La sicurezza che decide il voto.

Di Fausto Farinelli

C’è una cosa che mi ha fatto pensare. In Europa, oggi, governare sembra quasi una maledizione. Arrivi al governo, passano un paio d’anni e cominci a perdere pezzi. Succede in Germania, succede in Spagna, succede nel Regno Unito. Poi guardi l’Italia e trovi una cosa curiosa: Giorgia Meloni, almeno per ora, questa regola sembra non seguirla. Fratelli d’Italia prese più o meno il 26 per cento nel 2022 e oggi i sondaggi continuano a metterlo intorno al 27-28 per cento. Dopo quattro anni di governo, guerre, inflazione, bollette, immigrazione, debito pubblico e crisi internazionali, è ancora lì. Anzi, leggermente sopra. E allora una domanda viene spontanea: come mai?
Si potrebbe rispondere che Meloni comunica bene. Vero. Ma sarebbe troppo semplice. Se bastasse quello, tutti i governi europei si comprerebbero un bravo consulente e avrebbero risolto. Invece Merz in Germania ha perso parecchio, Sánchez in Spagna ha perso diversi punti, il Labour britannico pure. Meloni invece tiene.
Allora forse bisogna guardare anche ai numeri.
Quelli italiani non raccontano un Paese miracolato, ma nemmeno un disastro. Il deficit è sceso molto rispetto al 2022. La disoccupazione è diminuita. L’occupazione è salita. L’inflazione non è più quella botta tremenda che ci siamo presi addosso quattro anni fa. Poi certo, il debito resta gigantesco, gli stipendi sono ancora un problema serio e il potere d’acquisto perso non è stato recuperato del tutto. Quindi no, non siamo diventati la Svizzera. Però alcune cose sono migliorate.
Ed è qui che la faccenda si fa interessante.
Forse le elezioni non si vincono convincendo la gente che tutto va bene. Forse basta convincerla che le cose stanno andando nella direzione giusta. Che magari non sei arrivato dove volevi, ma almeno stai andando avanti. E soprattutto che tornando indietro rischieresti di stare peggio.
Questo potrebbe essere il vero vantaggio di Meloni.
Non deve dire agli italiani che sono diventati ricchi. Non le crederebbe nessuno. Non può dire di avere risolto la sanità. Non è vero. Non può dire che il problema della sicurezza non esiste più. Non sarebbe credibile. Può però dire: abbiamo trovato una situazione difficile, abbiamo rimesso sotto controllo alcune cose e dobbiamo continuare.
E qui arriva inevitabilmente il Superbonus.
Dire che Giuseppe Conte abbia creato il debito pubblico italiano sarebbe una sciocchezza. Il nostro debito viene da molto più lontano. Però si può dire che il Superbonus abbia avuto un costo enorme e che i suoi effetti continuino a pesare sui conti pubblici. Questo Meloni, secondo me, lo userà molto: abbiamo ereditato una montagna di crediti fiscali e nonostante tutto abbiamo riportato il deficit verso il 3 per cento.
Poi però c’è la vita vera.
Noi possiamo discutere quanto vogliamo di deficit, spread, PIL e rapporto debito/PIL. Ma la gente guarda altro. Quanto spendo al supermercato? Quanto mi costa il mutuo? Quanto devo aspettare per una visita? Quanto guadagna mio figlio? Quanto mi resta in tasca alla fine del mese? Posso uscire la sera tranquillo? E soprattutto: tra cinque anni starò meglio oppure peggio?
Secondo me è qui che si giocherà la prossima campagna elettorale.
Sulla sicurezza.
Ma la parola sicurezza, da sola, non basta. Perché in realtà ce ne sono almeno due.
C’è la sicurezza da qualcosa.
La sicurezza dal criminale sotto casa. Dall’aggressione. Dal furto. Dalla violenza. Dal degrado. Dalla paura di prendere un autobus la sera o di lasciare un figlio rientrare tardi. Dall’immigrazione irregolare quando viene percepita come assenza di controllo.
E poi c’è la sicurezza di qualcosa.
La sicurezza di avere un lavoro. Di ricevere uno stipendio che basti fino alla fine del mese. Di poter pagare il mutuo. Di potersi curare senza aspettare un anno. Di sapere che la pensione arriverà. Di riuscire a mettere qualcosa da parte. Di sapere che un figlio, studiando e lavorando, possa costruirsi una vita migliore.
Sono due cose diverse, ma alla fine parlano dello stesso bisogno: sentirsi meno esposti.
La sicurezza da ciò che può farti male.
E la sicurezza di ciò che non vuoi perdere.
Ecco perché quando guardo i sondaggi sulle preoccupazioni degli italiani mi sembra che tutto torni. Criminalità, costo della vita, lavoro, sanità, disuguaglianze sembrano temi diversi, ma alla fine girano tutti intorno alla stessa domanda: quanto mi sento al sicuro nella mia vita?
E qui conviene guardare cosa è successo negli altri Paesi europei. La Spagna ha migliorato diversi indicatori economici e Sánchez ha comunque perso consenso. La Polonia ha peggiorato i conti pubblici e Tusk invece tiene. In Germania i salari hanno recuperato più che da noi e Merz ha perso parecchio. Nel Regno Unito la migrazione netta è diminuita molto e il Labour ha comunque lasciato per strada diversi punti.

Questo vuol dire che i numeri, da soli, non bastano.
Puoi abbassare il deficit, creare occupazione, ridurre l’immigrazione, ma se la gente non sente che tutto questo cambia davvero la sua vita, il risultato politico può essere molto diverso da quello che ti aspetti.
Ed è forse qui che Meloni, almeno fino a oggi, è riuscita meglio di altri leader europei. Nonostante governi da quattro anni, riesce ancora a presentarsi come quella che sta cercando di sistemare le cose e non come quella responsabile di tutto ciò che non funziona.
Il problema è che adesso arriva la parte difficile.
Nel 2022 poteva dire: datemi una possibilità. Alla prossima campagna elettorale non potrà più farlo. Dovrà portare il conto di quello che ha fatto.
E dall’altra parte non basterà dire che Meloni ha sbagliato. Schlein, Conte e gli altri dovranno spiegare cosa farebbero loro, con quali soldi e con quali tempi.
Poi c’è Vannacci, che è un problema diverso ancora. Perché mentre PD e Cinque Stelle proveranno ad attaccare Meloni da sinistra, lui tenterà di farlo da destra proprio sui temi che hanno portato il centrodestra al governo: sicurezza, immigrazione, tasse, identità, ordine pubblico.
Meloni rischia quindi di trovarsi nel mezzo.
Da una parte chi le dirà: dopo quattro anni la gente continua ad avere paura.
Dall’altra chi le dirà: dopo quattro anni non sei stata abbastanza dura.
E forse sarà proprio questa la domanda delle prossime elezioni.
Chi mi garantisce la sicurezza da ciò che temo?
E chi mi garantisce la sicurezza di ciò che non voglio perdere?
Perché una persona può sentirsi sicura per strada e avere paura di non arrivare a fine mese. Può vivere in una città tranquilla e avere paura di perdere il lavoro. Può avere uno stipendio e sentirsi comunque insicura perché sa che una visita specialistica può richiedere mesi. Può avere una casa e non sapere se suo figlio riuscirà mai a comprarne una.
Alla fine, quando si entra nella cabina elettorale, ci si porta dietro soprattutto questo: quello che si teme e quello che si spera di conservare.
Forse vincerà non chi prometterà il futuro più bello.
Ma chi riuscirà a farlo sembrare un po’ meno incerto.




I “DATI GREZZI” E LA FIDUCIA CHE SI PERDE.

di Fausto Farinelli

Ci sono notizie che ti fanno cambiare idea su un caso. E poi ce ne sono altre che ti fanno venire un dubbio molto più grande: se non possiamo vedere tutti i risultati di un’analisi, come facciamo a fidarci della conclusione che ci viene presentata?

È quello che ho pensato leggendo gli ultimi sviluppi del caso Garlasco. Nei dati grezzi delle analisi eseguite nel 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi sono emerse due controanalisi effettuate il giorno dopo il test che aveva attribuito il DNA a Chiara Poggi. Quelle due controanalisi diedero esito negativo. La Procura di Pavia ha confermato che esistono e che non se ne trova traccia negli atti del processo a Stasi. Secondo i consulenti della Procura, una discordanza del genere avrebbe richiesto ulteriori approfondimenti, che dalle nuove indagini non risultano effettuati.

Diciannove anni. È questo il numero che mi resta in testa. Perché non stiamo parlando di un dettaglio emerso grazie a una tecnologia inventata ieri. Stiamo parlando di due analisi fatte il 20 settembre 2007 sullo stesso campione. La difesa di Stasi sostiene di aver chiesto i dati grezzi già nel 2017 e nel 2018 senza ottenerli. La domanda, allora, è semplice: perché chi doveva valutare quella prova non ha potuto vedere anche quei risultati?

Non so se qualcuno li abbia nascosti deliberatamente. Sarebbe un’accusa grave e non ho elementi per farla. Voglio però sapere come sia stato possibile che nel fascicolo comparisse un risultato e mancassero due verifiche che lo contraddicevano. Chi aveva il compito di trasmettere tutte le analisi? Chi sapeva che erano state fatte? E perché non si è approfondita quella differenza prima di andare avanti?

C’è poi Luciano Garofano. Guidava il RIS di Parma all’epoca delle prime indagini e, anni dopo, è diventato consulente di Andrea Sempio. È un passaggio che mi colpisce e sul quale credo sia giusto chiedere chiarezza. Garofano ha però lasciato quell’incarico nel settembre 2025: sarebbe scorretto descriverlo come il consulente attuale di Sempio, così come sarebbe scorretto sostenere, senza prove, che abbia assunto quel ruolo per coprire le analisi mancanti. Le domande sul suo ruolo nelle indagini del 2007 restano. Le risposte devono arrivare dai fatti, non dai sospetti.

In questi stessi giorni è tornata a far discutere anche la morte di David Rossi. La commissione parlamentare d’inchiesta, sulla base delle perizie esaminate, ha concluso che non si trattò di un suicidio; le nuove valutazioni tecniche presentate ieri sostengono l’ipotesi di un’aggressione. Le indagini devono ancora fare il loro corso, e non sto mettendo sullo stesso piano due vicende diverse. Mi colpisce però il tempo che può passare prima che una ricostruzione venga riesaminata davvero. Nel frattempo le famiglie aspettano, le persone coinvolte vivono dentro quella storia e noi ci abituiamo a chiamare «verità» una conclusione che forse aveva ancora bisogno di essere verificata.

Gli errori giudiziari non appartengono soltanto ai film. Angelo Massaro è stato assolto in revisione nel 2017 dopo oltre vent’anni di carcere per un omicidio che non aveva commesso. Nel Regno Unito, Andrew Malkinson ha visto annullare la propria condanna dopo 17 anni di detenzione, quando nuovi esami del DNA hanno portato alla luce elementi decisivi. Sono storie diverse da Garlasco, ma ricordano una cosa: anche una condanna che per anni sembra intoccabile può dover essere riesaminata.

E la fiducia dei cittadini non è affatto illimitata. Secondo l’Istat, nel 2024 soltanto il 44 per cento degli italiani dai 14 anni in su ha dato al sistema giudiziario un voto almeno sufficiente. Non è un sondaggio sui RIS o sulle analisi del DNA, ma dice quanto sia fragile il rapporto tra la giustizia e le persone che dovrebbero potersi affidare a essa.

Io credo nella scienza forense. Proprio per questo penso che un’analisi debba poter essere controllata fino in fondo, soprattutto quando un’altra analisi sullo stesso campione dà un risultato diverso. La risposta non può essere scegliere il risultato più comodo e lasciare l’altro fuori dal fascicolo. Bisogna capire perché i risultati non coincidono e permettere a tutte le parti di verificarlo.

Oggi Alberto Stasi resta una persona condannata in via definitiva e Andrea Sempio è un indagato, non un colpevole accertato. Le due controanalisi non ci dicono, da sole, chi abbia ucciso Chiara Poggi. Ma la loro assenza dagli atti dell’epoca è abbastanza seria da pretendere una spiegazione completa. La dobbiamo a Chiara e alla sua famiglia, a chi è stato processato e anche a chi nei laboratori e nelle indagini lavora con rigore: la credibilità di quel lavoro si difende facendo piena luce su ciò che è accaduto.

Poi, per un momento, provate a togliere il nome di Stasi da questa storia e a mettere il vostro. Se un giorno fosse la vostra libertà a dipendere da un’analisi, come potreste difendervi da risultati che nessuno vi ha mai permesso di vedere? E dopo aver saputo che due controanalisi del RIS di Parma non comparivano nel fascicolo, siamo ancora sicuri di poterci fidare completamente delle indagini, perfino quando a condurle è un reparto che consideriamo un’eccellenza?




C’è un momento in cui l’informazione smette di raccontare i fatti e comincia a suggerire al lettore cosa deve pensare dei fatti. E quel momento, spesso, sta tutto in un titolo.

di Fausto Farinelli

da ” il giornale” edizione on line

Il Giornale ieri ha scritto: “Vannacci stop: è già in calo”. Titolo netto. Quasi definitivo. Peccato che, nello stesso articolo, Antonio Noto, cioè il sondaggista sul quale si basa la notizia, dica una cosa parecchio diversa: è troppo presto per parlare di una tendenza. Futuro Nazionale passa dall’8 al 7 per cento nella sua rilevazione, ma Noto precisa che bisogna aspettare.

Allora decidiamoci: è “già in calo” oppure non sappiamo ancora se questo calo sia una tendenza?

Non è una sfumatura. È informazione.

Pochi giorni prima Sky TG24, citando le rilevazioni YouTrend, raccontava invece un Futuro Nazionale in crescita, arrivato a superare Forza Italia. I sondaggi possono naturalmente cambiare e istituti diversi possono produrre risultati diversi. È proprio per questo che sarebbe corretto raccontarli come fotografie, non utilizzarli come sentenze.

Poi c’è l’altra frase: “il suo consenso proviene dagli astenuti”. Anche qui basta leggere l’articolo fino in fondo. Noto parla del 40 per cento dei potenziali elettori di Futuro Nazionale provenienti dall’astensione. Quaranta per cento. Non cento.

Sono dettagli? No. Sono le parole con cui si costruisce una percezione.

E quando, nello stesso articolo, Vannacci diventa “allergico alle inchieste”, quando si parla della sua “sporca dozzina”, quando il racconto dei numeri viene accompagnato continuamente dal sarcasmo, siamo ancora nella cronaca oppure siamo già entrati nell’editoriale?

Non ci sarebbe nulla di male, sia chiaro, se Il Giornale decidesse di contrastare politicamente Vannacci. Un quotidiano ha una linea editoriale e Tommaso Cerno ha tutto il diritto di averne una molto precisa. Lo stesso Cerno, pochi giorni fa, ha firmato un editoriale fortemente critico verso Vannacci, mentre altre firme e persino il direttore editoriale Vittorio Feltri hanno espresso pubblicamente valutazioni molto differenti sul generale.

Il problema nasce quando la linea editoriale entra dentro la notizia senza dichiararsi.

Perché un conto è scrivere: “Secondo noi Vannacci è un fenomeno destinato a ridimensionarsi”. È un’opinione. Legittima.

Un altro è prendere un sondaggio che lo dà al 7 per cento, ignorare nel titolo la prudenza dello stesso sondaggista e trasformare un’oscillazione in “Vannacci è già in calo”.

Io continuo a pensare che il problema dell’informazione non sia avere un’opinione. Il problema è quando quell’opinione si traveste da fatto.

E questo vale per Vannacci oggi come potrebbe valere, domani mattina, per chiunque altro.




Quando cambia il vento, cambia anche la notizia?

di Fausto Farinelli

Qualche giorno fa ragionavo sull’intelligenza artificiale e sui rischi che porta con sé nel mondo dell’informazione. Notizie manipolate, dichiarazioni inventate, fonti che non esistono. Tutto vero, per carità. È un problema serio e probabilmente diventerà ancora più serio nei prossimi anni.

Poi però mi sono fatto una domanda molto più banale: siamo sicuri che il problema della credibilità dell’informazione sia nato con l’intelligenza artificiale?

Perché a volte basta prendere un giornale, tornare indietro di qualche anno e leggere come raccontava ieri lo stesso personaggio che racconta oggi. Non serve un algoritmo sofisticato. Bastano Google, un po’ di pazienza e una buona memoria.

Prendiamo Roberto Vannacci.

Non mi interessa qui stabilire se abbia ragione o torto, se Futuro Nazionale avrà successo oppure no, né tantomeno convincere qualcuno a votarlo. Mi interessa Vannacci come caso giornalistico, perché la sua storia recente offre un esempio piuttosto curioso di come può cambiare il racconto di un personaggio pubblico.

Quando nell’agosto del 2023 esplode il caso de Il mondo al contrario, Vannacci è il generale finito nella bufera per ciò che ha scritto. Il Giornale lo critica anche duramente, questo va detto, ma contemporaneamente gli offre spazio per spiegarsi. Il 18 agosto pubblica una lunga intervista nella quale il generale parla della sua battaglia contro il «pensiero unico». Qualche giorno dopo lo stesso quotidiano inserisce il suo caso dentro un ragionamento sulla libertà di espressione e sulla «dittatura del pensiero unico». (il Giornale)

Insomma, Vannacci è controverso, magari indigesto, ma viene raccontato anche come quello che osa dire ciò che altri non dicono.

Poi arriva la politica.

Vannacci entra nella Lega, viene candidato da Matteo Salvini alle Europee, prende una montagna di preferenze e diventa uno dei personaggi più riconoscibili di quell’area. La sua presenza nel centrodestra, piaccia o meno, è ormai un fatto.

Fino a quando succede qualcosa.

Il 3 febbraio 2026 Vannacci lascia la Lega e annuncia Futuro Nazionale. Salvini si dice «deluso e amareggiato» e rivendica di averlo accolto quando aveva tutti contro. Da quel momento il generale non è più soltanto un personaggio scomodo della destra: è diventato politicamente autonomo e quindi potenzialmente concorrente di quella stessa area. (il Giornale)

Ed è qui che, leggendo i giornali, mi è venuta qualche curiosità.

Perché il linguaggio cambia.

Il 4 febbraio Il Giornale presenta il nuovo progetto parlando di un «drappello di 3 deputati» e scrive che «manca la truppa». Due giorni dopo Vannacci finisce addirittura sul «podio dei peggiori» della settimana: gli viene contestata la parola data alla Lega e si parla apertamente di lealtà venuta meno. Pochi mesi dopo, il 15 giugno, leggiamo un Vannacci «pieno di sé», «inebriato dai cori», con «la pretesa» di diventare il sestante del centrodestra. (il Giornale)

Tutto legittimo.

Un giornale ha una linea editoriale. Un giornalista ha diritto ad avere un’opinione. E grazie a Dio è così, perché l’alternativa sarebbe un’informazione asettica e probabilmente illeggibile.

Il problema, almeno per me, comincia quando provo a mettere accanto il Vannacci del 2023 e quello del 2026.

Prima c’era l’uomo che sfidava il pensiero unico. Oggi c’è anche quello che tradisce, divide, pretende, rischia di danneggiare il centrodestra.

È cambiato Vannacci? Certamente: nel frattempo è diventato un politico, è entrato nella Lega, ne è diventato vicesegretario e poi l’ha abbandonata per costruire un proprio soggetto politico. Sarebbe intellettualmente scorretto ignorarlo.

Ma è cambiato soltanto Vannacci?

Qui entra in scena un altro elemento che secondo me un lettore ha il diritto di conoscere.

Il Giornale oggi fa capo per il 65 per cento a Editoria Italia della famiglia Angelucci. È lo stesso quotidiano a comunicarlo nel gennaio 2026. (il Giornale) Antonio Angelucci, figura centrale della famiglia imprenditoriale, è anche un parlamentare eletto nelle file della Lega.

E allora mi fermo.

Non perché abbia trovato la pistola fumante. Non ce l’ho.

Non ho trovato una telefonata di Angelucci a un direttore. Non ho una mail nella quale qualcuno ordina di attaccare Vannacci. Non conosco le riunioni di redazione del Giornale e non sarebbe serio sostenere che esista una disposizione dell’editore contro il generale senza avere una prova.

Però conosco le date.

E le date raccontano che Vannacci viene rappresentato in un certo modo quando combatte il politicamente corretto, diventa un uomo della Lega e porta voti alla Lega; e con toni sensibilmente diversi dopo che lascia la Lega e costruisce un progetto che può pescare nello stesso elettorato.

È una coincidenza? Può esserlo.

È una conseguenza del cambiamento politico di Vannacci? Possibile anche questo.

C’è dell’altro? Non lo so.

Ed è proprio quel «non lo so» che, secondo me, dovrebbe tornare ad essere una delle frasi più nobili del nostro mestiere.

Perché il compito di chi fa informazione non dovrebbe essere sempre quello di consegnare una verità già confezionata. A volte dovrebbe semplicemente mettere in fila i fatti, ricordare ciò che abbiamo scritto ieri, confrontarlo con ciò che scriviamo oggi e permettere al lettore di farsi una domanda.

Questa storia, tra l’altro, mi riporta esattamente al punto dal quale ero partito parlando di intelligenza artificiale.

Abbiamo paura che una macchina possa manipolare una notizia. Facciamo bene.

Abbiamo paura che un algoritmo possa selezionare quello che dobbiamo vedere, enfatizzare una dichiarazione, nasconderne un’altra, costruire intorno a una persona una rappresentazione positiva o negativa. Facciamo benissimo.

Ma tutto questo l’uomo è perfettamente capace di farlo da solo.

Lo faceva prima di ChatGPT, prima dei social network e probabilmente prima ancora di Internet.

La differenza è che davanti all’intelligenza artificiale siamo diventati improvvisamente sospettosi. Domandiamo chi ha prodotto un contenuto, quali fonti ha utilizzato, se le informazioni sono autentiche. Davanti a un titolo di giornale, invece, continuiamo spesso ad abbassare la guardia perché dietro quel titolo riconosciamo una testata che conosciamo da quarant’anni.

Forse dovremmo applicare lo stesso metodo a entrambi.

Non fidarci ciecamente dell’intelligenza artificiale.

E non fidarci ciecamente neppure di chi ci mette in guardia dall’intelligenza artificiale.

Verificare. Confrontare. Tornare indietro. Leggere cosa scriveva lo stesso giornale tre anni prima. Sapere chi è l’editore. Conoscere, quando esistono, le sue attività e i suoi rapporti politici. E poi decidere autonomamente quanto credito attribuire a quello che stiamo leggendo.

Perché alla fine il vero problema non è Vannacci e non è nemmeno Il Giornale.

Il problema è molto più grande.

È capire se oggi noi compriamo ancora un giornale per conoscere i fatti oppure, qualche volta, compriamo una lettura dei fatti senza sapere fino in fondo chi ce la sta raccontando e da quale finestra li sta guardando.

E forse è questa la domanda che dovremmo farci prima di preoccuparci soltanto delle macchine.

Perché l’intelligenza artificiale potrà certamente imparare a manipolare l’informazione.

Noi esseri umani, purtroppo, non avevamo bisogno di impararlo.




Se a mentire è un algoritmo ci spaventiamo. Se lo fa un giornale?

di Fausto Farinelli

Dario Amodei, CEO di Anthropic, una delle aziende che stanno correndo più velocemente nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, dice che bisognerebbe rallentare.

Detta da lui, la cosa fa un certo effetto.

Non significa fermare tutto o tornare alla macchina da scrivere. Il ragionamento è un altro: le capacità dei modelli stanno crescendo così velocemente che sicurezza, controlli e regole rischiano di non riuscire a stare al passo. E siccome Amodei è anche uno di quelli che vede nell’intelligenza artificiale possibilità enormi per la medicina, la ricerca e l’economia, la questione diventa ancora più interessante.

In mezzo a tutte le paure che accompagnano questa rivoluzione, ce n’è però una sulla quale continuo a farmi qualche domanda. Riguarda il mondo che conosco meglio, quello dell’informazione.

Ci viene detto, giustamente, che con l’intelligenza artificiale si possono inventare dichiarazioni, creare immagini false, manipolare fotografie e video, citare fonti che non esistono e costruire una notizia completamente falsa facendola sembrare vera.

È un problema serio.

Ma prima dell’intelligenza artificiale tutto questo non esisteva?

Un giornale non può prendere una dichiarazione autentica e pubblicarne soltanto la parte che conviene? Una televisione non può scegliere determinate immagini e lasciarne fuori altre? Un titolo non può portare il lettore verso una conclusione che magari leggendo attentamente l’articolo diventa molto meno evidente?

E ancora: una redazione decide quali notizie mettere in apertura e quali relegare in fondo, quali persone intervistare, quali domande fare, quanto spazio concedere a una vicenda e quanto a un’altra.

Non sto dicendo che informare significhi manipolare. Sarebbe una sciocchezza. Sto dicendo che la possibilità di manipolare l’informazione esiste da molto prima dell’intelligenza artificiale.

La propaganda non l’ha inventata ChatGPT. Le omissioni non sono nate con Claude. Le fotografie fuori contesto, i titoli forzati, le dichiarazioni tagliate e le indiscrezioni diventate improvvisamente certezze le conosciamo da parecchio tempo.

Allora qual è la differenza? Una enorme c’è.

Con l’intelligenza artificiale tutto questo può diventare molto più facile, veloce ed economico. Soprattutto può essere fatto su una scala che prima era impensabile. Un falso convincente che una volta richiedeva competenze, denaro e tempo oggi può essere prodotto in pochi minuti.

Ed è questo, secondo me, il rischio sul quale dobbiamo concentrarci.

Perché se diciamo semplicemente che l’intelligenza artificiale è pericolosa perché può mentire, rischiamo di attribuire alla macchina una responsabilità che continua ad appartenere all’uomo.

Se utilizzo l’intelligenza artificiale per inventare una dichiarazione e poi la pubblico, chi ha mentito?

La macchina o io?

Se le chiedo di costruirmi una notizia già orientata verso una conclusione che ho deciso in partenza e poi la diffondo senza verificare fonti e fatti, il problema è davvero l’algoritmo?

A me sembra che, alla fine, torniamo sempre allo stesso punto: il buon senso, la responsabilità e, quando parliamo di informazione, la verifica.

Anche perché c’è un’altra faccia dell’intelligenza artificiale di cui parliamo molto meno.

La stessa tecnologia che può costruire un falso sta già aiutando ricercatori ad analizzare enormi quantità di dati, sta entrando nella medicina e nella diagnostica, accelera processi di ricerca che prima richiedevano tempi molto più lunghi e sta cambiando il modo di lavorare nelle imprese, nell’economia, nello sport e nella comunicazione.

E siamo soltanto all’inizio.

Forse dietro una parte della paura che circonda l’intelligenza artificiale c’è anche qualcosa di molto più semplice: il timore di perdere il lavoro.

È una paura comprensibile. Alcuni lavori cambieranno radicalmente, alcune mansioni probabilmente scompariranno e fingere che non accadrà sarebbe poco serio.

Ma non credo che il futuro sarà semplicemente fatto di macchine che lavorano e uomini che restano a guardare.

Credo piuttosto che si creerà una differenza sempre più grande tra chi continuerà a lavorare esattamente come prima e chi imparerà a lavorare insieme all’intelligenza artificiale.

Vale anche per l’informazione.

Un giornalista può utilizzare questi strumenti per analizzare centinaia di documenti, confrontare dati, trascrivere ore di interviste, ricostruire cronologie e trovare collegamenti che richiederebbero giornate intere di lavoro.

E magari utilizzare il tempo risparmiato per fare proprio ciò che una macchina non dovrebbe fare al suo posto: andare a cercare una persona, fare una domanda in più, controllare una fonte, avere un dubbio.

È questo l’aspetto dell’intelligenza artificiale che trovo più interessante: il tempo.

Per secoli abbiamo utilizzato le macchine per liberarci da una parte della fatica fisica. Adesso abbiamo iniziato a costruire macchine che possono liberarci da una parte del lavoro intellettuale ripetitivo.

Non necessariamente per produrre di più.

Magari, qualche volta, semplicemente per produrre meglio.

Per questo capisco l’allarme di Amodei. Una tecnologia con questa potenza deve essere controllata mentre cresce. Bisogna stabilire regole, responsabilità e limiti, perché la velocità con cui si sta sviluppando è probabilmente superiore alla nostra capacità di comprenderne fino in fondo le conseguenze.

Ma vorrei utilizzare lo stesso metro anche per il mondo dal quale arrivano molti degli allarmi sull’intelligenza artificiale.

Se ci preoccupa una fonte inventata dall’IA, dovrebbe preoccuparci anche una fonte non verificata pubblicata da un giornale.

Se ci scandalizza una dichiarazione manipolata da un algoritmo, dovrebbe scandalizzarci una dichiarazione autentica tagliata in modo da cambiarne il significato.

E se chiediamo trasparenza alle aziende che costruiscono sistemi di intelligenza artificiale, forse dovremmo continuare a pretenderla anche da giornali, televisioni, radio e da chiunque abbia il potere di raccontarci ogni giorno che cosa sta succedendo nel mondo.

Perché una penna può scrivere una verità oppure una bugia. Una telecamera può raccontare quello che è successo oppure mostrarcene soltanto un pezzo. Un algoritmo può aiutarci a capire qualcosa che prima non riuscivamo a vedere oppure può essere utilizzato per costruire una falsità perfetta.

Lo strumento cambia.

La responsabilità, almeno per ora, rimane nostra.

E allora forse la domanda non è quanto dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale.

La domanda è quanto possiamo fidarci dell’intelligenza umana quando decide come usarla.




Vannacci è davvero nato per caso?

Alghero, 7 Settembre 2026 – di Fausto Farinelli

In questi giorni c’è una cosa che continua a girarmi per la testa e nasce da quello che è successo in Germania, in Sassonia-Anhalt, dove AfD ha ottenuto un risultato che non può essere liquidato semplicemente dicendo che l’estrema destra avanza ancora. Sarebbe troppo facile e soprattutto non spiegherebbe quello che è realmente accaduto.

Secondo le prime analisi dei flussi elaborate dall’istituto Infratest dimap per ARD, circa 157 mila persone che alle precedenti elezioni non avevano votato avrebbero scelto AfD.

Mentre leggevo questi numeri mi è venuto spontaneo pensare a quello che sta succedendo da noi con Roberto Vannacci.

Se ci pensiamo la sua storia politica è abbastanza incredibile. Nell’agosto del 2023 Vannacci è un generale praticamente sconosciuto al grande pubblico che autopubblica “Il mondo al contrario”. Scoppia un putiferio e nel giro di pochissimo tempo televisioni, quotidiani, politici e opinionisti parlano tutti di lui, chi per attaccarlo, chi per difenderlo, chi perché scandalizzato e chi semplicemente perché incuriosito. Il risultato è che il libro diventa un fenomeno editoriale, arriva in cima alle classifiche e vende circa 200 mila copie.

Poi arriva Matteo Salvini, lo candida alle Europee e Vannacci prende 532.368 preferenze. Mezzo milione di persone scrivono il suo nome sulla scheda.

Sono passati appena tre anni e oggi quel generale ha un suo partito, Futuro Nazionale, ha una struttura territoriale, i comitati, i militanti, i dirigenti, organizza incontri in tutta Italia e ormai nei sondaggi non è più una presenza marginale.

L’ultimo dato YouTrend per Sky TG24, rilevato tra il 31 agosto e il 3 settembre, lo porta al 7,9 per cento. Forza Italia è al 7,1 e la Lega al 4,4.

Quindi fermiamoci un momento.

Un partito nato da pochi mesi oggi viene dato quasi all’8 per cento ed è diventato, nei sondaggi, la quarta forza politica nazionale.

Ora io non so voi ma quando vedo una cosa del genere qualche domanda me la faccio perché trasformare il successo di un libro in popolarità può succedere, trasformare quella popolarità in mezzo milione di preferenze e poi quelle preferenze in una struttura politica organizzata che vale quasi l’8 per cento è già un’altra storia.

E allora bisogna provare a capire chi sono le persone che Vannacci sta intercettando.

Una parte arriva certamente dalla destra, da quella destra che aveva riposto enormi aspettative in Giorgia Meloni e che aveva creduto alle promesse fatte durante la campagna elettorale sull’immigrazione, sulla sicurezza, sulle tasse, sull’Europa, sulla sovranità nazionale e sulla difesa degli interessi italiani. Poi Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi e si è trovata davanti quello che trova chiunque passi dall’opposizione al governo, i conti dello Stato, i vincoli europei, gli accordi internazionali, i mercati, la burocrazia e tutte quelle cose che da un palco elettorale sembrano molto più semplici di quanto siano quando devi realmente governare.

Non voglio dire che le promesse siano state tradite volontariamente. Dico però che una parte di quelle promesse non è stata realizzata e soprattutto che una parte degli elettori pensa che non sia stata realizzata. E in politica la percezione conta moltissimo.

È proprio lì che secondo me entra Vannacci.

Ma sarebbe un errore pensare che il generale possa prendere voti soltanto a destra. Può andare a pescare anche tra persone che hanno sempre votato a sinistra e che oggi non si riconoscono più in una sinistra che spesso appare più preoccupata di stabilire quali parole possiamo usare e quali opinioni siano accettabili piuttosto che parlare dei problemi che la gente incontra ogni giorno.

E poi c’è il grande serbatoio di chi non vota più.

Ed è proprio qui che i numeri diventano interessanti. Ipsos ha analizzato circa 20 mila interviste raccolte tra febbraio e giugno e ha provato a capire da dove arriva l’elettorato di Futuro Nazionale. Facendo cento gli elettori di Vannacci, oltre un terzo arriva da persone che alle Europee non avevano votato, il 31 per cento arriva da Fratelli d’Italia e il 25 per cento dalla Lega.

C’è poi un altro modo di leggere gli stessi dati. Più del 20 per cento di chi aveva votato Lega alle Europee oggi sceglierebbe Futuro Nazionale mentre tra gli elettori di Fratelli d’Italia il passaggio verso Vannacci è stimato intorno all’8 per cento e tra quelli che alle Europee non erano andati a votare circa il 9 per cento oggi sceglierebbe il generale.

Quindi Vannacci sta certamente togliendo voti al centrodestra, soprattutto alla Lega e sempre di più anche a Fratelli d’Italia, ma allo stesso tempo sta facendo qualcos’altro che per me è ancora più interessante. Sta riportando dentro la politica persone che dalla politica erano uscite.

E qui il parallelo con quello che è successo in Germania diventa inevitabile perché quando un movimento riesce a riportare alle urne persone che avevano smesso di votare significa che quel malessere esisteva già. AfD non lo ha inventato, gli ha dato una casa politica. E forse Vannacci sta facendo qualcosa di simile in Italia.

Il sondaggio YouTrend aggiunge un altro pezzo importante al ragionamento. Oggi l’attuale maggioranza di centrodestra, quindi Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati, vale complessivamente il 38,9 per cento. Se però nello stesso perimetro inseriamo Futuro Nazionale si arriva al 46,8 per cento.

Quasi otto punti in più.

Ed è qui che secondo me la domanda comincia a diventare davvero interessante perché quei 7,9 punti di Vannacci non sono tutti voti portati via agli alleati di governo. Una parte importante arriva anche da persone che prima non votavano.

Allora forse stiamo guardando il fenomeno nel modo sbagliato.

Forse Vannacci non sta soltanto dividendo il centrodestra. Forse, contemporaneamente, ne sta allargando il perimetro.

E questa non è una differenza da poco.

È per questo che a me interessa relativamente sapere quanto sia radicale AfD o quanto sia radicale Vannacci. Mi interessa molto di più capire perché quelle persone li votano.

Prendiamo la sicurezza. Ogni volta che leggiamo di una persona arrestata e successivamente rimessa in libertà, di un’aggressione, di un furto, di una violenza o di un reato sessuale si crea nella testa di una parte dei cittadini la sensazione che qualcosa non funzioni. Naturalmente ogni decisione di un magistrato ha dietro delle norme, degli atti, delle circostanze e delle motivazioni che devono essere valutate caso per caso, però quella percezione esiste e far finta che non esista secondo me sarebbe ancora più sbagliato.

C’è una parte del Paese che pensa che la giustizia sia diventata troppo indulgente, che chi commette determinati reati torni in libertà troppo facilmente, che le vittime siano meno tutelate di chi delinque e che lo Stato non riesca più a garantire quella sicurezza che dovrebbe essere una delle sue funzioni fondamentali. Possiamo spiegare a queste persone le statistiche, il codice penale e il codice di procedura penale, ma se uno esce di casa e non si sente sicuro il problema politico rimane.

E se la politica tradizionale non occupa quello spazio prima o poi lo occupa qualcun altro.

Vannacci lo sta facendo.

Per una parte dell’elettorato un generale rappresenta esattamente quello che pensa di non trovare più nello Stato, ordine, autorità, disciplina, confini, decisione. Non sto dicendo che sia giusto, sto cercando di capire perché funziona.

Poi c’è un’altra cosa che mi fa pensare e sono i comitati.

Chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà come nacque Forza Italia. Berlusconi aveva i Club Forza Italia, una macchina territoriale che costruiva appartenenza prima ancora che organizzazione politica. Ma c’era anche un altro elemento molto interessante. Quando bisognò trovare i primi candidati, Forza Italia andò a cercare anche dentro il mondo di Publitalia. Arrivavano segnalazioni, curriculum, persone abituate a vendere, a comunicare, a stare davanti agli altri, uomini che conoscevano il territorio, le aziende, le relazioni e soprattutto sapevano come si costruisce consenso.

Publitalia era un serbatoio straordinario di persone prima ancora che di candidati.

Ed è qui che mi viene spontaneo fare un altro paragone.

Vannacci non ha Publitalia, ma arriva da un mondo che per caratteristiche può avere una funzione simile sul piano delle relazioni umane. Ha comandato il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, poi la Brigata Folgore, è cresciuto dentro l’ambiente delle forze speciali e dei paracadutisti, mondi nei quali le persone vengono selezionate, addestrate, abituate alla disciplina, alla responsabilità, alla leadership e soprattutto a creare legami molto forti tra loro.

Non sto dicendo che l’Esercito sia il serbatoio politico di Vannacci e non sarebbe corretto sostenerlo. Sto dicendo un’altra cosa molto più semplice. Un uomo che ha trascorso decenni in quel mondo possiede inevitabilmente una rete di conoscenze, rapporti e relazioni costruita in ambienti dove il senso di appartenenza è fortissimo.

Berlusconi aveva Publitalia come grande bacino di uomini che conosceva, selezionava e poteva valorizzare politicamente. Vannacci ha alle spalle un universo completamente diverso, quello militare e in particolare quello dei paracadutisti e delle forze speciali, ma anche quello è un mondo pieno di persone abituate a organizzare, comandare, decidere e lavorare in gruppo.

Non significa che quelle persone diventeranno candidate o dirigenti di Futuro Nazionale. Significa però che quando devi costruire un movimento da zero partire da una rete umana già esistente è molto diverso dal partire dal nulla.

Ed è questo che mi interessa perché la politica non nasce soltanto dai voti. Nasce dalle persone che aprono una sede, organizzano un incontro, telefonano ad altre persone, mettono insieme cinquanta simpatizzanti in una sala e poi trasformano quella sala in un comitato.

Prima crei una comunità e poi quella comunità diventa organizzazione politica.

Ed è qui che nasce il dubbio che voglio condividere.

È un mio pensiero personale, non ho documenti da tirar fuori da un cassetto e non sto dicendo di avere scoperto chissà quale complotto. Sto semplicemente mettendo insieme quello che vedo e provando a ragionarci come farei seduto al tavolino di un bar con alcuni amici.

E se Vannacci fosse stato costruito a tavolino?

Lo dico così senza girarci troppo intorno.

Non intendo dire che un giorno qualcuno si sia chiuso in una stanza e abbia deciso di inventarsi Roberto Vannacci dal nulla. Sarebbe ingenuo pensarlo. Mi domando invece se qualcuno non abbia visto in quel generale, dopo il successo del libro e dopo le polemiche che lo hanno fatto conoscere a milioni di italiani, la persona giusta per occupare uno spazio politico che stava diventando enorme.

Magari Vannacci non è stato creato, magari è stato individuato.

Qualcuno potrebbe aver capito che quell’uomo aveva alcune caratteristiche difficili da trovare tutte insieme. Era già conosciuto, aveva un’identità fortissima, veniva percepito come estraneo alla politica tradizionale, parlava un linguaggio semplice, aveva alle spalle una carriera militare che gli dava autorevolezza presso una parte dell’elettorato e soprattutto era capace di parlare contemporaneamente alla destra delusa e a chi aveva deciso di non votare più.

A quel punto guardo quello che è successo in appena tre anni, il libro, l’enorme esposizione mediatica, la candidatura alle Europee, mezzo milione di preferenze, i comitati e infine il partito.

Può essere semplicemente la forza di Vannacci.

Ma permettetemi almeno di avere qualche dubbio.

E soprattutto permettetemi di fare quella che per me è la domanda più importante.

A chi conviene Vannacci?

A prima vista la risposta sembra facilissima. Se porta via voti a Fratelli d’Italia, alla Lega e magari a Forza Italia danneggia il centrodestra.

Va bene, ma proviamo ad allargare un po’ l’inquadratura.

Oggi sappiamo che oltre un terzo degli attuali elettori di Futuro Nazionale arriva da persone che alle Europee non erano andate a votare. Sappiamo anche che Vannacci è arrivato al 7,9 per cento e che sommando quel dato all’attuale coalizione l’intera area di centrodestra salirebbe dal 38,9 al 46,8 per cento.

Questo cambia parecchio il ragionamento.

Perché se Vannacci prende voti a Fratelli d’Italia e alla Lega ma contemporaneamente recupera persone che non sarebbero andate a votare siamo proprio sicuri che stia soltanto dividendo il centrodestra?

E se quei voti alla fine rimanessero comunque dentro quell’area politica?

Questa è la mia provocazione.

Vannacci è veramente un concorrente del centrodestra oppure potrebbe diventare il suo serbatoio esterno?

Se Futuro Nazionale alle prossime elezioni si presenta da solo e combatte contro Giorgia Meloni, Salvini e Tajani quei voti diventano naturalmente un problema enorme per il centrodestra. Ma se quando arriverà il momento di contare davvero Vannacci dovesse trovare un accordo con quella stessa coalizione allora avremmo davanti una storia completamente diversa.

Avremmo un uomo che è riuscito sì a sottrarre elettori alla Lega e a Fratelli d’Italia, ma anche a recuperare una parte di quel gigantesco mondo di persone che non votava più e che alla fine potrebbe riportare tutto quello stesso consenso nello stesso campo politico.

Se succedesse sarebbe un’operazione politica straordinaria.

E forse quei numeri ci aiutano anche a capire perché una parte del centrodestra, prima o poi, potrebbe avere interesse a parlare con lui.

Perché quando una forza politica vale quasi l’8 per cento puoi continuare a definirla un problema, ma prima o poi devi anche cominciare a fare i conti.

C’è poi un altro aspetto quasi paradossale e riguarda il modo in cui Vannacci è diventato Vannacci.

Più viene attaccato e più si parla di lui.

Se quando uscì “Il mondo al contrario” giornali, televisioni, politici e opinionisti avessero semplicemente ignorato quel libro oggi saremmo qui a parlare del generale Roberto Vannacci? Non possiamo saperlo. Sappiamo però che ogni attacco ha prodotto una risposta, ogni risposta un titolo e ogni titolo altra visibilità.

Chi non sopporta Vannacci lo attacca pensando di indebolirlo e una parte di chi simpatizza per lui vede proprio in quegli attacchi la conferma di quello che Vannacci racconta. Lo attaccano perché dà fastidio, perché dice quello che gli altri non vogliono dire, perché il sistema ha paura di lui. Che questa lettura sia vera o falsa a quel punto conta relativamente perché politicamente funziona e più il sistema sembra respingerlo più lui può apparire antisistema.

Qui entra in gioco anche l’informazione perché un giornale non è una lastra di vetro trasparente attraverso la quale guardiamo semplicemente quello che succede. Fa delle scelte, decide cosa mettere in prima pagina, decide il titolo, la fotografia, l’editorialista, quali dichiarazioni mettere in evidenza e quali lasciare sullo sfondo.

È normale che sia così. Ogni giornale ha una proprietà, una storia, una cultura e una linea editoriale e questo non significa che i giornali inventino le notizie. Significa semplicemente che noi lettori dovremmo ricordarci che tra un fatto e noi c’è qualcuno che quel fatto lo seleziona, lo titola e ce lo racconta.

E il caso Vannacci ne è un esempio interessante perché l’informazione non si è limitata a raccontare il fenomeno. Nel bene e nel male ha contribuito a dargli una dimensione nazionale.

Per questo bisognerebbe leggere più giornali e soprattutto quelli che non la pensano come noi, confrontare, guardare i numeri, distinguere il fatto dal commento e poi farsi una propria idea.

Anche quello che state leggendo adesso è un punto di vista. È il mio e non pretendo che diventi il vostro.

Io sto semplicemente mettendo insieme alcuni puntini.

Da una parte abbiamo visto in Germania persone che avevano smesso di votare tornare alle urne perché qualcuno è riuscito a rappresentare il loro malessere. Dall’altra abbiamo in Italia un generale sconosciuto al grande pubblico fino a tre anni fa che oggi ha un partito dato al 7,9 per cento, una rete territoriale e centinaia di migliaia di elettori che hanno già scritto il suo nome su una scheda.

E sappiamo anche qualcosa in più perché oltre un terzo di chi oggi dice di voler votare Futuro Nazionale alle Europee non aveva votato.

Questo per me è il dato che cambia tutto.

Forse non stiamo assistendo semplicemente a milioni di persone che improvvisamente diventano estremiste. Forse stiamo assistendo a milioni di persone che non si sentono più rappresentate e che quando trovano qualcuno capace di parlare il loro linguaggio tornano a votare.

E questa per me è una differenza enorme.

Possiamo continuare a chiamarle populiste, ignoranti, estremiste o nostalgiche e spiegare loro che votano male e che non hanno capito come funziona il mondo, ma ho l’impressione che così facendo otterremo esattamente il risultato opposto perché più una persona sente che la sua opinione viene considerata indegna e più cercherà qualcuno disposto a rappresentarla.

È quello che sembra essere accaduto in Germania ed è quello che potrebbe accadere in Italia.

Io non so dove arriverà Vannacci, non so quanto prenderà Futuro Nazionale alle prossime elezioni e non so se alla fine correrà contro il centrodestra o insieme al centrodestra. So però che liquidare tutto con la parola “fenomeno” rischia di essere un modo molto comodo per non affrontare la questione.

Perché Vannacci non nasce nel vuoto. Dietro Vannacci ci sono persone che lo votano, che vanno ai suoi incontri, che aprono i suoi comitati e persone che magari non votavano da anni e che oggi stanno dicendo di essere pronte a tornare alle urne.

Sono loro che mi interessano molto più di Vannacci.

Poi rimane il mio dubbio.

Vannacci è davvero soltanto l’uomo giusto capitato nel momento giusto oppure qualcuno ha capito prima degli altri che esisteva un enorme spazio politico da occupare e che quel generale poteva essere l’uomo adatto per farlo?

Non conosco la risposta e non voglio inventarmela.

Forse però la domanda più interessante non è neppure chi abbia costruito Vannacci. Forse dovremmo chiederci chi abbia costruito in questi anni le condizioni perché un Vannacci potesse diventare possibile.

E poi ce n’è un’altra che terrei bene a mente.

Quando arriverà il momento di contare davvero, dove finiranno i voti di Vannacci?

Perché potrebbe essere proprio quella risposta a dirci se il generale è nato politicamente contro il centrodestra oppure se alla fine di questa storia avrà finito per allargarne i confini.




Vannacci a Cernobbio: il generale era uno, i giornali ne hanno raccontati almeno sei!

foto startupbusiness

di Fausto Farinelli

C’è una cosa che colpisce più delle parole pronunciate da Roberto Vannacci a Cernobbio: il modo completamente diverso con cui i giornali hanno raccontato la stessa giornata.

A leggere Repubblica sembra che Mario Monti abbia praticamente asfaltato il generale.

Se si passa a Libero, invece, la sensazione è quasi opposta: Vannacci avrebbe sorpreso tutti, raccolto consensi e tenuto testa a un ambiente che, almeno sulla carta, non dovrebbe essere esattamente casa sua.

In mezzo ci sono La Stampa, il Corriere della Sera, Il Giornale, le agenzie. Ognuno con il proprio Vannacci.

Ed è forse questa la parte più interessante della vicenda.

Perché a Villa d’Este i fatti sono stati gli stessi per tutti.

Vannacci è arrivato al Forum di Cernobbio, uno dei luoghi simbolo dell’establishment politico ed economico italiano. Ha parlato di Europa, sovranità, burocrazia, competitività, demografia. Ha detto, in sostanza, che questa Europa non gli piace e che ne vorrebbe un’altra.

Poi è intervenuto Mario Monti.

Ed è lì che la giornata è diventata un piccolo laboratorio di giornalismo.

Repubblica non ha avuto particolari dubbi su quale fosse la notizia: Vannacci non conquista Cernobbio, Monti sì.

Il racconto insiste sulla reazione della platea, sugli applausi, sulle critiche dell’ex presidente del Consiglio e sulle impressioni raccolte tra gli imprenditori. Il generale appare quasi come qualcuno entrato in un ambiente ostile senza riuscire davvero a sedurlo.

La Stampa sceglie una fotografia ancora più efficace: Vannacci è “un alieno a Cernobbio”.

Un’espressione che dice già tutto.

Il militare, l’uomo dei comizi, il politico che costruisce buona parte del proprio consenso contro le élite si ritrova improvvisamente nel salotto delle élite. Il contrasto è perfetto e giornalisticamente funziona.

Anche qui, però, il verdetto è piuttosto chiaro: il vero protagonista della giornata sarebbe stato Monti.

Il Corriere della Sera fa invece una scelta che personalmente trovo più interessante.

Lascia perdere, almeno in parte, la gara su chi abbia applaudito di più e prova a fare una cosa più semplice: controllare quello che Vannacci ha detto.

Prende le sue affermazioni sull’Europa, sull’economia, sul gas russo, sul peso del continente nel mondo e le confronta con i dati.

Il risultato è meno spettacolare di uno scontro tra personaggi, ma probabilmente più utile per il lettore.

Poi c’è Libero. E qui sembra di essere entrati in un altro Forum.

Il Vannacci raccontato da Libero non è affatto l’uomo messo all’angolo da Mario Monti. È uno che sorprende, che raccoglie applausi, che riesce a parlare a una platea teoricamente lontana dal suo mondo.

Un titolo arriva perfino a parlare di un Vannacci che “gabba” Monti.

A questo punto viene spontanea una domanda: erano tutti nella stessa sala? Sì.

Ed è proprio questo il punto. Il giornalismo non mente necessariamente quando racconta due versioni così diverse dello stesso fatto. Molto più spesso sceglie.

Sceglie cosa mettere in apertura. Sceglie quale applauso raccontare. Sceglie quale frase trasformare nel titolo.

Sceglie se Vannacci debba apparire come il politico respinto dall’establishment oppure come quello che proprio nell’establishment riesce finalmente a farsi ascoltare.

Il Giornale tiene invece una linea più politica. Mette uno di fronte all’altro due modelli di Europa: quello di Vannacci, con il suo “ReBorn Europe”, e quello di Monti, che richiama Costituzione, integrazione europea e valori liberali.

È forse il racconto meno interessato a decretare un vincitore e più interessato a rappresentare lo scontro ideologico.

Poi ci sono le agenzie.

ANSA registra il fatto, le polemiche, l’arrivo del generale, il caso Calenda. Reuters va oltre e coglie una questione che, secondo me, merita attenzione.

La vera notizia potrebbe non essere ciò che Vannacci ha detto a Cernobbio. La vera notizia è che Vannacci fosse a Cernobbio.

Perché essere invitato a Villa d’Este significa essere considerato ormai un interlocutore politico vero, piaccia o non piaccia.

Significa che non basta più archiviarlo come fenomeno passeggero, personaggio televisivo o semplice raccoglitore di protesta.

Quando un politico entra in quel salotto, qualcuno ha già deciso che vale la pena ascoltarlo.

E questo vale molto più di un applauso. La vicenda di Cernobbio, quindi, racconta due cose.

La prima è la crescita politica di Vannacci, la seconda riguarda il giornalismo italiano.

Prendete la stessa giornata e affidatela a sei redazioni diverse.

Per Repubblica Vannacci esce sconfitto. Per La Stampa resta l’alieno nel salotto buono.

Per il Corriere è un politico le cui affermazioni devono essere messe alla prova dei numeri.

Per Libero è quello che sorprende tutti.

Per Il Giornale è il protagonista di uno scontro sull’identità dell’Europa.

Per Reuters è ormai un soggetto politico abbastanza importante da essere ammesso nel luogo dove il potere economico ascolta la politica.

Chi ha ragione? Probabilmente nessuno fino in fondo, o forse, in parte, tutti.

Perché i fatti possono essere gli stessi, ma la notizia nasce sempre da ciò che si decide di guardare.

A Cernobbio c’era un solo Roberto Vannacci.

Il giorno dopo, sui giornali, ce n’erano almeno sei.




Cruciani, un’ora senza filtri: «La Zanzara sono io. E i talk show servono soprattutto a fare ascolti»

AUTORI IN COSTA 2026 | All’Hotel delle Rose il giornalista e conduttore de “La Zanzara” ha presentato il libro “Libertà”, moderato da Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio

Porto Cervo 18 Agosto 2026 – di Fausto Farinelli

Giuseppe Cruciani arriva sul palco di “Autori in Costa 2026” con il suo stile più riconoscibile: diretto, spigoloso, spesso provocatorio. Nessuna distanza tra il personaggio radiofonico e l’uomo che presenta il libro Libertà. «Cruciani e La Zanzara si identificano l’uno con l’altro. Non c’è differenza», dice quasi subito, rispondendo alla prima domanda di Gigio D’Ambrosio.

L’incontro, ospitato all’Hotel delle Rose e moderato dai giornalisti Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio, ha attraversato temi molto diversi: libertà individuale, famiglia, femminismo, televisione, politica, immigrazione, sicurezza urbana, prostituzione, capitalismo e referendum sulla giustizia. Un percorso volutamente irregolare, proprio come il libro che Cruciani ha portato sul palco.

Libertà è costruito come un alfabeto del politicamente scorretto. Non un testo da affrontare obbligatoriamente dall’inizio alla fine, ma un volume da aprire a caso, seguendo una parola, un concetto, una provocazione. «Ce n’è per tutti i gusti», anticipa D’Ambrosio. E Cruciani non fa nulla per smentirlo.

Il primo argomento affrontato è quello delle associazioni LGBTQ+. Il conduttore distingue tra le persone e le organizzazioni, contestando ciò che considera una tendenza a classificare continuamente gli individui in base al loro orientamento sessuale. A suo avviso, molte associazioni si attribuirebbero una rappresentanza che non hanno e tenderebbero a definire omofobo chi non aderisce integralmente alle loro battaglie.

Ma proprio su adozioni e famiglie omogenitoriali, Cruciani prende una posizione che può sorprendere chi lo colloca automaticamente nel campo conservatore. «Un bambino può crescere tranquillamente con due uomini o con due donne», afferma. Per lui non è obbligatoria la presenza di una madre e di un padre per garantire a un figlio affetto ed equilibrio: ci sono, osserva, bambini cresciuti male in famiglie tradizionali e altri cresciuti bene con due padri o due madri.

La sua posizione, tuttavia, non coincide con l’idea che la genitorialità sia un diritto assoluto. «Avere figli non è un diritto», ribadisce. Né per le coppie eterosessuali né per quelle omosessuali. Se una maggioranza politica decide di consentire l’adozione, per Cruciani va bene; ma non ritiene che il desiderio di avere un figlio possa trasformarsi automaticamente in un diritto esigibile.

Nel corso della serata torna anche il caso Barilla, nato anni fa proprio durante una trasmissione radiofonica. Cruciani ricorda l’intervento di Guido Barilla e la frase sulla famiglia tradizionale che provocò proteste e polemiche internazionali. Un episodio che, nella sua lettura, dimostra quanto una dichiarazione nata in diretta possa diventare rapidamente una questione globale, incidendo persino sulle strategie comunicative di una grande azienda.

Poi c’è “La Zanzara”, il programma che Cruciani conduce da vent’anni e che, nel tempo, ha alzato sempre di più la soglia dello scontro e della provocazione. Lui preferisce parlare di linguaggio diretto, spontaneo e senza censure. Un linguaggio che, a suo dire, ha anche avvicinato molti giovani alla radio.

Non nega che ci sia una costruzione dietro le discussioni più rumorose. La contrapposizione è cercata e preparata: servono persone con idee opposte, capaci di sostenere una discussione vera. Ma Cruciani dice di non sopportare la finzione. Quando comprende che un ospite sta recitando una parte, forzando l’indignazione o costruendo artificialmente il personaggio, perde interesse.

Il modello americano che cita è quello di Jerry Springer, dove il conflitto diventava spettacolo. Ma, precisa, l’incazzatura deve essere autentica. Anche uno scontro estremo, per lui, resta una forma di confronto. «Se mi dici arena non è che mi offendo», osserva.

Il discorso si sposta naturalmente sulla televisione. Qui Cruciani non usa giri di parole: i talk show, secondo lui, non hanno una vera funzione educativa né informativa. Bisogna guardarli come si guarda il teatro. Sul palcoscenico ciascuno interpreta un ruolo e il giudizio finale non arriva dal dibattito pubblico, ma dai dati Auditel della mattina successiva.

«L’obiettivo è vedere se hai fatto il 6,4 e il giorno prima hai fatto il 5,5», spiega. Se un litigio tra un ospite di destra e uno di sinistra fa crescere la curva dell’ascolto, quel confronto verrà riproposto. Per Cruciani non c’è ipocrisia in questo: la televisione vive di ascolti e ricavi. L’errore, semmai, è fingere che ogni trasmissione esista per raccontare la verità al pubblico.

Dalle dinamiche televisive si passa alla politica. La lettera “F” del libro porta al femminismo. Cruciani riconosce il valore storico del movimento che ha contribuito a conquistare il voto e l’emancipazione delle donne, ma attacca quello contemporaneo, accusandolo di aver sostituito le grandi battaglie con questioni come quote rosa, linguaggio di genere e ricerca continua del sessismo.

La sua critica è netta: non ogni comportamento sbagliato di un uomo, sostiene, va ricondotto a una struttura patriarcale. A volte, osserva, si tratta semplicemente di un uomo che si comporta male. Nella stessa parte dell’incontro torna sul dibattito relativo al consenso nei rapporti sessuali e difende la propria opposizione a una proposta normativa che, a suo giudizio, avrebbe potuto creare un’inversione dell’onere della prova e ulteriori difficoltà nei tribunali.

Sul palco trova spazio anche Roberto Vannacci. Fulvio Giuliani richiama il riferimento al “patriarcato mediterraneo”, formula usata dal generale. Cruciani risponde di non aver compreso fino in fondo il significato dell’espressione, ma interpreta la comunicazione di Vannacci come una reazione alle campagne contro il patriarcato e come un richiamo alla famiglia tradizionale.

Il conduttore precisa di non essere un ideologo del generale, nonostante negli anni si sia vociferato di questa vicinanza, anche perché ha presentato diversi libri di Vannacci e ne ha seguito da vicino l’ascesa. «Non riesco neppure a essere l’ideologo di me stesso», dice, respingendo l’etichetta.

Ciò non gli impedisce di riconoscere l’abilità politica dell’europarlamentare. «Il fenomeno Vannacci è molto più sfaccettato», sostiene. Secondo Cruciani, il generale sta raccogliendo consensi perché riesce a inserirsi nelle promesse rimaste in parte inevase dal centrodestra, soprattutto su immigrazione e sicurezza.

Le stazioni ferroviarie diventano il simbolo di questo ragionamento. Per Cruciani non basta schierare militari all’ingresso: servono presidi nelle vie circostanti, telecamere, illuminazione e controlli reali. «Le stazioni italiane sono la cartina di tornasole di come funzionano le cose». E aggiunge una previsione politica personale: Vannacci sarebbe già in grado di raccogliere oltre il 10 per cento dei consensi.

La politica italiana viene poi affrontata attraverso giudizi rapidi sui suoi protagonisti. Elly Schlein, per Cruciani, è «inconcludente» e «inconsistente». Giuseppe Conte viene invece definito molto abile e politicamente furbo, pur con una valutazione durissima sul reddito di cittadinanza e sul Superbonus. Antonio Tajani, secondo il conduttore, dovrebbe parlare meno, anche se gli riconosce il merito di aver mantenuto Forza Italia in piedi dopo la morte di Silvio Berlusconi. Matteo Salvini, infine, viene descritto come un leader ormai in fase di declino, dopo aver sprecato – secondo Cruciani – una grande occasione politica.

Ampio spazio viene dedicato anche a Milano, alla sua viabilità e alle piste ciclabili. Cruciani critica le politiche green e ambientaliste che, a suo avviso, in molte città sacrificano le esigenze di chi utilizza l’auto per lavorare. Nel centrodestra milanese vede confusione e mancanza di candidature forti. Per questo giudica “geniale” la scelta di Vannacci di anticipare tutti indicando il generale Roberto Burgio come possibile candidato sindaco: una mossa, sostiene, che gli permette di occupare uno spazio mentre gli altri discutono senza decidere.

La sua difesa del capitalismo è altrettanto esplicita. Cruciani si definisce «ipercapitalista» e considera il capitalismo occidentale il sistema che, pur con molti difetti, ha prodotto maggiore benessere e libertà. L’uguaglianza, nella sua visione, deve esistere davanti alla legge, non nella pretesa di rendere le persone identiche. Il socialismo, invece, viene descritto come il progetto degli utopisti che cercano di imporre un’uguaglianza impossibile.

Sul tema della prostituzione, sostiene una linea di piena regolamentazione. Per lui il fenomeno esiste e non può essere cancellato fingendo che non ci sia. Ritiene che le persone che scelgono liberamente questa attività debbano poter lavorare alla luce del sole, pagare le tasse e avere persino un intermediario professionale, distinguendo sempre la libera scelta da ogni forma di sfruttamento o costrizione. Nello stesso quadro inserisce OnlyFans, che considera una forma di prostituzione virtuale.

Nella parte conclusiva arrivano le domande del pubblico. A chi gli chiede se il linguaggio crudo de “La Zanzara” possa influenzare negativamente i giovani, Cruciani risponde di non sentirsi un cattivo maestro. Le parolacce, per lui, fanno parte della lingua quotidiana e non nascono con la radio. Il punto, sostiene, è l’uso che se ne fa e il contesto nel quale vengono pronunciate.

A un’altra domanda sul referendum per la giustizia, Cruciani dice di aver votato sì, ma giudica un errore politico aver scelto la strada referendaria. È favorevole alla separazione delle carriere e a una limitazione dei poteri della magistratura, ma ritiene che questioni così tecniche debbano essere affrontate con strumenti legislativi ordinari e non trasformate in un voto generale sul governo.

La serata si chiude tra applausi, battute e il firmacopie. Cruciani resta coerente con il personaggio che il pubblico conosce: pronto a forzare il linguaggio, a cambiare tema senza preavviso, a provocare e a difendere il diritto di dire ciò che pensa. Non cerca il consenso di tutti. Cerca il confronto, anche quando diventa scontro.




Rifiuti e affitti brevi ad Alghero: il buco nero del porta a porta

INCHIESTA · RIFIUTI E TURISMO

Ad Alghero il porta a porta funziona per chi resta. Il problema sono le migliaia di ospiti che passano da una casa vacanza senza mastello e senza calendario. A Olbia la differenziata è scesa dal 75 al 65 per cento in tre anni. Cosa fanno gli altri comuni turistici e cosa manca nel nuovo appalto da 118 milioni.

Alghero, 16 Agosto 2026 – di Fausto Farinelli

Un sacchetto della spazzatura, in via Sardegna, è rimasto sul marciapiede per giorni. L’ha raccontato una turista in una lettera aperta, a metà luglio. Nessuno l’ha ritirato, e la ragione è ineccepibile: non era dentro il mastello. La regola dice così.

Via Sardegna è una delle strade di Alghero con la più alta concentrazione di B&B e affittacamere. Quel sacchetto non racconta un episodio di inciviltà. Racconta il punto preciso in cui il sistema di raccolta smette di funzionare.

Un patto che l’ospite non ha firmato

Il porta a porta si regge su un accordo implicito. Il Comune passa a orari fissi, tu esponi il contenitore giusto la sera prima. Funziona perché chi vive in una casa ci resta abbastanza a lungo da imparare il calendario, e perché il mastello gliel’hanno consegnato a domicilio.

Uno che arriva venerdì sera e riparte lunedì mattina non impara niente. Il kit non ce l’ha. Non sa che l’umido si espone dalle 20 del giorno prima. Non sa dov’è l’ecocentro. Molto spesso non parla italiano. E il proprietario, che magari vive a Milano e gestisce la casa da un’app, non ha nessun motivo pratico per preoccuparsene: la multa, quando arriva, arriva raramente e comunque non a lui.

C’è poi la parte fiscale, di cui non parla quasi nessuno. Il regolamento TARI di Alghero, come quello di mezza Italia, prevede che se l’immobile viene utilizzato per meno di sei mesi nell’anno solare il tributo lo paghi soltanto il possessore. L’ospite non è mai soggetto passivo. Nessuno, ovviamente, pensa di volturare la TARI a ogni prenotazione. Ma il risultato è questo: un appartamento affittato duecento notti l’anno a duecento persone diverse, sui registri comunali, resta un’utenza domestica come quella di una coppia di pensionati.

A Olbia i numeri si vedono già

120 chilometri più in là, la stessa dinamica ha lasciato tracce misurabili.

La raccolta differenziata di Olbia era al 75 per cento nel 2021. Poi 73 nel 2022, 67,8 nel 2023, 65,59 nel 2024. Una discesa costante, mentre la Sardegna nel suo insieme saliva verso il 76,5 per cento. Ricostruendo gli indirizzi della giunta nel marzo 2025, La Nuova Sardegna metteva tra le cause il sacchetto selvaggio, figlio del dilagare degli affitti brevi su seconde case «spesso non dotate di mastelli e a volte sconosciute alle banche dati della Tari».

Sconosciute alle banche dati. Vale la pena rileggerla, quella frase.

Il centro studi di UniOlbia ha provato a misurare la pressione vera: 14.500 seconde case a Olbia, 9.500 ad Arzachena, 9.300 a San Teodoro. E siccome all’Istat i dati li comunica circa la metà delle strutture ricettive, mentre le seconde case non entrano proprio nel conteggio, le presenze reali sono verosimilmente il doppio di quelle ufficiali.

L’appalto olbiese era stato costruito su previsioni che quell’impatto lo sottostimavano. La giunta ha dovuto rifare i conti e il costo annuo è passato da 18 a 24 milioni, con l’aumento della Tari a seguire. Un comitato di residenti, pochi giorni fa, l’ha messa giù senza tecnicismi: paghiamo una tassa che cresce ogni anno per un servizio che peggiora, e ci chiediamo tutti come facciano le case vacanza a smaltire i rifiuti.

Chi ha smesso di fingere

Qualche comune ha preso atto che il porta a porta non può funzionare per chi si ferma tre giorni, e ha aperto un canale parallelo.

Viareggio ha le isole ecologiche informatizzate, le Cam: strutture chiuse riservate alle utenze domestiche non residenti, con badge elettronico nominativo consegnato insieme al kit. La motivazione è scritta nero su bianco dal gestore: servono nelle zone con molte utenze non residenti o forti flussi turistici, dove rispettare i calendari è materialmente impossibile. C’è pure un tetto, 52 conferimenti l’anno per l’indifferenziato, che è già una tariffa puntuale in embrione.

Oristano rilascia una tessera magnetica per l’accesso alle isole ecologiche ai proprietari di immobili locati a turisti per periodi sotto i trenta giorni. Categoria riconosciuta, canale dedicato.

Terni, con fondi Pnrr, ha attivato cinque isole scarrabili pensate per le attività turistiche: si aprono con un QR code o con una tessera numerata distribuita a B&B e case vacanza.

All’Isola d’Elba le isole ecologiche stanno nei punti di maggior transito e si aprono con la tessera sanitaria. Sono fatte per i turisti in partenza, quelli che hanno in mano i rifiuti del soggiorno e nessun posto dove metterli.

San Teodoro ha scelto la strada opposta, e altrettanto sensata. Dal primo giugno al 30 settembre, in due vie del centro, ha vietato l’esposizione dei mastelli su strada e ha messo un eco-punto presidiato, aperto sette giorni su sette dalle 18 alle 21. Nessun bidone sul marciapiede e una persona in carne e ossa che spiega dove va cosa.

Ma la tessera, da sola, non basta

Va raccontato anche il rovescio, altrimenti sembra tutto facile.

A Rimini il sistema ruota attorno alla Carta Smeraldo e ai cassonetti informatizzati Smarty. Nel centro storico Hera ha dovuto disattivare temporaneamente l’accesso con tessera alle isole interrate: troppi studenti, lavoratori fuori sede, turisti e proprietari di seconde case non avevano mai ritirato le dotazioni, malgrado le campagne ripetute. A Misano, per lo stesso motivo, hanno piazzato un ecopoint temporaneo il sabato mattina nella zona turistica di Portoverde, apposta per consegnare le tessere ai non residenti.

Sui controlli, invece, la Romagna è tra le più dure d’Italia: 93 sanzioni dall’inizio del 2026, 200 euro per le utenze domestiche e 400 per quelle non domestiche, con apertura materiale dei sacchetti abbandonati per risalire ai responsabili attraverso documenti e bollette.

Cosa cambia ad Alghero, e cosa resta scoperto

Il nuovo appalto di igiene urbana, aggiudicato al raggruppamento Ciclat Trasporti Ambiente e Sangalli Giancarlo & C. per 118,2 milioni su otto anni più uno, contiene parecchie cose che vanno nella direzione giusta.

Il porta a porta viene esteso a tutto il territorio comunale. Il servizio estivo passa da quattro a cinque mesi. In centro storico arriva un passaggio notturno nei periodi di maggiore affluenza e, soprattutto, sono previsti contenitori smart ad accesso controllato per ogni frazione, con svuotamento quotidiano. Gli ecocentri aprono anche la domenica. Ci sono 400 nuovi cestini a bocca stretta, oltre 200 fototrappole, un front office in via Tarragona, il Centro del Riuso a Galboneddu. Con gli stagionali l’organico è salito a 142 unità. L’assessore all’Ambiente Raniero Selva punta a superare l’80 per cento di differenziata: oggi Alghero è al 72,2 (dato Ispra 2024), sotto la media regionale.

Tra le attività preliminari del nuovo appalto ci sono il censimento delle utenze domestiche e l’aggiornamento delle banche dati. È il pezzo più importante di tutta l’operazione ed è quello di cui si parla meno.

Perché la domanda che il capitolato lascia aperta è una sola: i contenitori smart del centro storico, a chi saranno abilitati? Solo agli intestatari Tari, come a Rimini nella prima fase, oppure anche a chi gestisce una locazione turistica? E l’ospite di passaggio, quello senza tessera né badge né mastello, dove conferisce alle sette del mattino di un martedì di agosto?

Nei documenti pubblici consultabili non c’è risposta. Il regolamento comunale si limita ad attribuire al proprietario dell’immobile la responsabilità di mettere l’ospite in condizione di differenziare. Una formula corretta e finora rimasta sulla carta.

Le isole ecologiche del porto ridotte a discariche a cielo aperto a inizio luglio, i mobili e i sacchi fotografati dal Comitato Suolo Pubblico Bene Comune la domenica del 28 giugno tra piazza del Teatro, via Roma e vicolo del Teatro: è sempre la stessa storia, vista da angolazioni diverse.

Chi paga davvero

Alghero ha stimato in 2,4 milioni di euro il gettito annuo atteso dall’imposta di soggiorno e dal novembre 2025 ne ha eliminato la stagionalità, rendendola valida tutto l’anno. Quel gettito, per legge, va a interventi in materia di turismo, manutenzione e recupero dei beni culturali e ambientali, e ai relativi servizi pubblici locali. Nelle riunioni con gli operatori l’amministrazione ha assicurato che le risorse aggiuntive andranno su decoro urbano, verde, pulizia delle spiagge, marketing ed eventi.

“Decoro urbano” è una voce abbastanza larga da comprendere la gestione dei rifiuti nelle zone a maggiore pressione turistica. Quanto ci finisce dentro, di quei 2,4 milioni, si può sapere solo leggendo gli impegni di spesa, che lo stesso regolamento comunale prevede vengano pubblicati.

Sull’altro versante la leva esiste già, e non è comunale. Dal primo gennaio 2025 il Codice identificativo nazionale è obbligatorio per tutte le strutture ricettive. Nel luglio dello stesso anno la Guardia di finanza ha condotto ad Alghero una verifica su affitti brevi e strutture ricettive, chiusa con sanzioni per 16mila euro: sotto controllo il Cin, le comunicazioni ad Alloggiati Web e i versamenti dell’imposta di soggiorno, con ricostruzione dei redditi non dichiarati incrociando i dati delle piattaforme di intermediazione.

Quell’incrocio (Cin, Alloggiati Web, portale Staytour dell’imposta di soggiorno, ruolo Tari) è quanto servirebbe per sapere quante case vacanza ci sono davvero ad Alghero, dove stanno e quanti rifiuti producono. I dati esistono. Non risulta che siano mai stati usati per dimensionare il servizio di igiene urbana.

Le domande che restano

Quante utenze Tari, ad Alghero, risultano come locazioni turistiche o strutture extra-alberghiere, e quante di queste sono state incrociate con l’elenco dei Cin attivi in città? Il censimento condotto nella fase preliminare del nuovo appalto ha trovato immobili affittati ai turisti e assenti dal ruolo? I contenitori smart del centro storico saranno accessibili ai gestori delle locazioni brevi, e con quale strumento? Esiste un kit informativo multilingue per gli ospiti, e chi ha l’obbligo di consegnarlo? Quanto vale il Pef 2026 e quale coefficiente è stato applicato alle utenze non domestiche a vocazione ricettiva?

Sono le domande che questa redazione ha rivolto all’amministrazione comunale, a S.E.C.AL. e al nuovo gestore del servizio. Per il valore del Piano economico finanziario e per il dettaglio tariffario, che non risultano pubblicati, è in preparazione una richiesta di accesso agli atti.

I dati sulla raccolta differenziata provengono dal Catasto Rifiuti Ispra, ultimo aggiornamento disponibile 2024. I dati sulle seconde case in Gallura sono elaborazioni del centro studi UniOlbia su base Istat. Le informazioni sul nuovo appalto algherese sono tratte dagli atti comunali e dalle dichiarazioni dell’assessorato all’Ambiente.

I numeri

  • 72,2% — raccolta differenziata di Alghero nel 2024 (Ispra), contro il 76,5% della media sarda
  • 118,2 milioni — valore del nuovo appalto di igiene urbana, otto anni più uno
  • 80% — obiettivo dichiarato dall’amministrazione
  • 65,59% — differenziata di Olbia nel 2024, dal 75% del 2021
  • 14.500 — seconde case a Olbia (elaborazione UniOlbia su dati Istat)
  • 2,4 milioni — gettito annuo atteso dall’imposta di soggiorno ad Alghero
  • 6 mesi — sotto questa soglia di utilizzo la Tari la paga solo il proprietario







Il Paradosso del Decoro – Inchiesta Rifiuti Città Turistiche









Il Paradosso del Decoro


🔍 Dossier Inchiesta Speciale
•
Dati ISPRA 2024/2025

Turismo di Massa e la Sfida Invisibile dei Rifiuti Urbani

Come le località costiere affrontano la triplicazione estiva della popolazione. Un’indagine approfondita sul modello ibrido di Alghero, sul confronto con le grandi riviere italiane e sui nodi dell’evasione fiscale negli affitti brevi.

Produzione Italia
29,9 M t
+2,3% vs anno prec.

Sardegna RD %
76,6 %
3ª Regione più virtuosa

Appalto Alghero
118 M €
Durata 8+1 Anni (Ciclat)

Posidonia PNRR
20.000 t/a
Impianto Soil-Washing

CAPITOLO I
—
MACRO-TERRITORIALE

Il Contesto Nazionale e l’Anomalia Virtuosa Sarda

L’analisi dei dati ufficiali forniti dal Catasto Nazionale Rifiuti dell’ISPRA rivela una ripresa della produzione complessiva di rifiuti urbani (+2,3%), direttamente legata alla crescita dei consumi e al pieno ripristino dei flussi turistici post-pandemici. Sebbene la media nazionale di Raccolta Differenziata (RD) si attesti al 67,69% (superando il target normativo del 65%), persiste un marcato divario geografico. In questo panorama, la Sardegna rappresenta un’eccellenza collocandosi al terzo posto nazionale col 76,6%, ma affronta nei comuni costieri picchi pro-capite estremi.

Produzione Pro Capite e Raccolta Differenziata (2024)

Dati ISPRA

I dati evidenziano come la produzione pro-capite aumenti nel Centro e nelle zone a forte impatto turistico, mascherando il reale volume procapite generato dai visitatori.

Il Paradosso della “Popolazione Equivalente”

Le statistiche ufficiali dividono i rifiuti prodotti per la sola popolazione residente anagrafica. Nei comuni turistici ciò provoca un’impennata fittizia dell’indicatore pro-capite:

  • Media Nazionale:
    507,9 kg/ab. anno
  • Provincia di Rimini:
    ~755 kg/ab. anno
  • Alghero (Resid. 42k):
    >550 kg/ab. anno
  • Arzachena (Picco estivo):
    >1.000 kg/ab. anno

Menzione Legambiente “Comuni Ricicloni Costieri”

Per neutralizzare questa distorsione, Legambiente applica un correttore matematico per i comuni dove la popolazione estiva aumenta di oltre il 30%, premiando chi mantiene oltre l’80% di RD durante i picchi estivi.

CAPITOLO II
—
CASE STUDY VERTICALE

Il Modello Alghero: Progettazione, Tecnologie e Nodi Logistici

Alghero (Riviera del Corallo) rappresenta un laboratorio emblematico: deve conciliare un centro storico medievale a viabilità ristretta, chilometri di litorale sabbioso, vaste borgate agricole nella Nurra e un afflusso turistico che quadruplica le presenze estive.

L’Appalto Titanico
118,2 Milioni €

Aggiudicato al RTI Ciclat Trasporti Ambiente + Sangalli Giancarlo per 8 anni (+1 opzionale). Avvio a regime definitivo da gennaio 2026.

Stagionalità Estesa
5 Mesi Intensivi

Potenziamento dei servizi estivi esteso dal 15 maggio al 15 ottobre per coprire il prolungamento effettivo della stagione turistica.

Innovazione & Decoro
Mezzi Elettrici & HVO

400 nuovi cestini stradali, cassonetti smart con sensori volumetrici nel Centro Storico e mezzi elettrici/HVO per l’azzeramento dell’impatto acustico/ambientale.

🔄 Architettura Integrata: Domiciliare e Sistemi di Backup Flessibili

Il modello domiciliare “porta a porta” puro soffre della rigidità del calendario per i turisti in partenza. Alghero ha strutturato una rete di backup multilivello per garantire valvole di sfogo legali h24.



Postazioni Fisse (Via De Gasperi / Cimitero):

Accesso controllato mediante identificazione elettronica: Tessera Sanitaria per i residenti o badge magnetico fornito dagli host regolarmente registrati agli ospiti stranieri. Dotate di sensori volumetrici che segnalano la saturazione in tempo reale.

Innovazione Economia Circolare (PNRR 5M€)

L’Impianto per il Trattamento della Posidonia Spiaggiata

Realizzato nell’area industriale di San Marco (CIPSS & Gruppo Esposito), questo impianto trasforma una biomassa percepita come rifiuto in risorsa grazie a un brevetto di soil-washing da 20.000 t/anno (110 t/giorno).

1. Prelievo Arenili
Raccolta banquettes miste a sabbia e microplastiche

2. Soil-Washing
Lavaggio ad alta pressione e separazione idraulica

3. Recupero Sabbia
Sabbia depurata (fino al 60%) restituita alle spiagge

4. Valorizzazione Biomasse
Compost agricolo & Pannelli isolanti acustici

⚠️ Criticità: Saturazione di Scala Erre e il Trasferimento a Tossilo

A causa della saturazione della discarica consortile di Scala Erre, la Regione Sardegna ha disposto il dirottamento del 60% dell’indifferenziato verso il termovalorizzatore di Tossilo (Macomer). Il trasporto su gomma genera un extracosto logistico stimato in circa 500.000 €/anno per il bacino di Sassari-Alghero, mettendo sotto pressione il Piano Economico Finanziario della TARI.

CAPITOLO III
—
ANALISI COMPARATIVA

Benchmark nei Principali Poli Turistici Italiani

Ogni costa italiana ha adottato strategie differenziate per coniugare decoro e turisti. Confronta il modello di Alghero con Rimini (cassonetti smart), Gallipoli (criticità salentine), Jesolo (gestione impurità) e Vieste.

Filtra per città:





CAPITOLO IV
—
LEGISLAZIONE & SOMMERSO

Affitti Brevi, Codice CIN e l’Evasione Tariffaria

Gli appartamenti destinati a locazione breve non dichiarati operano come utenze domestiche fittizie, sfuggendo alle tariffe maggiorate e privando gli ospiti dei kit per la differenziata. Questo genera l’abbandono notturno dei sacchi e il collasso dei cestini stradali.

🚨 Il Meccanismo del Collasso Urbano

1. Omessa Dichiarazione: L’host non registra l’immobile come utenza ricettiva non-domestica TARI per eludere il fisco.
2. Assenza di Strumenti: L’ospite non riceve i mastelli con codice a barre né la card per le ecoisole automatizzate.
3. Scarico Illecito: Il turista in partenza abbandona i sacchi indefferenziati presso i cestini stradali o nei vicoli.

🛡️ La Risposta: Legge 191/2023 & Codice CIN

L’introduzione del Codice Identificativo Nazionale (CIN) obbligatorio negli annunci online e all’esterno degli stabili consente l’incrocio telematico tra banche dati:

  • Incrocio dati: CIN ↔ Portale Alloggiati Web ↔ TARI ↔ Imposta di Soggiorno.
  • Sanzioni CIN: Da 800 € a 8.000 € per assenza di codice.
  • Sanzioni SCIA: Fino a 10.000 € per carenza di segnalazione amministrativa.
  • Fototrappole: Videosorveglianza ad alta tecnologia per sanzionare gli abbandoni nelle periferie.

CAPITOLO V
—
ARCHITETTURA FINANZIARIA

Tariffe TARI, Regolazione ARERA e Imposta di Soggiorno

Sotto il Metodo Tariffario Rifiuti (ARERA MTR-2), il 100% dei costi del Piano Economico Finanziario (PEF) deve essere coperto integralmente dalla TARI, senza sussidi dal bilancio generale. I comuni turistici devono coprire gli extracosti estivi sterilizzando l’impatto sulle famiglie residenti.

Costo Medio TARI Familiare per Regione (2023)

Dati Cittadinanzattiva

Composizione della Bolletta TARI

1. Quota Fissa: Superficie calpestabile (m²) × Tariffa base (copre ammortamenti e spazzamento).

2. Quota Variabile: Numero dei componenti del nucleo (o coefficienti presuntivi Kd per le attività commercial).

3. Tributo TEFA: Addizionale obbligatoria del 5% per la Città Metropolitana/Provincia.

La Leva dell’Imposta di Soggiorno

Ad Alghero e in grandi mete balneari, la TARI domestica è stata sterilizzata. Le amministrazioni propongono di destinare quote dell’Imposta di Soggiorno per coprire i turni straordinari di nettezza urbana estiva, riequilibrando il carico fiscale tra cittadini stanziali e visitatori.

Il Paradosso del Decoro • Inchiesta Rifiuti

Focus sul Comune di Alghero e Benchmark Città Turistiche

Elaborazione dati basata su fonti ISPRA, ARERA, Cittadinanzattiva & Comune di Alghero

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Mario Giordano: «Il giornalismo deve stare dalla parte dei cittadini»

Il bambino con il taccuino, le inchieste di “Fuori dal coro”, le battaglie sulle case occupate e sulle liste d’attesa. Mario Giordano racconta il suo modo di fare informazione e spiega perché l’intelligenza artificiale lo preoccupa.

Intervista di Fausto Farinelli – Porto Cervo 13 Agosto 2026

Mario Giordano parla del giornalismo come di una passione che non si è mai spenta. Tutto cominciò quando aveva sette anni e riempiva i taccuini sognando di diventare cronista. Poi sono arrivati i giornali, la televisione, le direzioni e i libri. Quella curiosità, invece, è ancora lì.

Lo si capisce dalle risposte. Giordano sorride, ricorda gli inizi, ma cambia tono quando il discorso arriva alle case occupate o alle liste d’attesa nella sanità. In quei momenti le parole accelerano. E l’indignazione prende il posto dell’ironia.

Lei ha raccontato che la passione per il giornalismo nacque da bambino, con quel famoso taccuino ricevuto in regalo. Dopo aver diretto giornali e telegiornali, che cosa è rimasto di quel giovanissimo cronista?

Tutto. È rimasta soprattutto la passione.

Ho avuto la fortuna di fare il lavoro che amo e che non mi pesa. Non avevo parenti giornalisti. Ero un bambino di sette anni che sognava di fare il giornalista, cominciava a scrivere sui taccuini e poi continuava a riceverli in regalo.

Il mondo cambia, cambiano le possibilità e gli strumenti. Ma il giornalismo è bello se uno conserva dentro quella voglia di comunicare. È un fuoco: vedi una cosa e senti subito il bisogno di raccontarla.

Puoi usare il tamburo di latta, come si faceva una volta, oppure i social, la televisione, la radio e la carta stampata. Il mezzo viene dopo. Prima deve esserci quella voglia.

E bisogna raccontare dalla parte dei cittadini. Non dalla parte di chi sta in alto. Noi giornalisti dovremmo stare in mezzo, ma vicini alle persone, capire le loro esigenze e provare a rappresentarle. Ho sempre cercato di farlo.

Ogni tanto dico che spero non si accorgano di quanto mi diverto a fare il giornalista, altrimenti smettono di pagarmi. Perché lo farei lo stesso. È la cosa che mi piace fare.

Con “Fuori dal coro” avete realizzato inchieste che, in alcuni casi, sono riuscite a ottenere risultati dove la giustizia o le istituzioni non erano arrivate. È un modello che può cambiare anche il modo di fare informazione?

Non lo so. E, sinceramente, mi interessa anche poco.

Quando mi hanno proposto di fare una trasmissione, non volevo costruire il solito teatrino televisivo: quello di destra dice una cosa, quello di sinistra ne dice un’altra e alla fine rimane tutto com’era.

Di talk show ce ne sono tanti. Io ho cercato di fare una trasmissione che raccontasse le cose che non funzionano e, quando è possibile, provasse anche a risolverle.

Non mi interessa tanto smuovere gli altri giornalisti. Mi interessa smuovere le cose.

L’inchiesta sulle case occupate come nacque?

Da una telefonata.

Ci chiamarono due ragazzi. Volevano sposarsi, ma non potevano farlo perché il padre aveva affittato una casa e la persona che la occupava non voleva più andarsene.

Siamo partiti da quella storia e abbiamo scoperto che sotto c’era un mondo. Tantissime persone si trovavano nella stessa situazione e il sistema italiano, per ragioni diverse, non riusciva a dare loro una risposta.

La telecamera, in questi casi, funziona perché accende un faro. Se insisti, alla fine qualcosa si muove. Ma non dovrebbe funzionare così. Un cittadino non dovrebbe ottenere giustizia soltanto perché arriva una troupe televisiva.

Noi abbiamo contribuito a liberare 282 case. Sono casi concreti, famiglie vere. Poi la speranza è che, raccontandoli, si riesca anche a cambiare il meccanismo che li ha prodotti.

La stessa cosa accade con le liste d’attesa nella sanità?

Certo. Non è possibile che una persona riesca a ottenere una visita soltanto perché arriviamo noi con le telecamere.

Quando una signora ha un sospetto tumore e le fissano la visita nel 2029, io mi arrabbio. Mi viene da battere la testa contro il muro. Come si fa a non reagire? Non è umano. Non è possibile, non è giusto e non è lecito.

La salute è un diritto costituzionale. Se per curarti devi pagare, significa che in Italia possono farlo soltanto i ricchi. Ed è sbagliato.

Noi denunciamo il sistema, sperando che qualcuno intervenga. Nel frattempo, però, proviamo a risolvere il caso che abbiamo davanti. Quella visita ottenuta non sistema tutta la sanità, è evidente, ma per la persona che la stava aspettando cambia tutto.

Qualcuno le rimprovera di urlare troppo.

Sì, mi chiedono: “Perché urli?”.

Urlo perché certe cose non sono accettabili. Se una donna rischia di avere un tumore e deve aspettare anni per una visita, che cosa dovrei fare? Guardarla con distacco e passare all’argomento successivo?

Ogni tanto bisogna alzare la voce. La gente è distratta, è stanca. Lo capisco anche: uno torna a casa dopo una giornata difficile e magari preferisce guardare un film, invece di vedere un servizio che lo fa arrabbiare.

Però, se nessuno apre gli occhi su quello che accade, le cose non cambiano.

E non è vero che non cambia mai nulla. Negli anni abbiamo condotto battaglie sui costi della politica. Non abbiamo risolto tutti i problemi, ma qualche risultato è arrivato. Bisogna continuare a parlarne.

Lei ha scritto diversi libri contro sistemi di potere consolidati. Possiamo parlare di rabbia giornalistica?

La chiamerei indignazione.

Indignazione davanti a ciò che non funziona e davanti ai cittadini calpestati. Quel bambino di sette anni non sognava di diventare giornalista per andare a cena con i ministri. Voleva raccontare.

Anche questo libro sulle banche nasce da lì. Se nessuno parla di certi argomenti, è difficile che qualcosa cambi. E spesso sono proprio i temi più scomodi quelli dei quali non si vorrebbe parlare.

Il suo esordio televisivo avvenne a “Pinocchio”, con Gad Lerner. Eppure lei non pensava di essere adatto alla televisione.

Non ci avevo mai pensato.

Alla scuola di giornalismo avevo una voce e una faccia che non erano considerate proprio classiche. Non mi facevano fare nemmeno le prove, non mi lasciavano avvicinare al microfono.

Fu Gad Lerner a insistere. Lavoravo con lui in redazione, preparavo testi e schede. Continuava a dirmi: “Devi provare”. Alla fine provai e quello fu il mio esordio.

Poi, a 34 anni, diventai direttore di “Studio Aperto”. Prima, però, avevo già lavorato nella carta stampata. All’inizio degli anni Novanta facevo articoli e corrispondenze sportive da Torino. In seguito fui assunto da Feltri e affrontai tutti i passaggi della professione.

Non sono arrivato direttamente alla direzione. Ho fatto il collaboratore e il redattore. Sono partito dal lavoro quotidiano.

Nel 1971, durante la vicenda dei Pentagon Papers, il giudice della Corte Suprema americana Hugo Black disse che la stampa deve servire i governati, non i governanti. È anche il suo modo di intendere il giornalismo?

Sì. È la sintesi esatta.

In Italia, invece, una parte della stampa sembra pensarla diversamente. Capisco anche perché: stare vicino a chi governa è più facile. Può dare maggiori soddisfazioni, più riconoscimenti e più vantaggi.

Ma il bello del giornalismo è servire i governati. È il motivo per cui uno si alza al mattino ed è ancora felice di fare questo lavoro.

Questa scelta le ha creato problemi? Anche a livello aziendale?

Tantissimi.

Problemi aziendali, querele, denunce, difficoltà di ogni genere. Ogni tanto escono notizie sul programma a rischio. Ma siamo sempre tutti a rischio.

Anche questo libro ho potuto presentarlo pochissimo. In televisione, praticamente, non è mai stato mostrato.

I problemi ci sono, certo. Però continuo a considerarmi una persona fortunata, perché faccio il lavoro che mi piace. E penso che vada fatto così.

Finché potrò, continuerò. Se un giorno qualcuno mi dirà che non posso più farlo in questo modo, allora non lo farò più.

Informazione e intelligenza artificiale. La considera un’opportunità o un pericolo?

Mi spaventa tantissimo.

Per la prima volta ci troviamo davanti a una rivoluzione che rischia di cancellare l’uomo. Noi, invece, dobbiamo difenderlo.

Tutte le cose di cui abbiamo parlato nascono da sentimenti umani, non dagli algoritmi. L’indignazione davanti a una persona che non riesce a curarsi è umana. Anche il bisogno di raccontare un’ingiustizia lo è.

Gli algoritmi vengono costruiti da chi ha potere e possono finire per favorire ancora di più i potenti, lasciando indietro gli altri.

Spero che si riescano a stabilire delle regole. Ma le leggi bisogna farle e, soprattutto, bisogna rispettarle. In Italia ne abbiamo tante che esistono soltanto sulla carta.

La tecnologia può cambiare gli strumenti del giornalismo. Quello è già successo molte volte. Ma il giornalismo, senza l’uomo, diventa un’altra cosa.