Gramsci e la questione meridionale: a Cagliari un convegno internazionale a cento anni dal saggio del 1926

Prende il via oggi, all’Università di Cagliari, il convegno internazionale “Gramsci e la questione meridionale: Interpretazioni e traducibilità a un secolo dal saggio del 1926”, in programma fino al 25 settembre nell’Aula A di via Sant’Ignazio 76 a CAGLIARI.

L’iniziativa è promossa dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Cagliari, dal GramsciLab e dal Fondo Bibliografico Internazionale Antonio Gramsci, insieme a istituzioni e centri di ricerca italiani e internazionali.

Studiosi provenienti da diverse università e istituzioni nazionali e internazionali discuteranno l’attualità della riflessione gramsciana sulla questione meridionale, interrogandone le interpretazioni e la possibilità di traduzione in contesti storici e geografici differenti.

Il programma affronta, tra gli altri temi, la formazione del pensiero di Gramsci, il rapporto tra questione meridionale e colonialismo, le categorie di egemonia e subalternità e le riletture contemporanee del rapporto tra Nord e Sud. Un’attenzione specifica sarà dedicata al Mediterraneo, al mondo arabo, all’America Latina e alla Palestina.

Articolato in dieci panel, il convegno propone un confronto tra prospettive storiche, politiche e culturali, a partire da una domanda centrale: come può essere interpretata e resa traducibile oggi una categoria nata nel contesto italiano del primo Novecento?

L’evento si svolge presso l’Aula A dell’Università di Cagliari, via Sant’Ignazio 76, con sessioni il 23, 24 e 25 settembre.




Negozi che diventano B&B: ad Alghero servono dati, non un nuovo capro espiatorio

di Fausto Farinelli

Chiedere al Comune quanti locali commerciali siano diventati abitazioni, B&B o affittacamere negli ultimi diciotto mesi è legittimo. Anzi, è utile. I dati servono sempre, soprattutto se raccontano dove avvengono le trasformazioni, quali immobili erano già vuoti e da quanto tempo, e se esiste davvero un effetto sul mercato degli affitti per i residenti.

Il problema nasce quando la domanda contiene già la risposta: se un negozio diventa una struttura ricettiva, allora qualcuno avrebbe automaticamente tolto una casa o un’attività commerciale alla città.

Non è così semplice.

Un negozio chiuso non torna automaticamente ad essere un negozio se gli si vieta di cambiare funzione. Molto spesso resta una serranda abbassata, magari per anni. Il commercio di vicinato soffre per ragioni profonde: l’online, i costi, gli affitti, le bollette, i margini ridotti, la stagionalità e la difficoltà di trovare personale. Non mancano soltanto i locali: mancano, spesso, le condizioni economiche per aprire e resistere.

Se un proprietario recupera con i propri soldi un immobile che non ha più mercato commerciale e lo destina all’ospitalità, non sta automaticamente sottraendo una casa a una famiglia. Può stare rimettendo in moto uno spazio inutilizzato. La proprietà privata può e deve essere regolata nell’interesse generale, ma non può diventare il bersaglio di ogni problema che una città non riesce a risolvere.

Il tema abitativo esiste, ed è serio. Ma ha radici più larghe delle locazioni turistiche: edilizia sociale insufficiente, affitti incompatibili con gli stipendi, immobili degradati o inutilizzati, costi di ristrutturazione, difficoltà di accesso al credito e proprietari che rinunciano al contratto lungo per paura della morosità e dei tempi necessari per rientrare in possesso della casa.

Gli ultimi dati ufficiali Istat, riferiti al 2023, fotografano un Paese con 35,6 milioni di abitazioni. Poco più di 26 milioni sono occupate da residenti; circa 9,5 milioni non risultano occupate da residenti o sono utilizzate da persone non residenti. Non significa che siano tutte case vuote, perché il dato comprende anche seconde case, ma rende evidente quanto sia improprio attribuire l’intera crisi abitativa alle locazioni brevi.

Le città turistiche e i numeri veri

Nelle grandi città turistiche gli affitti brevi incidono in modo molto diverso. Ed è proprio qui che i numeri aiutano a evitare le tifoserie.

Un’analisi su dati 2023 di OMI-Agenzia delle Entrate e Inside Airbnb indica 6.880 alloggi in locazione breve a Venezia, praticamente lo stesso numero delle 6.998 abitazioni che hanno registrato un nuovo contratto di locazione. A Firenze gli alloggi su Airbnb erano 11.321, a fronte di 14.612 nuovi contratti registrati. In queste due città la pressione è evidentemente alta.

A Roma, invece, gli alloggi rilevati su Airbnb erano 24.774, contro 57.128 nuovi contratti di locazione registrati. A Milano 23.696 alloggi brevi, contro 57.281 contratti. A Napoli il confronto è tra 8.060 alloggi brevi e 15.671 contratti; a Bologna tra 3.997 e 12.702.

Sono numeri che raccontano una realtà più complessa della propaganda. Venezia e Firenze vivono una condizione eccezionale, soprattutto nei centri storici. Nella città antica di Venezia i posti letto turistici hanno superato i residenti: 49.964 contro 48.951. Firenze, nel 2025, ha registrato 16.906 attività di locazione turistica e circa il 56% dei posti letto complessivi della città; gli annunci online sono concentrati in larga parte nel centro storico.

Non a caso Firenze ha bloccato le nuove autorizzazioni nell’area UNESCO, introducendo regole, controlli e limiti specifici. È una scelta costruita su una pressione verificabile, non su una sensazione.

Alghero non è Venezia, e non deve fingere di esserlo

Il punto non è sostenere che Alghero non debba governare le trasformazioni urbane. Deve farlo. Ma prima deve sapere cosa sta accadendo davvero.

Quanti ex negozi sono diventati B&B? Quanti erano sfitti? Quanti appartamenti sono usciti dal mercato dell’affitto lungo? In quali zone? Quanti immobili restano inutilizzati? Qual è il rapporto tra domanda turistica, residenza e attività commerciali?

Senza queste risposte si rischia di affrontare un problema complesso con uno slogan facile: fermiamo chi cambia destinazione d’uso e il commercio tornerà a vivere. Non funziona così. Non si riapre un negozio costringendo un proprietario a tenere vuoto il proprio locale. E non si risolve la questione della casa semplicemente colpendo chi fa ospitalità.

Servono politiche per il commercio, incentivi per recuperare gli immobili abbandonati, più garanzie per chi affitta stabilmente, edilizia sociale e regole mirate dove i dati dimostrano che l’equilibrio è saltato.

L’intervento di Marco Di Gangi

Sul dibattito interviene Marco Di Gangi, responsabile regionale del Dipartimento Turismo di Fratelli d’Italia Sardegna, che condivide la richiesta di dati avanzata da Marco Lombardi ma invita a non trasformarla in una condanna preventiva delle locazioni turistiche.

«Una corretta programmazione urbanistica deve partire da dati certi, distinti per tipologia di attività e per quartiere, e non da semplici impressioni», afferma Di Gangi.

Secondo l’esponente di Fratelli d’Italia, B&B, affittacamere e locazioni turistiche sono realtà diverse e devono essere analizzate separatamente. «La trasformazione di un locale commerciale inutilizzato in struttura ricettiva non sottrae necessariamente un’abitazione al mercato residenziale, ma spesso consente di recuperare uno spazio altrimenti destinato a rimanere vuoto».

Di Gangi richiama poi la necessità di intervenire sulle cause strutturali della crisi abitativa: immobili vuoti, edilizia sociale insufficiente, affitti sostenibili e maggiori garanzie per i proprietari che scelgono i contratti di lunga durata.

La domanda, allora, non è se impedire a qualcuno di investire legittimamente nel proprio immobile. La domanda è se Alghero vuole finalmente misurare i problemi, affrontarli uno per uno e smettere di cercare un colpevole comodo.




Vannacci è davvero nato per caso?

Alghero, 7 Settembre 2026 – di Fausto Farinelli

In questi giorni c’è una cosa che continua a girarmi per la testa e nasce da quello che è successo in Germania, in Sassonia-Anhalt, dove AfD ha ottenuto un risultato che non può essere liquidato semplicemente dicendo che l’estrema destra avanza ancora. Sarebbe troppo facile e soprattutto non spiegherebbe quello che è realmente accaduto.

Secondo le prime analisi dei flussi elaborate dall’istituto Infratest dimap per ARD, circa 157 mila persone che alle precedenti elezioni non avevano votato avrebbero scelto AfD.

Mentre leggevo questi numeri mi è venuto spontaneo pensare a quello che sta succedendo da noi con Roberto Vannacci.

Se ci pensiamo la sua storia politica è abbastanza incredibile. Nell’agosto del 2023 Vannacci è un generale praticamente sconosciuto al grande pubblico che autopubblica “Il mondo al contrario”. Scoppia un putiferio e nel giro di pochissimo tempo televisioni, quotidiani, politici e opinionisti parlano tutti di lui, chi per attaccarlo, chi per difenderlo, chi perché scandalizzato e chi semplicemente perché incuriosito. Il risultato è che il libro diventa un fenomeno editoriale, arriva in cima alle classifiche e vende circa 200 mila copie.

Poi arriva Matteo Salvini, lo candida alle Europee e Vannacci prende 532.368 preferenze. Mezzo milione di persone scrivono il suo nome sulla scheda.

Sono passati appena tre anni e oggi quel generale ha un suo partito, Futuro Nazionale, ha una struttura territoriale, i comitati, i militanti, i dirigenti, organizza incontri in tutta Italia e ormai nei sondaggi non è più una presenza marginale.

L’ultimo dato YouTrend per Sky TG24, rilevato tra il 31 agosto e il 3 settembre, lo porta al 7,9 per cento. Forza Italia è al 7,1 e la Lega al 4,4.

Quindi fermiamoci un momento.

Un partito nato da pochi mesi oggi viene dato quasi all’8 per cento ed è diventato, nei sondaggi, la quarta forza politica nazionale.

Ora io non so voi ma quando vedo una cosa del genere qualche domanda me la faccio perché trasformare il successo di un libro in popolarità può succedere, trasformare quella popolarità in mezzo milione di preferenze e poi quelle preferenze in una struttura politica organizzata che vale quasi l’8 per cento è già un’altra storia.

E allora bisogna provare a capire chi sono le persone che Vannacci sta intercettando.

Una parte arriva certamente dalla destra, da quella destra che aveva riposto enormi aspettative in Giorgia Meloni e che aveva creduto alle promesse fatte durante la campagna elettorale sull’immigrazione, sulla sicurezza, sulle tasse, sull’Europa, sulla sovranità nazionale e sulla difesa degli interessi italiani. Poi Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi e si è trovata davanti quello che trova chiunque passi dall’opposizione al governo, i conti dello Stato, i vincoli europei, gli accordi internazionali, i mercati, la burocrazia e tutte quelle cose che da un palco elettorale sembrano molto più semplici di quanto siano quando devi realmente governare.

Non voglio dire che le promesse siano state tradite volontariamente. Dico però che una parte di quelle promesse non è stata realizzata e soprattutto che una parte degli elettori pensa che non sia stata realizzata. E in politica la percezione conta moltissimo.

È proprio lì che secondo me entra Vannacci.

Ma sarebbe un errore pensare che il generale possa prendere voti soltanto a destra. Può andare a pescare anche tra persone che hanno sempre votato a sinistra e che oggi non si riconoscono più in una sinistra che spesso appare più preoccupata di stabilire quali parole possiamo usare e quali opinioni siano accettabili piuttosto che parlare dei problemi che la gente incontra ogni giorno.

E poi c’è il grande serbatoio di chi non vota più.

Ed è proprio qui che i numeri diventano interessanti. Ipsos ha analizzato circa 20 mila interviste raccolte tra febbraio e giugno e ha provato a capire da dove arriva l’elettorato di Futuro Nazionale. Facendo cento gli elettori di Vannacci, oltre un terzo arriva da persone che alle Europee non avevano votato, il 31 per cento arriva da Fratelli d’Italia e il 25 per cento dalla Lega.

C’è poi un altro modo di leggere gli stessi dati. Più del 20 per cento di chi aveva votato Lega alle Europee oggi sceglierebbe Futuro Nazionale mentre tra gli elettori di Fratelli d’Italia il passaggio verso Vannacci è stimato intorno all’8 per cento e tra quelli che alle Europee non erano andati a votare circa il 9 per cento oggi sceglierebbe il generale.

Quindi Vannacci sta certamente togliendo voti al centrodestra, soprattutto alla Lega e sempre di più anche a Fratelli d’Italia, ma allo stesso tempo sta facendo qualcos’altro che per me è ancora più interessante. Sta riportando dentro la politica persone che dalla politica erano uscite.

E qui il parallelo con quello che è successo in Germania diventa inevitabile perché quando un movimento riesce a riportare alle urne persone che avevano smesso di votare significa che quel malessere esisteva già. AfD non lo ha inventato, gli ha dato una casa politica. E forse Vannacci sta facendo qualcosa di simile in Italia.

Il sondaggio YouTrend aggiunge un altro pezzo importante al ragionamento. Oggi l’attuale maggioranza di centrodestra, quindi Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati, vale complessivamente il 38,9 per cento. Se però nello stesso perimetro inseriamo Futuro Nazionale si arriva al 46,8 per cento.

Quasi otto punti in più.

Ed è qui che secondo me la domanda comincia a diventare davvero interessante perché quei 7,9 punti di Vannacci non sono tutti voti portati via agli alleati di governo. Una parte importante arriva anche da persone che prima non votavano.

Allora forse stiamo guardando il fenomeno nel modo sbagliato.

Forse Vannacci non sta soltanto dividendo il centrodestra. Forse, contemporaneamente, ne sta allargando il perimetro.

E questa non è una differenza da poco.

È per questo che a me interessa relativamente sapere quanto sia radicale AfD o quanto sia radicale Vannacci. Mi interessa molto di più capire perché quelle persone li votano.

Prendiamo la sicurezza. Ogni volta che leggiamo di una persona arrestata e successivamente rimessa in libertà, di un’aggressione, di un furto, di una violenza o di un reato sessuale si crea nella testa di una parte dei cittadini la sensazione che qualcosa non funzioni. Naturalmente ogni decisione di un magistrato ha dietro delle norme, degli atti, delle circostanze e delle motivazioni che devono essere valutate caso per caso, però quella percezione esiste e far finta che non esista secondo me sarebbe ancora più sbagliato.

C’è una parte del Paese che pensa che la giustizia sia diventata troppo indulgente, che chi commette determinati reati torni in libertà troppo facilmente, che le vittime siano meno tutelate di chi delinque e che lo Stato non riesca più a garantire quella sicurezza che dovrebbe essere una delle sue funzioni fondamentali. Possiamo spiegare a queste persone le statistiche, il codice penale e il codice di procedura penale, ma se uno esce di casa e non si sente sicuro il problema politico rimane.

E se la politica tradizionale non occupa quello spazio prima o poi lo occupa qualcun altro.

Vannacci lo sta facendo.

Per una parte dell’elettorato un generale rappresenta esattamente quello che pensa di non trovare più nello Stato, ordine, autorità, disciplina, confini, decisione. Non sto dicendo che sia giusto, sto cercando di capire perché funziona.

Poi c’è un’altra cosa che mi fa pensare e sono i comitati.

Chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà come nacque Forza Italia. Berlusconi aveva i Club Forza Italia, una macchina territoriale che costruiva appartenenza prima ancora che organizzazione politica. Ma c’era anche un altro elemento molto interessante. Quando bisognò trovare i primi candidati, Forza Italia andò a cercare anche dentro il mondo di Publitalia. Arrivavano segnalazioni, curriculum, persone abituate a vendere, a comunicare, a stare davanti agli altri, uomini che conoscevano il territorio, le aziende, le relazioni e soprattutto sapevano come si costruisce consenso.

Publitalia era un serbatoio straordinario di persone prima ancora che di candidati.

Ed è qui che mi viene spontaneo fare un altro paragone.

Vannacci non ha Publitalia, ma arriva da un mondo che per caratteristiche può avere una funzione simile sul piano delle relazioni umane. Ha comandato il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, poi la Brigata Folgore, è cresciuto dentro l’ambiente delle forze speciali e dei paracadutisti, mondi nei quali le persone vengono selezionate, addestrate, abituate alla disciplina, alla responsabilità, alla leadership e soprattutto a creare legami molto forti tra loro.

Non sto dicendo che l’Esercito sia il serbatoio politico di Vannacci e non sarebbe corretto sostenerlo. Sto dicendo un’altra cosa molto più semplice. Un uomo che ha trascorso decenni in quel mondo possiede inevitabilmente una rete di conoscenze, rapporti e relazioni costruita in ambienti dove il senso di appartenenza è fortissimo.

Berlusconi aveva Publitalia come grande bacino di uomini che conosceva, selezionava e poteva valorizzare politicamente. Vannacci ha alle spalle un universo completamente diverso, quello militare e in particolare quello dei paracadutisti e delle forze speciali, ma anche quello è un mondo pieno di persone abituate a organizzare, comandare, decidere e lavorare in gruppo.

Non significa che quelle persone diventeranno candidate o dirigenti di Futuro Nazionale. Significa però che quando devi costruire un movimento da zero partire da una rete umana già esistente è molto diverso dal partire dal nulla.

Ed è questo che mi interessa perché la politica non nasce soltanto dai voti. Nasce dalle persone che aprono una sede, organizzano un incontro, telefonano ad altre persone, mettono insieme cinquanta simpatizzanti in una sala e poi trasformano quella sala in un comitato.

Prima crei una comunità e poi quella comunità diventa organizzazione politica.

Ed è qui che nasce il dubbio che voglio condividere.

È un mio pensiero personale, non ho documenti da tirar fuori da un cassetto e non sto dicendo di avere scoperto chissà quale complotto. Sto semplicemente mettendo insieme quello che vedo e provando a ragionarci come farei seduto al tavolino di un bar con alcuni amici.

E se Vannacci fosse stato costruito a tavolino?

Lo dico così senza girarci troppo intorno.

Non intendo dire che un giorno qualcuno si sia chiuso in una stanza e abbia deciso di inventarsi Roberto Vannacci dal nulla. Sarebbe ingenuo pensarlo. Mi domando invece se qualcuno non abbia visto in quel generale, dopo il successo del libro e dopo le polemiche che lo hanno fatto conoscere a milioni di italiani, la persona giusta per occupare uno spazio politico che stava diventando enorme.

Magari Vannacci non è stato creato, magari è stato individuato.

Qualcuno potrebbe aver capito che quell’uomo aveva alcune caratteristiche difficili da trovare tutte insieme. Era già conosciuto, aveva un’identità fortissima, veniva percepito come estraneo alla politica tradizionale, parlava un linguaggio semplice, aveva alle spalle una carriera militare che gli dava autorevolezza presso una parte dell’elettorato e soprattutto era capace di parlare contemporaneamente alla destra delusa e a chi aveva deciso di non votare più.

A quel punto guardo quello che è successo in appena tre anni, il libro, l’enorme esposizione mediatica, la candidatura alle Europee, mezzo milione di preferenze, i comitati e infine il partito.

Può essere semplicemente la forza di Vannacci.

Ma permettetemi almeno di avere qualche dubbio.

E soprattutto permettetemi di fare quella che per me è la domanda più importante.

A chi conviene Vannacci?

A prima vista la risposta sembra facilissima. Se porta via voti a Fratelli d’Italia, alla Lega e magari a Forza Italia danneggia il centrodestra.

Va bene, ma proviamo ad allargare un po’ l’inquadratura.

Oggi sappiamo che oltre un terzo degli attuali elettori di Futuro Nazionale arriva da persone che alle Europee non erano andate a votare. Sappiamo anche che Vannacci è arrivato al 7,9 per cento e che sommando quel dato all’attuale coalizione l’intera area di centrodestra salirebbe dal 38,9 al 46,8 per cento.

Questo cambia parecchio il ragionamento.

Perché se Vannacci prende voti a Fratelli d’Italia e alla Lega ma contemporaneamente recupera persone che non sarebbero andate a votare siamo proprio sicuri che stia soltanto dividendo il centrodestra?

E se quei voti alla fine rimanessero comunque dentro quell’area politica?

Questa è la mia provocazione.

Vannacci è veramente un concorrente del centrodestra oppure potrebbe diventare il suo serbatoio esterno?

Se Futuro Nazionale alle prossime elezioni si presenta da solo e combatte contro Giorgia Meloni, Salvini e Tajani quei voti diventano naturalmente un problema enorme per il centrodestra. Ma se quando arriverà il momento di contare davvero Vannacci dovesse trovare un accordo con quella stessa coalizione allora avremmo davanti una storia completamente diversa.

Avremmo un uomo che è riuscito sì a sottrarre elettori alla Lega e a Fratelli d’Italia, ma anche a recuperare una parte di quel gigantesco mondo di persone che non votava più e che alla fine potrebbe riportare tutto quello stesso consenso nello stesso campo politico.

Se succedesse sarebbe un’operazione politica straordinaria.

E forse quei numeri ci aiutano anche a capire perché una parte del centrodestra, prima o poi, potrebbe avere interesse a parlare con lui.

Perché quando una forza politica vale quasi l’8 per cento puoi continuare a definirla un problema, ma prima o poi devi anche cominciare a fare i conti.

C’è poi un altro aspetto quasi paradossale e riguarda il modo in cui Vannacci è diventato Vannacci.

Più viene attaccato e più si parla di lui.

Se quando uscì “Il mondo al contrario” giornali, televisioni, politici e opinionisti avessero semplicemente ignorato quel libro oggi saremmo qui a parlare del generale Roberto Vannacci? Non possiamo saperlo. Sappiamo però che ogni attacco ha prodotto una risposta, ogni risposta un titolo e ogni titolo altra visibilità.

Chi non sopporta Vannacci lo attacca pensando di indebolirlo e una parte di chi simpatizza per lui vede proprio in quegli attacchi la conferma di quello che Vannacci racconta. Lo attaccano perché dà fastidio, perché dice quello che gli altri non vogliono dire, perché il sistema ha paura di lui. Che questa lettura sia vera o falsa a quel punto conta relativamente perché politicamente funziona e più il sistema sembra respingerlo più lui può apparire antisistema.

Qui entra in gioco anche l’informazione perché un giornale non è una lastra di vetro trasparente attraverso la quale guardiamo semplicemente quello che succede. Fa delle scelte, decide cosa mettere in prima pagina, decide il titolo, la fotografia, l’editorialista, quali dichiarazioni mettere in evidenza e quali lasciare sullo sfondo.

È normale che sia così. Ogni giornale ha una proprietà, una storia, una cultura e una linea editoriale e questo non significa che i giornali inventino le notizie. Significa semplicemente che noi lettori dovremmo ricordarci che tra un fatto e noi c’è qualcuno che quel fatto lo seleziona, lo titola e ce lo racconta.

E il caso Vannacci ne è un esempio interessante perché l’informazione non si è limitata a raccontare il fenomeno. Nel bene e nel male ha contribuito a dargli una dimensione nazionale.

Per questo bisognerebbe leggere più giornali e soprattutto quelli che non la pensano come noi, confrontare, guardare i numeri, distinguere il fatto dal commento e poi farsi una propria idea.

Anche quello che state leggendo adesso è un punto di vista. È il mio e non pretendo che diventi il vostro.

Io sto semplicemente mettendo insieme alcuni puntini.

Da una parte abbiamo visto in Germania persone che avevano smesso di votare tornare alle urne perché qualcuno è riuscito a rappresentare il loro malessere. Dall’altra abbiamo in Italia un generale sconosciuto al grande pubblico fino a tre anni fa che oggi ha un partito dato al 7,9 per cento, una rete territoriale e centinaia di migliaia di elettori che hanno già scritto il suo nome su una scheda.

E sappiamo anche qualcosa in più perché oltre un terzo di chi oggi dice di voler votare Futuro Nazionale alle Europee non aveva votato.

Questo per me è il dato che cambia tutto.

Forse non stiamo assistendo semplicemente a milioni di persone che improvvisamente diventano estremiste. Forse stiamo assistendo a milioni di persone che non si sentono più rappresentate e che quando trovano qualcuno capace di parlare il loro linguaggio tornano a votare.

E questa per me è una differenza enorme.

Possiamo continuare a chiamarle populiste, ignoranti, estremiste o nostalgiche e spiegare loro che votano male e che non hanno capito come funziona il mondo, ma ho l’impressione che così facendo otterremo esattamente il risultato opposto perché più una persona sente che la sua opinione viene considerata indegna e più cercherà qualcuno disposto a rappresentarla.

È quello che sembra essere accaduto in Germania ed è quello che potrebbe accadere in Italia.

Io non so dove arriverà Vannacci, non so quanto prenderà Futuro Nazionale alle prossime elezioni e non so se alla fine correrà contro il centrodestra o insieme al centrodestra. So però che liquidare tutto con la parola “fenomeno” rischia di essere un modo molto comodo per non affrontare la questione.

Perché Vannacci non nasce nel vuoto. Dietro Vannacci ci sono persone che lo votano, che vanno ai suoi incontri, che aprono i suoi comitati e persone che magari non votavano da anni e che oggi stanno dicendo di essere pronte a tornare alle urne.

Sono loro che mi interessano molto più di Vannacci.

Poi rimane il mio dubbio.

Vannacci è davvero soltanto l’uomo giusto capitato nel momento giusto oppure qualcuno ha capito prima degli altri che esisteva un enorme spazio politico da occupare e che quel generale poteva essere l’uomo adatto per farlo?

Non conosco la risposta e non voglio inventarmela.

Forse però la domanda più interessante non è neppure chi abbia costruito Vannacci. Forse dovremmo chiederci chi abbia costruito in questi anni le condizioni perché un Vannacci potesse diventare possibile.

E poi ce n’è un’altra che terrei bene a mente.

Quando arriverà il momento di contare davvero, dove finiranno i voti di Vannacci?

Perché potrebbe essere proprio quella risposta a dirci se il generale è nato politicamente contro il centrodestra oppure se alla fine di questa storia avrà finito per allargarne i confini.




Vannacci a Cernobbio: il generale era uno, i giornali ne hanno raccontati almeno sei!

foto startupbusiness

di Fausto Farinelli

C’è una cosa che colpisce più delle parole pronunciate da Roberto Vannacci a Cernobbio: il modo completamente diverso con cui i giornali hanno raccontato la stessa giornata.

A leggere Repubblica sembra che Mario Monti abbia praticamente asfaltato il generale.

Se si passa a Libero, invece, la sensazione è quasi opposta: Vannacci avrebbe sorpreso tutti, raccolto consensi e tenuto testa a un ambiente che, almeno sulla carta, non dovrebbe essere esattamente casa sua.

In mezzo ci sono La Stampa, il Corriere della Sera, Il Giornale, le agenzie. Ognuno con il proprio Vannacci.

Ed è forse questa la parte più interessante della vicenda.

Perché a Villa d’Este i fatti sono stati gli stessi per tutti.

Vannacci è arrivato al Forum di Cernobbio, uno dei luoghi simbolo dell’establishment politico ed economico italiano. Ha parlato di Europa, sovranità, burocrazia, competitività, demografia. Ha detto, in sostanza, che questa Europa non gli piace e che ne vorrebbe un’altra.

Poi è intervenuto Mario Monti.

Ed è lì che la giornata è diventata un piccolo laboratorio di giornalismo.

Repubblica non ha avuto particolari dubbi su quale fosse la notizia: Vannacci non conquista Cernobbio, Monti sì.

Il racconto insiste sulla reazione della platea, sugli applausi, sulle critiche dell’ex presidente del Consiglio e sulle impressioni raccolte tra gli imprenditori. Il generale appare quasi come qualcuno entrato in un ambiente ostile senza riuscire davvero a sedurlo.

La Stampa sceglie una fotografia ancora più efficace: Vannacci è “un alieno a Cernobbio”.

Un’espressione che dice già tutto.

Il militare, l’uomo dei comizi, il politico che costruisce buona parte del proprio consenso contro le élite si ritrova improvvisamente nel salotto delle élite. Il contrasto è perfetto e giornalisticamente funziona.

Anche qui, però, il verdetto è piuttosto chiaro: il vero protagonista della giornata sarebbe stato Monti.

Il Corriere della Sera fa invece una scelta che personalmente trovo più interessante.

Lascia perdere, almeno in parte, la gara su chi abbia applaudito di più e prova a fare una cosa più semplice: controllare quello che Vannacci ha detto.

Prende le sue affermazioni sull’Europa, sull’economia, sul gas russo, sul peso del continente nel mondo e le confronta con i dati.

Il risultato è meno spettacolare di uno scontro tra personaggi, ma probabilmente più utile per il lettore.

Poi c’è Libero. E qui sembra di essere entrati in un altro Forum.

Il Vannacci raccontato da Libero non è affatto l’uomo messo all’angolo da Mario Monti. È uno che sorprende, che raccoglie applausi, che riesce a parlare a una platea teoricamente lontana dal suo mondo.

Un titolo arriva perfino a parlare di un Vannacci che “gabba” Monti.

A questo punto viene spontanea una domanda: erano tutti nella stessa sala? Sì.

Ed è proprio questo il punto. Il giornalismo non mente necessariamente quando racconta due versioni così diverse dello stesso fatto. Molto più spesso sceglie.

Sceglie cosa mettere in apertura. Sceglie quale applauso raccontare. Sceglie quale frase trasformare nel titolo.

Sceglie se Vannacci debba apparire come il politico respinto dall’establishment oppure come quello che proprio nell’establishment riesce finalmente a farsi ascoltare.

Il Giornale tiene invece una linea più politica. Mette uno di fronte all’altro due modelli di Europa: quello di Vannacci, con il suo “ReBorn Europe”, e quello di Monti, che richiama Costituzione, integrazione europea e valori liberali.

È forse il racconto meno interessato a decretare un vincitore e più interessato a rappresentare lo scontro ideologico.

Poi ci sono le agenzie.

ANSA registra il fatto, le polemiche, l’arrivo del generale, il caso Calenda. Reuters va oltre e coglie una questione che, secondo me, merita attenzione.

La vera notizia potrebbe non essere ciò che Vannacci ha detto a Cernobbio. La vera notizia è che Vannacci fosse a Cernobbio.

Perché essere invitato a Villa d’Este significa essere considerato ormai un interlocutore politico vero, piaccia o non piaccia.

Significa che non basta più archiviarlo come fenomeno passeggero, personaggio televisivo o semplice raccoglitore di protesta.

Quando un politico entra in quel salotto, qualcuno ha già deciso che vale la pena ascoltarlo.

E questo vale molto più di un applauso. La vicenda di Cernobbio, quindi, racconta due cose.

La prima è la crescita politica di Vannacci, la seconda riguarda il giornalismo italiano.

Prendete la stessa giornata e affidatela a sei redazioni diverse.

Per Repubblica Vannacci esce sconfitto. Per La Stampa resta l’alieno nel salotto buono.

Per il Corriere è un politico le cui affermazioni devono essere messe alla prova dei numeri.

Per Libero è quello che sorprende tutti.

Per Il Giornale è il protagonista di uno scontro sull’identità dell’Europa.

Per Reuters è ormai un soggetto politico abbastanza importante da essere ammesso nel luogo dove il potere economico ascolta la politica.

Chi ha ragione? Probabilmente nessuno fino in fondo, o forse, in parte, tutti.

Perché i fatti possono essere gli stessi, ma la notizia nasce sempre da ciò che si decide di guardare.

A Cernobbio c’era un solo Roberto Vannacci.

Il giorno dopo, sui giornali, ce n’erano almeno sei.




Festival City&City, domani il dibattito sul presente e futuro di Sassari “Ricomincio da me”

La rassegna al Chiostro di Santa Maria di Betlem si concluderà lunedì 7 settembre con un dibattito aperto tra istituzioni e cittadini. Tra gli ospiti anche il Sindaco Giuseppe Mascia

Il Festival City&City giungerà alla sua conclusione nella giornata di domani, lunedì 7 settembre. La settimana di eventi al Chiostro di Santa Maria di Betlem, a Sassari, costellata da numerose presentazioni letterarie e da spettacoli di musica dal vivo, arriva così al suo atto conclusivo.

La chiosa della rassegna sarà rappresentata dall’appuntamento “Ricomincio da me”, dedicato al presente al futuro di Sassari e del suo territorio. L’iniziativa riprende il tema del primo appuntamento “Dove eravamo rimasti”, svoltosi nel 2021 sempre nel Chiostro di Santa Maria di Betlem. L’incontro sarà dedicato a un dialogo e a un dibattito aperto alla comunità, con l’obiettivo di proseguire un percorso di riflessione condivisa.

Interverranno Monsignor Francesco Soddu (Arcivescovo di Sassari), Giuseppe Mascia (Sindaco di Sassari e Sindaco Metropolitano), Andrea Piana (Pro Rettore Vicario Università di Sassari), GiacomoSpissu (Presidente Fondazione di Sardegna), Pietro Esposito (Segretario Generale Camera di Commercio) e Sergio Salis (Presidente Tavolo Istituzionale Politiche Sociali). A moderare la serata sarà il giornalista Gianni Garrucciu.

Al termine del dibattito è prevista l’esibizione del Gruppo Folk San Nicola.

Tutti gli eventi sono gratuiti e a ingresso libero.

Il Festival City&City è organizzato dall’Associazione Culturale City&City, in collaborazione con la Chiesa di Santa Maria di Betlem, le Librerie Giunti al Punto di Sassari, la Libreria Chiara e Stefy di Bachisio Medde e la Fondazione Maria Carta. La manifestazione è realizzata con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, il sostegno della Fondazione di Sardegna, il contributo del Comune di Sassari, della Camera di Commercio di Sassari attraverso il circuito Salude & Trigu, oltre al supporto dei partner Grimaldi Sardegna, C.A.P.R.I. Scarl, Web Solutions Siti web e Internet marketing, Maggi Sassari e del media partner City&City Magazine.




Concessioni balneari, stop alle proroghe: il Consiglio di Stato fissa la linea al 2027. Il caso Alghero.

redazionale

Nessuna nuova proroga, nessun diritto acquisito a restare sulla spiaggia. Con la sentenza n. 6539 del 18 agosto 2026, il Consiglio di Stato chiude — almeno sulla carta — una delle vicende amministrative più lunghe della storia recente italiana: quella delle concessioni demaniali marittime. I giudici di Palazzo Spada stabiliscono che le gare pubbliche per la riassegnazione degli stabilimenti dovranno essere bandite e concluse entro il 30 settembre 2027, in linea con i principi di concorrenza richiesti dall’Unione europea. Non si tratta di un’ennesima proroga concessa ai gestori uscenti, chiariscono i giudici, ma del termine ultimo entro cui completare le procedure competitive.

Sedici anni di rinvii

La partita si trascina dal 2009, quando l’Italia abolì il “diritto di insistenza”, il privilegio che garantiva al concessionario uscente la preferenza nel rinnovo. Una scelta imposta dalla direttiva Bolkestein e dai principi europei di trasparenza e concorrenza. Da allora, però, governi di ogni colore politico hanno preferito la strada delle proroghe successive, alimentando uno stallo che ha portato l’Italia sotto la lente sia di Bruxelles sia della magistratura amministrativa. Il Consiglio di Stato ribadisce ora che quella stagione è finita: le concessioni potranno restare efficaci al massimo fino al 30 settembre 2027, con un’eventuale estensione al 31 marzo 2028 solo in casi eccezionali e motivati.

Gare obbligatorie, non più una scelta politica

La sentenza fissa anche una tempistica precisa. I Comuni dovranno pubblicare i bandi con almeno sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza delle concessioni e, in fase di prima applicazione, dovranno comunque attivarsi entro il 30 giugno 2027. Se un ente locale restasse inerte, gli interessati potranno rivolgersi al giudice amministrativo, che potrà arrivare a nominare un commissario ad acta in sostituzione dell’amministrazione inadempiente. Il messaggio dei giudici è netto: le gare non sono più una facoltà politica, ma un obbligo giuridico.

Fine dei privilegi, indennizzi ridimensionati

Il Consiglio di Stato esclude che la gestione pluriennale di uno stabilimento possa trasformarsi in un diritto permanente sul bene pubblico. Chi ha investito potrà vedere valorizzata la propria esperienza nell’ambito della gara, ma dovrà comunque confrontarsi con altri operatori. Ridimensionato anche il capitolo indennizzi: non esiste alcun diritto automatico a riceverli, e saranno riconosciuti solo a fronte di investimenti dimostrabili e non ancora ammortizzati. Richiamando l’articolo 49 del Codice della navigazione, i giudici confermano inoltre che le opere non amovibili realizzate sul demanio passeranno allo Stato senza indennizzo, salvo diversi accordi.

Una riforma che riguarda oltre 12mila concessioni in tutta Italia, a fronte di introiti pubblici — circa 100 milioni di euro l’anno — considerati da anni sproporzionati rispetto al valore economico generato dalle attività balneari.


Ad Alghero il problema si chiama PUL

Se a livello nazionale la sentenza del Consiglio di Stato mette fine alle ambiguità, ad Alghero apre semmai un problema di tempistica. La città, infatti, non dispone ancora di un Piano di Utilizzo dei Litorali (PUL) — lo strumento che, insieme al Piano Regolatore Portuale, dovrebbe disciplinare l’assetto della costa e costituire la base tecnica su cui impostare le future gare per gli stabilimenti balneari.

La questione è di stretta attualità: la bozza del nuovo Piano Urbanistico Comunale (PUC), presentata nelle scorse settimane dalla giunta guidata dal sindaco Raimondo Cacciotto, non comprende tra gli elaborati né il PUL né il Piano del Porto. Un’assenza contestata duramente dall’opposizione dei Riformatori Sardi, che parla di “grave dimenticanza” rispetto a impegni assunti più volte dall’amministrazione — anche nel programma elettorale della coalizione — e ricorda che gli operatori balneari attendono da tempo risposte concrete, non ulteriori annunci. La maggioranza replica che PUL e Piano del Porto sono strumenti settoriali autonomi, non propedeutici all’adozione del PUC, ma comunque destinati a restare coerenti con la pianificazione generale.

Nel frattempo, la Regione ha varato a febbraio 2026 nuove linee guida per la redazione dei PUL comunali e, con la delibera sulla stagione balneare di aprile 2026, ha consentito ai Comuni privi del piano — Alghero compresa — di rilasciare le concessioni stagionali “nelle more dell’approvazione”, nel rispetto dei parametri vigenti. Una soluzione-ponte che però non potrà reggere a lungo, ora che il Consiglio di Stato ha messo un termine perentorio alla vicenda.

Fatti i conti, per Alghero l’orologio corre già: se le concessioni restano efficaci fino al 30 settembre 2027, il bando dovrebbe essere pubblicato con almeno sei mesi di anticipo — quindi entro fine marzo 2027 — e comunque, per gli enti alla prima applicazione, l’attivazione delle procedure non potrà slittare oltre il 30 giugno 2027. Significa che il Comune ha, di fatto, pochi mesi per dotarsi di un PUL che sia solido dal punto di vista tecnico e giuridico e che consenta di bandire gare legittime, evitando ricorsi e contenziosi che finirebbero per allungare ulteriormente i tempi. In caso di inerzia, la sentenza lascia aperta un’ipotesi tutt’altro che teorica anche per una realtà come Alghero: quella di un commissario ad acta chiamato a fare ciò che l’amministrazione non ha fatto in tempo.

Per gli operatori del litorale algherese — già alle prese, in questi giorni, con lo smontaggio degli stabilimenti in vista del 31 ottobre — la sentenza del Consiglio di Stato toglie ogni margine di ambiguità sul destino delle concessioni. Resta da capire se, e quando, la città si doterà degli strumenti di pianificazione necessari per governare il passaggio, invece di subirlo.




“Sport e Periferie 2026”, il Comune di Alghero non ha partecipato: bufera del centrodestra

Persa l’occasione di un milione di euro per gli impianti sportivi cittadini. L’opposizione: «Basta con la propaganda, servono spiegazioni pubbliche»

Il Comune di Alghero non ha presentato alcuna candidatura al bando nazionale “Sport e Periferie 2026”, rinunciando così alla possibilità di accedere a un finanziamento fino a un milione di euro destinato alla riqualificazione degli impianti sportivi cittadini. La notizia arriva dai consiglieri comunali di centrodestra Michele Pais (Lega), Marco Tedde (Forza Italia), Lelle Salvatore (UDC), Alessandro Cocco (Fratelli d’Italia), Massimiliano Fadda (Prima Alghero) e Giovanna Caria (Riformatori), che hanno reso pubblica la vicenda dopo aver ottenuto accesso agli atti comunali.

La richiesta di accesso agli atti

A far emergere la mancata partecipazione è stata un’istanza presentata dal consigliere Pais, con cui si chiedeva di conoscere gli atti relativi alla partecipazione dell’Amministrazione al bando del Dipartimento per lo Sport. Nella risposta ufficiale, il responsabile del Servizio Programmazione e Sviluppo Strategico del Comune ha confermato per iscritto che nessuna candidatura è stata presentata.

Per l’opposizione la situazione è ancora più grave di un progetto respinto o non finanziato: Alghero, semplicemente, non ha partecipato al bando.

Le critiche dell’opposizione

I consiglieri firmatari parlano di «una scelta incomprensibile», soprattutto alla luce delle condizioni di diversi impianti sportivi cittadini. Tra gli esempi citati, il campo Mariotti, che secondo l’opposizione necessiterebbe di un intervento strutturale e non di ulteriori interventi parziali.

Il comunicato allarga poi il ragionamento al metodo di gestione delle risorse comunali, denunciando un ricorso sistematico all’avanzo di amministrazione a fronte di una scarsa capacità di intercettare finanziamenti esterni, statali o regionali. Secondo i firmatari, questo approccio consuma nel tempo il patrimonio accumulato dalla comunità, mantenendo al contempo una pressione fiscale elevata sui cittadini algheresi.

La richiesta di chiarimenti

Il centrodestra chiede ora all’Amministrazione di spiegare pubblicamente le ragioni della mancata partecipazione al bando, perché non sia stato predisposto alcun progetto da candidare e quali siano, allo stato attuale, i progetti cantierabili per gli impianti sportivi cittadini.

Comunicato stampa a firma di Michele Pais (Lega), Marco Tedde (Forza Italia), Lelle Salvatore (UDC), Alessandro Cocco (Fratelli d’Italia), Massimiliano Fadda (Prima Alghero), Giovanna Caria (Riformatori).




Capodanno 2026: Politici, adagio con le fughe in avanti. Cosa non torna nel piano della Regione.

Il comunicato della Regione vende bene l’idea: Alghero sede nazionale, diretta in prima serata, milioni di telespettatori. Letto una seconda volta, lascia più domande aperte di quante ne risolva.

Partiamo da un dettaglio piccolo. La notizia è uscita su La Nuova Sardegna prima della conferenza stampa ufficiale del 1° settembre. L’effetto sorpresa che l’assessorato voleva costruire è saltato prima ancora di partire. Non è un dramma, ma dice qualcosa su come è stata gestita questa fase.

Il problema vero è un altro: tutto il progetto poggia su una gara che non esiste ancora. La diretta nazionale, i “milioni di telespettatori”, il grande format da prima serata dipendono da un bando rivolto alle nove reti principali del digitale terrestre che, al momento dell’annuncio, non è stato ancora pubblicato. Mancano quattro mesi al 31 dicembre. Bandire, aggiudicare e montare una produzione da prima serata nazionale in questo lasso di tempo è già difficile di per sé. Farlo quando i palinsesti di fine anno delle grandi reti sono di solito chiusi da mesi lo è ancora di più. Se nessuna rete importante partecipa, o se l’aggiudicazione arriva tardi, salta la parte più ambiziosa del progetto.

C’è anche una questione di soldi tra Comuni che vale la pena guardare da vicino. Nell’edizione precedente tutti i Comuni del “Cartellone Capodanno” (una ventina di piazze) si dividevano due fondi: 2 milioni per chi supera i 10.000 posti, 1 milione per chi ne supera 3.000, con la Regione che copriva al massimo metà delle spese. Ad Alghero, da sola, vanno 3 milioni tramite accordo diretto: più di quanto fosse riservato, in totale, a tutte le altre piazze messe insieme. Il comunicato non dice se per Alghero valgano gli stessi vincoli di cofinanziamento al 50% degli altri, o se il contributo copra tutto.

E la scelta di Alghero non è passata da un bando aperto a tutti i Comuni interessati. È stata decisa con una delibera di Giunta, motivata dal fatto che Alghero è stata la prima città sarda a puntare sul grande concerto di Capodanno. È una motivazione storica, non un criterio di gara verificabile. Lo stesso comunicato ricorda che altri Comuni investono su questo format da 20 o 30 anni: non stupirebbe se qualcuno di loro chiedesse conto di questa scelta.

C’è poi una questione più tecnica, di diritto amministrativo, che raramente finisce nei titoli ma che pesa. I fondi arrivano dalla Legge regionale 7/1955, pensata per sostenere le manifestazioni turistiche dei Comuni. Usarla per finanziare una produzione televisiva nazionale, con un bando che assegna diritti a un’emittente privata, è un salto molto più grande di quello per cui la norma era stata scritta. Non sarebbe la prima volta che un uso così esteso di una legge datata finisce sotto la lente della Corte dei Conti.

Sul piano organizzativo, gestire in diretta i collegamenti tra Alghero e una ventina di altre piazze, con un’unica regia nazionale, è un’impresa tecnica seria: banda, ponti satellitari, sincronizzazione, sicurezza su ogni palco. Prima, quando ogni Comune faceva il suo evento per conto proprio, un problema tecnico locale restava locale. Ora, se qualcosa va storto durante la diretta, lo vede tutta Italia.

E c’è il meteo, che nessun bando può controllare. Concentrare l’attenzione mediatica nazionale su un unico evento dal vivo a fine dicembre, in una zona dove vento e pioggia a quella data non sono un’eccezione, significa mettere in palio l’immagine di tutta la Sardegna su un fattore imprevedibile.

Sulla sicurezza il comunicato non dice nulla: eventi con almeno 10.000 persone in più piazze contemporaneamente, in diretta nazionale, richiedono più forze dell’ordine, più steward, più presidi sanitari. Chi paga questa parte, e se rientra nei 3 milioni, non è scritto da nessuna parte.

L’assessorato stesso, va detto, parla di “esperimento”: se funziona, si potrà ruotare su altre città in futuro. È onesto ammetterlo, ma significa anche impegnare 3 milioni di euro e parecchia credibilità politica su un format mai provato in questa forma, senza dire cosa succede se gli ascolti deludono o se la gara tv va deserta.

Infine i numeri usati per giustificare l’investimento, +40% di turisti in mezza stagione e +32% in inverno, vengono citati insieme a un’altra misura, la defiscalizzazione della tassa d’imbarco invernale, introdotta più o meno nello stesso periodo. Con questi soli dati non si può dire quanto di quella crescita dipenda dagli eventi di Capodanno e quanto dalla tassa in meno sui voli. Usarli per giustificare solo il primo è un po’ come festeggiare un gol senza sapere chi ha tirato.

Messa in fila, la lista dice una cosa semplice: il progetto è ambizioso nelle intenzioni, ma nasce con troppi pezzi ancora da definire, la gara tv, l’importo esatto, gli artisti, i vincoli di cofinanziamento, proprio nel momento in cui viene presentato come già deciso.

Queste sono le domande che la nostra redazione pone:

  • Se nessuna tv si aggiudica il bando, o arriva tardi, l’evento si fa comunque senza diretta nazionale?
  • Perché ad Alghero 3 milioni fuori bando, mentre gli altri Comuni si dividevano lo stesso importo in gara?
  • Chi paga sicurezza e regia tecnica dei collegamenti multi-piazza, ed è già dentro i 3 milioni?
  • Perché usare una legge del 1955 per un’operazione tv nazionale, invece di uno strumento ad hoc?
  • Con quali numeri misurerete se l'”esperimento” ha funzionato, e quando li pubblicherete?







Capodanno 2026: il piano in numeri


Capodanno in Sardegna 2026

Il piano regionale in numeri

I dati principali annunciati il 1° settembre 2026 dalla Regione Sardegna, messi a confronto con l’edizione precedente del Cartellone Capodanno.

Dove vanno i fondi

Contributo regionale, a confronto

Milioni di euro stanziati

Alghero (sede unica, accordo diretto)
3,0 M€
1 Comune

Tutte le altre piazze del Cartellone (ed. precedente)
2,0 + 1,0 M€
circa 20 Comuni, fondo diviso in due fasce, cofinanziamento regionale fino al 50% della spesa

Lo stesso importo complessivo, 3 milioni di euro, va da una parte a un solo Comune e dall’altra veniva diviso tra una ventina di piazze in tutta l’Isola.

Gli altri numeri del piano

4 mesi
dall’annuncio al 31 dicembre, per bandire, aggiudicare e produrre la diretta tv

9 reti
canali del digitale terrestre invitati al bando per i diritti della diretta

50%
quota massima di spesa coperta dalla Regione per gli altri Comuni, edizione precedente

10.000 / 3.000
posti minimi richiesti nelle due fasce del Cartellone Capodanno

+40% / +32%
crescita turistica citata in mezza stagione e nei mesi invernali

1955
l’anno della legge regionale (n. 7) che finanzia oggi l’operazione, 71 anni dopo

La linea del tempo

1 settembre 2026
Annuncio
Conferenza stampa, Alghero sede centrale

Da definire
Bando tv
Non ancora pubblicato

31 dicembre 2026
Evento
Diretta nazionale in prima serata

Dati tratti dal comunicato della Regione Sardegna (1° settembre 2026) e dal bando del Cartellone Capodanno dell’edizione precedente (delibera 51/32 del 1/10/2025). Fonti: Algherolive, Sassari Oggi, Italpress, Cagliaripad, Regione Sardegna.






Predda Niedda, svolta vicina dopo diciotto anni

Il commissario liquidatore: “Entro il 2026 il passaggio di competenze”

Grande soddisfazione del Comitato presieduto da Marco Taula, riunito per chiedere alle istituzioni risposte concrete sul limbo in cui grava la Zona industriale

SASSARI. Attivisti, imprenditori, associazioni, consiglieri comunali, tutti uniti per cercare di dare una svolta al commissariamento che da diciotto anni crea un limbo istituzionale del quale non si vede la fine. Il “Comitato Predda Niedda Sassari” guidato da Marco Taula, giovedì (23 luglio) si è riunito nella sala convegni del Bandiera Gialla per chiedere alla politica un intervento decisivo sul destino della zona industriale-commerciale: Taula ha preteso una data certa per la chiusura della fase liquidatoria, con il passaggio di competenze dalla Regione al Comune di Sassari e lo stanziamento di risorse per saldare i debiti e permettere, a Predda Niedda, in primis di uscire dallo stallo e dal degrado, e quindi avere garantite le condizioni ordinarie di efficienza, sicurezza e dignità che spettano a ogni quartiere.

Marco Taula

Al cospetto di una platea numerosa, la risposta inaspettata è arrivata dall’attuale commissario liquidatore, Giancarlo Muntoni, che ha assicurato un cambio di passo imminente, in tempi tutto sommato brevissimi, con la risoluzione del problema addirittura entro l’anno, al massimo ai primi del 2027.

Primo nodo da sciogliere sarà il debito con Abbanoa, che grava per quasi ventidue milioni di euro sul capo del Consorzio. Muntoni ha specificato di aver dato la disponibilità di saldare già una prima tranche di circa nove milioni, sancita peraltro con sentenza del Tribunale di Nuoro e confermata dalla Corte d’Appello.

«Regione e Comune di Sassari sono perfettamente in linea, assieme al Consorzio – ha garantito il commissario – per chiudere il passivo con Abbanoa, che è la stura per poi procedere alla liquidazione e al trasferimento di competenze al Comune, come previsto dalla normativa vigente».

Giancarlo Muntoni

Muntoni ha parlato di una situazione di forte complessità, con un rapporto tra patrimonio netto e passivo che va sotto del settecentocinquanta per cento. Ma si è mostrato fiducioso che, spulciando tra le pieghe del bilancio, il debito con Abbanoa possa risultare decisamente inferiore rispetto a quanto ipotizzato sinora. In questa prima fase di recupero dei crediti, il Consorzio ha ottenuto 137 mila euro.

Grande soddisfazione è stata espressa dal tavolo dei relatori. Al fianco di Taula e del vicepresidente Armando Miccio, Tore Piana (consiglio direttivo) ha evidenziato che “con i suoi ventotto chilometri di strade, quattrocento ettari di superficie, oltre mille attività produttive e un passaggio quotidiano di decine di migliaia di persone, Predda Niedda è il più grande polo economico del nord Sardegna e il suo futuro non può non condizionare anche quello della Città Metropolitana”.

Sono intervenuti inoltre il consigliere regionale Piero Maieli, il presidente di Confcommercio Sardegna, Sebastiano Casu, consiglieri comunali, imprenditori e attivisti, caratterizzando una serata di forte partecipazione in cui è stata rimarcata la necessità di coesione, di coinvolgimento dei cittadini e di sinergia tra le forze politiche: come ha precisato Valerio Scanu (consiglio direttivo) «è il momento di valorizzare e coordinare le competenze presenti sul territorio. Università, Camera di Commercio, associazioni di categoria, organizzazioni sindacali e ordini professionali possono contribuire concretamente alla definizione di una strategia comune».




Cabina primaria, ad Alghero esplode il caso politico: accuse, repliche e il nodo degli atti mancati-

Blackout, rete sotto pressione e un’opera considerata strategica finiscono al centro di uno scontro sempre più duro ad Alghero. Attorno alla cabina primaria “Alghero Sud” si confrontano due versioni opposte: da una parte chi accusa il Comune di aver fermato tutto, dall’altra chi respinge ogni addebito e sostiene che l’iter stia andando avanti con un nuovo progetto.

Sul tavolo, oltre alla polemica politica, c’è anche un documento della Provincia di Sassari che fotografa il passaggio più contestato della vicenda: il procedimento relativo a una precedente autorizzazione si è chiuso negativamente dopo che il Comune non si era ancora espresso sulla concessione della deroga urbanistica necessaria.

Il caso della nuova cabina primaria Enel ad Alghero si è trasformato in uno dei temi politici più caldi delle ultime settimane. Sullo sfondo ci sono i continui blackout che stanno creando disagi in città, con ripercussioni per famiglie, attività economiche e servizi essenziali. Al centro del confronto c’è un’infrastruttura ritenuta decisiva per rafforzare la rete elettrica urbana, ma attorno alla sua realizzazione si è acceso uno scontro frontale tra opposizione e maggioranza consiliare.

A sollevare con forza la questione è stato il consigliere comunale della Lega Michele Pais, che punta il dito contro l’amministrazione guidata da Raimondo Cacciotto. Secondo la sua ricostruzione, il Comune avrebbe bloccato un’opera strategica non portando la pratica all’esame del Consiglio comunale, che era il solo organo competente a pronunciarsi. Per Pais, il risultato di questo mancato passaggio sarebbe sotto gli occhi di tutti: ritardi accumulati, città esposta ai disservizi e responsabilità politiche che ora, a suo dire, andrebbero chiarite fino in fondo.

Il consigliere insiste soprattutto su un punto: la procedura, sostiene, si sarebbe arenata proprio nel momento in cui il Comune avrebbe dovuto completare l’atto di propria competenza. Nelle sue parole, la linea è netta e senza sfumature. “Il provvedimento conclusivo della Provincia è inequivocabile: il procedimento si è concluso negativamente esclusivamente perché il Comune di Alghero non ha perfezionato l’atto di propria competenza”. Da qui la richiesta di un’interrogazione urgente e, nell’ultimo intervento, anche la convocazione immediata di una commissione per esaminare tutti gli atti.

Pais collega direttamente questa vicenda ai disagi che la città sta vivendo. Parla di danni economici per le imprese, problemi per le famiglie e conseguenze che avrebbero toccato perfino l’ospedale. Il suo affondo non si ferma qui: contesta anche la tesi secondo cui vi sarebbero stati ostacoli legati alla destinazione urbanistica dell’area e chiede di fare piena luce su un eventuale cambio di localizzazione dell’opera, domandando chi lo abbia deciso, quando e sulla base di quali elaborati tecnici. Il cuore del suo messaggio politico resta racchiuso in un’accusa precisa: “La maggioranza mente. Subito una commissione. Dite la verità agli algheresi”.

Il documento pubblicato da Michele pais

La risposta della maggioranza è arrivata con toni altrettanto duri. I consiglieri che sostengono l’amministrazione respingono la ricostruzione di Pais e definiscono falsa e tendenziosa l’idea di un blocco imputabile al Comune. Nella loro versione, la vicenda andrebbe letta in modo più ampio, partendo da un precedente progetto che già nella passata consiliatura non avrebbe trovato le condizioni per andare avanti, anche per criticità paesaggistiche e perplessità legate alla localizzazione originaria.

Secondo la maggioranza, non sarebbe corretto attribuire all’attuale giunta la responsabilità del primo stop. Viene ricordato infatti che, già nel procedimento precedente, il Servizio tutela del paesaggio della Regione aveva rilevato criticità e suggerito di valutare una collocazione alternativa, preferibilmente in aree industriali o comunque già compromesse dal punto di vista infrastrutturale. Da qui la tesi politica della coalizione che governa la città: non un blocco, ma la prosecuzione di un percorso complesso, segnato da problemi emersi ben prima dell’attuale fase amministrativa.

L’elemento più importante portato dalla maggioranza riguarda però la nuova impostazione del progetto. La ricostruzione fornita dai consiglieri di maggioranza sostiene che, dall’inizio del mandato, il Comune abbia ripreso il confronto con E-Distribuzione e che nel frattempo sia stato presentato un nuovo intervento, con una diversa localizzazione, oggi vicino alla conclusione dell’iter autorizzativo davanti alla Città Metropolitana di Sassari. In questa lettura, dunque, la vicenda contestata da Pais riguarderebbe un passaggio superato, mentre l’opera starebbe procedendo su basi aggiornate e con un quadro amministrativo diverso.

In mezzo allo scontro politico ci sono però gli atti. Ed è proprio qui che il caso si fa più delicato. Nel provvedimento della Provincia di Sassari relativo al procedimento precedente si legge che, durante la conferenza di servizi, il Comune di Alghero aveva chiarito che l’intervento ricadeva in zona urbanistica E2 e che per poter usufruire del più favorevole indice volumetrico era necessaria l’espressione del Consiglio comunale, organo chiamato a pronunciarsi indipendentemente dal parere della conferenza. Nello stesso documento si dà atto che E-Distribuzione aveva presentato istanza al Consiglio per la deroga e che l’ufficio tecnico aveva comunicato di aver trasmesso la proposta di delibera al dirigente competente. Ma si legge anche che, successivamente, “ad oggi il Comune di Alghero non si è espresso in merito alla concessione di deroga” e che, per questo, non sussistevano i presupposti per autorizzare l’opera. Il procedimento viene quindi indicato come concluso negativamente.

Questo passaggio documentale è quello su cui Pais fonda il suo attacco politico. Ma nello stesso fascicolo emergono anche altri elementi che la maggioranza usa per contestare una lettura troppo semplificata della vicenda. Nelle pagine precedenti del provvedimento, infatti, viene richiamato il parere della Regione che segnalava il permanere di criticità paesaggistiche già espresse in precedenza, ritenendo non adeguatamente chiarita la conformità dell’intervento alle previsioni del piano paesaggistico. La conferenza asincrona, si legge, non era risultata risolutiva ed era stato necessario un successivo esame in modalità sincrona.

È proprio in questo incrocio tra piano urbanistico, passaggi consiliari e rilievi paesaggistici che si gioca la partita politica. L’opposizione mette l’accento sul mancato voto del Consiglio e sostiene che da lì derivi la chiusura negativa del procedimento. La maggioranza, invece, insiste sul fatto che il quadro fosse già problematico a monte e che il Comune non abbia mai espresso un diniego all’opera, limitandosi a rappresentare la necessità di un passaggio formale previsto dalla normativa.

Intanto il dibattito si sposta anche sul presente. La maggioranza afferma che oggi il procedimento davvero rilevante è un altro, legato a un nuovo progetto già arrivato alla fase conclusiva davanti alla Città Metropolitana. Secondo questa versione, la conferenza di servizi avrebbe già dato esito positivo e, una volta completate le prescrizioni tecniche richieste dagli enti competenti, si potrebbe arrivare al provvedimento autorizzativo finale e poi all’affidamento dei lavori. Un quadro che, se confermato, ridimensionerebbe il peso pratico dello scontro sull’iter precedente, ma non quello politico.

Pais, però, non arretra e rilancia. A suo giudizio resta da chiarire chi abbia deciso di abbandonare il vecchio progetto e perché tutto sia avvenuto, sostiene, senza un confronto pubblico vero in Consiglio comunale e nelle commissioni. Il consigliere chiede che si apra subito una fase di verifica politica e amministrativa, con l’esame completo di documenti, date, passaggi e responsabilità.

Alla fine, oltre alle accuse reciproche, resta un dato concreto: Alghero continua a convivere con una rete elettrica giudicata insufficiente rispetto al fabbisogno della città. Ed è proprio questo il punto che rende la vicenda particolarmente sensibile. Perché al di là della propaganda, delle repliche e delle letture contrapposte, il vero nodo per cittadini e imprese è capire quando questa infrastruttura verrà realizzata davvero e se il lungo scontro degli ultimi anni abbia rallentato, o soltanto complicato, una risposta che il territorio attende da tempo.