Cruciani, un’ora senza filtri: «La Zanzara sono io. E i talk show servono soprattutto a fare ascolti»

AUTORI IN COSTA 2026 | All’Hotel delle Rose il giornalista e conduttore de “La Zanzara” ha presentato il libro “Libertà”, moderato da Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio

Porto Cervo 18 Agosto 2026 – di Fausto Farinelli

Giuseppe Cruciani arriva sul palco di “Autori in Costa 2026” con il suo stile più riconoscibile: diretto, spigoloso, spesso provocatorio. Nessuna distanza tra il personaggio radiofonico e l’uomo che presenta il libro Libertà. «Cruciani e La Zanzara si identificano l’uno con l’altro. Non c’è differenza», dice quasi subito, rispondendo alla prima domanda di Gigio D’Ambrosio.

L’incontro, ospitato all’Hotel delle Rose e moderato dai giornalisti Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio, ha attraversato temi molto diversi: libertà individuale, famiglia, femminismo, televisione, politica, immigrazione, sicurezza urbana, prostituzione, capitalismo e referendum sulla giustizia. Un percorso volutamente irregolare, proprio come il libro che Cruciani ha portato sul palco.

Libertà è costruito come un alfabeto del politicamente scorretto. Non un testo da affrontare obbligatoriamente dall’inizio alla fine, ma un volume da aprire a caso, seguendo una parola, un concetto, una provocazione. «Ce n’è per tutti i gusti», anticipa D’Ambrosio. E Cruciani non fa nulla per smentirlo.

Il primo argomento affrontato è quello delle associazioni LGBTQ+. Il conduttore distingue tra le persone e le organizzazioni, contestando ciò che considera una tendenza a classificare continuamente gli individui in base al loro orientamento sessuale. A suo avviso, molte associazioni si attribuirebbero una rappresentanza che non hanno e tenderebbero a definire omofobo chi non aderisce integralmente alle loro battaglie.

Ma proprio su adozioni e famiglie omogenitoriali, Cruciani prende una posizione che può sorprendere chi lo colloca automaticamente nel campo conservatore. «Un bambino può crescere tranquillamente con due uomini o con due donne», afferma. Per lui non è obbligatoria la presenza di una madre e di un padre per garantire a un figlio affetto ed equilibrio: ci sono, osserva, bambini cresciuti male in famiglie tradizionali e altri cresciuti bene con due padri o due madri.

La sua posizione, tuttavia, non coincide con l’idea che la genitorialità sia un diritto assoluto. «Avere figli non è un diritto», ribadisce. Né per le coppie eterosessuali né per quelle omosessuali. Se una maggioranza politica decide di consentire l’adozione, per Cruciani va bene; ma non ritiene che il desiderio di avere un figlio possa trasformarsi automaticamente in un diritto esigibile.

Nel corso della serata torna anche il caso Barilla, nato anni fa proprio durante una trasmissione radiofonica. Cruciani ricorda l’intervento di Guido Barilla e la frase sulla famiglia tradizionale che provocò proteste e polemiche internazionali. Un episodio che, nella sua lettura, dimostra quanto una dichiarazione nata in diretta possa diventare rapidamente una questione globale, incidendo persino sulle strategie comunicative di una grande azienda.

Poi c’è “La Zanzara”, il programma che Cruciani conduce da vent’anni e che, nel tempo, ha alzato sempre di più la soglia dello scontro e della provocazione. Lui preferisce parlare di linguaggio diretto, spontaneo e senza censure. Un linguaggio che, a suo dire, ha anche avvicinato molti giovani alla radio.

Non nega che ci sia una costruzione dietro le discussioni più rumorose. La contrapposizione è cercata e preparata: servono persone con idee opposte, capaci di sostenere una discussione vera. Ma Cruciani dice di non sopportare la finzione. Quando comprende che un ospite sta recitando una parte, forzando l’indignazione o costruendo artificialmente il personaggio, perde interesse.

Il modello americano che cita è quello di Jerry Springer, dove il conflitto diventava spettacolo. Ma, precisa, l’incazzatura deve essere autentica. Anche uno scontro estremo, per lui, resta una forma di confronto. «Se mi dici arena non è che mi offendo», osserva.

Il discorso si sposta naturalmente sulla televisione. Qui Cruciani non usa giri di parole: i talk show, secondo lui, non hanno una vera funzione educativa né informativa. Bisogna guardarli come si guarda il teatro. Sul palcoscenico ciascuno interpreta un ruolo e il giudizio finale non arriva dal dibattito pubblico, ma dai dati Auditel della mattina successiva.

«L’obiettivo è vedere se hai fatto il 6,4 e il giorno prima hai fatto il 5,5», spiega. Se un litigio tra un ospite di destra e uno di sinistra fa crescere la curva dell’ascolto, quel confronto verrà riproposto. Per Cruciani non c’è ipocrisia in questo: la televisione vive di ascolti e ricavi. L’errore, semmai, è fingere che ogni trasmissione esista per raccontare la verità al pubblico.

Dalle dinamiche televisive si passa alla politica. La lettera “F” del libro porta al femminismo. Cruciani riconosce il valore storico del movimento che ha contribuito a conquistare il voto e l’emancipazione delle donne, ma attacca quello contemporaneo, accusandolo di aver sostituito le grandi battaglie con questioni come quote rosa, linguaggio di genere e ricerca continua del sessismo.

La sua critica è netta: non ogni comportamento sbagliato di un uomo, sostiene, va ricondotto a una struttura patriarcale. A volte, osserva, si tratta semplicemente di un uomo che si comporta male. Nella stessa parte dell’incontro torna sul dibattito relativo al consenso nei rapporti sessuali e difende la propria opposizione a una proposta normativa che, a suo giudizio, avrebbe potuto creare un’inversione dell’onere della prova e ulteriori difficoltà nei tribunali.

Sul palco trova spazio anche Roberto Vannacci. Fulvio Giuliani richiama il riferimento al “patriarcato mediterraneo”, formula usata dal generale. Cruciani risponde di non aver compreso fino in fondo il significato dell’espressione, ma interpreta la comunicazione di Vannacci come una reazione alle campagne contro il patriarcato e come un richiamo alla famiglia tradizionale.

Il conduttore precisa di non essere un ideologo del generale, nonostante negli anni si sia vociferato di questa vicinanza, anche perché ha presentato diversi libri di Vannacci e ne ha seguito da vicino l’ascesa. «Non riesco neppure a essere l’ideologo di me stesso», dice, respingendo l’etichetta.

Ciò non gli impedisce di riconoscere l’abilità politica dell’europarlamentare. «Il fenomeno Vannacci è molto più sfaccettato», sostiene. Secondo Cruciani, il generale sta raccogliendo consensi perché riesce a inserirsi nelle promesse rimaste in parte inevase dal centrodestra, soprattutto su immigrazione e sicurezza.

Le stazioni ferroviarie diventano il simbolo di questo ragionamento. Per Cruciani non basta schierare militari all’ingresso: servono presidi nelle vie circostanti, telecamere, illuminazione e controlli reali. «Le stazioni italiane sono la cartina di tornasole di come funzionano le cose». E aggiunge una previsione politica personale: Vannacci sarebbe già in grado di raccogliere oltre il 10 per cento dei consensi.

La politica italiana viene poi affrontata attraverso giudizi rapidi sui suoi protagonisti. Elly Schlein, per Cruciani, è «inconcludente» e «inconsistente». Giuseppe Conte viene invece definito molto abile e politicamente furbo, pur con una valutazione durissima sul reddito di cittadinanza e sul Superbonus. Antonio Tajani, secondo il conduttore, dovrebbe parlare meno, anche se gli riconosce il merito di aver mantenuto Forza Italia in piedi dopo la morte di Silvio Berlusconi. Matteo Salvini, infine, viene descritto come un leader ormai in fase di declino, dopo aver sprecato – secondo Cruciani – una grande occasione politica.

Ampio spazio viene dedicato anche a Milano, alla sua viabilità e alle piste ciclabili. Cruciani critica le politiche green e ambientaliste che, a suo avviso, in molte città sacrificano le esigenze di chi utilizza l’auto per lavorare. Nel centrodestra milanese vede confusione e mancanza di candidature forti. Per questo giudica “geniale” la scelta di Vannacci di anticipare tutti indicando il generale Roberto Burgio come possibile candidato sindaco: una mossa, sostiene, che gli permette di occupare uno spazio mentre gli altri discutono senza decidere.

La sua difesa del capitalismo è altrettanto esplicita. Cruciani si definisce «ipercapitalista» e considera il capitalismo occidentale il sistema che, pur con molti difetti, ha prodotto maggiore benessere e libertà. L’uguaglianza, nella sua visione, deve esistere davanti alla legge, non nella pretesa di rendere le persone identiche. Il socialismo, invece, viene descritto come il progetto degli utopisti che cercano di imporre un’uguaglianza impossibile.

Sul tema della prostituzione, sostiene una linea di piena regolamentazione. Per lui il fenomeno esiste e non può essere cancellato fingendo che non ci sia. Ritiene che le persone che scelgono liberamente questa attività debbano poter lavorare alla luce del sole, pagare le tasse e avere persino un intermediario professionale, distinguendo sempre la libera scelta da ogni forma di sfruttamento o costrizione. Nello stesso quadro inserisce OnlyFans, che considera una forma di prostituzione virtuale.

Nella parte conclusiva arrivano le domande del pubblico. A chi gli chiede se il linguaggio crudo de “La Zanzara” possa influenzare negativamente i giovani, Cruciani risponde di non sentirsi un cattivo maestro. Le parolacce, per lui, fanno parte della lingua quotidiana e non nascono con la radio. Il punto, sostiene, è l’uso che se ne fa e il contesto nel quale vengono pronunciate.

A un’altra domanda sul referendum per la giustizia, Cruciani dice di aver votato sì, ma giudica un errore politico aver scelto la strada referendaria. È favorevole alla separazione delle carriere e a una limitazione dei poteri della magistratura, ma ritiene che questioni così tecniche debbano essere affrontate con strumenti legislativi ordinari e non trasformate in un voto generale sul governo.

La serata si chiude tra applausi, battute e il firmacopie. Cruciani resta coerente con il personaggio che il pubblico conosce: pronto a forzare il linguaggio, a cambiare tema senza preavviso, a provocare e a difendere il diritto di dire ciò che pensa. Non cerca il consenso di tutti. Cerca il confronto, anche quando diventa scontro.




Rifiuti e affitti brevi ad Alghero: il buco nero del porta a porta

INCHIESTA · RIFIUTI E TURISMO

Ad Alghero il porta a porta funziona per chi resta. Il problema sono le migliaia di ospiti che passano da una casa vacanza senza mastello e senza calendario. A Olbia la differenziata è scesa dal 75 al 65 per cento in tre anni. Cosa fanno gli altri comuni turistici e cosa manca nel nuovo appalto da 118 milioni.

Alghero, 16 Agosto 2026 – di Fausto Farinelli

Un sacchetto della spazzatura, in via Sardegna, è rimasto sul marciapiede per giorni. L’ha raccontato una turista in una lettera aperta, a metà luglio. Nessuno l’ha ritirato, e la ragione è ineccepibile: non era dentro il mastello. La regola dice così.

Via Sardegna è una delle strade di Alghero con la più alta concentrazione di B&B e affittacamere. Quel sacchetto non racconta un episodio di inciviltà. Racconta il punto preciso in cui il sistema di raccolta smette di funzionare.

Un patto che l’ospite non ha firmato

Il porta a porta si regge su un accordo implicito. Il Comune passa a orari fissi, tu esponi il contenitore giusto la sera prima. Funziona perché chi vive in una casa ci resta abbastanza a lungo da imparare il calendario, e perché il mastello gliel’hanno consegnato a domicilio.

Uno che arriva venerdì sera e riparte lunedì mattina non impara niente. Il kit non ce l’ha. Non sa che l’umido si espone dalle 20 del giorno prima. Non sa dov’è l’ecocentro. Molto spesso non parla italiano. E il proprietario, che magari vive a Milano e gestisce la casa da un’app, non ha nessun motivo pratico per preoccuparsene: la multa, quando arriva, arriva raramente e comunque non a lui.

C’è poi la parte fiscale, di cui non parla quasi nessuno. Il regolamento TARI di Alghero, come quello di mezza Italia, prevede che se l’immobile viene utilizzato per meno di sei mesi nell’anno solare il tributo lo paghi soltanto il possessore. L’ospite non è mai soggetto passivo. Nessuno, ovviamente, pensa di volturare la TARI a ogni prenotazione. Ma il risultato è questo: un appartamento affittato duecento notti l’anno a duecento persone diverse, sui registri comunali, resta un’utenza domestica come quella di una coppia di pensionati.

A Olbia i numeri si vedono già

120 chilometri più in là, la stessa dinamica ha lasciato tracce misurabili.

La raccolta differenziata di Olbia era al 75 per cento nel 2021. Poi 73 nel 2022, 67,8 nel 2023, 65,59 nel 2024. Una discesa costante, mentre la Sardegna nel suo insieme saliva verso il 76,5 per cento. Ricostruendo gli indirizzi della giunta nel marzo 2025, La Nuova Sardegna metteva tra le cause il sacchetto selvaggio, figlio del dilagare degli affitti brevi su seconde case «spesso non dotate di mastelli e a volte sconosciute alle banche dati della Tari».

Sconosciute alle banche dati. Vale la pena rileggerla, quella frase.

Il centro studi di UniOlbia ha provato a misurare la pressione vera: 14.500 seconde case a Olbia, 9.500 ad Arzachena, 9.300 a San Teodoro. E siccome all’Istat i dati li comunica circa la metà delle strutture ricettive, mentre le seconde case non entrano proprio nel conteggio, le presenze reali sono verosimilmente il doppio di quelle ufficiali.

L’appalto olbiese era stato costruito su previsioni che quell’impatto lo sottostimavano. La giunta ha dovuto rifare i conti e il costo annuo è passato da 18 a 24 milioni, con l’aumento della Tari a seguire. Un comitato di residenti, pochi giorni fa, l’ha messa giù senza tecnicismi: paghiamo una tassa che cresce ogni anno per un servizio che peggiora, e ci chiediamo tutti come facciano le case vacanza a smaltire i rifiuti.

Chi ha smesso di fingere

Qualche comune ha preso atto che il porta a porta non può funzionare per chi si ferma tre giorni, e ha aperto un canale parallelo.

Viareggio ha le isole ecologiche informatizzate, le Cam: strutture chiuse riservate alle utenze domestiche non residenti, con badge elettronico nominativo consegnato insieme al kit. La motivazione è scritta nero su bianco dal gestore: servono nelle zone con molte utenze non residenti o forti flussi turistici, dove rispettare i calendari è materialmente impossibile. C’è pure un tetto, 52 conferimenti l’anno per l’indifferenziato, che è già una tariffa puntuale in embrione.

Oristano rilascia una tessera magnetica per l’accesso alle isole ecologiche ai proprietari di immobili locati a turisti per periodi sotto i trenta giorni. Categoria riconosciuta, canale dedicato.

Terni, con fondi Pnrr, ha attivato cinque isole scarrabili pensate per le attività turistiche: si aprono con un QR code o con una tessera numerata distribuita a B&B e case vacanza.

All’Isola d’Elba le isole ecologiche stanno nei punti di maggior transito e si aprono con la tessera sanitaria. Sono fatte per i turisti in partenza, quelli che hanno in mano i rifiuti del soggiorno e nessun posto dove metterli.

San Teodoro ha scelto la strada opposta, e altrettanto sensata. Dal primo giugno al 30 settembre, in due vie del centro, ha vietato l’esposizione dei mastelli su strada e ha messo un eco-punto presidiato, aperto sette giorni su sette dalle 18 alle 21. Nessun bidone sul marciapiede e una persona in carne e ossa che spiega dove va cosa.

Ma la tessera, da sola, non basta

Va raccontato anche il rovescio, altrimenti sembra tutto facile.

A Rimini il sistema ruota attorno alla Carta Smeraldo e ai cassonetti informatizzati Smarty. Nel centro storico Hera ha dovuto disattivare temporaneamente l’accesso con tessera alle isole interrate: troppi studenti, lavoratori fuori sede, turisti e proprietari di seconde case non avevano mai ritirato le dotazioni, malgrado le campagne ripetute. A Misano, per lo stesso motivo, hanno piazzato un ecopoint temporaneo il sabato mattina nella zona turistica di Portoverde, apposta per consegnare le tessere ai non residenti.

Sui controlli, invece, la Romagna è tra le più dure d’Italia: 93 sanzioni dall’inizio del 2026, 200 euro per le utenze domestiche e 400 per quelle non domestiche, con apertura materiale dei sacchetti abbandonati per risalire ai responsabili attraverso documenti e bollette.

Cosa cambia ad Alghero, e cosa resta scoperto

Il nuovo appalto di igiene urbana, aggiudicato al raggruppamento Ciclat Trasporti Ambiente e Sangalli Giancarlo & C. per 118,2 milioni su otto anni più uno, contiene parecchie cose che vanno nella direzione giusta.

Il porta a porta viene esteso a tutto il territorio comunale. Il servizio estivo passa da quattro a cinque mesi. In centro storico arriva un passaggio notturno nei periodi di maggiore affluenza e, soprattutto, sono previsti contenitori smart ad accesso controllato per ogni frazione, con svuotamento quotidiano. Gli ecocentri aprono anche la domenica. Ci sono 400 nuovi cestini a bocca stretta, oltre 200 fototrappole, un front office in via Tarragona, il Centro del Riuso a Galboneddu. Con gli stagionali l’organico è salito a 142 unità. L’assessore all’Ambiente Raniero Selva punta a superare l’80 per cento di differenziata: oggi Alghero è al 72,2 (dato Ispra 2024), sotto la media regionale.

Tra le attività preliminari del nuovo appalto ci sono il censimento delle utenze domestiche e l’aggiornamento delle banche dati. È il pezzo più importante di tutta l’operazione ed è quello di cui si parla meno.

Perché la domanda che il capitolato lascia aperta è una sola: i contenitori smart del centro storico, a chi saranno abilitati? Solo agli intestatari Tari, come a Rimini nella prima fase, oppure anche a chi gestisce una locazione turistica? E l’ospite di passaggio, quello senza tessera né badge né mastello, dove conferisce alle sette del mattino di un martedì di agosto?

Nei documenti pubblici consultabili non c’è risposta. Il regolamento comunale si limita ad attribuire al proprietario dell’immobile la responsabilità di mettere l’ospite in condizione di differenziare. Una formula corretta e finora rimasta sulla carta.

Le isole ecologiche del porto ridotte a discariche a cielo aperto a inizio luglio, i mobili e i sacchi fotografati dal Comitato Suolo Pubblico Bene Comune la domenica del 28 giugno tra piazza del Teatro, via Roma e vicolo del Teatro: è sempre la stessa storia, vista da angolazioni diverse.

Chi paga davvero

Alghero ha stimato in 2,4 milioni di euro il gettito annuo atteso dall’imposta di soggiorno e dal novembre 2025 ne ha eliminato la stagionalità, rendendola valida tutto l’anno. Quel gettito, per legge, va a interventi in materia di turismo, manutenzione e recupero dei beni culturali e ambientali, e ai relativi servizi pubblici locali. Nelle riunioni con gli operatori l’amministrazione ha assicurato che le risorse aggiuntive andranno su decoro urbano, verde, pulizia delle spiagge, marketing ed eventi.

“Decoro urbano” è una voce abbastanza larga da comprendere la gestione dei rifiuti nelle zone a maggiore pressione turistica. Quanto ci finisce dentro, di quei 2,4 milioni, si può sapere solo leggendo gli impegni di spesa, che lo stesso regolamento comunale prevede vengano pubblicati.

Sull’altro versante la leva esiste già, e non è comunale. Dal primo gennaio 2025 il Codice identificativo nazionale è obbligatorio per tutte le strutture ricettive. Nel luglio dello stesso anno la Guardia di finanza ha condotto ad Alghero una verifica su affitti brevi e strutture ricettive, chiusa con sanzioni per 16mila euro: sotto controllo il Cin, le comunicazioni ad Alloggiati Web e i versamenti dell’imposta di soggiorno, con ricostruzione dei redditi non dichiarati incrociando i dati delle piattaforme di intermediazione.

Quell’incrocio (Cin, Alloggiati Web, portale Staytour dell’imposta di soggiorno, ruolo Tari) è quanto servirebbe per sapere quante case vacanza ci sono davvero ad Alghero, dove stanno e quanti rifiuti producono. I dati esistono. Non risulta che siano mai stati usati per dimensionare il servizio di igiene urbana.

Le domande che restano

Quante utenze Tari, ad Alghero, risultano come locazioni turistiche o strutture extra-alberghiere, e quante di queste sono state incrociate con l’elenco dei Cin attivi in città? Il censimento condotto nella fase preliminare del nuovo appalto ha trovato immobili affittati ai turisti e assenti dal ruolo? I contenitori smart del centro storico saranno accessibili ai gestori delle locazioni brevi, e con quale strumento? Esiste un kit informativo multilingue per gli ospiti, e chi ha l’obbligo di consegnarlo? Quanto vale il Pef 2026 e quale coefficiente è stato applicato alle utenze non domestiche a vocazione ricettiva?

Sono le domande che questa redazione ha rivolto all’amministrazione comunale, a S.E.C.AL. e al nuovo gestore del servizio. Per il valore del Piano economico finanziario e per il dettaglio tariffario, che non risultano pubblicati, è in preparazione una richiesta di accesso agli atti.

I dati sulla raccolta differenziata provengono dal Catasto Rifiuti Ispra, ultimo aggiornamento disponibile 2024. I dati sulle seconde case in Gallura sono elaborazioni del centro studi UniOlbia su base Istat. Le informazioni sul nuovo appalto algherese sono tratte dagli atti comunali e dalle dichiarazioni dell’assessorato all’Ambiente.

I numeri

  • 72,2% — raccolta differenziata di Alghero nel 2024 (Ispra), contro il 76,5% della media sarda
  • 118,2 milioni — valore del nuovo appalto di igiene urbana, otto anni più uno
  • 80% — obiettivo dichiarato dall’amministrazione
  • 65,59% — differenziata di Olbia nel 2024, dal 75% del 2021
  • 14.500 — seconde case a Olbia (elaborazione UniOlbia su dati Istat)
  • 2,4 milioni — gettito annuo atteso dall’imposta di soggiorno ad Alghero
  • 6 mesi — sotto questa soglia di utilizzo la Tari la paga solo il proprietario







Il Paradosso del Decoro – Inchiesta Rifiuti Città Turistiche









Il Paradosso del Decoro


🔍 Dossier Inchiesta Speciale

Dati ISPRA 2024/2025

Turismo di Massa e la Sfida Invisibile dei Rifiuti Urbani

Come le località costiere affrontano la triplicazione estiva della popolazione. Un’indagine approfondita sul modello ibrido di Alghero, sul confronto con le grandi riviere italiane e sui nodi dell’evasione fiscale negli affitti brevi.

Produzione Italia
29,9 M t
+2,3% vs anno prec.

Sardegna RD %
76,6 %
3ª Regione più virtuosa

Appalto Alghero
118 M €
Durata 8+1 Anni (Ciclat)

Posidonia PNRR
20.000 t/a
Impianto Soil-Washing

CAPITOLO I

MACRO-TERRITORIALE

Il Contesto Nazionale e l’Anomalia Virtuosa Sarda

L’analisi dei dati ufficiali forniti dal Catasto Nazionale Rifiuti dell’ISPRA rivela una ripresa della produzione complessiva di rifiuti urbani (+2,3%), direttamente legata alla crescita dei consumi e al pieno ripristino dei flussi turistici post-pandemici. Sebbene la media nazionale di Raccolta Differenziata (RD) si attesti al 67,69% (superando il target normativo del 65%), persiste un marcato divario geografico. In questo panorama, la Sardegna rappresenta un’eccellenza collocandosi al terzo posto nazionale col 76,6%, ma affronta nei comuni costieri picchi pro-capite estremi.

Produzione Pro Capite e Raccolta Differenziata (2024)

Dati ISPRA

I dati evidenziano come la produzione pro-capite aumenti nel Centro e nelle zone a forte impatto turistico, mascherando il reale volume procapite generato dai visitatori.

Il Paradosso della “Popolazione Equivalente”

Le statistiche ufficiali dividono i rifiuti prodotti per la sola popolazione residente anagrafica. Nei comuni turistici ciò provoca un’impennata fittizia dell’indicatore pro-capite:

  • Media Nazionale:
    507,9 kg/ab. anno
  • Provincia di Rimini:
    ~755 kg/ab. anno
  • Alghero (Resid. 42k):
    >550 kg/ab. anno
  • Arzachena (Picco estivo):
    >1.000 kg/ab. anno

Menzione Legambiente “Comuni Ricicloni Costieri”

Per neutralizzare questa distorsione, Legambiente applica un correttore matematico per i comuni dove la popolazione estiva aumenta di oltre il 30%, premiando chi mantiene oltre l’80% di RD durante i picchi estivi.

CAPITOLO II

CASE STUDY VERTICALE

Il Modello Alghero: Progettazione, Tecnologie e Nodi Logistici

Alghero (Riviera del Corallo) rappresenta un laboratorio emblematico: deve conciliare un centro storico medievale a viabilità ristretta, chilometri di litorale sabbioso, vaste borgate agricole nella Nurra e un afflusso turistico che quadruplica le presenze estive.

L’Appalto Titanico
118,2 Milioni €

Aggiudicato al RTI Ciclat Trasporti Ambiente + Sangalli Giancarlo per 8 anni (+1 opzionale). Avvio a regime definitivo da gennaio 2026.

Stagionalità Estesa
5 Mesi Intensivi

Potenziamento dei servizi estivi esteso dal 15 maggio al 15 ottobre per coprire il prolungamento effettivo della stagione turistica.

Innovazione & Decoro
Mezzi Elettrici & HVO

400 nuovi cestini stradali, cassonetti smart con sensori volumetrici nel Centro Storico e mezzi elettrici/HVO per l’azzeramento dell’impatto acustico/ambientale.

🔄 Architettura Integrata: Domiciliare e Sistemi di Backup Flessibili

Il modello domiciliare “porta a porta” puro soffre della rigidità del calendario per i turisti in partenza. Alghero ha strutturato una rete di backup multilivello per garantire valvole di sfogo legali h24.



Postazioni Fisse (Via De Gasperi / Cimitero):

Accesso controllato mediante identificazione elettronica: Tessera Sanitaria per i residenti o badge magnetico fornito dagli host regolarmente registrati agli ospiti stranieri. Dotate di sensori volumetrici che segnalano la saturazione in tempo reale.

Innovazione Economia Circolare (PNRR 5M€)

L’Impianto per il Trattamento della Posidonia Spiaggiata

Realizzato nell’area industriale di San Marco (CIPSS & Gruppo Esposito), questo impianto trasforma una biomassa percepita come rifiuto in risorsa grazie a un brevetto di soil-washing da 20.000 t/anno (110 t/giorno).

1. Prelievo Arenili
Raccolta banquettes miste a sabbia e microplastiche

2. Soil-Washing
Lavaggio ad alta pressione e separazione idraulica

3. Recupero Sabbia
Sabbia depurata (fino al 60%) restituita alle spiagge

4. Valorizzazione Biomasse
Compost agricolo & Pannelli isolanti acustici

⚠️ Criticità: Saturazione di Scala Erre e il Trasferimento a Tossilo

A causa della saturazione della discarica consortile di Scala Erre, la Regione Sardegna ha disposto il dirottamento del 60% dell’indifferenziato verso il termovalorizzatore di Tossilo (Macomer). Il trasporto su gomma genera un extracosto logistico stimato in circa 500.000 €/anno per il bacino di Sassari-Alghero, mettendo sotto pressione il Piano Economico Finanziario della TARI.

CAPITOLO III

ANALISI COMPARATIVA

Benchmark nei Principali Poli Turistici Italiani

Ogni costa italiana ha adottato strategie differenziate per coniugare decoro e turisti. Confronta il modello di Alghero con Rimini (cassonetti smart), Gallipoli (criticità salentine), Jesolo (gestione impurità) e Vieste.

Filtra per città:





CAPITOLO IV

LEGISLAZIONE & SOMMERSO

Affitti Brevi, Codice CIN e l’Evasione Tariffaria

Gli appartamenti destinati a locazione breve non dichiarati operano come utenze domestiche fittizie, sfuggendo alle tariffe maggiorate e privando gli ospiti dei kit per la differenziata. Questo genera l’abbandono notturno dei sacchi e il collasso dei cestini stradali.

🚨 Il Meccanismo del Collasso Urbano

1. Omessa Dichiarazione: L’host non registra l’immobile come utenza ricettiva non-domestica TARI per eludere il fisco.
2. Assenza di Strumenti: L’ospite non riceve i mastelli con codice a barre né la card per le ecoisole automatizzate.
3. Scarico Illecito: Il turista in partenza abbandona i sacchi indefferenziati presso i cestini stradali o nei vicoli.

🛡️ La Risposta: Legge 191/2023 & Codice CIN

L’introduzione del Codice Identificativo Nazionale (CIN) obbligatorio negli annunci online e all’esterno degli stabili consente l’incrocio telematico tra banche dati:

  • Incrocio dati: CIN ↔ Portale Alloggiati Web ↔ TARI ↔ Imposta di Soggiorno.
  • Sanzioni CIN: Da 800 € a 8.000 € per assenza di codice.
  • Sanzioni SCIA: Fino a 10.000 € per carenza di segnalazione amministrativa.
  • Fototrappole: Videosorveglianza ad alta tecnologia per sanzionare gli abbandoni nelle periferie.

CAPITOLO V

ARCHITETTURA FINANZIARIA

Tariffe TARI, Regolazione ARERA e Imposta di Soggiorno

Sotto il Metodo Tariffario Rifiuti (ARERA MTR-2), il 100% dei costi del Piano Economico Finanziario (PEF) deve essere coperto integralmente dalla TARI, senza sussidi dal bilancio generale. I comuni turistici devono coprire gli extracosti estivi sterilizzando l’impatto sulle famiglie residenti.

Costo Medio TARI Familiare per Regione (2023)

Dati Cittadinanzattiva

Composizione della Bolletta TARI

1. Quota Fissa: Superficie calpestabile (m²) × Tariffa base (copre ammortamenti e spazzamento).

2. Quota Variabile: Numero dei componenti del nucleo (o coefficienti presuntivi Kd per le attività commercial).

3. Tributo TEFA: Addizionale obbligatoria del 5% per la Città Metropolitana/Provincia.

La Leva dell’Imposta di Soggiorno

Ad Alghero e in grandi mete balneari, la TARI domestica è stata sterilizzata. Le amministrazioni propongono di destinare quote dell’Imposta di Soggiorno per coprire i turni straordinari di nettezza urbana estiva, riequilibrando il carico fiscale tra cittadini stanziali e visitatori.

Il Paradosso del Decoro • Inchiesta Rifiuti

Focus sul Comune di Alghero e Benchmark Città Turistiche

Elaborazione dati basata su fonti ISPRA, ARERA, Cittadinanzattiva & Comune di Alghero

Applicazione Single Page Interactive • Nessuna grafica SVG utilizzata








Mario Giordano: «Il giornalismo deve stare dalla parte dei cittadini»

Il bambino con il taccuino, le inchieste di “Fuori dal coro”, le battaglie sulle case occupate e sulle liste d’attesa. Mario Giordano racconta il suo modo di fare informazione e spiega perché l’intelligenza artificiale lo preoccupa.

Intervista di Fausto Farinelli Porto Cervo 13 Agosto 2026

Mario Giordano parla del giornalismo come di una passione che non si è mai spenta. Tutto cominciò quando aveva sette anni e riempiva i taccuini sognando di diventare cronista. Poi sono arrivati i giornali, la televisione, le direzioni e i libri. Quella curiosità, invece, è ancora lì.

Lo si capisce dalle risposte. Giordano sorride, ricorda gli inizi, ma cambia tono quando il discorso arriva alle case occupate o alle liste d’attesa nella sanità. In quei momenti le parole accelerano. E l’indignazione prende il posto dell’ironia.

Lei ha raccontato che la passione per il giornalismo nacque da bambino, con quel famoso taccuino ricevuto in regalo. Dopo aver diretto giornali e telegiornali, che cosa è rimasto di quel giovanissimo cronista?

Tutto. È rimasta soprattutto la passione.

Ho avuto la fortuna di fare il lavoro che amo e che non mi pesa. Non avevo parenti giornalisti. Ero un bambino di sette anni che sognava di fare il giornalista, cominciava a scrivere sui taccuini e poi continuava a riceverli in regalo.

Il mondo cambia, cambiano le possibilità e gli strumenti. Ma il giornalismo è bello se uno conserva dentro quella voglia di comunicare. È un fuoco: vedi una cosa e senti subito il bisogno di raccontarla.

Puoi usare il tamburo di latta, come si faceva una volta, oppure i social, la televisione, la radio e la carta stampata. Il mezzo viene dopo. Prima deve esserci quella voglia.

E bisogna raccontare dalla parte dei cittadini. Non dalla parte di chi sta in alto. Noi giornalisti dovremmo stare in mezzo, ma vicini alle persone, capire le loro esigenze e provare a rappresentarle. Ho sempre cercato di farlo.

Ogni tanto dico che spero non si accorgano di quanto mi diverto a fare il giornalista, altrimenti smettono di pagarmi. Perché lo farei lo stesso. È la cosa che mi piace fare.

Con “Fuori dal coro” avete realizzato inchieste che, in alcuni casi, sono riuscite a ottenere risultati dove la giustizia o le istituzioni non erano arrivate. È un modello che può cambiare anche il modo di fare informazione?

Non lo so. E, sinceramente, mi interessa anche poco.

Quando mi hanno proposto di fare una trasmissione, non volevo costruire il solito teatrino televisivo: quello di destra dice una cosa, quello di sinistra ne dice un’altra e alla fine rimane tutto com’era.

Di talk show ce ne sono tanti. Io ho cercato di fare una trasmissione che raccontasse le cose che non funzionano e, quando è possibile, provasse anche a risolverle.

Non mi interessa tanto smuovere gli altri giornalisti. Mi interessa smuovere le cose.

L’inchiesta sulle case occupate come nacque?

Da una telefonata.

Ci chiamarono due ragazzi. Volevano sposarsi, ma non potevano farlo perché il padre aveva affittato una casa e la persona che la occupava non voleva più andarsene.

Siamo partiti da quella storia e abbiamo scoperto che sotto c’era un mondo. Tantissime persone si trovavano nella stessa situazione e il sistema italiano, per ragioni diverse, non riusciva a dare loro una risposta.

La telecamera, in questi casi, funziona perché accende un faro. Se insisti, alla fine qualcosa si muove. Ma non dovrebbe funzionare così. Un cittadino non dovrebbe ottenere giustizia soltanto perché arriva una troupe televisiva.

Noi abbiamo contribuito a liberare 282 case. Sono casi concreti, famiglie vere. Poi la speranza è che, raccontandoli, si riesca anche a cambiare il meccanismo che li ha prodotti.

La stessa cosa accade con le liste d’attesa nella sanità?

Certo. Non è possibile che una persona riesca a ottenere una visita soltanto perché arriviamo noi con le telecamere.

Quando una signora ha un sospetto tumore e le fissano la visita nel 2029, io mi arrabbio. Mi viene da battere la testa contro il muro. Come si fa a non reagire? Non è umano. Non è possibile, non è giusto e non è lecito.

La salute è un diritto costituzionale. Se per curarti devi pagare, significa che in Italia possono farlo soltanto i ricchi. Ed è sbagliato.

Noi denunciamo il sistema, sperando che qualcuno intervenga. Nel frattempo, però, proviamo a risolvere il caso che abbiamo davanti. Quella visita ottenuta non sistema tutta la sanità, è evidente, ma per la persona che la stava aspettando cambia tutto.

Qualcuno le rimprovera di urlare troppo.

Sì, mi chiedono: “Perché urli?”.

Urlo perché certe cose non sono accettabili. Se una donna rischia di avere un tumore e deve aspettare anni per una visita, che cosa dovrei fare? Guardarla con distacco e passare all’argomento successivo?

Ogni tanto bisogna alzare la voce. La gente è distratta, è stanca. Lo capisco anche: uno torna a casa dopo una giornata difficile e magari preferisce guardare un film, invece di vedere un servizio che lo fa arrabbiare.

Però, se nessuno apre gli occhi su quello che accade, le cose non cambiano.

E non è vero che non cambia mai nulla. Negli anni abbiamo condotto battaglie sui costi della politica. Non abbiamo risolto tutti i problemi, ma qualche risultato è arrivato. Bisogna continuare a parlarne.

Lei ha scritto diversi libri contro sistemi di potere consolidati. Possiamo parlare di rabbia giornalistica?

La chiamerei indignazione.

Indignazione davanti a ciò che non funziona e davanti ai cittadini calpestati. Quel bambino di sette anni non sognava di diventare giornalista per andare a cena con i ministri. Voleva raccontare.

Anche questo libro sulle banche nasce da lì. Se nessuno parla di certi argomenti, è difficile che qualcosa cambi. E spesso sono proprio i temi più scomodi quelli dei quali non si vorrebbe parlare.

Il suo esordio televisivo avvenne a “Pinocchio”, con Gad Lerner. Eppure lei non pensava di essere adatto alla televisione.

Non ci avevo mai pensato.

Alla scuola di giornalismo avevo una voce e una faccia che non erano considerate proprio classiche. Non mi facevano fare nemmeno le prove, non mi lasciavano avvicinare al microfono.

Fu Gad Lerner a insistere. Lavoravo con lui in redazione, preparavo testi e schede. Continuava a dirmi: “Devi provare”. Alla fine provai e quello fu il mio esordio.

Poi, a 34 anni, diventai direttore di “Studio Aperto”. Prima, però, avevo già lavorato nella carta stampata. All’inizio degli anni Novanta facevo articoli e corrispondenze sportive da Torino. In seguito fui assunto da Feltri e affrontai tutti i passaggi della professione.

Non sono arrivato direttamente alla direzione. Ho fatto il collaboratore e il redattore. Sono partito dal lavoro quotidiano.

Nel 1971, durante la vicenda dei Pentagon Papers, il giudice della Corte Suprema americana Hugo Black disse che la stampa deve servire i governati, non i governanti. È anche il suo modo di intendere il giornalismo?

Sì. È la sintesi esatta.

In Italia, invece, una parte della stampa sembra pensarla diversamente. Capisco anche perché: stare vicino a chi governa è più facile. Può dare maggiori soddisfazioni, più riconoscimenti e più vantaggi.

Ma il bello del giornalismo è servire i governati. È il motivo per cui uno si alza al mattino ed è ancora felice di fare questo lavoro.

Questa scelta le ha creato problemi? Anche a livello aziendale?

Tantissimi.

Problemi aziendali, querele, denunce, difficoltà di ogni genere. Ogni tanto escono notizie sul programma a rischio. Ma siamo sempre tutti a rischio.

Anche questo libro ho potuto presentarlo pochissimo. In televisione, praticamente, non è mai stato mostrato.

I problemi ci sono, certo. Però continuo a considerarmi una persona fortunata, perché faccio il lavoro che mi piace. E penso che vada fatto così.

Finché potrò, continuerò. Se un giorno qualcuno mi dirà che non posso più farlo in questo modo, allora non lo farò più.

Informazione e intelligenza artificiale. La considera un’opportunità o un pericolo?

Mi spaventa tantissimo.

Per la prima volta ci troviamo davanti a una rivoluzione che rischia di cancellare l’uomo. Noi, invece, dobbiamo difenderlo.

Tutte le cose di cui abbiamo parlato nascono da sentimenti umani, non dagli algoritmi. L’indignazione davanti a una persona che non riesce a curarsi è umana. Anche il bisogno di raccontare un’ingiustizia lo è.

Gli algoritmi vengono costruiti da chi ha potere e possono finire per favorire ancora di più i potenti, lasciando indietro gli altri.

Spero che si riescano a stabilire delle regole. Ma le leggi bisogna farle e, soprattutto, bisogna rispettarle. In Italia ne abbiamo tante che esistono soltanto sulla carta.

La tecnologia può cambiare gli strumenti del giornalismo. Quello è già successo molte volte. Ma il giornalismo, senza l’uomo, diventa un’altra cosa.




Gala Night 2026 al Cala di Volpe: una notte con Katy Perry nel cuore della Costa Smeralda

Tra gli ospiti lo sceicco Faisal Al Thani. Poi gli incontri, i selfie, le battute e un gesto della popstar che racconta forse meglio di ogni altro la magia del Gala Night 2026.

Di Fausto Farinelli

Porto Cervo 12 Agosto 2026

Anche quest’anno ho avuto il privilegio di essere invitato come “stampa” al Gala Night del Cala di Volpe. E ogni volta, mentre percorro la strada che porta all’hotel, ho la sensazione di andare incontro a qualcosa che conosco e che, allo stesso tempo, riuscirà ancora a sorprendermi.

Sono le 20.15 quando arrivo nella hall. È da qui che, in qualche modo, comincia lo spettacolo prima dello spettacolo.

Ritrovo i colleghi delle diverse testate sarde, ci si saluta, si scambiano impressioni e intanto si osserva quel continuo via vai di ospiti che attraversano l’albergo per raggiungere la piscina. È lì che è stato allestito il cuore della serata: il palco, i tavoli, il grande buffet e una macchina organizzativa pronta ad accogliere oltre quattrocento persone.

Il Gala Night del Cala di Volpe non è semplicemente un concerto.

Negli anni da questo palco sono passati artisti internazionali come Elton John, Ricky Martin, OneRepublic e Jennifer Lopez. Nomi che hanno contribuito a trasformare questa serata in uno degli appuntamenti simbolo dell’estate della Costa Smeralda.

Nel 2026 tocca a Katy Perry.

Ma prima che si accendano le luci sul palco c’è un altro spettacolo, più discreto e forse proprio per questo interessante: quello degli incontri.

Saluto vecchi amici, incrocio il sindaco di Arzachena Roberto Ragnedda e il sindaco di Olbia Settimo Nizzi. Tra gli ospiti c’è anche lo sceicco Faisal Al Thani. La sua presenza assume inevitabilmente un significato particolare in un luogo legato agli investimenti del Qatar nella Costa Smeralda.

Come faccio sempre, mi guardo intorno. Cerco volti conosciuti.

A un certo punto, insieme ad alcuni colleghi, incrocio Matteo Renzi.

È ospite del Cala di Volpe e racconta che, per la prima volta, quest’anno assisterà al concerto. La conversazione nasce quasi per caso e in pochi minuti diventa uno dei momenti più divertenti della serata.

Gli chiedo perché sia lì.

La risposta porta a un altro protagonista inatteso della notte: Justin Trudeau 23º Primo ministro del Canada dal 2015 al 2025. È stato proprio Trudeau, racconta Renzi, a suggerirgli di raggiungerlo in Sardegna.

E così ci ritroviamo a parlare tutti insieme.

Politica? Solo in parte.

La conversazione prende subito una piega molto più leggera. A Renzi lancio una battuta:

«Dal concerto di De André a quello di Katy Perry è un salto quantico».

Ride.

E replica, altrettanto rapidamente:

«Sì, però non confondere i due Matteo».

Una battuta tira l’altra. Si parla, si scherza e per qualche minuto scompaiono ruoli e formalità.

Poi succede qualcosa che rende perfettamente l’atmosfera.

Justin Trudeau prende direttamente il telefono di un collega e scatta un selfie con tutti noi.

Una di quelle immagini che non programmi e che, proprio per questo, finiscono per raccontare una serata molto meglio di tante fotografie ufficiali.

Poi arriva il momento che tutti aspettano.

Ci spostiamo verso il palco.

Le luci cambiano, la musica sale e quando Katy Perry entra in scena il Gala Night cambia improvvisamente ritmo.

La piscina del Cala di Volpe diventa una grande platea a cielo aperto. Il pubblico si alza, canta, balla. A pochi metri dal palco si percepisce tutta l’energia di una popstar abituata ai grandi concerti internazionali.

Ma il momento che mi rimane maggiormente impresso arriva alla fine.

Ed è qualcosa che, personalmente, non ricordo di aver visto nelle precedenti edizioni.

Terminato il concerto, Katy Perry non si limita a salutare il pubblico dal palco.

Scende.

Va verso le persone che per tutta la sera hanno lavorato dietro le quinte. Camerieri, cuochi, personale dell’hotel, addetti ai lavori.

Stringe mani, saluta, ringrazia.

Poi entra letteralmente in mezzo alla gente e conclude la sua presenza al Cala di Volpe circondata dal pubblico.

È un gesto semplice, quasi fuori copione, ma probabilmente è proprio per questo che resta impresso.

Perché dietro una serata di questo livello ci sono centinaia di persone che lavorano per giorni affinché, agli occhi degli ospiti, tutto sembri naturale.

E per qualche minuto la star internazionale sembra voler riconoscere proprio loro.

Poi arriva l’ultimo atto.

Il cielo sopra il Cala di Volpe si illumina con gli ormai celebri fuochi d’artificio. La musica, la piscina, le luci dell’hotel e i colori che esplodono sopra la baia costruiscono quell’immagine che, anno dopo anno, continua a identificare una certa idea della Costa Smeralda nel mondo.

Mario Ferraro, CEO di Smeralda Holding, usa spesso una definizione che trovo particolarmente efficace: il Cala di Volpe è una destinazione nella destinazione.

Difficile trovare una sintesi migliore.

Ferraro è naturalmente presente alla serata insieme ai vertici di Smeralda Holding, in una notte che ancora una volta mette insieme ospitalità, spettacolo, alta cucina e quella capacità di costruire un’esperienza che va ben oltre il semplice concerto.

Anche il cibo fa parte dello spettacolo.

La qualità è quella che ci si aspetta dal Cala di Volpe, ma ciò che colpisce è ancora una volta la presentazione: elegante, curata, talvolta quasi subliminale. Nulla sembra essere lasciato al caso, eppure nulla dovrebbe dare l’impressione di essere costruito.

È forse questo uno dei segreti di serate come questa.

Quando intorno all’una del mattino lascio il Cala di Volpe e rientro in albergo, ripenso agli incontri, alle battute con Renzi, al selfie improvvisato da Trudeau, all’energia di Katy Perry, al suo gesto verso i lavoratori e ai fuochi che hanno chiuso la notte.

Sono stato al Gala Night diverse volte.

Eppure, anche questa volta, ho le netta la sensazione di aver vissuto qualcosa che non è stato semplicemente un concerto.

È stata una di quelle notti nelle quali la Costa Smeralda riesce ancora a mettere insieme persone, luoghi e situazioni apparentemente lontanissimi tra loro.

E a trasformarli, per qualche ora, in un’unica storia.

Una storia che vale la pena raccontare.

Il mio ringraziamento va ancora una volta a Smeralda Holding per l’invito e per avermi permesso di essere testimone, anche quest’anno, di una delle notti più attese dell’estate smeraldina.




Matteo Lunelli all’Hotel delle Rose: vino, impresa e nuove generazioni al centro di “Autori in Costa”

A Porto Cervo l’incontro moderato da Fulvio Giuliani, tra cambiamento climatico, famiglia e futuro del settore vitivinicolo

Di Fausto Farinelli.

PORTO CERVO 4 Agosto 2026– Non soltanto vino, ma anche impresa, famiglia, sostenibilità e nuove generazioni. Sono stati questi i temi al centro dell’incontro con Matteo Lunelli, ospitato martedì 4 agosto all’Hotel delle Rose di Porto Cervo nell’ambito del secondo appuntamento della rassegna “Autori in Costa”.

A moderare la serata è stato il giornalista Fulvio Giuliani, che ha guidato il confronto alternando domande tecniche, ricordi personali e riflessioni sul futuro. Ne è nato un dialogo ampio, capace di partire dalla vendemmia e arrivare ai rapporti familiari, al passaggio generazionale e al ruolo dei giovani nel mondo del lavoro.

L’incontro, seguito da un pubblico numeroso, si è svolto in un clima informale. Fin dalle prime battute, Giuliani ha portato la conversazione su un tema concreto e attuale: il cambiamento climatico e i suoi effetti sulla viticoltura.

La vendemmia arriva sempre prima

Lunelli ha spiegato che la raccolta delle prime uve sarebbe iniziata intorno al 10 agosto, una data ormai molto anticipata rispetto alla tradizionale vendemmia di settembre.

L’aumento delle temperature sta infatti modificando i tempi di maturazione in molte aree vinicole del mondo. Per le aziende significa dover ripensare strategie, calendari e modalità di coltivazione.

Nel caso di Ferrari Trento, una delle risposte è arrivata dalla montagna. Negli ultimi vent’anni l’azienda ha aumentato l’altitudine media dei vigneti, arrivando a coltivare la vite anche tra i 700 e gli 800 metri.

Il motivo è semplice: le giornate calde aiutano l’uva a maturare, mentre le notti fresche permettono di conservarne acidità ed equilibrio. Per una bollicina Metodo Classico, questa escursione termica è fondamentale.

Lunelli lo ha spiegato con un paragone immediato: un frutto è davvero buono quando è maturo e dolce, ma conserva anche freschezza e croccantezza. Lo stesso vale per l’uva destinata al Trentodoc.

La montagna come risorsa

Nel corso della serata, Lunelli ha citato la Tenuta di Margon, nei pressi di Trento, dove la vicinanza del Monte Bondone e delle cime circostanti favorisce l’arrivo di aria fresca durante la notte.

Queste condizioni aiutano a mantenere l’equilibrio delle uve anche nelle stagioni più calde. Inoltre, la diversa altitudine dei vigneti consente di distribuire la vendemmia su più settimane.

La raccolta inizia nelle zone più basse e prosegue gradualmente verso quelle più alte. In questo modo gli agronomi possono seguire con maggiore attenzione la maturazione e scegliere il momento più adatto per intervenire in ogni appezzamento.

La natura, però, resta imprevedibile. Pioggia, temporali e soprattutto grandine possono modificare i programmi nel giro di poche ore. Nella fase che precede la raccolta, ha ricordato Lunelli, proprio la grandine rappresenta uno dei rischi più seri.

Il calendario agricolo è cambiato

Fulvio Giuliani ha richiamato il ricordo dei vecchi sussidiari scolastici, nei quali la vendemmia era quasi sempre associata al mese di settembre.

Lunelli ha risposto citando gli affreschi di Villa Margon, dove i dodici mesi dell’anno sono rappresentati attraverso le attività agricole. Anche lì la vendemmia compare a settembre.

Il confronto tra quelle immagini e la realtà attuale rende evidente il cambiamento. Non si tratta soltanto di dati climatici: la trasformazione si vede nei ritmi del lavoro, nelle scelte delle aziende e nelle abitudini di chi coltiva la terra.

Sostenibilità e responsabilità

Dal cambiamento climatico, il confronto è passato alla responsabilità delle imprese.

Lunelli ha raccontato il percorso seguito dal Gruppo per ridurre le emissioni di anidride carbonica e compensare quelle residue, anche attraverso l’acquisto di crediti di carbonio.

Ha chiarito che una singola azienda non può risolvere da sola un problema globale, ma può e deve fare la propria parte.

Per un’impresa legata alla terra, al clima e alla qualità delle uve, la sostenibilità non può essere soltanto un argomento di comunicazione. Diventa una scelta operativa e una responsabilità verso il territorio.

Le annate che raccontano una vita

La conversazione ha assunto un tono più personale quando Giuliani ha chiesto a Lunelli quali vendemmie ricordasse con maggiore affetto.

Tra tutte, ha indicato il 1995, un’annata importante anche perché legata alla nascita della Riserva Bruno Lunelli, dedicata al nonno.

A questa bottiglia è legata anche una curiosità: il fondo convesso non le permette di restare in piedi senza un sostegno. Una scelta particolare, affascinante dal punto di vista estetico, ma poco pratica per chi deve maneggiarla e conservarla in cantina.

Lunelli ha ricordato anche il 2003, anno del suo ingresso alle Cantine Ferrari, e il 2004 e il 2006, gli anni di nascita dei suoi figli.

Da qui una delle immagini più personali dell’incontro: il vino come “macchina del tempo”. Una bottiglia non conserva soltanto il gusto di un’annata, ma anche i ricordi, le persone e i passaggi importanti della vita.

Aprire un vino della stessa età di un figlio significa ritrovare, dentro quella bottiglia, una parte della storia familiare.

L’equilibrio tra lavoro e famiglia

Parlando della propria vita privata, Lunelli ha riconosciuto il ruolo fondamentale della moglie Valentina nella crescita dei figli, soprattutto negli anni segnati da frequenti viaggi e numerosi impegni professionali.

Ha ammesso che il lavoro ha richiesto molto tempo e molte assenze, ma ha sottolineato che, nella vita familiare, non conta soltanto la quantità del tempo trascorso insieme. Conta soprattutto la sua qualità.

Per Lunelli, famiglia e impresa sono due realtà strettamente legate. Il Gruppo è stato costruito dalle generazioni precedenti ed è oggi guidato insieme ai cugini.

Questo rapporto, però, richiede regole precise.

I patti di famiglia

Uno dei passaggi più interessanti della serata ha riguardato il futuro delle imprese familiari.

Lunelli ha spiegato che il Gruppo si è dotato di patti di famiglia, definiti come una sorta di carta costituzionale destinata a regolare i rapporti tra la famiglia proprietaria e l’azienda.

Al raggiungimento della maggiore età, i giovani membri della famiglia sono chiamati a leggere e sottoscrivere questi accordi. Non significa che tutti debbano entrare in azienda, ma che ciascuno deve conoscere il proprio ruolo e le proprie responsabilità.

Per lavorare nel Gruppo è inoltre necessario maturare almeno sei anni di esperienza professionale esterna dopo gli studi.

La regola serve a evitare ingressi automatici e a spingere i giovani a misurarsi con altri ambienti, altri modelli organizzativi e altre responsabilità. Il cognome, da solo, non è sufficiente.

Il ruolo dei manager

Lunelli ha insistito anche sulla necessità di valorizzare le competenze esterne.

La famiglia deve custodire i valori dell’impresa, indicare una direzione e garantire una visione di lungo periodo. La gestione quotidiana, però, deve poter contare su manager e collaboratori preparati.

Nel settore del vino questo equilibrio è particolarmente importante. Dalla preparazione di un vigneto alla produzione di una grande riserva possono trascorrere anche vent’anni.

Sono tempi che richiedono pazienza e continuità. Una famiglia imprenditoriale può garantire questa prospettiva, ma soltanto se sa distinguere con chiarezza i legami personali dai ruoli aziendali.

Il messaggio ai giovani

Nella parte finale dell’incontro, Fulvio Giuliani ha chiesto a Lunelli di rivolgere un consiglio ai giovani presenti.

La prima parola scelta è stata “umiltà”.

Lunelli ha raccontato l’esperienza del figlio, impegnato in uno stage a Londra in una realtà diversa da quella familiare. Un contesto nel quale ha dovuto partire dal basso, affrontare anche le mansioni più semplici e dimostrare il proprio valore senza contare sul nome della famiglia.

Secondo Lunelli, all’inizio di un percorso professionale servono disponibilità, impegno e capacità di sacrificio.

Serve però anche trovare ciò che appassiona davvero. Quando si lavora in un ambito nel quale ci si riconosce, la fatica non scompare, ma assume un significato diverso.

Conoscere il mondo

L’ultimo invito rivolto ai giovani è stato quello di viaggiare e confrontarsi con culture differenti.

Lunelli ha ricordato le esperienze del figlio in Corea e a Londra, sottolineando quanto il contatto con realtà lontane possa cambiare il modo di osservare il mondo.

Ha poi richiamato la figura di Giulio Ferrari, che già agli inizi del Novecento aveva studiato a Montpellier, in Champagne e in Germania, costruendo la propria preparazione attraverso esperienze internazionali.

Anche allora, conoscere altri paesi e imparare da realtà diverse era parte essenziale di un percorso professionale.

Una serata tra vino e impresa

L’incontro all’Hotel delle Rose di Porto Cervo si è concluso dopo aver attraversato temi diversi ma strettamente collegati: il clima, il vino, la famiglia, l’impresa e il futuro dei giovani.

Le domande di Fulvio Giuliani hanno permesso a Matteo Lunelli di raccontare non soltanto il lavoro del Gruppo e di Ferrari Trento, ma anche il lato più personale di un’esperienza imprenditoriale costruita tra responsabilità, memoria e visione.

Più che una semplice conversazione sul vino, la serata ha offerto una riflessione sul tempo: quello necessario per far crescere un vigneto, quello custodito in una bottiglia, quello da dedicare alla famiglia e quello che serve per preparare le nuove generazioni.




Maria Pia, cinquant’anni di rugby e una ferita ancora aperta: la battaglia per il campo diventa un caso politico

Dalla bonifica realizzata dai pionieri negli anni Settanta alla nascita di una seconda società, fino al ricorso al Tar e al nuovo avviso del Comune. Aldo Basile, tra i fondatori del rugby algherese, ricostruisce la vicenda e denuncia esclusioni, silenzi e presunte irregolarità. Accuse che attendono risposte e riscontri documentali.

Alghero, 5 Agosto 2026

di Fausto Farinelli

Non è soltanto una disputa per l’utilizzo di un impianto sportivo. La battaglia sul campo da rugby di Maria Pia racchiude cinquant’anni di storia algherese, rapporti personali deteriorati, scelte amministrative contestate e una domanda che ormai non può più essere elusa: secondo quali regole viene utilizzato e gestito un bene appartenente alla collettività?

Il tema è tornato prepotentemente d’attualità dopo la pubblicazione, il 31 luglio 2026, dell’avviso attraverso il quale il Comune di Alghero intende ricevere proposte per la futura gestione dell’impianto. La scadenza per la presentazione delle istanze è stata fissata al 24 settembre. Nel documento pubblico, l’Amministrazione parla della necessità di un «riordino complessivo, strutturale e dell’impiantistica» e precisa che il campo è attualmente affidato in via provvisoria per la conduzione tecnica e funzionale.

Dietro il linguaggio amministrativo, tuttavia, esiste una storia molto più complessa. A raccontarla è Aldo Basile, indicato anche dalla ricostruzione storica ufficiale dell’Alghero Rugby come uno dei protagonisti della nascita della società: nel 1974 un gruppo di studenti coinvolse Basile, allora sottufficiale in servizio all’aeroporto militare, nella fondazione della S.S. Amatori Rugby Alghero. Il primo campionato regionale arrivò nel 1975.

Quando Maria Pia era una discarica

Nel racconto di Basile, il campo non nacque da un progetto già pronto, né da un investimento pubblico programmato. Nacque dal lavoro materiale di giocatori, dirigenti e volontari.

L’area di Maria Pia, secondo la sua testimonianza, era occupata da rifiuti, sterpaglie, pietre e materiali abbandonati. Il terreno venne progressivamente spianato, ripulito e reso praticabile grazie all’aiuto di persone legate all’aeroporto e di cittadini che misero a disposizione mezzi, competenze e giornate di lavoro.

Basile ricorda i pali trasportati personalmente su una Renault 5, il lavoro svolto durante i fine settimana e il contributo di volontari, costruttori e giardinieri. Racconta di una struttura cresciuta poco alla volta, con la realizzazione del rettangolo di gioco, degli spogliatoi e dei primi locali di servizio.

Il valore del racconto non è soltanto affettivo. Evidenzia il rapporto particolare instauratosi tra il bene pubblico e la comunità sportiva che lo aveva materialmente recuperato. Un rapporto nato in una stagione nella quale le procedure erano meno formalizzate rispetto a oggi, ma che avrebbe successivamente richiesto concessioni, atti amministrativi e responsabilità gestionali precise.

Il fondatore diventato “estraneo”

La frattura più dolorosa, per Basile, sarebbe maturata molti anni dopo.

Durante il periodo della pandemia, alcuni esponenti storici del rugby algherese avrebbero deciso di riavvicinarsi all’Amatori per offrire gratuitamente esperienza, collaborazione tecnica e sostegno nella ricerca di sponsor. La proposta, sempre secondo Basile, non avrebbe avuto seguito.

L’ex dirigente racconta di interlocuzioni con il presidente della società e di un iniziale impegno a favorire il loro rientro. Successivamente, però, uno dei componenti del gruppo dirigente si sarebbe opposto. Basile sostiene che il rifiuto sarebbe stato determinato da motivazioni personali più che sportive.

È in quel passaggio che la vicenda assume il carattere di una rottura insanabile. Coloro che si consideravano parte della storia dell’Amatori avrebbero maturato la decisione di dare vita a una nuova realtà rugbistica. Non una scissione, secondo la loro prospettiva, determinata da differenze tecniche o programmatiche, ma la conseguenza di una porta rimasta chiusa.

Il nuovo soggetto sportivo è l’Alguer Rugby 2024, che nell’ottobre 2025 ha presentato pubblicamente il proprio progetto e avviato la partecipazione al campionato regionale di Serie C.

Due società, un solo campo

Con la nascita dell’Alguer Rugby il nodo dell’impianto di Maria Pia diventa inevitabile.

La nuova associazione chiede uno spazio nel quale allenarsi, disputare le partite ufficiali e sviluppare il proprio settore giovanile. Basile afferma che inizialmente sarebbero state prospettate soluzioni alternative, compreso l’utilizzo del campo Mariotti o l’individuazione di un altro terreno.

Nessuna di queste ipotesi, sostiene, si sarebbe però concretizzata in tempo utile. Il risultato sarebbe stato quello di costringere la nuova società a muoversi senza una sede stabile, mentre l’impianto specificamente destinato al rugby continuava a essere utilizzato dall’Amatori.

La questione non è rimasta confinata all’interno degli spogliatoi. Nel luglio 2025 il Consiglio comunale di Alghero inserì formalmente all’ordine del giorno un’interrogazione riguardante la concessione e l’attuale gestione complessiva dell’impianto sportivo di Maria Pia.

Dopo la discussione consiliare, Forza Italia e Riformatori sostennero pubblicamente che dalla risposta dell’Amministrazione sarebbe emersa l’assenza di un titolo formale per l’utilizzo dell’impianto da parte dell’Amatori Rugby. Le due forze politiche sollevarono inoltre il problema della struttura ricettiva annessa al campo, chiedendo chiarimenti sulla gestione e sugli eventuali introiti. Si tratta delle dichiarazioni dei gruppi politici di opposizione, non dell’accertamento definitivo di un’autorità giudiziaria o contabile.

Le accuse di Aldo Basile

Nell’intervista, Basile va oltre la disputa sportiva e formula contestazioni molto pesanti.

Parla di una gestione che, a suo giudizio, sarebbe stata priva per anni di un quadro concessorio sufficientemente chiaro. Fa riferimento all’utilizzo della struttura ricettiva collegata all’impianto, alla gestione delle risorse societarie, a possibili irregolarità amministrative e a segnalazioni che sarebbero state trasmesse alla Guardia di Finanza e alla Corte dei conti.

Nel materiale messo a disposizione, tuttavia, non sono presenti gli esposti, i documenti contabili, gli estratti bancari o gli eventuali atti delle autorità richiamati durante la conversazione. Le affermazioni devono quindi essere considerate accuse dell’intervistato, che necessitano di riscontro autonomo e sulle quali le persone e le organizzazioni coinvolte devono poter esercitare pienamente il diritto di replica.

Il punto giornalisticamente rilevante non è trasformare un’accusa in una sentenza, ma verificare se esistano atti, autorizzazioni, concessioni, rendicontazioni e contratti capaci di chiarire definitivamente la situazione.

Le domande sono precise:

  • Quale titolo ha regolato nel tempo l’utilizzo del campo di Maria Pia?
  • Chi ha autorizzato la conduzione della struttura ricettiva annessa?
  • Quali entrate sono state generate e con quali modalità sono state rendicontate?
  • Chi ha sostenuto i costi di manutenzione ordinaria e straordinaria?
  • Le diverse società rugbistiche hanno ricevuto un trattamento paritario?
  • Quali verifiche sono state effettuate dal Comune dopo le interrogazioni consiliari?

Il ricorso al Tar

Il conflitto ha raggiunto anche le aule della giustizia amministrativa.

Nel gennaio 2026 l’Alguer Rugby 2024 ha presentato ricorso al Tar Sardegna contro gli atti riguardanti l’affidamento provvisorio della conduzione tecnica e funzionale del campo. Secondo quanto riportato, la società aveva protocollato già nel febbraio 2025 una richiesta di utilizzo e concessione stagionale dell’impianto, lamentando di non aver ricevuto una risposta dall’Amministrazione.

Il ricorso dimostra che non ci si trova più davanti a una semplice incomprensione tra dirigenti sportivi. La controversia investe la legittimità del procedimento amministrativo, la parità di accesso a una struttura comunale e il dovere dell’ente pubblico di motivare le proprie decisioni.

A rendere il quadro ancora più delicato è il valore economico e sociale dell’impianto. Nel novembre 2024 erano stati annunciati 455 mila euro di risorse regionali destinati alla messa in sicurezza delle tribune, all’adeguamento degli impianti e al miglioramento dei campi da gioco.

Quando un bene pubblico riceve finanziamenti consistenti, la trasparenza sulla sua gestione non rappresenta un dettaglio burocratico. Diventa una condizione essenziale.

Il nuovo avviso può chiudere il contenzioso?

La procedura pubblicata dal Comune nel luglio 2026 potrebbe rappresentare un punto di svolta.

L’avviso richiede proposte economicamente sostenibili ma anche capaci di garantire valore sociale, pratica sportiva, aggregazione, salute e attività ricreative. Il principio dichiarato è corretto: il campo deve essere valorizzato non soltanto come struttura agonistica, ma come patrimonio della comunità.

Resta però da comprendere se la procedura riuscirà davvero a superare il passato oppure se finirà per trasferire nel nuovo affidamento le tensioni già esistenti.

La sfida per il Comune sarà garantire criteri misurabili, verificabili e non costruiti attorno a un singolo soggetto. Dovranno essere valutati la storia e il radicamento delle associazioni, ma anche la capacità tecnica, la solidità economica, il lavoro giovanile, l’inclusione, la manutenzione dell’impianto e la disponibilità a consentirne un utilizzo condiviso.

Soprattutto, dovrà essere chiarito il periodo precedente. Un nuovo bando non può cancellare automaticamente gli interrogativi sulla gestione passata.

Una vicenda umana prima ancora che sportiva

Nelle parole di Basile emerge un sentimento che va oltre la rivendicazione di un diritto.

È il dolore di chi sostiene di aver sacrificato tempo, famiglia e lavoro per costruire il rugby ad Alghero e che oggi si sente escluso proprio dal luogo che contribuì a realizzare. Il suo linguaggio, spesso durissimo, restituisce la profondità della frattura, ma impone anche cautela nel distinguere il piano emotivo da quello probatorio.

La storia personale di un fondatore non attribuisce automaticamente un diritto esclusivo su un bene comunale. Allo stesso tempo, un’Amministrazione e una società sportiva non possono ignorare il valore della memoria, del volontariato e del lavoro attraverso il quale quel bene è nato.

Il campo di Maria Pia non appartiene né ai fondatori, né ai dirigenti attuali, né a una parte politica. Appartiene alla città.

È proprio questa la ragione per cui ogni concessione, affidamento, utilizzo economico e accesso sportivo deve essere regolato da atti trasparenti, controllabili e uguali per tutti.

La richiesta di chiarimenti

Alla luce delle dichiarazioni raccolte e delle questioni emerse, Media Web Channel titolare del portale Sardegna Press, chiede pubblicamente all’Amatori Rugby Alghero e all’Amministrazione comunale di Alghero di fornire una risposta chiara e documentata.

In particolare, si chiede all’Amatori Rugby di chiarire:

  • quale sia il titolo amministrativo che ha regolato e regola attualmente l’utilizzo dell’impianto di Maria Pia;
  • quali siano le modalità di gestione della struttura ricettiva e degli altri spazi annessi al campo;
  • come vengano utilizzate e rendicontate le eventuali entrate prodotte dalle attività svolte all’interno dell’impianto;
  • quale sia la posizione della società rispetto alle accuse formulate da Aldo Basile;
  • per quali ragioni non sia stato possibile individuare una forma di collaborazione o di condivisione dell’impianto con l’Alguer Rugby 2024.

Al Comune di Alghero si chiede invece di chiarire:

  • quali concessioni, autorizzazioni o affidamenti abbiano disciplinato negli anni l’utilizzo del campo;
  • quale titolo consenta attualmente la conduzione tecnica e funzionale della struttura;
  • quali controlli siano stati effettuati sulla gestione degli spazi e sulle attività economiche eventualmente esercitate al loro interno;
  • per quale ragione non sia stata garantita fin dall’inizio una soluzione trasparente e paritaria alle società rugbistiche cittadine;
  • quale sarà il percorso amministrativo che condurrà al nuovo affidamento dell’impianto.

L’Amatori Rugby Alghero, i suoi dirigenti, gli amministratori comunali e tutte le persone direttamente chiamate in causa avranno pieno spazio per esporre la propria versione dei fatti, fornire documenti ed eventualmente smentire o precisare quanto dichiarato nell’intervista.

Le risposte ricevute saranno pubblicate integralmente o riportate senza alterarne il contenuto sostanziale.

Perché il campo di Maria Pia non appartiene a una società, a un dirigente, a un fondatore o a una parte politica. È un bene pubblico e appartiene alla città.

Dopo cinquant’anni di rugby, il campo costruito dai volontari è diventato il simbolo di una partita che non si gioca più soltanto con il pallone ovale. È una partita sulla trasparenza, sulla memoria, sulla parità di trattamento e sulla capacità delle istituzioni di amministrare il patrimonio pubblico senza preferenze, silenzi o zone d’ombra.

Ora la parola passa all’Amatori Rugby Alghero e al Comune.




Al Romazzino il lusso ha ancora un’anima. E Da Vittorio gli regala il sapore del mare

Costa Smeralda, 28 Luglio 2026 di Fausto Farinelli

Costa Smeralda® 28 Luglio 2026 – di Fausto Farinelli

Non vedevo l’ora di tornare all’Hotel Romazzino.

Era passato qualche tempo dall’ultima visita e, questa volta, arrivo con qualche minuto di ritardo. Varco l’ingresso e, quasi automaticamente, mi tornano alla mente le parole dell’architetto Giancarlo Busiri Vici, inserite nel mio libro dedicato alla Costa Smeralda:

«Abbiamo consegnato i lavori del Romazzino, compresi tutti i giardini, in soli dodici mesi.»

Una frase che continua a sorprendermi.

Dodici mesi per realizzare non soltanto un albergo, ma uno dei luoghi destinati a diventare parte della storia e dell’immaginario della Costa Smeralda. Un edificio capace di inserirsi nel paesaggio senza aggredirlo, con i suoi muri bianchi, le linee morbide, gli archi, il verde dei giardini e il mare che sembra entrare naturalmente in ogni spazio.

Il Romazzino non è semplicemente un hotel.

È una testimonianza ancora viva di quella stagione irripetibile nella quale architettura, paesaggio e ospitalità furono chiamati a costruire qualcosa che prima non esisteva. Non una destinazione artificiale, ma un nuovo modo di raccontare la Sardegna al mondo.

Entro e vengo accompagnato sulla terrazza.

La vista è di quelle che non hanno bisogno di presentazioni. Il mare si apre davanti agli occhi, il granito sembra trattenere la luce e l’orizzonte restituisce immediatamente quella sensazione di pace che solo alcuni luoghi riescono ancora a offrire.

Saluto i colleghi già presenti e proprio sulla terrazza abbiamo l’occasione di conoscere Danilo Guerrini, direttore del Romazzino.

Ha 55 anni e alle spalle una lunga esperienza maturata negli hotel di lusso. La sua storia personale racconta molto del suo carattere e del modo in cui interpreta il proprio ruolo.

Proviene da una famiglia composta da uomini delle Forze dell’ordine. Un ambiente nel quale parole come disciplina, responsabilità, rispetto delle regole e senso del dovere non erano concetti astratti, ma parte della vita quotidiana.

Danilo, però, aveva scelto il proprio destino quando aveva appena tredici anni.

Voleva diventare direttore d’albergo.

Non si trattava del sogno confuso di un adolescente. Era già una direzione precisa, una di quelle convinzioni che, quando nascono così presto, sembrano accompagnare una persona per tutta la vita. Quella scelta è diventata prima un percorso professionale e poi una carriera costruita attraverso esperienze nelle strutture di alta gamma.

Il Romazzino rappresenta per lui una tappa particolarmente significativa: è la sua prima esperienza alla guida di un hotel sul mare.

Dirigere una struttura di questo livello non significa soltanto occuparsi delle camere, della ristorazione o dell’organizzazione del personale. Significa coordinare una macchina complessa nella quale ogni reparto deve muoversi con precisione, mantenendo però agli occhi dell’ospite una sensazione assoluta di naturalezza.

È proprio parlando di disciplina e organizzazione che Guerrini ci racconta una curiosità.

Secondo quanto ci spiega, il sistema degli ordini impartiti dallo chef alla brigata di cucina sarebbe stato introdotto da Napoleone Bonaparte, attraverso un modello organizzativo fondato su ruoli precisi, gerarchie definite, comandi chiari e capacità di esecuzione coordinata.

Il parallelismo è affascinante.

Una grande cucina, in effetti, non è molto diversa da una perfetta organizzazione sul campo. Ogni persona deve sapere esattamente cosa fare, in quale momento e in relazione al lavoro degli altri. Non c’è spazio per l’improvvisazione, perché basta un solo ingranaggio fuori tempo per compromettere il risultato finale.

Ma disciplina non significa necessariamente rigidità.

Nel racconto di Guerrini emerge piuttosto l’idea della responsabilità. Chi guida deve conoscere la propria squadra, deve saperne valorizzare le qualità e, soprattutto, deve assumersi il peso delle decisioni.

Osservandolo parlare si coglie immediatamente il profilo di un direttore presente, attento, cordiale ma mai invadente. Uno di quei professionisti che non hanno bisogno di occupare continuamente la scena per far percepire la propria autorevolezza.

In fondo, la qualità di un direttore si misura anche da ciò che l’ospite non vede.

Dalla puntualità del servizio.

Dalla serenità del personale.

Dalla capacità di prevenire un problema prima ancora che si presenti.

Dalla sensazione che ogni cosa accada con assoluta semplicità, anche quando dietro quella semplicità esistono ore di lavoro, coordinamento e attenzione quasi spasmodica ai dettagli.

Dopo questo primo incontro lasciamo la terrazza e ci dirigiamo verso il ristorante sulla spiaggia Entu e Mari.

È lì che la serata cambia definitivamente ritmo.

Il Romazzino ospita, dal 15 luglio al 14 agosto, la residenza gastronomica di DaV Costa Smeralda Da Vittorio, il format casual dining della famiglia Cerea. Per un mese il ristorante sulla spiaggia viene affidato a una delle realtà più prestigiose della ristorazione italiana, in un contesto nel quale il mare, la sabbia chiara e la brezza serale diventano parte integrante dell’esperienza.

Ad accoglierci è Francesca Formaggioni, Communication Manager del Romazzino.

L’atmosfera è già quella giusta. Il mare è davanti a noi, la luce del giorno sta lasciando spazio alla sera e la luna appare esattamente di fronte al ristorante.

Francesca guarda il cielo, sorride e pronuncia una frase capace di sciogliere immediatamente ogni formalità:

«Stasera siamo stati bravi anche a posizionare la Luna proprio davanti a noi.»

La battuta suscita il sorriso di tutti.

E, a dire il vero, osservando quella scena, viene quasi da crederle.

La luna sembra davvero essere stata collocata lì appositamente, come l’ultimo elemento di una scenografia preparata per accompagnare la cena.

Ma Francesca non si limita a comunicare l’immagine dell’hotel.

Il suo lavoro racconta una visione molto più profonda.

Gira la Sardegna in lungo e in largo alla ricerca delle antiche maestranze, degli artigiani, dei produttori e delle persone che continuano a custodire i saperi tradizionali dell’isola. Ogni settimana porta alcune di queste realtà all’interno del Romazzino, permettendo agli ospiti di entrare in contatto con la Sardegna più autentica.

Non la Sardegna costruita per essere esibita.

Ma quella vera.

Quella fatta di mani, materiali, gesti tramandati, lavorazioni antiche e storie familiari.

È un lavoro che assume un significato ancora più importante se si guarda al passato della Costa Smeralda.

La volontà del Principe Karim Aga Khan non era semplicemente quella di creare una destinazione frequentata dal jet set internazionale. La sua visione era più complessa e più rispettosa: portare la Sardegna dentro la Costa Smeralda.

Fare in modo che chi arrivava da ogni parte del mondo non incontrasse soltanto un mare straordinario, ma anche l’identità, la cultura, l’artigianato e la storia dell’isola.

A distanza di oltre sessant’anni, quella visione continua a vivere proprio attraverso iniziative come quelle curate da Francesca Formaggioni.

Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti della serata.

Il Romazzino non si limita a custodire il proprio passato. Cerca di reinterpretarlo, mantenendo vivo quel dialogo tra ospitalità internazionale e identità sarda che era alla base del progetto originario.

Poi arriva il momento della cena.

La proposta gastronomica di DaV è affidata alla direzione dello chef Davide Galbiati, responsabile dello sviluppo gastronomico dei ristoranti del format. Il menu è costruito prevalentemente attorno alla cucina di mare, da sempre uno dei tratti distintivi di Da Vittorio, e combina l’eccellenza delle materie prime con una dimensione più conviviale e condivisa.

La cucina dialoga con il paesaggio.

E non è una frase di circostanza.

Mangiare a pochi passi dal mare, con la brezza che attraversa il ristorante e la luna davanti agli occhi, modifica realmente la percezione dei sapori. Il luogo non è soltanto lo sfondo della cena: diventa una componente del piatto.

La filosofia è quella di interpretare la tradizione gastronomica sarda con sensibilità contemporanea, rispettando la stagionalità e selezionando ingredienti capaci di stabilire un legame diretto con il territorio. Accanto a questa attenzione per la Sardegna trovano spazio i grandi classici della famiglia Cerea.

Tra questi il celebre Pacchero alla Vittorio, lo Spaghetto di tonno e l’Elefantino, definito il fratello minore della storica cotoletta a orecchia d’elefante.

Piatti che portano con sé una storia, un’identità e una riconoscibilità immediata.

La cucina di Da Vittorio colpisce per la capacità di essere raffinata senza diventare distante. La tecnica è evidente, ma non viene mai esibita come un esercizio di stile. Il piatto rimane comprensibile, piacevole, generoso.

C’è eleganza, ma c’è anche gioia.

C’è ricerca, ma non viene sacrificato il gusto.

C’è precisione, ma rimane intatto quello spirito conviviale che la famiglia Cerea considera uno dei valori fondamentali della propria proposta.

E poi c’è il servizio.

Un servizio di prim’ordine.

Presente, puntuale, attento, ma mai invadente. I tempi sono calibrati, i movimenti della sala appaiono quasi coreografici e ogni dettaglio viene seguito con una cura che non lascia spazio all’approssimazione.

L’accoglienza è superlativa.

Non quella formalità fredda che talvolta si incontra negli ambienti di lusso, ma un’attenzione capace di far sentire l’ospite riconosciuto e seguito.

È in questi particolari che si coglie il livello reale di una struttura.

Non soltanto nella bellezza degli ambienti o nella qualità di ciò che arriva in tavola, ma nella capacità di costruire un’esperienza coerente dall’inizio alla fine.

DaV Costa Smeralda nasce dalla collaborazione tra la famiglia Cerea, Belmond e Smeralda Holding. Non si tratta di un incontro occasionale, ma dello sviluppo di una relazione già avviata nel 2021 con DaV Mare allo Splendido Mare di Portofino. Il progetto approda oggi in Sardegna con l’obiettivo dichiarato di unire ospitalità, qualità e valorizzazione del territorio.

Il Romazzino, però, non è soltanto un albergo affidato alla gestione Belmond.

Rimane saldamente nell’alveo della proprietà di Smeralda Holding, la società indirettamente controllata da Qatar Investment Authority e guidata dall’amministratore delegato Mario Ferraro. Il patrimonio della società comprende i quattro hotel simbolo della destinazione — Cala di Volpe, Romazzino, Pitrizza e Cervo — oltre alla Marina di Porto Cervo, al Cantiere navale, al Pevero Golf Club, a negozi, uffici, appartamenti, bar, ristoranti e a circa 2.300 ettari di terreni sulla costa. (Smeralda Holding)

Ed è proprio nella strategia portata avanti da Ferraro che il pop-up di Da Vittorio trova una collocazione precisa.

Non si tratta di aggiungere semplicemente un altro nome prestigioso alla stagione estiva, ma di diversificare l’offerta della Costa Smeralda, trasformandola progressivamente in una destinazione capace di proporre esperienze differenti, pur mantenendo intatta la propria identità.

Negli ultimi anni Ferraro ha lavorato su più direttrici: la riqualificazione degli alberghi, l’ingresso di operatori internazionali di altissimo profilo, il potenziamento della ristorazione, l’apertura a nuovi segmenti di clientela e la costruzione di una destinazione meno dipendente da una sola formula di lusso.

Il Cala di Volpe è stato profondamente rinnovato e ripensato come una vera destinazione nella destinazione. Il Romazzino è entrato nella collezione Belmond, mentre il percorso di trasformazione del Pitrizza punta ad associarlo al marchio Cheval Blanc. L’obiettivo strategico appare evidente: legare la Costa Smeralda ai nomi più esclusivi dell’ospitalità internazionale, ampliandone contemporaneamente la capacità distributiva, la notorietà e il posizionamento sui mercati mondiali.

I numeri raccontano una parte importante di questo percorso.

Nel 2022 Smeralda Holding aveva raggiunto un fatturato di 120 milioni di euro, superando i 106 milioni registrati nel 2019. Nel 2024 il fatturato è salito a 168,1 milioni di euro, con una crescita del 12,5 per cento rispetto all’anno precedente e un EBITDA adjusted di 50,6 milioni di euro. Nello stesso anno il gruppo ha dichiarato 1.471 dipendenti, 544 fornitori sardi coinvolti e 44,2 milioni di euro di approvvigionamenti effettuati nell’isola.

Anche il dato sulle prenotazioni confermate per il 2026 offre una misura del risultato raggiunto. Alla fine del 2025 Ferraro aveva indicato un incremento del 40 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un segnale che conferma come la strategia di innalzamento e diversificazione dell’offerta abbia rafforzato l’attrattività internazionale della destinazione.

La ristorazione è diventata uno dei pilastri di questo nuovo corso.

Il pop-up di Da Vittorio non è dunque un’operazione isolata, ma un tassello di un progetto più ampio che punta ad affiancare all’ospitalità alberghiera una pluralità di esperienze gastronomiche riconoscibili, affidate a marchi e professionisti capaci di attrarre pubblici differenti.

È una scelta che appare strategicamente azzeccata.

Il lusso contemporaneo, infatti, non si identifica più soltanto con la camera, la spiaggia o il servizio. È cucina, benessere, cultura, intrattenimento, autenticità e capacità di costruire esperienze che possano diventare parte del viaggio.

È proprio questa strategia complessiva a rendere la residenza gastronomica di Da Vittorio al Romazzino qualcosa di più di un semplice pop-up estivo.

Da una parte c’è una delle famiglie simbolo dell’alta cucina italiana.

Dall’altra un hotel che appartiene alla storia stessa della Costa Smeralda.

Alle spalle c’è una proprietà che, sotto la guida di Mario Ferraro, ha scelto di investire sulla trasformazione, sulla diversificazione e sull’ingresso di grandi marchi internazionali.

In mezzo, la Sardegna.

Non utilizzata soltanto come cornice spettacolare, ma chiamata a entrare nel racconto attraverso i suoi ingredienti, le sue tradizioni, le sue maestranze e la sua cultura.

Durante la serata penso più volte alle parole ascoltate all’arrivo.

Ai dodici mesi impiegati per consegnare il Romazzino con tutti i suoi giardini.

Alla determinazione di Danilo Guerrini, che a tredici anni aveva già scelto il proprio futuro.

Alla disciplina delle brigate, alle gerarchie della cucina e al curioso richiamo all’organizzazione napoleonica.

Al lavoro di Francesca Formaggioni, che attraversa l’isola alla ricerca delle persone capaci di rappresentarne l’anima più profonda.

Alla strategia di Mario Ferraro, che sta cercando di accompagnare la Costa Smeralda verso una nuova fase della sua storia senza disperderne l’identità.

E poi torno con lo sguardo alla luna.

Quella luna che, almeno per una sera, sembra davvero essere stata sistemata nel punto esatto.

Quando lascio il Romazzino porto con me una certezza.

Il vero lusso non è soltanto ciò che si vede.

Non è una terrazza sul mare.

Non è una camera elegante.

Non è neppure un piatto perfettamente eseguito.

Il vero lusso è la somma di tante attenzioni invisibili.

È la capacità di un direttore di guidare senza imporsi.

È il lavoro di una squadra che si muove con precisione.

È una Communication Manager che cerca l’autenticità dell’isola e la porta dentro un hotel frequentato dal mondo.

È una brigata che trasforma materie prime eccellenti in un’esperienza capace di restare nella memoria.

È una proprietà che investe, rinnova e diversifica l’offerta senza dimenticare la storia dei luoghi che amministra.

È il rispetto per il passato, senza trasformarlo in una reliquia.

Quella al Romazzino non è stata soltanto una cena.

È stata la dimostrazione che l’ospitalità, quando incontra la cultura, la cucina e l’identità di un territorio, può ancora diventare racconto.

E che, in certi luoghi, qualcuno riesce davvero a farci credere di avere posizionato la luna proprio davanti a noi.




Il Miracolo tra Pietra e Mare: I Segreti della Costa Smeralda nei Ricordi di Antonello Verona.

Porto Cervo Luglio 2026Intervista a cura di Fausto Farinelli.

foto credit: Emanuele Perrone

Arrivo a Villa Anna alle 18 in punto. Ad accogliermi fuori, nel patio, è Antonello Verona, uno dei pilastri storici della Costa Smeralda. Lui l’ha vista nascere, ancor prima sulla carta e poi nella realtà delle strade, delle costruzioni, della polvere. Oggi è l’occasione per una reunion insieme ad altri amici dopo la presentazione del libro Costa Smeralda – Il Sogno di un Principe avvenuta a Cagliari il 16 maggio. Lì, Antonello e la sua compagna Elena ci avevano invitato a cena proprio a casa loro, sulla collina di Pantogia a Porto Cervo. Seduti nella splendida veranda, con un’altrettanto splendida e a dir poco commovente vista sul golfo, Antonello si mette comodo, mi guarda con il suo sorriso magnetico e cominciamo a navigare nei ricordi…

Antonello, chiuda gli occhi e torniamo indietro. Da dove inizia esattamente la sua avventura e quella della Costa Smeralda?

Antonello Verona: “Inizia tutto al Jolly di Olbia, nel 1960. Lì passavano tutti i pionieri, da Jacques a Savin Couëlle . La strada panoramica non esisteva ancora, l’avrebbero aperta solo nel ’65. Per arrivare verso la zona del Cala di Volpe si passava via Palau-Arzachena, poi si prendeva una strada bianca dalle parti di Demuro e si proseguiva su una mulattiera fino ad Abbiadori. Liscia di Vacca non era nemmeno collegata. Pensi che quando aprimmo il Cala di Volpe, d’estate uscivamo fuori ad aspettare che arrivasse qualche cliente, perché non passava nessuno!

Ma la vera magia succedeva dal notaio Altea. L’Aga Khan adottò una strategia d’acquisto ‘all’ingrosso’. I proprietari terrieri erano tutti parenti, famiglie storiche locali come gli Orecchioni o gli Azara. C’erano file indiane di 15-20 persone per firmare gli atti rigorosamente a mano. L’emissario diceva chiaramente: ‘O vendete tutti, o non compriamo niente’. Se un parente non voleva vendere, andavano a convincere i cugini pur di chiudere l’affare.”

In quel Jolly di Olbia lei incontra per la prima volta il Principe Aga Khan. Che impressione le fece?

Antonello Verona: “Me lo ricordo benissimo. Era al bar con Andrè Ardoin. Entrò questo ragazzo bellissimo, avremo avuto più o meno la stessa età, io 22 e lui forse 25. Stavano parlando, mi guardarono e mi chiesero: ‘Lei lo sa che stiamo aprendo il Cala di Volpe? Viene a lavorare con noi?’. Dissi di sì all’istante. C’era un’atmosfera incredibile. La principessa Ira von Fürstenberg faceva da sponda tra il Cala di Volpe e Porto Rotondo, tenendo le fila della mondanità. Il Principe spesso parcheggiava all’hotel le sue giovanissime fidanzate, come una bellissima ragazza di nome Anuska, per poi tornare a prenderle a fine giornata.

E poi c’era il mare. Molte serate al Cala di Volpe arrivavano in barca i Conti Donà delle Rose, Luigino e Nicolò, per fare festa. Ricordo un aneddoto del primo o secondo anno, quando c’era la gestione francese Le Luche: mi chiesero se sapevo guidare il motoscafo Riva. Li portai via mare a Porto Cervo, facendo tutto il giro largo da Mortorio per paura delle secche. All’epoca non c’era quasi nessuno, trovammo ad accoglierci solo il grande architetto Gigi Vietti, sua moglie e il loro cagnolino che si chiamava Spazzola.”

Oggi si parla della nascita della Costa Smeralda come di un “miracolo”. Qual è stato il segreto di questa esplosione turistica e finanziaria?

Antonello Verona: “Il segreto è stato il carisma del Principe: era una calamita. Arrivarono investitori con disponibilità immense, come il gruppo belga dei Pobięski (che comprarono a Liscia di Vacca dopo aver venduto le miniere di diamanti nel Congo), o i Guinness. Succedevano cose surreali. La famiglia Mentasti, ad esempio, comprò l’isola di Mortorio e l’isola di Soffi. Un giorno la moglie Mariella scese col gommone. Arrivò la Guardia Costiera per cacciarli e lei protestò: ‘Ma il Mortorio è mio, l’ho comprato io, sono Mentasti!’, ma la guardia fu irremovibile. E poi c’erano le feste folli a Poltu Quatu, prima che facessero saltare un monolite enorme in mezzo alla baia: una sera il conte Acquarone diede una festa in barca a fiumi di champagne. Un cameriere che portava scatole di caviale scivolò sulla passerella e cadde. Il giorno dopo dovettero recuperare le latte dal fondale marino!

L’impatto fu tale che la Sardegna intera veniva su con noi. All’estero la gente chiedeva: ‘Dov’è la Sardegna?’ e rispondevano: ‘Dove c’è la Costa Smeralda!’. Eppure, noi che vivevamo lì ogni giorno vedevamo un contrasto meraviglioso: la baia era bellissima, e capitava di vedere le vacche che passeggiavano tranquille sulla sabbia bianca della spiaggia di Liscia Ruja. Ma oltre ai soldi, il vero colpo di genio dell’Aga Khan fu il Consorzio. Un organo di controllo pazzesco che vincolava i proprietari e tutelava il paesaggio. Era un modello così perfetto che anni dopo, per il progetto del Bagaglino, ne copiammo lo statuto pari pari.”

Non solo lusso, ma anche radici. Dopo un passaggio all’Hotel Cervo, lei è stato l’ideatore de “La Fattoria”, un luogo che è entrato nel mito.

Antonello Verona: “Sì, dopo quattro anni passati all’Hotel Cervo, ne parlai con il maitre Sergio Grassi, di Parma. C’erano solo alberghi di lusso, mancava un ristorante sardo autentico. Creammo La Fattoria. C’era un camino lungo sei metri dove arrostivamo porcetti e agnelli a vista, un’idea ripresa decenni prima che lo facessero locali come Zuma. Servivamo la carne sui piatti di sughero, un’invenzione tutta nostra. In cucina c’era zia Peppina che preparava ravioli, pane frattau e tantissima zuppa cuata con il formaggio filante locale. Si lavorava a ritmi folli: facevamo 700 o 800 coperti al giorno, tra pranzo e cena. Arrivavano i pullman di turisti e si pagavano circa 30.000 lire per mangiare a crepapelle. Ma la vera mascotte era il nostro asinello: di solito stava fuori a mangiare gli scarti del pinzimonio, ma a volte saliva i gradini, entrava in sala e si metteva a mangiare la verdura direttamente dai tavoli. Finimmo persino in una fotografia sulla rivista americana Life!”

Lei ha plasmato anche la vita notturna tracciando letteralmente le strade del Sottovento e del Sopravento. Come andarono le cose?

Antonello Verona: “Comprai il terreno del Sottovento da zio Pasquale Orecchioni; era una vecchia cava di pietre che era servita per fare le strade della Gallura. Il progetto iniziale dell’architetto Busiri Vici prevedeva un albergo, ma mancava un po’ di cassa, così con il costruttore Giancarlo decidemmo di trasformarlo in appartamenti. Sotto aggiungemmo i campi da tennis e un locale. Non sapevo come chiamarlo. Passò l’allora parroco, Don Fresi, che rientrava da un locale di Porto Rotondo chiamato Sottocoperta. Mi guardò e disse: ‘Antonello, perché non lo chiama Sottovento? In fondo è riparato dal vento’. Lo presi al volo. Tutta la viabilità contorta di quella zona l’ho studiata io, bloccando le strade.

E il Sopravento? È nato essenzialmente per problemi di spazio, personale e parcheggio! Al Sottovento c’era troppa gente, dovevo mandare via i clienti in continuazione. All’inizio avevo pensato di chiamarlo ‘Blue Jeans’, ma alla fine rimase Sopravento.”

Fino ad arrivare ai fasti di Villa Harmony e agli eccessi degli ultimi decenni…

Antonello Verona: “Esatto, a Villa Harmony facemmo una grande spa che gestivo assieme a Elena. Lì ospitammo una festa pazzesca voluta da un magnate russo, spese ‘no limits’. Portarono il corpo di ballo del Lido di Parigi e ingaggiarono Zucchero per cantare davanti a sole 80 persone. Ricordo Zucchero che, scendendo, mi strinse la mano e disse: ‘Ma chi sono questi che mi pagano per cantare per 80 persone? Vabbè, a me non me ne frega niente, io canto’. La vera follia fu il giorno dopo: spostammo la stessa festa sulla spiaggia di Liscia Ruja senza Zucchero, ma con cantanti e DJ. Prendemmo tre camion per trasferire lì tutto il ristorante, portammo i gruppi elettrogeni, sistemammo la sabbia e mettemmo cuscini per terra con un buffet enorme ad aspettare i russi che arrivavano dal mare coi gommoni. Un lavoraccio, ma pagarono benissimo.”

Antonello, ripensando a quei giorni febbrili, c’è un ricordo dolce o un’emozione amara che le stringe ancora il cuore?

Antonello Verona: “Parto dal ricordo più bello. Per il Principe ho sempre avuto una devozione assoluta. I primi tempi gli servivo io la colazione. Abitava nella zona residenziale del Cala di Volpe e io gliela portavo direttamente a letto. Mi conosceva benissimo, era una familiarità bellissima, mi salutava e io mi sentivo onorato, avrei voluto fargli da maggiordomo.

Il ricordo più amaro è legato proprio alla fine di quell’epoca. C’era un progetto enorme di sviluppo, il ‘Masterplan’, che come ricordavano anche l’ex Sindaco Piero Filigheddu e l’architetto Satta, venne bloccato dalla burocrazia per 25 anni. Quella fu la fine. L’Aga Khan si smontò. Il nostro ultimo incontro avvenne fuori dal Sottovento, dopo una festa dello Yachting Club. Arrivò su un Maggiolino bianco, accompagnato dalla signorina Maffei che guidava. C’era ressa all’ingresso, lui entrò a salutare e uscì quasi subito. Gli andai incontro: ‘Principe, buonasera, come sta?’. Lui mi guardò, forse già consapevole che non c’era più nulla da fare, e mi rispose con una frase che non dimenticherò mai: ‘Bene Antonello… però a me i sardi non mi vogliono bene’.

È un peccato. Abbiamo perso un’occasione tutti. E la cosa che mi dispiace di più è che lui aveva scelto il suo angolo di paradiso, la Spiaggia del Principe, per fare il suo quartier generale, la sua casa. Non gli hanno permesso di costruirci nemmeno un garage. Ecco, quello rimane il più grande peccato di questa straordinaria avventura.”

La cena è pronta, mentre ripongo i microfoni nella valigetta penso alle tante interviste fatte per raccontare Costa smeralda®, e come sempre mi avvolge la solita domanda: Ma perchè siamo diventati all’improvviso così ciechi e sordi da non riuscire più a vedere quello che sarebbe accaduto se il progetto del Principe si fosse realizzato? Cosa sarebbe oggi l’intera Sardegna? Cosa saremmo noi, oggi?




Il Ritorno del Principe. Una Promessa Lunga oltre Sessant’anni.

di Fausto Farinelli, editore e direttore editoriale.

Arrivo, come sempre, in anticipo di un’ora. Le diciotto segnano il momento esatto in cui la stampa e gli ospiti iniziano ad accreditarsi per questa giornata che si preannuncia storica, una di quelle destinate a rimanere scolpite nella memoria di questa costa. Faccio la mia solita tappa nel Sottopiazza, il cuore pulsante e di pietra di Porto Cervo. Anche oggi, come ogni volta che vengo qui, osservo il rito intatto della meraviglia: ci sono persone che scattano innumerevoli fotografie, ragazze con i piedi accarezzati dall’acqua che si fanno i selfie, incorniciate dallo sfondo del ponticello di legno, della piazza e dalle luci del nuovo ristorante Langosteria. Porto Cervo affascina, resiste al tempo in modo immutabile. Ogni volta che ci torno, rimango catturato da quell’effetto “wow” che non smette mai di sorprendermi. È il palcoscenico perfetto per rievocare il sogno di un principe, e oggi, per celebrarne il grande ritorno.

Prima che le massime autorità religiose, civili e militari prendano posto, mi immergo nelle voci e nei ricordi di chi questa storia l’ha vissuta e continua a custodirla. Incontro Renzo Persico, Presidente del Consorzio Costa Smeralda. Gli chiedo subito se l’omaggio di oggi sia più un dovere istituzionale o morale. La sua risposta non ammette repliche: «È un dovere morale, un dovere etico» mi dice con fermezza. «La storia insegna che quest’uomo ha creato le condizioni perché oggi noi siamo un’isola del mito, un territorio conosciuto nel mondo. Ha inventato un modello turistico come pioniere, ha creduto nell’ambiente, nella sostenibilità, nella cultura». Nelle parole di Persico emerge il ritratto di un visionario che capì come questo lembo d’Europa periferico avesse tutte le premesse per diventare un’eccellenza italiana nel mondo. Poi, il Presidente mi confida un aneddoto intimo e toccante: «Più volte gli ho chiesto: “Altezza, mi dica qual è per lei il momento più importante?”. E lui mi ha detto: “Il momento più importante l’ho avuto quando ho scoperto quest’isola”. E ho capito dopo negli anni che l’amava sempre, non ha mai smesso di amarla». E sulla presenza della Presidente della Regione, Alessandra Todde, sottolinea: «Ci sentiamo tutti appartenenti a un modello turistico che ha reso la Sardegna famosa nel mondo».

Subito dopo incrocio le memorie intime della famiglia, frammenti preziosi che svelano l’uomo dietro il mito. Risuonano le parole cariche di affetto fraterno del Principe Amin Aga Khan. Quando gli viene chiesto un ricordo di Karim, la sua voce tradisce un’intimità profonda, di una vita vissuta fianco a fianco: «Eravamo quasi gemelli» racconta. «Lui aveva nove mesi, meno un giorno, più di me… io sono nato a settembre». Il ricordo si fa poi delicato, sfiorando gli ultimi momenti di vita del fondatore e la malattia: «L’ha accettata con filosofia? Sì… non se n’è reso conto, penso. Per fortuna dormiva. È passato così, in silenzio. Non ha sofferto». E quando gli si domanda del lascito di suo fratello per quest’isola, Amin non ha esitazioni: «Cosa ha fatto per la Sardegna? Molto, molto, molto. La Costa Smeralda è stata la sua creazione… In questa parte della Sardegna, sì, è stato lui il padre del turismo».

Infine, è Sua Altezza il Principe Rahim Aga Khan V, figlio del compianto Principe Karim, a condividere i suoi ricordi durante un colloquio con i giornalisti a margine dell’evento. Le sue parole ci riportano ai primi anni di fatica, quando l’infrastruttura era ancora solo un cantiere in divenire. «Ricordo quando ero molto piccolo… dragavano la marina e non capendo questa immensa infrastruttura, ricordo l’odore del dragaggio e papà che lavorava» racconta ai cronisti. «Ricordo anche che andava a spegnere gli incendi di persona, e tornava tutto nero di cenere». È il ritratto sorprendente di un fondatore che si sporcava le mani, che ha amato questa terra vivendola visceralmente per un quarto della sua vita.

L’evento ufficiale è scandito dalla maestria della violinista Anna Tifu, le cui note tratte dalle opere di Bach, Ysaÿe, Massenet e Ravel si fondono con il suono del mare, elevando la solennità del momento.

Poi, il silenzio scende sulla piazza. L’ufficialità si mescola al profondo sentimento di comunità quando il padrone di casa, il Sindaco di Arzachena Roberto Ragnedda, prende la parola. Il suo è il riconoscimento di un patto lungo oltre mezzo secolo:

«Buonasera a tutti. Sua altezza Principe Rahim Aga Khan, benvenuto. Grazie per essere qui con noi in questo speciale momento per celebrare la figura di suo padre, una figura che ha voluto creare tutta questa bellezza. Presidente Alessandra Todde, grazie per aver condiviso con noi questo momento, è importante avere la presenza della Regione… Principe Amin Aga Khan, benvenuto, è un piacere vederla qui ad Arzachena, a Porto Cervo. Principe Irfan, Sinan Aga Khan, benvenuti… Sua Eccellenza il Prefetto, Fauci, benvenuta, signor Questore, tutte le autorità civili, militari, religiose, benvenuti. Cari concittadini di Arzachena, tanti ospiti che oggi sono qui presenti per condividere con noi questo momento.

È con profondo sentimento di orgoglio istituzionale che prendo la parola qui a Porto Cervo per celebrare un mito, per celebrare un momento che va a rinverdire un rapporto storico che la famiglia Aga Khan ha garantito nel corso di questi 60 anni con la nostra terra. È un patto di reciproco rispetto, di collaborazione, che ci porta a guardare avanti, a far sì che questa terra possa scrivere altre pagine assieme. È un piacere oltre che un onore ricordare quello che sua altezza il principe Karim Aga Khan ha fatto per noi.

60 anni fa, sua altezza Karim Aga Khan venne qui, ventenne, e con una filosofia straordinaria ha cambiato le sorti di questa destinazione. Momenti storici in cui non vi erano leggi urbanistiche, dove si sarebbe potuto fare qualsiasi tipo di intervento, e invece ha deciso di sposarsi col nostro territorio e creare un qualcosa che ha fatto epoca. Un’esperienza che è tuttora viva e la Costa Smeralda proprio in questi anni suggella un momento senza tempo. È bellissimo vedere le persone che continuano a venire nella nostra destinazione, tantissimi brand, l’internazionalità che questa terra continua a garantire.

Il rispetto della natura, il rispetto dell’identità locale, il rispetto delle persone sono stati il prisma, il mantra che ha guidato l’opera di Karim Aga Khan. Il nostro cittadino onorario nel 1965 ha fatto sì che questa terra potesse avere una nuova vita, un nuovo sviluppo, nei valori profondi e una straordinaria rivoluzione sociale, culturale, occupazionale che tuttora vive ancora nella nostra, nella nostra realtà.

Quindi è con profondo orgoglio che oggi celebriamo due momenti. Il primo è l’intitolazione di questa piazza, dove tutto è nato, e il secondo è una celebrazione che va proprio oltre, con una, diciamo, un sogno di immortalità. Una scultura, una scultura dedicata a sua altezza Karim Aga Khan, una scultura che vuole ricordare l’uomo, una cultura, una scultura che dialoga col territorio, non imposta nel territorio, così come era quella la filosofia del nostro Karim Aga Khan. Tra poco la sveleremo ed è emozionante, soprattutto perché il Principe Karim Aga Khan ha ovviamente una storia che parla da sé, però è altrettanto importante che le nuove generazioni sappiano chi è stato Karim Aga Khan, cosa ha fatto per la nostra terra e quelle che sono le opportunità che ci ha garantito, ha garantito a tante generazioni di arzachenesi, di sardi, che oggi hanno avuto l’opportunità di vivere, crescere all’interno delle, dell’isola, all’interno della nostra Sardegna senza dover emigrare e senza dover andare altrove per cercare una speranza, un futuro. Futuro ce l’ha garantito la sua lungimiranza, la sua sensibilità e oggi vogliamo celebrare questo momento con un dialogo che sia infinito col nostro territorio, con la nostra gente. E sono sicuro che assieme, andremo a scrivere ancora tante pagine di questa meravigliosa storia. Grazie».

L’eco delle parole del Sindaco traccia un confine invisibile tra il passato e l’avvenire. È la Presidente della Regione, Alessandra Todde, a raccogliere idealmente questo testimone, innalzando la figura del Principe da artefice locale a pilastro della moderna Sardegna:

«Buonasera a tutte e tutti. Desidero intanto ringraziare il Comune di Arzachena e il Sindaco Roberto Ragnedda per l’invito a questa giornata così importante. Saluto il qui presente Principe Rahim Aga Khan, quinto, e la rappresentanza della famiglia del Principe, la sua famiglia. E per me è un grande onore essere qua con autorità civili, militari e religiose, rappresentanti delle istituzioni, cittadini di Arzachena e tutti coloro che hanno voluto prendere parte a un momento così significativo per il nostro territorio.

Oggi inauguriamo una piazza, una scultura, ma soprattutto affidiamo a una memoria collettiva un nome, una visione che hanno profondamente segnato la storia della Sardegna contemporanea. Intitolare questa piazza a sua altezza il principe Karim Aga Khan IV significa riconoscere il valore di un uomo che ha saputo immaginare il futuro, quando quel futuro sembrava ancora impossibile. Una personalità capace di vedere nella Gallura e nella Costa Smeralda non soltanto un luogo di straordinaria bellezza, ma un patrimonio da valorizzare con rispetto, intelligenza e lungimiranza.

La sua intuizione ha cambiato il destino di questo territorio, l’ha fatto con un progetto che fin dalle sue origini ha cercato un equilibrio tra lo sviluppo economico, qualità architettonica e tutela del paesaggio. Un modello che ha reso la Costa Smeralda conosciuta in tutto il mondo, e che ha contribuito a costruire un’immagine internazionale della Sardegna fondata sull’eccellenza, sull’accoglienza e sull’unicità del suo ambiente.

Sarebbe riduttivo però ricordare il principe Aga Khan solo come l’artefice di un grande progetto turistico. Il lascito è anche cultura d’impresa, capacità di innovazione, investimenti, occupazione e una fiducia sulle potenzialità della nostra isola. È un’eredità che ha coinvolto generazioni intere di lavoratrici e lavoratori, imprenditrici, imprenditori, professionisti, giovani, che hanno trovato nuove opportunità grazie a questa visione. La Sardegna oggi ha il compito di continuare ad essere una terra capace di attrarre il mondo senza perdere la propria identità, mettendo al centro il paesaggio, la cultura, il capitale umano, la qualità della vita delle persone che la abitano tutto l’anno.

Questa piazza quindi rappresenta molto più che un omaggio, è un luogo che invita tutti noi a ricordare come le grandi opere nascano sempre dalla capacità di immaginare, di costruire relazioni e di investire nel lungo periodo. Anche la scultura che oggi inauguriamo assume questo significato, non soltanto un’opera d’arte, ma un simbolo permanente di riconoscenza e memoria, affinché le generazioni future possano conoscere la figura del principe Karim Aga Khan e comprendere il contributo che ha dato alla storia della Sardegna.

Come Presidente della Regione Autonoma della Sardegna considero questo momento un’occasione per riaffermare un principio fondamentale, il futuro della nostra isola si costruisce attraverso la collaborazione tra istituzioni, comunità, imprese e società civile. Che questa piazza diventi ogni giorno un luogo di incontro, di bellezza, di memoria, un luogo capace di raccontare alle generazioni che verranno, che la visione quando è accompagnata dal rispetto per il territorio e le persone può veramente cambiare la storia. Grazie».

Ma il momento che squarcia l’ufficialità, toccando il cuore di ogni presente, arriva con l’intervento sul palco del figlio, Sua Altezza il Principe Rahim Aga Khan. Lo ascolto incantato, mentre le sue parole delineano con commovente precisione la vera anima di questa impresa. Ne catturo ogni sfumatura, traducendola dall’inglese, perché resti impressa nella nostra narrazione collettiva:

«Buonasera. È un grande onore per me e per la mia famiglia essere qui oggi in un luogo così profondamente legato alla vita, al lavoro e al cuore di mio padre. È un onore. E per me un piacere grandissimo di vedere qui alcuni amici da tanti anni che conosco da tanti anni che hanno visto cosa è per me la Sardegna, per me personalmente. E continuo in inglese perché il mio italiano è un po’ arrugginito.

Una piazza è un luogo di incontro, è un luogo di memoria e di comunità. Associare il nome di mio padre a questo spazio inserisce il suo ricordo all’interno di Porto Cervo, tra la gente, l’architettura, il paesaggio e il mare che ha amato così profondamente. La mia famiglia ed io siamo profondamente grati per questo commovente tributo.

Molte persone hanno definito mio padre un visionario, e a ragione. Qui, su questa costa, quella visione ha trovato una delle sue espressioni più distintive e durature, non solo in ciò che è stato costruito, ma nello spirito con cui è stato realizzato. Quando vide per la prima volta questa parte della Sardegna, scorse un paesaggio di rocce granitiche, acque limpide, colline, insenature e luce, e capì che il suo valore risiedeva nella sua unicità. Da lì nacque una convinzione che plasmò gran parte di ciò che seguì: lavorare assecondando il carattere di questo luogo e proteggere le qualità che lo rendevano unico.

La Costa Smeralda divenne uno dei progetti a cui si dedicò con maggiore passione. Vi si dedicò parallelamente alle sue responsabilità di Imam, e questo gli permise di unire molte delle cose a cui teneva profondamente: l’architettura, l’artigianato, il paesaggio, la bellezza e lo sviluppo a lungo termine. Amava l’architettura non come decorazione, ma come linguaggio di rispetto. Le proporzioni, i materiali e i dettagli erano fondamentali; gli edifici dovevano appartenere al loro ambiente. Bellezza e sobrietà potevano, e dovevano, convivere. È per questo che la Costa Smeralda è stata riconosciuta non solo per ciò che ha creato, ma per ciò che ha preservato e per cui la sua eredità conta ancora oggi.

Ma per la mia famiglia questo luogo è anche profondamente personale. Mio padre amava la Sardegna, la sua gente, la sua terra, le sue montagne e le sue acque. I miei fratelli ed io abbiamo trascorso qui le estati della nostra infanzia. Oggi anche i miei nipoti e i miei stessi figli hanno conosciuto Porto Cervo e l’hanno amata. Il nostro legame con la Sardegna è ora portato avanti da una terza generazione.

Questa scultura non dominerà la piazza, ma vi si siede all’interno, informale, umana e in dialogo con il luogo. In questa sobrietà e umanità risulta fedele a Porto Cervo e al rispetto che ha guidato il lavoro di mio padre qui.

A nome della mia famiglia esprimo i nostri più sentiti ringraziamenti alla Presidente Alessandra Todde e alla Regione Sardegna, al Sindaco Roberto Ragnedda e al Comune di Arzachena, agli artisti, e alla gente di Porto Cervo e della Sardegna che ha custodito il ricordo di mio padre con tanto calore. Sarebbe stato profondamente commosso da questo omaggio da parte di Arzachena e della Sardegna. So che avrebbe anche voluto che questo momento riguardasse il futuro, prendendosi cura di questo luogo con la stessa immaginazione, disciplina e senso di responsabilità che ne hanno ispirato la creazione. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile questo omaggio. Grazie a tutti voi e grazie alla Sardegna».

Il sole si abbassa dolcemente, colorando la pietra granitica. È il momento. La scultura commemorativa in bronzo viene svelata. Un’opera concepita in modo discreto, realizzata dalla Fonderia Artistica Versiliese con la perizia degli artisti Valentina Lucarini Orejón e Maicol Borghetti, sotto la direzione artistica del museologo Roberto Concas, all’interno di un progetto sviluppato dalla startup ACAI. Proprio come aveva sussurrato il figlio pochi istanti prima, l’opera d’arte appare in tutto il suo potente simbolismo: un Principe seduto sul bordo della piazzetta, che con il braccio teso indica il mare. Adesso, anche fisicamente, il Principe Karim Aga Khan ha fatto ritorno nella sua amata Porto Cervo.

E mentre la folla applaude, il Sindaco Ragnedda prende di nuovo la parola per annunciare che l’amministrazione avvierà l’iter per il conferimento della cittadinanza onoraria a Sua Altezza il Principe Rahim, rinnovando così un legame che si affaccia al futuro. Stringo il mio taccuino. Questa incredibile invenzione urbanistica e umana, nata dall’amore di un visionario, ha appena aggiunto il suo capitolo più emozionante. E la storia, ne sono certo, è ancora tutta da scrivere.




Sopravento riaccende la magia della Costa Smeralda: inaugurata la stagione firmata Jerò.

Di Fausto Farinelli

video dalla pagina ufficiale instagram di Jerò.

Porto Cervo – Giovedì 18 giugno ha riaperto ufficialmente i battenti uno dei locali simbolo della nightlife smeraldina: il Sopravento, storico punto di riferimento dell’intrattenimento in Costa Smeralda, oggi rilanciato sotto la gestione del marchio Jerò Restaurant.

Una serata all’insegna dell’eleganza, della buona cucina e di un servizio impeccabile, in perfetta sintonia con l’atmosfera esclusiva di Porto Cervo. Presente il fondatore del locale, Antonello Verona, e il figlio Massimo che si occupava dell’accoglienza e che oggi porta avanti una tradizione iniziata decenni fa e diventata parte integrante della storia della Costa Smeralda.

La cena è stata accompagnata da uno spettacolo coinvolgente che ha visto protagonisti ballerini e performer capaci di trasformare la serata in una vera esperienza immersiva. Coreografie, musica e intrattenimento hanno scandito il ritmo della notte, mentre due funamboli hanno catturato l’attenzione del pubblico con esibizioni spettacolari che hanno strappato applausi e momenti di autentica meraviglia.

L’apertura del Sopravento rappresenta il primo atto di una stagione che si preannuncia ricca di appuntamenti. Tra una settimana, infatti, tornerà ad accendersi anche il Sottovento, altro nome storico dell’intrattenimento smeraldino, con una serata speciale dedicata proprio ad Antonello Verona e ai suoi amici più cari.

Un evento che si annuncia particolarmente emozionante e che vedrà la partecipazione di numerosi protagonisti della stagione d’oro della Costa Smeralda: imprenditori, artisti, musicisti e personaggi che hanno contribuito a costruire il mito delle notti di Porto Cervo e a trasformare l’intrattenimento in una vera arte.

Per molti sarà un’occasione per ritrovarsi, ricordare gli anni più iconici della Costa Smeralda e celebrare una storia che continua ancora oggi grazie alla passione di chi ha saputo trasformare un locale in un simbolo riconosciuto ben oltre i confini dell’isola.