofonico e l’uomo che presenta il libro Libertà. «Cruciani e La Zanzara si identificano l’uno con l’altro. Non c’è differenza», dice quasi subito, rispondendo alla prima domanda di Gigio D’Ambrosio.

L’incontro, ospitato all’Hotel delle Rose e moderato dai giornalisti Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio, ha attraversato temi molto diversi: libertà individuale, famiglia, femminismo, televisione, politica, immigrazione, sicurezza urbana, prostituzione, capitalismo e referendum sulla giustizia. Un percorso volutamente irregolare, proprio come il libro che Cruciani ha portato sul palco.

Libertà è costruito come un alfabeto del politicamente scorretto. Non un testo da affrontare obbligatoriamente dall’inizio alla fine, ma un volume da aprire a caso, seguendo una parola, un concetto, una provocazione. «Ce n’è per tutti i gusti», anticipa D’Ambrosio. E Cruciani non fa nulla per smentirlo.

Il primo argomento affrontato è quello delle associazioni LGBTQ+. Il conduttore distingue tra le persone e le organizzazioni, contestando ciò che considera una tendenza a classificare continuamente gli individui in base al loro orientamento sessuale. A suo avviso, molte associazioni si attribuirebbero una rappresentanza che non hanno e tenderebbero a definire omofobo chi non aderisce integralmente alle loro battaglie.

Ma proprio su adozioni e famiglie omogenitoriali, Cruciani prende una posizione che può sorprendere chi lo colloca automaticamente nel campo conservatore. «Un bambino può crescere tranquillamente con due uomini o con due donne», afferma. Per lui non è obbligatoria la presenza di una madre e di un padre per garantire a un figlio affetto ed equilibrio: ci sono, osserva, bambini cresciuti male in famiglie tradizionali e altri cresciuti bene con due padri o due madri.

La sua posizione, tuttavia, non coincide con l’idea che la genitorialità sia un diritto assoluto. «Avere figli non è un diritto», ribadisce. Né per le coppie eterosessuali né per quelle omosessuali. Se una maggioranza politica decide di consentire l’adozione, per Cruciani va bene; ma non ritiene che il desiderio di avere un figlio possa trasformarsi automaticamente in un diritto esigibile.

Nel corso della serata torna anche il caso Barilla, nato anni fa proprio durante una trasmissione radiofonica. Cruciani ricorda l’intervento di Guido Barilla e la frase sulla famiglia tradizionale che provocò proteste e polemiche internazionali. Un episodio che, nella sua lettura, dimostra quanto una dichiarazione nata in diretta possa diventare rapidamente una questione globale, incidendo persino sulle strategie comunicative di una grande azienda.

Poi c’è “La Zanzara”, il programma che Cruciani conduce da vent’anni e che, nel tempo, ha alzato sempre di più la soglia dello scontro e della provocazione. Lui preferisce parlare di linguaggio diretto, spontaneo e senza censure. Un linguaggio che, a suo dire, ha anche avvicinato molti giovani alla radio.

Non nega che ci sia una costruzione dietro le discussioni più rumorose. La contrapposizione è cercata e preparata: servono persone con idee opposte, capaci di sostenere una discussione vera. Ma Cruciani dice di non sopportare la finzione. Quando comprende che un ospite sta recitando una parte, forzando l’indignazione o costruendo artificialmente il personaggio, perde interesse.

Il modello americano che cita è quello di Jerry Springer, dove il conflitto diventava spettacolo. Ma, precisa, l’incazzatura deve essere autentica. Anche uno scontro estremo, per lui, resta una forma di confronto. «Se mi dici arena non è che mi offendo», osserva.

Il discorso si sposta naturalmente sulla televisione. Qui Cruciani non usa giri di parole: i talk show, secondo lui, non hanno una vera funzione educativa né informativa. Bisogna guardarli come si guarda il teatro. Sul palcoscenico ciascuno interpreta un ruolo e il giudizio finale non arriva dal dibattito pubblico, ma dai dati Auditel della mattina successiva.

«L’obiettivo è vedere se hai fatto il 6,4 e il giorno prima hai fatto il 5,5», spiega. Se un litigio tra un ospite di destra e uno di sinistra fa crescere la curva dell’ascolto, quel confronto verrà riproposto. Per Cruciani non c’è ipocrisia in questo: la televisione vive di ascolti e ricavi. L’errore, semmai, è fingere che ogni trasmissione esista per raccontare la verità al pubblico.

Dalle dinamiche televisive si passa alla politica. La lettera “F” del libro porta al femminismo. Cruciani riconosce il valore storico del movimento che ha contribuito a conquistare il voto e l’emancipazione delle donne, ma attacca quello contemporaneo, accusandolo di aver sostituito le grandi battaglie con questioni come quote rosa, linguaggio di genere e ricerca continua del sessismo.

La sua critica è netta: non ogni comportamento sbagliato di un uomo, sostiene, va ricondotto a una struttura patriarcale. A volte, osserva, si tratta semplicemente di un uomo che si comporta male. Nella stessa parte dell’incontro torna sul dibattito relativo al consenso nei rapporti sessuali e difende la propria opposizione a una proposta normativa che, a suo giudizio, avrebbe potuto creare un’inversione dell’onere della prova e ulteriori difficoltà nei tribunali.

Sul palco trova spazio anche Roberto Vannacci. Fulvio Giuliani richiama il riferimento al “patriarcato mediterraneo”, formula usata dal generale. Cruciani risponde di non aver compreso fino in fondo il significato dell’espressione, ma interpreta la comunicazione di Vannacci come una reazione alle campagne contro il patriarcato e come un richiamo alla famiglia tradizionale.

Il conduttore precisa di non essere un ideologo del generale, nonostante negli anni si sia vociferato di questa vicinanza, anche perché ha presentato diversi libri di Vannacci e ne ha seguito da vicino l’ascesa. «Non riesco neppure a essere l’ideologo di me stesso», dice, respingendo l’etichetta.

Ciò non gli impedisce di riconoscere l’abilità politica dell’europarlamentare. «Il fenomeno Vannacci è molto più sfaccettato», sostiene. Secondo Cruciani, il generale sta raccogliendo consensi perché riesce a inserirsi nelle promesse rimaste in parte inevase dal centrodestra, soprattutto su immigrazione e sicurezza.

Le stazioni ferroviarie diventano il simbolo di questo ragionamento. Per Cruciani non basta schierare militari all’ingresso: servono presidi nelle vie circostanti, telecamere, illuminazione e controlli reali. «Le stazioni italiane sono la cartina di tornasole di come funzionano le cose». E aggiunge una previsione politica personale: Vannacci sarebbe già in grado di raccogliere oltre il 10 per cento dei consensi.

La politica italiana viene poi affrontata attraverso giudizi rapidi sui suoi protagonisti. Elly Schlein, per Cruciani, è «inconcludente» e «inconsistente». Giuseppe Conte viene invece definito molto abile e politicamente furbo, pur con una valutazione durissima sul reddito di cittadinanza e sul Superbonus. Antonio Tajani, secondo il conduttore, dovrebbe parlare meno, anche se gli riconosce il merito di aver mantenuto Forza Italia in piedi dopo la morte di Silvio Berlusconi. Matteo Salvini, infine, viene descritto come un leader ormai in fase di declino, dopo aver sprecato – secondo Cruciani – una grande occasione politica.

Ampio spazio viene dedicato anche a Milano, alla sua viabilità e alle piste ciclabili. Cruciani critica le politiche green e ambientaliste che, a suo avviso, in molte città sacrificano le esigenze di chi utilizza l’auto per lavorare. Nel centrodestra milanese vede confusione e mancanza di candidature forti. Per questo giudica “geniale” la scelta di Vannacci di anticipare tutti indicando il generale Roberto Burgio come possibile candidato sindaco: una mossa, sostiene, che gli permette di occupare uno spazio mentre gli altri discutono senza decidere.

La sua difesa del capitalismo è altrettanto esplicita. Cruciani si definisce «ipercapitalista» e considera il capitalismo occidentale il sistema che, pur con molti difetti, ha prodotto maggiore benessere e libertà. L’uguaglianza, nella sua visione, deve esistere davanti alla legge, non nella pretesa di rendere le persone identiche. Il socialismo, invece, viene descritto come il progetto degli utopisti che cercano di imporre un’uguaglianza impossibile.

Sul tema della prostituzione, sostiene una linea di piena regolamentazione. Per lui il fenomeno esiste e non può essere cancellato fingendo che non ci sia. Ritiene che le persone che scelgono liberamente questa attività debbano poter lavorare alla luce del sole, pagare le tasse e avere persino un intermediario professionale, distinguendo sempre la libera scelta da ogni forma di sfruttamento o costrizione. Nello stesso quadro inserisce OnlyFans, che considera una forma di prostituzione virtuale.

Nella parte conclusiva arrivano le domande del pubblico. A chi gli chiede se il linguaggio crudo de “La Zanzara” possa influenzare negativamente i giovani, Cruciani risponde di non sentirsi un cattivo maestro. Le parolacce, per lui, fanno parte della lingua quotidiana e non nascono con la radio. Il punto, sostiene, è l’uso che se ne fa e il contesto nel quale vengono pronunciate.

A un’altra domanda sul referendum per la giustizia, Cruciani dice di aver votato sì, ma giudica un errore politico aver scelto la strada referendaria. È favorevole alla separazione delle carriere e a una limitazione dei poteri della magistratura, ma ritiene che questioni così tecniche debbano essere affrontate con strumenti legislativi ordinari e non trasformate in un voto generale sul governo.

La serata si chiude tra applausi, battute e il firmacopie. Cruciani resta coerente con il personaggio che il pubblico conosce: pronto a forzare il linguaggio, a cambiare tema senza preavviso, a provocare e a difendere il diritto di dire ciò che pensa. Non cerca il consenso di tutti. Cerca il confronto, anche quando diventa scontro.




Mario Giordano a Porto Cervo: «Le banche hanno smesso di fare le banche»

A “Autori in Costa”, nella conversazione guidata da Fulvio Giuliani, il giornalista presenta “I re di denari” e porta il pubblico dentro un sistema fatto di grandi profitti, istituti sempre più lontani dai territori e risparmiatori lasciati soli. Poi il racconto cambia passo e arriva fino alla memoria del padre.

PORTO CERVO 13 Agosto 2026.

La serata non è ancora cominciata ufficialmente, alcune persone stanno cercando posto e altre devono arrivare. Il parcheggio ha creato qualche ritardo.

Mario Giordano è già pronto a discutere. Qualcuno gli chiede che cosa accada quando una persona entra in un’abitazione e decide di restarci senza pagarne l’affitto. La risposta parte seria e finisce tra le battute: il proprietario non può presentarsi, prendere gli oggetti dell’occupante e portarli fuori. Deve denunciare, aspettare, seguire il percorso previsto dalla legge.

Chi ha comprato quella casa, pagato le tasse e sostenuto le spese rischia così di rimanere sulla porta. Dentro c’è qualcun altro.

Giordano conosce bene l’argomento. Lo ha affrontato più volte nelle sue trasmissioni e lo racconta con il tono di chi continua a stupirsi, nonostante abbia visto molti casi simili. Il pubblico risponde, interviene, ride. L’atmosfera è già quella di una conversazione, più che di una presentazione formale.

Quando anche le ultime persone si sono accomodate, Giuliani apre il quarto appuntamento della rassegna “Autori in Costa”. Sul tavolo c’è I re di denari, pubblicato da Rizzoli.

Giordano comincia prendendo in giro sé stesso, la sua voce e quel modo acceso di stare davanti alle telecamere che spesso divide il pubblico. Dice che le sue trasmissioni fanno arrabbiare. Chi le guarda finisce per discutere con il televisore e, a volte, con lui. Trovarsi davanti tante persone disposte ad ascoltarlo per un’intera serata gli provoca un certo imbarazzo.

Sorride. Poi racconta una cosa che sorride molto meno.

Questo libro, a differenza di altri, in televisione si è visto pochissimo. Quasi niente. Non è stato presentato neppure sulle reti nelle quali lavora da trent’anni. La copertina non è passata nei programmi e il tema è rimasto ai margini.

«Parla delle banche, di quelle che hanno il potere vero», spiega.

Non chiede al pubblico di accettare ogni sua conclusione. Non è questo il punto. Vorrebbe che l’argomento fosse discusso, contestato se necessario, ma almeno portato fuori dalle pagine finanziarie nelle quali rischia di rimanere chiuso.

In televisione si possono trascorrere settimane a esaminare un delitto. Si analizzano le scarpe, gli orari, la colazione, una fotografia scattata anni prima. Tutto. Nel frattempo si muovono miliardi di euro, cambiano i proprietari delle banche, vengono preparate fusioni e scalate che riguardano direttamente i risparmi delle famiglie. Eppure quelle storie arrivano al pubblico sotto forma di sigle e termini tecnici.

Si parla di operazioni ostili, aggregazioni, offerte pubbliche, grandi player. Alla fine si capisce poco.

I re di denari nasce anche da questa difficoltà. Giordano prova a raccontare la finanza senza lasciarla agli specialisti, seguendo le persone che decidono, guadagnano e costruiscono alleanze. I protagonisti hanno nomi, ambizioni e interessi. Il denaro non si muove da solo.

Fulvio Giuliani lo porta indietro nel tempo, quando la banca aveva ancora un volto riconoscibile. Nei quartieri e nei paesi c’erano figure che tutti conoscevano: il parroco, il maresciallo dei carabinieri, il direttore della filiale. Quest’ultimo sapeva chi aveva sempre pagato i propri debiti, conosceva le attività del territorio e poteva ascoltare il progetto di un artigiano senza limitarsi ai parametri restituiti da un computer.

Non era un sistema perfetto. Le banche locali avevano legami politici, clientele e difetti anche pesanti. Ma il denaro raccolto in un luogo conservava un rapporto con quel luogo.

Poi molte di quelle realtà sono scomparse.

Giordano individua un passaggio decisivo nella crisi iniziata intorno al 2012. Diversi istituti territoriali sono falliti, altri sono stati assorbiti. Le filiali hanno chiuso e le decisioni si sono allontanate. La parola d’ordine è diventata crescere: essere più grandi, più solidi, più internazionali.

Ma grandi per fare che cosa?

La domanda resta sospesa per qualche secondo. La risposta arriva netta: «Le banche hanno smesso di fare le banche».

Un istituto raccoglie il denaro dei risparmiatori e dovrebbe rimetterlo in circolo. Finanzia l’impresa che vuole acquistare un macchinario, la coppia che cerca casa, il commerciante che apre un locale. Il suo lavoro consiste nel trasformare i depositi in sviluppo, assumendosi una parte del rischio e conoscendo ciò che accade nell’economia reale.

Secondo Giordano, questo meccanismo si è indebolito. Il denaro viene utilizzato per produrre altro denaro, passando attraverso operazioni finanziarie sempre più sofisticate e lontane dalla vita quotidiana.

I numeri che cita sono enormi. Negli ultimi tre anni, riferisce, le banche italiane avrebbero ottenuto circa 112 miliardi di euro di utili. Per dare una forma a quella cifra immagina di trasformarla in banconote da cento euro e sovrapporle. Verrebbero fuori decine e decine di montagne alte come l’Everest.

La ricchezza non è una colpa, precisa. Sarebbe assurdo sostenerlo. Un Paese cresce se le imprese guadagnano, investono e creano lavoro. Il problema comincia quando quei profitti non tornano nel circuito produttivo.

Negli stessi tre anni, stando ai dati riportati durante la presentazione, i prestiti sarebbero diminuiti di circa 60 miliardi. Gli istituti non hanno mai guadagnato tanto, mentre molte famiglie e aziende raccontano di non riuscire a ottenere credito.

Sono due Italie che non si incontrano.

Nel libro compaiono anche le grandi partite aperte nel sistema finanziario nazionale, da Monte dei Paschi a Mediobanca, da UniCredit a Unipol. Giordano non considera conclusa questa fase. Ritiene che possano arrivare altre operazioni e indica il risparmio degli italiani come uno degli obiettivi principali: centinaia di miliardi accantonati dalle famiglie, una massa di denaro sulla quale si concentrano interessi enormi.

Un uomo tra il pubblico cita la Svizzera. Quando il suo sistema bancario entra in difficoltà, il Paese interviene rapidamente e senza trasformare ogni passaggio in uno scontro pubblico. In Italia accade spesso il contrario: maggioranza e opposizione leggono ogni operazione secondo la convenienza del momento.

Giordano risponde parlando dei campanili.

Sono una delle meraviglie italiane. Ogni paese possiede una ricetta, una storia e un prodotto considerato migliore di quello del comune vicino. È una forza culturale straordinaria, ma diventa un limite quando bisogna ragionare come sistema nazionale. In Europa i francesi difendono la Francia e i tedeschi la Germania. Gli italiani, troppo spesso, difendono prima la propria parte politica.

La finanza, però, non è composta soltanto da acquisizioni e bilanci. A un certo punto della serata entra in una casa rimasta al buio per anni.

È la casa di un pensionato che aveva investito centomila euro. Erano la sua liquidazione e i risparmi messi da parte lavorando. Insieme alla moglie sognava un piccolo appartamento a Fiuggi, vicino alle terme. Nulla di lussuoso. Desideravano un posto nel quale trascorrere qualche settimana senza prenotare ogni volta un albergo.

Qualcuno potrebbe dire che non si investe tutto in un solo prodotto finanziario, che bisogna diversificare. Giordano anticipa l’obiezione. Quell’uomo non era un esperto di mercati e non stava giocando in Borsa. Aveva affidato i soldi alla banca perché per tutta la vita gli era stato insegnato che quello fosse il luogo più sicuro.

Quando perse il capitale, non riuscì a sopportarlo.

Un giorno disse alla moglie di prepararsi perché l’avrebbe portata a ballare. Lei si allontanò per pochi minuti. Lui terminò una lettera, poi si tolse la vita nella tromba delle scale.

Anni dopo, entrando in quell’abitazione, Giordano trovò ancora la bicicletta, gli oggetti personali e una Settimana Enigmistica. La vedova aveva lasciato quasi tutto com’era. Aveva modificato soltanto una parte della casa per non vedere, ogni volta che passava, il punto in cui il marito era morto.

Usciva raramente. Lo fece per andare in tribunale.

Nella sentenza, il giudice riconobbe il coraggio con il quale quella donna aveva portato la propria umanità in un procedimento dominato da carte, cifre e regole. Le assoluzioni, però, chiusero la vicenda senza attribuire responsabilità penali.

Le vittime ci sono. I colpevoli molto meno.

È uno dei fili che attraversano il volume. Quando una banca entra in crisi, i risparmiatori perdono il denaro, lo Stato interviene e il costo finisce per ricadere sulla collettività. Nel frattempo le responsabilità si dividono tra amministratori, controllori, norme e decisioni prese molti anni prima. Più si cerca un volto, più quel volto sembra allontanarsi.

Giuliani sposta la conversazione sull’informazione. Le banche sono tra i maggiori inserzionisti di giornali e televisioni. Comprano pagine, spot e campagne. Non è necessario immaginare telefonate segrete o ordini espliciti. Può bastare il timore di perdere un cliente importante per rendere un’inchiesta meno gradita.

Il giornalista non sostiene che tutti i mezzi di comunicazione siano controllati. Sarebbe una semplificazione. Dice che esistono condizionamenti economici e che ignorarli impedisce di capire perché certi temi trovino spazio e altri no.

Si parla anche di Report e di Sigfrido Ranucci, coinvolto nelle polemiche di quei giorni.

Per Giordano, ogni inchiesta comincia da un’idea. Il cronista sospetta che qualcosa non funzioni e decide di controllare. Non potrebbe essere diversamente. Quell’intuizione, però, deve confrontarsi con i fatti. Se la realtà smentisce la tesi iniziale, è la tesi a dover essere abbandonata.

Le fonti hanno quasi sempre un interesse. Chi consegna un documento può voler colpire un avversario o regolare un conto. Non importa che sia simpatico, antipatico, innocente o pieno di secondi fini. La domanda è un’altra: ciò che racconta è vero?

C’è anche un problema di reciprocità. Chi indaga sulla vita degli altri deve accettare che, prima o poi, qualcun altro possa occuparsi della sua. Non si può invocare la libertà di stampa quando si fanno domande e chiedere silenzio quando le domande vengono rivolte a noi.

La discussione passa poi al linguaggio. Alcune parole comuni sono diventate difficili da pronunciare senza provocare una polemica. Persino “mamma” e “papà”, ironizza l’ospite, vengono sostituite in certi documenti da “genitore uno” e “genitore due”.

La lingua cambia, certo. È sempre successo. A preoccupare Giordano è l’idea che qualcuno possa stabilire quali espressioni siano ammesse, correggendo anche le storie del passato per adattarle alla sensibilità del presente.

Cappuccetto Rosso, Biancaneve, La bella addormentata nel bosco. Le fiabe finiscono nel dibattito. Vengono ripulite, accorciate, private delle parti considerate violente o inopportune. Giuliani ricorda che le versioni originali dei fratelli Grimm erano molto più crude delle successive riscritture della Disney. Raccontavano la paura, il pericolo e persino la morte. Proprio per questo avevano una funzione.

Eliminando tutto ciò che disturba si rischia di ottenere storie innocue. E anche persone meno abituate a confrontarsi con ciò che fa paura.

Quando il pubblico comincia a fare domande, il discorso si allarga alla guerra. Giordano è preoccupato dalla naturalezza con la quale parole come riarmo, esercito e conflitto sono tornate nella quotidianità politica. Leader europei parlano della necessità di prepararsi. Si annunciano centinaia di miliardi per la difesa.

A forza di ripeterlo, il pensiero della guerra diventa meno assurdo.

La storia mostra quanto sia pericoloso. Gli Stati accumulano armi per sentirsi più sicuri, gli altri rispondono nello stesso modo e, a un certo punto, basta un episodio per far saltare l’equilibrio. È già successo. Potrebbe succedere ancora.

Mario Giordano racconta di avere inizialmente guardato con una certa fiducia alla formula “America First” di Donald Trump. Pensava che gli Stati Uniti avrebbero ridotto il proprio ruolo di gendarme del mondo. A suo giudizio è avvenuto il contrario. Critica inoltre il governo italiano per non aver preso una posizione più autonoma davanti ad alcune decisioni americane e alle tensioni con l’Iran.

Poi c’è l’Europa.

Secondo lui è stata costruita partendo dalla moneta, non da una cultura condivisa. Si è pensato che utilizzare lo stesso denaro fosse sufficiente per unire popoli diversi. Non lo è stato. Francesi e tedeschi continuano a difendere i propri interessi, mentre l’Unione non possiede una politica estera, militare e migratoria realmente comune.

Si parla molto di difesa, ma gli eserciti non sono coordinati. I Paesi acquistano sistemi che spesso non comunicano tra loro. Anche sui confini manca una linea chiara.

Difenderli, precisa, non significa buttare a mare le persone. Significa fare entrare regolarmente chi ne ha diritto, accoglierlo in condizioni dignitose e impedire l’accesso a chi non possiede i requisiti. Ciò che avviene oggi, nella sua lettura, non è vera accoglienza. È disordine.

Nonostante tutto, non si considera un pessimista. Anzi.

Ricorda quando i vitalizi e gli altri privilegi della politica erano quasi sconosciuti. Venticinque anni fa poche persone sapevano come funzionassero. Poi sono arrivati libri, programmi, articoli e campagne di denuncia. Alcune distorsioni sono rimaste, ma certi trattamenti oggi non sarebbero più accettati.

Porta esempi più semplici. Un tempo si fumava nei ristoranti, negli uffici e in televisione. Le cinture di sicurezza venivano ignorate. Le leggi hanno avuto un ruolo, ma prima è cambiata la percezione collettiva. A un certo punto ciò che sembrava normale ha smesso di esserlo.

Anche il sistema bancario può cambiare, sostiene. Bisogna conoscerlo e raccontarlo. Senza informazione rimane soltanto la sensazione di essere impotenti.

Verso la fine, Fulvio Giuliani introduce il passaggio più personale del libro. La banca, per Mario Giordano, non è sempre stata un nemico senza volto. Suo padre vi ha lavorato per tutta la vita.

Da bambino lo aspettava fuori dall’ufficio insieme alla madre. Guardava le finestre ancora illuminate e pensava che lì dentro i soldi crescessero. Glielo avevano spiegato così: in banca il denaro viene custodito e fatto fruttare. Nella sua immaginazione quel luogo assomigliava a una cattedrale.

Il padre trascorreva le giornate tra registri, numeri e calcolatrici, quando ancora i computer non c’erano. Alla fine i conti dovevano tornare. Solo allora poteva dire: «Ce l’abbiamo fatta anche questa volta».

La banca era precisione. Era sicurezza. Soprattutto, aveva il volto di suo padre.

Anche i piccoli regali con il nome dell’istituto erano motivo di orgoglio. Essere “della banca” significava appartenere a un mondo nel quale il rigore contava e la fiducia non era una parola da usare nella pubblicità.

Per questo I re di denari non nasce da un rifiuto delle banche. Nasce dal dispiacere di vederle cambiate.

Nelle pagine rivolte al padre, Giordano quasi si scusa. Sa quanto quell’uomo fosse legato al proprio lavoro e immagina che possa leggere il libro da qualche parte. Gli chiede di non arrabbiarsi.

La lettura finisce. Per qualche istante nella sala non si sente nulla.

Poi arriva l’applauso.




Premio Letterario Vermentino X edizione: dieci anni di trame, terre e filari in questa occasione insieme all’attrice e scrittrice Clizia Fornasier

Il Premio nazionale letterario Vermentino – nato dall’intuizione della Camera di Commercio di Sassari e sostenuto nel suo percorso dai Comuni di Olbia e Castelnuovo Magra – giunge nel 2026 al prestigioso traguardo della sua decima edizione. L’appuntamento si consolida come uno dei più originali e felici sodalizi della scena culturale italiana, capace di far dialogare l’arte della parola con la civiltà della vite e del vino. Sin dal suo esordio nel 2017, la manifestazione offre una ribalta d’eccezione a quelle opere che sanno farsi custodi del paesaggio rurale, traducendo in narrazione i silenzi, i sacrifici e le storie fiorite tra i grappoli e i filari.

Il cammino di questo decennio testimonia una fecondità straordinaria: sono oltre duecento gli scrittori che hanno offerto le proprie pagine al giudizio del Premio, trentaquattro le menzioni d’onore tradizionalmente tributate e nove i vincitori assoluti, tra cui spiccano sei autrici e tre autori. Un percorso di crescita costante che ha saputo intercettare l’interesse e la complicità delle Case editrici italiane, quelle maggiori come anche piccoli editori indipendenti.

L’albo d’oro del Premio custodisce le firme di: da Alessia Coppola (2019) a Gesuino Némus (2020), da Fabrizio Borgio (2021) alla voce pop di Felicia Kingsley (2022), fino alle prove narrative di Luca Ammirati (2023), Roberta Schira (2024) e Cristina Caboni (2025).

A dimostrazione di una vitalità mai doma, l’orizzonte del Premio si è ampliato nel tempo: nel 2023 è nato il Premio Territorio, volto a celebrare i legami profondi con le identità locali, seguito nel 2025 dalla Menzione Narrativa Straniera, un tributo alle opere tradotte che elevano il vino a potente simbolo narrativo.

L’edizione del decennale registra un’adesione straordinaria, accogliendo ventiquattro case editrici e trenta opere in concorso. Il Premio, che si fregia dell’alto patrocinio di Unioncamere e dell’Associazione Librai Italiani, celebrerà il suo atto conclusivo nella suggestiva cornice della cerimonia finale a Olbia, sabato 10 ottobre 2026. Sarà l’epilogo di un viaggio suggestivo in cui la letteratura si fa specchio del territorio e della cultura enologica, unendo idealmente l’Italia sotto il segno di un vitigno identitario.

La voce dei protagonisti

Stefano Visconti (Presidente CCIAA Sassari): «Dieci anni fa abbiamo scommesso su un’intuizione ambiziosa: unire l’economia del vino alla forza delle parole. Oggi il Premio Vermentino è una realtà nazionale consolidata, capace di valorizzare il lavoro dei nostri produttori e la ricchezza culturale di un intero territorio in crescita.» 

Clizia Fornasier (Conduttrice dell’edizione 2026): «Passare da finalista lo scorso anno alla conduzione di questa decima edizione è un’emozione immensa. Il Vermentino non è solo un vino, è un generatore di storie. Porterò sul palco la mia passione per la scrittura, celebrando l’energia e la sensibilità di queste splendide pagine.» 

Sabrina Serra (Comune di Olbia): «Il Premio Vermentino è anche un potente strumento di formazione e crescita culturale per i nostri giovani. Investire sulla cultura del territorio significa educare le nuove generazioni a riconoscere il valore delle proprie radici e a trasformarle in opportunità future di sviluppo.»    

Tiziana Pompei (Unioncamere): «Sosteniamo con convinzione questo premio perché rappresenta un modello virtuoso di valorizzazione del Made in Italy. Unire la filiera vitivinicola alla cultura significa dare forza alle nostre imprese e promuovere l’identità dei territori italiani su scala nazionale.» 

Marco Piro (Consorzio Tutela Vermentino Gallura DOCG): «Il nostro vino è un ambasciatore di cultura e questa decima edizione ne consacra il legame con la grande letteratura. Dietro ogni bottiglia ci sono storie di uomini e paesaggi; vederle trasformate in romanzi è il modo più alto per celebrare la nostra eccellenza gallurese.» 

Paolo Ambrosini (Presidente Nazionale ALI): «L’accordo punta a far conoscere il Premio e le opere in gara direttamente nelle librerie. Portare questi libri sugli scaffali significa farne scoprire il valore ai lettori, trasformando ogni libraio in un custode di storie che celebrano la cultura enologica e l’identità del territorio.»  

Le Case Editrici dell’Edizione 2026

Il valore e il respiro nazionale del Premio letterario Vermentino sono confermati dalla straordinaria adesione del mondo editoriale. Una ricca costellazione di firme e marchi prestigiosi scende in campo quest’anno per contendersi il podio della manifestazione: Piemme, HarperCollins Italia, Ex Cogita, Tracce per la Meta, Reverdito, Einaudi, Pathos, Epoké, Il Golosario e Golosaria, Kellermann, Giraldi Editore, Love Edizioni, Compagnia Editoriale Aliberti, Fratelli Frilli, Tempo Sospeso, Ibiskos Ulivieri, Fazi, Rizzoli, Pan di Lettere, Ensemble, Ampelos, Arkadia, Archivi del Sud, Laura Capone Editore.

Cambio della guardia alla conduzione del Premio Letterario Vermentino

Dopo alcuni anni di brillante conduzione affidata all’ironia e all’eleganza di Neri Marcorè, che ha saputo valorizzare magistralmente il legame tra cultura e territorio, quest’anno il prestigioso Premio nazionale eno-letterario Vermentino cambia guida. La conduzione della nuova edizione sarà infatti affidata a Clizia Fornasier. L’attrice e scrittrice – già legatissima alla manifestazione, di cui è stata applaudita finalista lo scorso anno – è pronta a salire sul palco in una nuova veste, portando all’evento la sua freschezza, la sua sensibilità narrativa e una nuovissima energia.

La Giuria del “Vermentino”

Il verdetto del Premio nazionale eno-letterario Vermentino è quest’anno affidato a una Giuria d’eccellenza, composta da autorevoli rappresentanti delle istituzioni, del territorio e del settore vitivinicolo e culturale. A valutare le opere in gara saranno il presidente della Giuria Stefano Visconti (CCIAA di Sassari), Sabrina Serra (Comune di Olbia), Katia Cecchinelli (Comune di Castelnuovo Magra) Giorgio Demuru (delegato Consorzio Tutela Vermentino Gallura DOCG), il giornalista Marco Ledda, Annamaria Giannetto Pini (delegata Consorzio Tutela Vini DOP e IGP Colli di Luni), Marco Rezzano (Enoteca Regionale Ligure). Una squadra di altissimo profilo, unita per celebrare il legame indissolubile tra la grande letteratura e la cultura del vino.




Sarà Gigi Cotichella, noto formatore, teologo, autore e artista italiano, a inaugurare a Villanova Monteleone il Progetto “Prevenire – Educare – Formare”

Appuntamento a Villanova Monteleone per il   Progetto “Prevenire – Educare – Formare” inserito nel Festival “La cultura oltre i confini”.

Sarà Gigi Cotichella, noto formatore, teologo, autore e artista italiano e fondatore di AGO Formazione di Torino a inaugurare a Villanova Monteleone questi incontri rivolti a tutti ma in modo particolare a insegnanti, operatori pastorali, educatori, animatori, catechisti e formatori. L’ incontro, organizzato dall’Associazione Culturale Interrios e dalla Parrocchia San Leonardo con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale e dell’Unione dei Comuni del Villanova dell’Associazione Misericordia, si terrà venerdì 19 giugno 2026 a Villanova Monteleone alle 19:30 nel Salone Parrocchiale.

Questo appuntamento ha lo scopo di scoprire l’accompagnatore formativo e i suoi utilizzi nei vari campi educativi. Una serata formativa che sarà un ottimo modo per continuare poi nella lettura del libro “Il manuale dell’infinito accompagnare formativo. La persona. Il gruppo. Insieme. Anche online”. Infatti, l’autore, come si legge nella presentazione, in questo suo secondo manuale sulla formazione, ci guida alla scoperta dell’accompagnare formativo e delle sue potenzialità. Sette tappe per scoprire che ognuno di noi può fare la differenza per qualcun altro, purché accetti la sfida di lavorare su di sé. Un manuale da leggere e rileggere con esercizi, materiali da scaricare e la voglia di fare un autentico itinerario formativo di crescita personale. Perché accompagnare è un infinito ricalcolare il percorso, soprattutto quando lo si fa bene.

Per l’occasione Gigi Cotichella dialogherà con Manuel Carboni che fa parte del Team Ago Formazione di Torino, è formatore e animatore, conduttore di grandi eventi e spettacoli in giro per l’Italia.

Gigi Cotichella è un formatore, autore, attore e teologo. Oggi si occupa di formazione, dove mette tutta la sua forza del suo animare per imprese, gruppi pastorali, scuole e persone. Nel tempo ha unito le passioni per il teatro e il gioco alla profondità teologica e delle economie alternative, occupandosi anche di orientamento di carriera e valutazione d’impatto. Ha pubblicato diversi sussidi con la Casa Editrice Effatà.




Il libro, a Padria la “Storia di una comunità” dal 1930 al 2025

Sabato 13 giugno dell’Ex Convento Francescano la presentazione del volume realizzato da Stefano Alberto Tedde grazie a una sinergia tra l’Amministrazione comunale, l’Unione dei comuni del Villanova e l’Istituto Bellieni

PADRIA – Dietro l’apparente freddezza dei documenti d’archivio e delle formule burocratiche delle delibere si nasconde il battito del cuore di un’intera comunità. Tra quelle pagine ingiallite dal tempo si scoprono decisioni, progetti, grandi speranze, ma anche le difficoltà quotidiane di un paese che cambia e si adatta alla storia.

Un affascinante viaggio nel tempo che trova spazio nel nuovo libro “PADRIA – Storia di una comunità attraverso le deliberazioni degli organi consiliari (1930-2025)”, scritto dall’archivista Stefano Alberto Tedde e pubblicato grazie alla collaborazione tra l’Amministrazione comunale di Padria, l’Unione dei Comuni del Villanova e l’Istituto Camillo Bellieni (Is.Be) di Sassari.

Il volume sarà presentato ufficialmente sabato 13 giugno, alle 17, nella sala conferenze dell’Ex Convento Francescano di Padria. A fare gli onori di casa saranno il sindaco Alessandro Mura e l’assessora alla Cultura, Pangela Dettori, seguiti dai saluti di Maria Doloretta Lai, presidente dell’Istituto Bellieni, da sempre impegnato nella tutela e nella divulgazione della storia e dell’identità locale.

Subito dopo si entrerà nel vivo del racconto con gli interventi di chi ha vissuto e curato il progetto da vicino. Prenderanno la parola Lucia Sechi, operatrice linguistica del territorio che ha coadiuvato la ricerca storica, e l’autore, Stefano Alberto Tedde, che guiderà il pubblico alla scoperta delle tappe della ricerca e degli aneddoti più curiosi emersi dalle carte comunali.

L’autore è riuscito a trasformare le carte ufficiali in un racconto vivo e accessibile a tutti, plasmando il volume come un vero e proprio specchio del Novecento. Dagli anni complessi della ricostruzione post-bellica al boom economico, passando per le dolorose stagioni dell’emigrazione fino all’arrivo delle prime moderne infrastrutture. A rendere l’opera oltremodo preziosa è uno straordinario patrimonio di fotografie d’epoca, capace di restituire uno spaccato autentico dei cambiamenti avvenuti nel corso degli ultimi decenni. L’incontro è aperto a tutta la cittadinanza e a chiunque intenda riscoprire un pezzo fondamentale di storia e identità del territorio.




Sassari, Silvano Fuso smonta i miti del vivere “secondo natura”

Il 26 maggio, il noto divulgatore scientifico sarà ospite degli “Incontri ravvicinati con la scienza” per esplorare in modo critico il binomio “naturale=buono”

SASSARI. Nell’opinione comune tutto ciò che è “naturale” viene associato spesso a qualcosa di buono o qualitativamente superiore. Ma è proprio così? A fare chiarezza sulla questione, di forte attualità nella società contemporanea, è il saggista e divulgatore scientifico Silvano Fuso, che il 26 maggio alle 17.30, sarà ospite a Sassari degli “Incontri ravvicinati con la scienza”, per un appuntamento imperdibilenell’Aula Lorenzo Mossa del Centro didattico del Dipartimento di Giurisprudenza (viale Mancini 3). L’ingresso è libero gratuito.

Il noto chimico, traendo spunto dal suo lavoro di ricerca dal titolo “Naturale=buono? Miti e leggende del vivere secondo natura” edito da Carocci, guiderà il pubblico in un’analisi rigorosa e critica, scardinando slogan commerciali e preconcetti ideologici per restituire centralità al metodo e al pensiero scientifico.

Al giorno d’oggi, infatti, complice la nostalgia per un passato idealizzato e il desiderio diffuso di uno stile di vita più sano, l’aggettivo “naturale” è diventato un richiamo irresistibile, un vero e proprio sinonimo di salute, sicurezza e genuinità applicato indistintamente all’alimentazione, all’agricoltura, alla medicina e alla cosmesi. Ma siamo davvero sicuri che tutto ciò che è biologico o spontaneo sia intrinsecamente benefico per l’uomo? E quanto c’è di autentico in ciò che il mercato ci propone come tale?

Queste domande troveranno risposta nell’appuntamento di martedì, inserito nella più ampia cornice degli “Incontri ravvicinati con la scienza”, la rassegna di letteratura e divulgazione scientifica promossa e organizzata dal Circolo Culturale Aristeo e dalla Società Astronomica Turritana, in rete con il festival Mediterranea. Culture, scambi, passaggi e il Muniss di Sassari.

Dottore di ricerca in Scienze chimiche, Fuso può vantare una lunga esperienza come docente e divulgatore scientifico. Già membro del Consiglio Scientifico del Festival della Scienza di Genova (2016-2023), è socio emerito del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) e fa parte del Comitato di Redazione della prestigiosa rivista “La Chimica nella Scuola” (organo della Società Chimica Italiana).

È noto, inoltre, per la sua attività di saggista e conferenziere. Ha curato nel 2012 la rubrica “Le parole della Scienza” su laRepubblica (insieme a Piergiorgio Odifreddi e Carlo Rovelli), è stato ospite in studio in 11 puntate del programma Nautilus su Rai Scuola e cura un seguito blog sulla testata MicroMega. Per maggiori informazioni contattare il numero 347 6841647 o inviare un’email a [email protected].




LA CAMERA DI COMMERCIO DI SASSARI RILANCIA AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO: IL PREMIO ENO LETTERARIO VERMENTINO CELEBRA 10 ANNI E GUARDA AL FUTURO

Rinnovata la sinergia strategica con l’Associazione Librai Italiani (ALI)

Il Salone Internazionale del Libro di Torino ha ritrovato al centro dei riflettori la decima edizione del Premio Enoletterario Vermentino, un traguardo storico che ne decreta la definitiva consacrazione e ne rafforza la reputazione in ambito nazionale.

La kermesse torinese è stata la cornice ideale per un importante incontro strategico con i vertici dell’Associazione Librai Italiani (ALI). Un appuntamento che, in continuità con il successo dello scorso anno, ha consolidato una collaborazione sempre più stretta e proficua con l’ente camerale, finalizzata a creare nuovi canali di diffusione per l’editoria legata al territorio con i 100 corner del Premio nelle librerie. “Siamo orgogliosi di vedere come il Premio Vermentino sia cresciuto, diventando un punto di riferimento nazionale capace di coniugare la narrazione con l’identità dei nostri territori,” ha dichiarato il presidente della Camera di Commercio di Sassari, Stefano Visconti. “Giungere alla decima edizione dimostra la solidità di un progetto che non promuove solo testi e case editrici, ma si fa ambasciatore di un’eccellenza italiana come il Vermentino. Questo vitigno, che unisce idealmente diverse sponde e territori d’Italia, diventa il veicolo per raccontare la nostra storia, il lavoro dei nostri produttori e la bellezza dei nostri paesaggi. Il Salone di Torino è la vetrina perfetta per far comprendere come l’economia e la cultura viaggino sullo stesso binario.”

Il legame operativo con il mondo dei librai, con il presidente nazionale Paolo Ambrosini, e della distribuzione editoriale rappresenta un altro fattore di sviluppo per il futuro del Premio, come sottolineato dal vertice amministrativo dell’ente del Nord Sardegna. “L’incontro con l’Associazione Librai Italiani, che rinnova il percorso virtuoso avviato lo scorso anno, rappresenta un passo fondamentale per strutturare la nostra azione su basi ancora più solide,” ha spiegato il segretario generale dell’ente, Pietro Esposito. “La sinergia con ALI ci permette di dare gambe ai progetti culturali, garantendo agli autori e alle case editrici una visibilità reale e continuativa nelle librerie di tutta Italia. Il nostro obiettivo come istituzione è creare connessioni reali. I numeri e l’entusiasmo che abbiamo registrato a Torino ci dicono che la strada intrapresa è quella giusta.”

Il Premio Enoletterario Vermentino, in calendario ad ottobre, dimostra così la sua formula vincente: una proposta culturale che supera i confini regionali per abbracciare i distretti produttivi d’Italia in cui il celebre vino bianco risplende grazie alle azioni di promozione e marketing dei consorzi dei produttori sardi, liguri e toscani. La Camera di Commercio saluta il Salone con la certezza di aver rafforzato le basi per un’edizione del decennale indimenticabile, capace di generare valore economico, culturale e sociale.




Quando l’incanto cancella le distanze: il soffio della Costa Smeralda strega Cagliari.

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Ci sono sere in cui il tempo sembra fermarsi, sospeso su un filo di pura emozione. Sere in cui l’aria si fa densa di storie che profumano di mare, di granito e di sogni così grandi da sembrare leggende. Sabato la sala era un mare umano: oltre duecento cuori stipati, lo spazio che diventava improvvisamente troppo piccolo per contenere l’attesa. Cagliari ha vissuto una notte storica, accogliendo per la primissima volta un racconto che per decenni è rimasto confinato tra le rocce della Gallura.

A compiere questo prodigio, a tessere questo ponte invisibile fatto di orgoglio e memoria, è stata un’alchimia perfetta di destini: la visione ostinata dell’associazione Isolarte di Cagliari, penna, taccuino e microfono guidati dal cuore di Fausto Farinelli e i ventinove protagonisti che, attraverso le pagine del libro, hanno prestato i loro ricordi e le loro anime a questa notte magica. Insieme, come in un antico coro sardo, hanno squarciato il velo dei vecchi campanilismi, regalando alla città un’emozione pura in cui il Capo di Sotto e il Capo di Sopra si sono finalmente fusi in un unico, grande abbraccio.

Un libro scritto con l’anima, nato dal grembo dell’isola

Il battito profondo della serata è stato il libro di Fausto Farinelli. Un’opera che, come è stato sussurrato sul palco, non è nata da freddi archivi, ma è stata scritta “con il cuore e con la testa”. C’era una magia sottile nel vedere un uomo della costa nord-ovest, farsi custode e narratore dei segreti più intimi della Costa Smeralda.

Davanti agli occhi lucidi del pubblico è svanito, una volta per tutte, il vecchio dogma che voleva quel paradiso come un corpo estraneo alla Sardegna. Attraverso immagini d’epoca dal sapore ancestrale e parole che graffiavano l’anima, è emersa la verità più dolce: la Costa Smeralda non è stata calata dall’alto, ma è nata dal grembo stesso dell’isola. Gli archi di Porto Cervo respirano la stessa aria di Casa Guiso a Orosei; le ville parlano la lingua delle ricamatrici di Samugheo e dei falegnami che rubavano i segreti al legno, saziando i desideri di un Principe visionario.

Le voci dei giganti: echi di un’era mitica

Il momento più alto, quello in cui la commozione ha bagnato gli sguardi dei presenti, è arrivato quando il palco si è popolato dei giganti che quel sogno lo hanno vissuto e plasmato con le proprie mani.

  • L’eco da Roma: La voce di Giancarlo Busiri Vici, 93 anni di lucida poesia, è arrivata via “etere” come un sussurro da un’epoca mitica. Ha parlato degli inizi “eroici”, di quel “timore reverenziale” provato davanti a una natura troppo bella per essere toccata, confessando che gli architetti, prima di tutto, si sentivano i custodi sacri di quella terra incontaminata.
  • Il tocco umano del Principe: Antonello Verona e Vincenzo Frigo hanno dipinto il ritratto intimo di Karim Aga Khan. Non un sovrano distante, ma un uomo che ascoltava il vento, che battezzava i figli dei pastori e che ha regalato ai sardi un destino internazionale, trasformando ragazzi dell’isola in comandanti di navi e piloti d’aereo.
  • Una splendida, fiera malinconia: L’architetto Enzo Satta, la mente dietro il grandioso Masterplan, ha toccato le corde più profonde del rimpianto. Ha rievocato l’ambizione di un progetto venticinquennale che avrebbe dato pane e futuro a migliaia di famiglie nel segno del rispetto assoluto dell’ambiente, scontratosi poi contro i “ni” sordi della politica. Una ferita ancora aperta, ma fiera.

Un’eredità che vibra nel buio

La serata si è tinta dei colori dello sport e della speranza, ricordando l’epopea di Azzurra che faceva battere i cuori dell’Italia intera e l’impegno odierno della fondazione One Ocean, nata per sussurrare al mondo che il nostro mare va protetto, amato, salvato.

L’applauso finale, scrosciato come un’onda di maestrale tra le mura della sala di Cagliari, è stato l’abbraccio di un’intera isola che si riconosce unita, finalmente libera da barriere geografiche. Una notte magica in cui Porto Cervo non è stata più un’enclave d’élite, ma un pezzo d’anima della Sardegna intera.

E mentre le luci si spegnevano, una domanda è rimasta sospesa nell’aria, bellissima e terribile, a far tremare i pensieri dei presenti:

Se nel 1960, tra quelle rocce scolpite dal vento, non fosse arrivato lo sguardo innamorato e illuminato di Karim Aga Khan, ma il cemento cieco di un qualunque speculatore… noi, oggi, quale Sardegna staremmo piangendo?




PREMIO COSTA SMERALDA 2026, Si aggiunge un tassello al Premio Costa Smeralda: a Emilio Isgrò il Premio Cultura del Mediterraneo 2026

Il prestigioso riconoscimento celebra il Maestro della “Cancellatura” alla vigilia della sua grande retrospettiva londinese presso la Estorick Collection.

Porto Cervo, 7 aprile 2026 – Il Premio Costa Smeralda 2026 conferisce il prestigioso Premio Cultura del Mediterraneo a Emilio Isgrò, protagonista assoluto dell’arte concettuale internazionale che ha saputo rivoluzionare il rapporto tra parola e immagine. Questo riconoscimento intende omaggiare un autore capace di trasfigurare le proprie radici siciliane in una riflessione universale, gettando ponti ideali tra le sponde del mare nostrum e le più complesse geografie mondiali. Attraverso un linguaggio colto e stratificato, Isgrò esplora l’identità collettiva tramite la sua celebre “Cancellatura“. Lungi dal rappresentare un atto di negazione o una deriva censoria, questo gesto si configura come un potente strumento di rigenerazione creativa: oscurando il testo, l’artista sottrae la parola all’egemonia dei mass media per restituirle centralità, dignità e un nuovo, dirompente significato. 

Nel celebrare il Maestro, il Premio Costa Smeralda riconosce il valore di una pratica artistica che connette, trasformando l’assenza del segno in una voce eloquente che invita i popoli alla riscoperta di una memoria comune, capace di attraversare indenne i secoli e le nazioni. Soprattutto nel mare nostrum, quello che ha dato origine alla civiltà occidentale e di cui non solo Isgrò è figlio ma testimone delle mutazioni e dei cambiamenti, in un’ottica di riflessione sulla identità mediterranea che non ha mai smesso di interrogare.

L’inesausto impegno di Isgrò nel riconnettere e ridisegnare le rotte della conoscenza verrà celebrato dalla grande retrospettiva ospitata, dal 20 maggio al 6 settembre 2026, presso la Estorick Collection di Londra. La mostra Emilio Isgrò: Erasing to Create, nata dalla sinergia tra il Consolato Generale d’Italia a Londra e la Fondazione Emilio Isgrò, documenta oltre sei decenni di sperimentazione, ripercorrendo l’evoluzione del Maestro dalla poesia visiva degli esordi fino alle iconiche indagini su carte geografiche e mappamondi. Proprio in queste ultime opere, la rimozione intenzionale di toponimi e confini invita a una riconsiderazione delle nostre idee di spazio e storia, scardinando le barriere identitarie a favore di una fratellanza culturale che riconosce nel Mediterraneo non solo un’origine geografica, ma un luogo capace di creare identità nell’unione e nel dialogo. L’appuntamento londinese, arricchito da 35 capolavori e da un’opera inedita concepita appositamente per l’evento, ribadisce l’urgenza del messaggio di Isgrò, oggi più che mai. 

Il Premio verrà conferito a Isgrò sabato 18 aprile al Conference Center di Porto Cervo, nel corso della cerimonia pubblica di premiazione. 

L’iniziativa, promossa dal Consorzio Costa Smeralda e sponsorizzata da Smeralda Holding, si conferma tra gli appuntamenti più significativi del panorama culturale italiano, capace di valorizzare l’eccellenza culturale e il dialogo tra diversi linguaggi espressivi, trasformando Porto Cervo nel palcoscenico dove le grandi voci della contemporaneità si incontrano per interpretare il presente. 

Il Premio Costa Smeralda 2026 si distingue anche quest’anno per l’alta qualità delle opere e degli autori selezionati nelle terne finaliste per le categorie Narrativa e Saggistica, scelte come di consueto da una giuria d’eccellenza guidata da Stefano Salis e composta da Lina Bolzoni, Marcello Fois, Elena Loewenthal e Chiara Valerio. I vincitori assoluti verranno proclamati nel corso della cerimonia di premiazione di sabato 18 aprile, durante la quale verrà inoltre assegnato il Premio Internazionale a Javier Cercas e il Premio Speciale al Comandante Giuseppe Lai, già Comandante della nave scuola Amerigo Vespucci, che ha guidato durante lo storico tour mondiale iniziato nel 2023 e conclusosi nel 2025.

Partner e sponsor principale della manifestazione è Smeralda Holding.
L’organizzazione operativa, l’allestimento scenografico e la produzione dell’evento di premiazione sono affidati a Filmmaster, che ha inoltre realizzato il logo, l’immagine grafica coordinata e il concept del premio.

L’appuntamento con la cerimonia pubblica di premiazione è sabato 18 aprile alle ore 17.30 al Conference Center di Porto Cervo.
L’accesso all’evento è libero.