«La Raffi spacca»: dagli studi di Giurisprudenza ai palchi di Vasco Rossi.
Raffi racconta l’esordio allo stadio San Nicola, il rapporto con il pubblico del Blasco, le 37 aperture dei concerti di Vasco e il desiderio di costruire canzoni capaci di restare nel tempo
Olbia 16 Giugno 2026. Intervista a cura di Fausto Farinelli.
Dal 2022 Raffi apre, insieme agli XXENERGY, numerosi concerti di Vasco Rossi. Un percorso iniziato quasi come una scommessa, dopo il successo ottenuto dal brano Vivo senza te, e diventato negli anni un’esperienza artistica sempre più importante.
Dall’esordio allo stadio San Nicola di Bari alle aperture di Olbia e Ancona, Raffi e la sua band hanno raggiunto il traguardo di 37 concerti aperti per Vasco Rossi. Un rapporto con il pubblico cresciuto tappa dopo tappa, fino alla nascita di un fan club che conta, secondo quanto riferito dall’artista, oltre 20 mila iscritti.
In questa intervista Raffi racconta il primo ingresso in uno stadio, le paure del debutto, il riconoscimento ricevuto da Vasco Rossi e il suo modo di vivere la musica: non come un sacrificio, ma come una scelta di vita.
Ti ricordi il momento esatto in cui hai saputo che avresti aperto il concerto di Vasco? Dove eri e qual è stata la tua prima reazione?
La possibilità è nata grazie alla collaborazione con Roberto Casini. Avevamo iniziato da poco il nostro percorso musicale insieme e avevamo la curiosità di misurare le nostre cose con un pubblico vero, per vedere un po’ cosa sarebbe successo.
Eravamo reduci dall’uscita di Vivo senza te, che inaspettatamente aveva realizzato più di 200 mila visualizzazioni su YouTube, e ci sembrava il momento giusto per metterci a confronto con un pubblico.
Tramite l’amicizia e il sodalizio artistico che lega Vasco Rossi a Roberto Casini, si è innestata la possibilità di aprire il concerto di Bari, allo stadio San Nicola, nel 2022.
Abbiamo fatto le selezioni e formato una band che ci avrebbe accompagnato nell’evento, gli XXENERGY, oggi composti da Tommy Baldini alla chitarra, Luca Giavon alla batteria, Nicola Fratini al basso, Giorgio Martini alla chitarra e Alessandro Polidori alle tastiere.
Abbiamo preparato la scaletta e, da quel momento, sono arrivate solo grandi emozioni e momenti indimenticabili.
Davanti a 50-60 mila persone che sono lì per Vasco, hai mai avuto paura di non essere accettata dal pubblico?
All’inizio è stato un punto di domanda per tutti, prima di tutto per me, che fino ad allora non ero mai entrata in uno stadio, figuriamoci suonarci.
Noi eravamo nuovi e il successo non era scontato. Il pubblico di Vasco è abituato a una qualità, a una verità e a una trasparenza non indifferenti. Ci chiedevamo: saremo all’altezza?
Inaspettatamente sono arrivati subito grandi consensi dagli addetti ai lavori e dal pubblico stesso, che ci ha accettato fin dall’inizio.
Abbiamo avuto persino la soddisfazione di sentire cantare le nostre canzoni già qualche appuntamento dopo l’esordio.
Da lì a poco è nato anche il nostro fan club, il Raffi Fanclub, capitanato da Samuele Ciampichetti, che oggi vanta complessivamente più di 20 mila iscritti.
C’è stato un consiglio, una frase o un gesto di Vasco che ti ha colpito particolarmente e che porti ancora con te?
Il battesimo di Vasco nasce da una frase che lui stesso ha pubblicato sui suoi social: «La Raffi spacca».
Quella frase è diventata un po’ il nostro motto. L’anno successivo vedevamo gli striscioni con questa scritta tra il pubblico del Blasco.
Prima di noi non era mai successo che un gruppo spalla aprisse in maniera così continuativa così tanti concerti del Re.
Dal 2022 a oggi, con le aperture di Olbia e Ancona, siamo arrivati a un totale di 37 aperture dei concerti di Vasco Rossi.
Non è da tutti ed è un segnale che, forse, qualcosa di buono lo stiamo facendo.
Dietro la Raffi che sale sul palco c’è una ragazza che ha studiato Giurisprudenza. Quando hai capito che la musica sarebbe stata più forte di qualsiasi altra strada?
Ma sai, sono cose che si sentono dentro.
Alla fine quello che conta è la pancia e quello che ti dice è la cosa giusta da seguire.
Io so che la musica è la mia strada perché, che io sia su un grande o su un piccolo palco, mi sento a casa.
Se tra dieci anni dovessi guardare indietro a questa esperienza con Vasco, cosa vorresti poter dire di aver costruito grazie a questa opportunità?
Sicuramente tanta crescita personale e musicale, momenti che ci porteremo per sempre nel cuore e anche tanto curriculum.
Grazie a questa opportunità vogliamo costruire la nostra storia, fatta di canzoni che devono essere intramontabili.
Canzoni che, ascoltate anche tra dieci anni, ci facciano stare bene e ci emozionino come ci emozionano ora.
Qual è stato il sacrificio più grande che hai dovuto fare per inseguire il sogno della musica e che nessuno conosce?
Per me la musica non è mai sacrificio.
È vita e noi ce la vogliamo vivere fino in fondo.
Quando New York atterra in Sardegna: il giorno in cui Olbia ha accorciato l’oceano.
di Fausto Farinelli
Stamane la sveglia era impostata alle 5:30 del mattino. Non una sveglia come le altre. Non il solito appuntamento di lavoro. C’era qualcosa di diverso già nel buio della prima mattina, in quella sensazione rara che precede le giornate destinate a lasciare un segno.
L’importanza della giornata odierna per la Gallura e per la Sardegna tutta era racchiusa in un evento che, fino a pochi anni fa, sembrava quasi impossibile persino da immaginare: l’arrivo del volo inaugurale Delta Air Lines proveniente da New York a Olbia.
Alle 7:20 arrivo all’Aeroporto Costa Smeralda S.A. Principe Karim Aga Khan IV. L’aria è già carica. Mi presento al desk dedicato alla stampa e agli invitati. Ricevo il badge identificativo e il giubbotto giallo. Da quel momento non siamo più soltanto osservatori: stiamo entrando dentro una pagina nuova della storia della Gallura.
Ci portano ai bordi della pista. Davanti a noi c’è l’attesa. Quella vera. Gli sguardi puntati verso il cielo, i telefoni già pronti, qualche parola sussurrata, poi lunghi secondi di silenzio. Si percepisce chiaramente che non stiamo aspettando soltanto un aereo. Stiamo aspettando un simbolo.
A bordo del Boeing 767 non ci sono soltanto i primi turisti americani arrivati direttamente in Sardegna. Ci sono anche importanti CEO di aziende statunitensi che, appena atterrati, proseguiranno in elicottero verso Cagliari per l’America’s Cup. A darci la notizia è Franco Cuccureddu, assessore regionale al Turismo. Ed è in quel momento che l’evento assume una dimensione ancora più ampia: turismo, economia, grandi relazioni internazionali, immagine della Sardegna nel mondo.
Poi, finalmente, l’aereo appare. Scende, si avvicina, tocca la pista. New York è arrivata a Olbia. Senza scali. Senza intermediazioni. Senza più quell’idea antica di una Sardegna lontana da tutto.
Il saluto dei Vigili del Fuoco, con il tradizionale water cannon, trasforma l’atterraggio in una scena quasi cinematografica. L’acqua si alza sopra la fusoliera, disegna un arco, battezza l’aereo. È il benvenuto della Sardegna all’America. È la Gallura che apre una porta nuova sul mondo.
A raccontare il peso di questa giornata, prima ancora delle parole ufficiali, è l’emozione di chi l’ha costruita. Mario Garau, responsabile sviluppo rotte della Geasar, lo dice con orgoglio, guardando quel gigante alle sue spalle: «Non è un cartonato con dietro un Piper. È veramente un 767-300 di Delta, la compagnia più importante al mondo, che ha deciso di investire sulla nostra destinazione e sul nostro aeroporto».
Garau ricorda anche il percorso nato anni prima, quando il volo verso gli Stati Uniti veniva ancora pronunciato quasi sottovoce: «Quattro anni fa parlarne sembrava sognare un po’ troppo. Invece con tenacia, determinazione e capacità di guardare oltre siamo arrivati a questo risultato».
Poi prende la parola Silvio Pippobello, amministratore delegato di Geasar. E il suo intervento è forse il più umano. Non parla solo da manager, ma da uomo che quell’aeroporto lo ha visto crescere. «Io sono qui da più di quarant’anni. Per me questo aeroporto è casa», dice.
E poi aggiunge una frase che restituisce tutta la portata emotiva del momento: «Oggi è come se mi fosse nato un figlio».
Pippobello non riduce il volo a una questione economica. Lo porta su un terreno più profondo, quasi identitario: «Avere un collegamento con New York, con gli Stati Uniti, era un sogno. Significa essere collegati, rompere l’isolamento. Questo è importantissimo».
In quelle parole c’è un pezzo della Sardegna. L’isola che per decenni ha fatto i conti con la distanza, con la continuità territoriale, con il sentirsi spesso periferia. Oggi, invece, la periferia diventa porta. Olbia non guarda più soltanto verso Roma, Milano o l’Europa. Guarda direttamente verso New York.
Pippobello richiama anche la figura del Principe Karim Aga Khan. E lo fa con gratitudine: «C’è molto del nostro Principe in questa giornata. Sono sicuro che lui ci sta guardando».
Perché l’aeroporto, la Costa Smeralda, l’idea stessa di una Gallura capace di parlare al mondo nascono anche da quella visione. Da quel sogno, oggi, parte una nuova traiettoria.
A dare il senso istituzionale del lavoro silenzioso che sta dietro a una giornata così è Roberto Solinas, direttore della Direzione territoriale Sardegna dell’Enac. Il suo passaggio è netto: «Niente viene per caso».
Dietro l’arrivo di un volo intercontinentale ci sono mesi di preparazione, autorizzazioni, sicurezza, controlli, standard operativi, coordinamento tra enti e società aeroportuale. Ci sono le quinte di una macchina complessa che il pubblico vede solo quando tutto funziona.
Il momento Delta arriva con Roberto Iatti, Senior Vice President International Pricing Revenue Management della compagnia americana. Italiano, da vent’anni negli Stati Uniti, Iatti racconta anche un aneddoto personale: «Il mio primo volo, quando avevo un anno, è stato un volo per la Sardegna. I miei genitori vennero qui a lavorare e io ho vissuto un anno e mezzo a Sassari. Non ricordo nulla, ma oggi si chiude un cerchio».
È una frase semplice, ma potente: il destino personale che incontra una rotta globale.
Iatti spiega anche come Olbia sia stata scelta: Delta aveva messo in competizione tre isole senza collegamento diretto dagli Stati Uniti — Olbia, Malta e Ibiza — chiedendo ai propri clienti quale destinazione volessero raggiungere. «Molti pensavano avrebbe vinto Ibiza. Alla fine ha vinto Olbia».
E quella vittoria racconta molto più di una preferenza turistica. Racconta una Sardegna che negli Stati Uniti comincia a essere riconosciuta per la sua identità, la Blue Zone, la cucina, la cultura, la storia, il paesaggio.
Il manager Delta lo dice chiaramente: l’obiettivo non è solo portare passeggeri, ma connettere mondi. E chiude con una formula destinata a restare: «Nessuno connette Olbia al mondo meglio di Delta».
Accanto alle istituzioni e alla compagnia aerea, c’è il mondo dell’impresa turistica. Paolo Manca, presidente di Federalberghi Sardegna, racconta un lavoro fatto negli anni con l’aeroporto, le associazioni, gli operatori e i grandi gruppi alberghieri.
«Il nostro piccolo continente, la Sardegna, ora non lo connettiamo soltanto con il continente europeo, ma anche con il continente statunitense», dice.
Poi strappa anche un sorriso quando raccoglie la battuta di Delta sul cappuccino richiesto dagli americani a ogni ora: «Rassicuro tutti: il cappuccino è previsto 24 ore su 24».
Ma dietro l’ironia c’è un messaggio serio: accogliere questo mercato significa essere pronti. Lingue, servizi, qualità, esperienze, attenzione al dettaglio. Non basta avere il mare più bello. Bisogna saperlo raccontare, servire, organizzare.
Lo conferma anche Luca Filigheddu, vicepresidente della sezione turismo di Confindustria Centro Nord Sardegna: «Per i nostri hotel il mercato americano rappresenta già oggi il primo mercato, soprattutto per le strutture di fascia alta».
Per il sistema ricettivo gallurese, il volo Delta non è quindi solo una novità simbolica: è uno strumento concreto per lavorare meglio su un segmento internazionale evoluto, alto spendente, interessato alla Sardegna autentica e non solo alla cartolina balneare.
La parola passa poi ai territori. Roberto Ragnedda, sindaco di Arzachena, lega la giornata alla storia della Costa Smeralda: «Si concretizza veramente il sogno del Principe: connettere la Sardegna verso un altro continente».
Per Arzachena e per la Gallura, questo volo significa dare continuità a una visione nata decenni fa: non subire il turismo, ma guidarlo; non limitarsi ad accogliere, ma costruire esperienze.
Infine Settimo Nizzi, sindaco di Olbia e presidente della Provincia della Gallura, porta il discorso sul terreno più ampio dell’isola. Il suo passaggio è diretto: gli americani non verranno soltanto per le spiagge. Verranno per scoprire la Sardegna interna, le culture millenarie, la vita sana, la Blue Zone, i paesi, il cibo, le tradizioni.
E avverte: «Questa è un’occasione talmente grande che noi non possiamo per nessun motivo perdere».
Mentre il Boeing 767 si prepara a ripartire verso gli Stati Uniti, resta addosso la sensazione di aver visto qualcosa che va oltre la cronaca. Non è stato soltanto un atterraggio. È stato un passaggio di fase.
La Sardegna ha accorciato l’oceano. La Gallura ha aperto una nuova porta. Olbia, per un giorno, è diventata il punto esatto in cui un sogno antico e una rotta moderna si sono incontrati.
E stamattina, alle prime luci del giorno, quella distanza che per anni abbiamo raccontato come limite è diventata una possibilità.
New York è atterrata in Sardegna. E la Sardegna, da oggi, è un po’ più vicina al mondo.
PS: alla fine sono andato a salutare due cari amici di Olbia, amanti anche loro del bello, della possibilità; ne è venuto fuori un incontro che ha acceso un’altra miccia pronta ad innescare una nuova avventura editoriale. Vi anticipo già il titolo ” la rotta del Principe, con lo stesso skipper di 66 anni fa”.
Futuro Nazionale sbarca ad Alghero, Emanuele Fais nominato referente locale
Il nuovo gruppo prende forma con l’obiettivo di radicarsi in città e intercettare cittadini alla prima esperienza politica. Al centro del progetto ci sono casa, lavoro, identità locale e qualità della vita. Nell’intervista, Fais spiega linee guida, priorità e obiettivi del comitato.
Futuro Nazionale apre ufficialmente anche ad Alghero e affida la guida del nuovo comitato cittadino a Emanuele Fais. La nomina è arrivata dall’assemblea dei soci fondatori, che ha indicato il referente locale chiamato ad avviare il lavoro politico e organizzativo del movimento sul territorio.
La nascita del gruppo algherese segna un nuovo passaggio nella crescita della formazione legata a Roberto Vannacci, che punta ora a consolidare la propria presenza anche in Sardegna attraverso una rete di comitati locali. L’obiettivo dichiarato è quello di costruire una struttura attiva, capace di confrontarsi con i problemi concreti della città e di coinvolgere nuovi aderenti.
Uno degli elementi che il comitato mette maggiormente in evidenza riguarda proprio il profilo degli iscritti. Secondo quanto riferito dai promotori, una parte consistente di chi ha scelto di aderire non arriva da precedenti esperienze di partito. Un dato che viene letto come il segnale di una domanda nuova di rappresentanza, maturata fuori dai tradizionali circuiti della politica organizzata.
L’idea, spiegano dal gruppo, è quella di trasformare questo interesse iniziale in una presenza stabile nella vita pubblica algherese. Non soltanto tesseramento o mobilitazione in vista degli appuntamenti elettorali, ma ascolto, presenza costante e iniziative sui temi più sentiti da famiglie, giovani, lavoratori e attività economiche.
Tra le priorità indicate dal nuovo comitato ci sono innanzitutto il problema della casa, le difficoltà dei giovani a restare in città e la necessità di rendere l’economia locale meno dipendente dalla sola stagione turistica. A questi temi si aggiungono sicurezza, decoro urbano, servizi e vivibilità, indicati come condizioni essenziali per garantire una crescita più equilibrata del territorio.
Accanto alle questioni economiche e sociali, Futuro Nazionale insiste anche sul tema dell’identità cittadina. In una realtà come Alghero, il movimento dice di voler puntare sulla tutela della cultura locale, della tradizione catalana, del centro storico e delle attività che mantengono vivo il legame con la storia e con il carattere della città.
Sul piano politico, il nuovo comitato nasce in un clima che si annuncia acceso. Il movimento guidato da Vannacci è spesso al centro del dibattito nazionale e anche ad Alghero l’avvio di questa esperienza promette di inserirsi con decisione nel confronto pubblico. Dal gruppo locale, però, viene ribadita la volontà di affrontare i temi in modo diretto ma dentro un confronto civile.
L’INTERVISTAa cura di Fausto Farinelli
Fais: “Vogliamo presenza vera sul territorio, non un comitato di facciata”
Molti dei vostri iscritti, dite, non hanno mai avuto tessere di partito. Come pensate di trasformare questo entusiasmo iniziale in una presenza concreta e credibile nella vita politica e sociale di Alghero?
Proprio questo è uno degli aspetti più interessanti. Se tante persone che non hanno mai fatto politica decidono oggi di impegnarsi, significa che esiste un bisogno reale di partecipazione e rappresentanza. Noi non vogliamo creare l’ennesimo comitato fatto solo di slogan o presenze elettorali. Vogliamo costruire presenza sul territorio, ascolto e proposte concrete.
“La credibilità non nasce dai simboli o dalle tessere storiche, ma dal lavoro quotidiano: stare tra la gente, affrontare problemi reali, organizzare iniziative, ascoltare residenti, commercianti, giovani e famiglie.”
Chi entra oggi in Futuro Nazionale spesso porta competenze, esperienze professionali e voglia di fare che la politica tradizionale ha perso da tempo.
Alghero vive problemi molto concreti: caro casa, difficoltà per i giovani a restare in città, turismo sempre più stagionale e servizi sotto pressione. Quali sono le prime tre battaglie locali che il comitato vuole portare avanti?
Le priorità devono essere quelle vissute ogni giorno dai cittadini, non quelle dei salotti politici.
Le prime battaglie sono molto chiare: affrontare seriamente il problema della casa, soprattutto per giovani coppie e lavoratori, contrastando anche gli squilibri creati da un turismo completamente sbilanciato sugli affitti brevi; lavorare per un’economia più stabile e meno stagionale, aiutando commercio, artigianato, imprese locali e turismo identitario legato alla cultura e al territorio; difendere sicurezza, decoro urbano e qualità della vita, perché senza ordine, servizi e vivibilità nessuna città riesce davvero a crescere.
“Il punto fondamentale è che Alghero non può vivere tre mesi l’anno e sopravvivere gli altri nove.”
Futuro Nazionale punta molto sui temi di identità e difesa della cultura. In una città come Alghero, con una forte identità catalana e una storia particolare, cosa significa per voi tutelare concretamente l’identità locale?
Significa difendere ciò che rende Alghero unica, senza vergognarsene e senza trasformare l’identità in folklore da cartolina.
Lingua, tradizioni, storia, architettura, cultura popolare, gastronomia, rapporto con il mare: tutto questo non è un dettaglio turistico, è l’anima della città.
Per noi tutelare l’identità significa valorizzare la cultura algherese e catalana, proteggere il centro storico, sostenere artigiani e attività identitarie, promuovere eventi legati alle tradizioni locali e fare in modo che la città non perda sé stessa inseguendo un turismo senz’anima.
“Difendere l’identità locale non divide: dà radici, appartenenza e continuità storica.”
Il movimento guidato dal Generale Roberto Vannacci viene spesso accusato di utilizzare toni divisivi. Come risponde a chi teme che la nascita del comitato possa aumentare lo scontro politico anche ad Alghero?
Oggi in Italia spesso viene definito “divisivo” semplicemente chi dice cose che altri non hanno il coraggio di dire.
Noi non cerchiamo lo scontro sterile. Ma non crediamo nemmeno in una politica fatta di parole vuote, ambiguità o conformismo obbligato. Dire che esistono problemi reali — sicurezza, degrado, perdita di identità, difficoltà economiche — non significa creare divisione. Significa avere il coraggio di affrontare la realtà.
Il vero problema non è chi parla dei problemi. Il vero problema è chi li nega per anni e poi si stupisce quando i cittadini si allontanano dalla politica tradizionale.
“Se porteremo dibattito, idee e partecipazione, allora ben venga. La democrazia vive anche del confronto forte, purché civile e rispettoso delle leggi e delle persone.”
CONTATTI
Comitato Futuro Nazionale Alghero Email:[email protected] Telefono / WhatsApp: 334 277 1921 Emanuele Fais: 347 936 2260 Francesco Gallio: 347 936 2260 Tesseramento online: portale ufficiale Futuro Nazionale
Quando l’incanto cancella le distanze: il soffio della Costa Smeralda strega Cagliari.
Screenshot
Ci sono sere in cui il tempo sembra fermarsi, sospeso su un filo di pura emozione. Sere in cui l’aria si fa densa di storie che profumano di mare, di granito e di sogni così grandi da sembrare leggende. Sabato la sala era un mare umano: oltre duecento cuori stipati, lo spazio che diventava improvvisamente troppo piccolo per contenere l’attesa. Cagliari ha vissuto una notte storica, accogliendo per la primissima volta un racconto che per decenni è rimasto confinato tra le rocce della Gallura.
A compiere questo prodigio, a tessere questo ponte invisibile fatto di orgoglio e memoria, è stata un’alchimia perfetta di destini: la visione ostinata dell’associazione Isolarte di Cagliari, penna, taccuino e microfono guidati dal cuore di Fausto Farinelli e i ventinove protagonisti che, attraverso le pagine del libro, hanno prestato i loro ricordi e le loro anime a questa notte magica. Insieme, come in un antico coro sardo, hanno squarciato il velo dei vecchi campanilismi, regalando alla città un’emozione pura in cui il Capo di Sotto e il Capo di Sopra si sono finalmente fusi in un unico, grande abbraccio.
Screenshot
Un libro scritto con l’anima, nato dal grembo dell’isola
Il battito profondo della serata è stato il libro di Fausto Farinelli. Un’opera che, come è stato sussurrato sul palco, non è nata da freddi archivi, ma è stata scritta “con il cuore e con la testa”. C’era una magia sottile nel vedere un uomo della costa nord-ovest, farsi custode e narratore dei segreti più intimi della Costa Smeralda.
Davanti agli occhi lucidi del pubblico è svanito, una volta per tutte, il vecchio dogma che voleva quel paradiso come un corpo estraneo alla Sardegna. Attraverso immagini d’epoca dal sapore ancestrale e parole che graffiavano l’anima, è emersa la verità più dolce: la Costa Smeralda non è stata calata dall’alto, ma è nata dal grembo stesso dell’isola. Gli archi di Porto Cervo respirano la stessa aria di Casa Guiso a Orosei; le ville parlano la lingua delle ricamatrici di Samugheo e dei falegnami che rubavano i segreti al legno, saziando i desideri di un Principe visionario.
Le voci dei giganti: echi di un’era mitica
Il momento più alto, quello in cui la commozione ha bagnato gli sguardi dei presenti, è arrivato quando il palco si è popolato dei giganti che quel sogno lo hanno vissuto e plasmato con le proprie mani.
L’eco da Roma: La voce di Giancarlo Busiri Vici, 93 anni di lucida poesia, è arrivata via “etere” come un sussurro da un’epoca mitica. Ha parlato degli inizi “eroici”, di quel “timore reverenziale” provato davanti a una natura troppo bella per essere toccata, confessando che gli architetti, prima di tutto, si sentivano i custodi sacri di quella terra incontaminata.
Il tocco umano del Principe:Antonello Verona e Vincenzo Frigo hanno dipinto il ritratto intimo di Karim Aga Khan. Non un sovrano distante, ma un uomo che ascoltava il vento, che battezzava i figli dei pastori e che ha regalato ai sardi un destino internazionale, trasformando ragazzi dell’isola in comandanti di navi e piloti d’aereo.
Una splendida, fiera malinconia: L’architetto Enzo Satta, la mente dietro il grandioso Masterplan, ha toccato le corde più profonde del rimpianto. Ha rievocato l’ambizione di un progetto venticinquennale che avrebbe dato pane e futuro a migliaia di famiglie nel segno del rispetto assoluto dell’ambiente, scontratosi poi contro i “ni” sordi della politica. Una ferita ancora aperta, ma fiera.
Un’eredità che vibra nel buio
La serata si è tinta dei colori dello sport e della speranza, ricordando l’epopea di Azzurra che faceva battere i cuori dell’Italia intera e l’impegno odierno della fondazione One Ocean, nata per sussurrare al mondo che il nostro mare va protetto, amato, salvato.
L’applauso finale, scrosciato come un’onda di maestrale tra le mura della sala di Cagliari, è stato l’abbraccio di un’intera isola che si riconosce unita, finalmente libera da barriere geografiche. Una notte magica in cui Porto Cervo non è stata più un’enclave d’élite, ma un pezzo d’anima della Sardegna intera.
E mentre le luci si spegnevano, una domanda è rimasta sospesa nell’aria, bellissima e terribile, a far tremare i pensieri dei presenti:
Se nel 1960, tra quelle rocce scolpite dal vento, non fosse arrivato lo sguardo innamorato e illuminato di Karim Aga Khan, ma il cemento cieco di un qualunque speculatore… noi, oggi, quale Sardegna staremmo piangendo?
Premio Costa Smeralda 2026: vincono Niccolò Ammaniti e Adriana Cavarero. Premi anche a Javier Cercas, Emilio Isgrò e all’ammiraglio Giuseppe Lai.
Di Fausto Farinelli – foto: Emanuele Perrone
Al Conference Center di Porto Cervo la cerimonia pubblica del Premio promosso dal Consorzio Costa Smeralda. Cultura, letteratura, identità mediterranea e Sardegna al centro della settima edizione.
Porto Cervo, 18 aprile 2026 – Sono stati annunciati al Conference Center di Porto Cervo i vincitori del Premio Costa Smeralda 2026, promosso dal Consorzio Costa Smeralda, presieduto da Renzo Persico, con il patrocinio del Comune di Arzachena.
Il Premio Narrativa è stato assegnato a Niccolò Ammaniti con Il custode, edito da Einaudi. Il Premio Saggistica è andato ad Adriana Cavarero con Il canto delle sirene, edito da Castelvecchi.
Durante la cerimonia, condotta dalla giornalista Roberta Floris, sono stati assegnati anche tre riconoscimenti speciali: il Premio Internazionale allo scrittore spagnolo Javier Cercas, il Premio Cultura del Mediterraneo a Emilio Isgrò e il Premio Speciale all’Ammiraglio Giuseppe Lai, già comandante dell’Amerigo Vespucci.
Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, Mario Ferraro, vicepresidente del Consorzio Costa Smeralda e amministratore delegato di Smeralda Holding, Roberto Ragnedda, sindaco di Arzachena, e Stefano Salis, direttore artistico del Premio. La giuria era composta da Lina Bolzoni, Marcello Fois, Elena Loewenthal e Chiara Valerio.
Una stagione che si apre con la cultura
Nel suo intervento iniziale, Mario Ferraro ha ricordato il senso originario del Premio Costa Smeralda: creare contenuti culturali capaci di rafforzare l’offerta turistica e contribuire all’allungamento della stagione.
Ferraro ha sottolineato come, in sette anni, la data del Premio sia stata progressivamente anticipata, passando da maggio ad aprile, fino ad arrivare all’edizione del 2026, celebrata il 18 aprile. Un segnale, secondo il vicepresidente del Consorzio, della crescita della destinazione.
«Quando sono arrivato qui nel 2015, il 15 giugno metà dei negozi di Porto Cervo erano ancora chiusi. Oggi, il 16 aprile, l’80% dei negozi è già aperto, due dei quattro alberghi più importanti sono già aperti e, entro la fine del mese, l’intera destinazione sarà a pieno regime».
Ferraro ha parlato di una stagione passata da due mesi e mezzo a circa sette mesi, con ricadute economiche significative sul territorio.
Il sindaco di Arzachena, Roberto Ragnedda, ha rimarcato il valore identitario dell’evento:
«Arzachena e Costa Smeralda sono anche un momento culturale, identitario, un crocevia di arte, cultura e letteratura che apre la stagione estiva».
Premio Narrativa a Niccolò Ammaniti con Il custode
Il vincitore della sezione Narrativa è Niccolò Ammaniti con Il custode, pubblicato da Einaudi.
Il romanzo racconta la storia di Nilo, un ragazzino che vive in un paese della Sicilia insieme alla madre e alla zia. La sua famiglia ha da secoli un compito: custodire un segreto antico e terribile, legato alla figura mitologica di Medusa.
La motivazione della giuria definisce Il custode un romanzo che si inserisce nella grande linea del fantastico italiano, da Anna Maria Ortese a Tommaso Landolfi, da Bontempelli a Calvino, fino a Fruttero e Lucentini. Secondo la giuria, Ammaniti riesce ancora una volta a tenere insieme mito e contemporaneità, portando il lettore in un mondo più vasto del visibile.
«Il Premio Costa Smeralda 2026 per la narrativa italiana va a Niccolò Ammaniti, uno scrittore fantastico, in tutte le accezioni che l’aggettivo italiano ci consente».
Sul palco, Ammaniti ha raccontato il rapporto quasi inevitabile con i protagonisti adolescenti:
«Io ci provo a non raccontare gli adolescenti, ma sono gli adolescenti che vogliono essere raccontati da me. Ogni volta dico: questo è l’ultimo. E invece ci casco di nuovo».
Parlando del romanzo, ha spiegato la difficoltà di raccontarlo senza svelarne il segreto centrale:
«Dietro una porta chiusa, in un bagno, c’è un mostro. Nilo e la sua famiglia sono custodi da millenni di questo segreto. È un po’ come accade in certe famiglie, dove esistono storie che sono solo tue, che difficilmente racconti agli altri e che ti vengono tramandate».
Il cuore del libro, secondo Ammaniti, è il conflitto tra destino familiare e desiderio di libertà:
«Nilo incontra una donna libera, che sembra rappresentare l’immagine stessa della libertà. Lui perde la testa e si ritrova diviso tra l’odore della libertà che lei gli offre e i doveri familiari».
Lo scrittore ha poi riflettuto sul valore del segreto nella società contemporanea:
«Il segreto è diventato molto difficile da gestire, perché tendiamo a condividere tutto. Ma la lettura è ancora un piccolo segreto che il lettore condivide con lo scrittore».
Ammaniti ha spiegato anche la scelta dell’ambientazione siciliana, Triscina, luogo conosciuto durante le riprese della serie Anna:
«Quando sono arrivato a Triscina ho capito che quella era la storia che volevo raccontare in quel posto. I luoghi, per me, fanno sì che un’immagine diventi reale».
Gli altri finalisti della Narrativa
Paola Barbato con Un cuore capovolto
Tra i finalisti della sezione Narrativa anche Paola Barbato con Un cuore capovolto. L’autrice ha portato sul palco una riflessione intensa sul mondo dei poliziotti informatici infiltrati in rete.
Barbato ha spiegato di essere stata colpita dalla figura degli agenti che, per indagare sui predatori online, si fingono adolescenti:
«Sono uomini e donne che fingono di avere dodici o tredici anni, costruiscono relazioni, parlano con ragazzi e ragazze, creano confidenza. Poi, terminata l’indagine, spariscono».
Secondo l’autrice, questa sparizione lascia ferite profonde:
«Per i ragazzi la rete è come la vita. Un amico che scompare in rete è un amico che scompare davvero».
Il romanzo ruota intorno alla domanda morale sul confine tra bene e male:
«Se per fare del bene devi percorrere una strada di male, alla fine non puoi guardare soltanto l’obiettivo. Conta anche la strada».
Barbato ha poi difeso la forza narrativa del thriller:
«Il thriller è una scatola. Ha dei limiti, ma dentro quella scatola puoi mettere tutto: famiglia, amore, denuncia sociale, politica, religione. Raccontiamo la vita attraverso il male e attraverso la deviazione della mente».
Dario Ferrari con L’idiota di famiglia
Il terzo finalista della Narrativa era Dario Ferrari con L’idiota di famiglia, pubblicato da Sellerio.
Ferrari ha raccontato il romanzo come un corpo a corpo familiare tra Igor, traduttore quarantenne, e il padre, figura intellettuale ingombrante, chiamato in casa “Herr Professor”.
«Igor ha vissuto mettendosi consapevolmente all’ombra del padre, cercando la sua approvazione. Ma quando chiedi l’approvazione di un padre, spesso ricevi un giudizio o una condanna».
Il rapporto cambia quando il padre viene colpito da una malattia degenerativa:
«Igor è costretto a occuparsi del padre non più attraverso la parola, che tra loro non ha mai funzionato, ma attraverso un percorso di cura».
Ferrari ha spiegato di aver scelto un tono ironico per raccontare una materia dolorosa:
«Raccontare con ironia non toglie nulla alla tragedia. Anzi, può esaltare altri aspetti che chi vive certe situazioni conosce bene».
Il romanzo diventa anche una riflessione sulla fine del Novecento e sulla generazione dei millennial:
«La mia generazione ha spesso la sensazione di vivere in un mondo dato una volta per tutte, su cui non si riesce più a intervenire. Però forse qualcosa del mondo possiamo ancora cambiarlo».
Premio Saggistica ad Adriana Cavarero con Il canto delle sirene
Il Premio Saggistica è stato assegnato ad Adriana Cavarero per Il canto delle sirene, pubblicato da Castelvecchi.
La motivazione della giuria parte da una domanda solo apparentemente semplice: per chi cantano le sirene?
La tradizione risponderebbe: per Ulisse. Ma Cavarero rovescia la prospettiva e mette al centro non l’eroe che ascolta, ma le sirene che cantano.
Secondo la giuria, il saggio offre una lettura originale e suggestiva del mito:
«In queste pagine sia l’eroe Ulisse sia le misteriose tentatrici ci appaiono in una prospettiva tutta nuova. Ci dicono che in fondo questa storia appartiene anche a noi, donne e uomini del presente».
Sul palco, Cavarero ha spiegato di essere tornata al mito delle sirene perché si tratta di uno dei racconti più longevi della cultura occidentale:
«Il mito delle sirene è stato riraccontato mille volte, passando attraverso la storia della letteratura fino ad arrivare ad Andersen, Hollywood e Disney».
La filosofa ha chiarito il senso del suo rovesciamento:
«Il mito ha al centro Odisseo. Il viaggio è il suo viaggio, è lui l’eroe. Io ho provato a cambiare la trama, a mettere al centro non il piacere dell’ascoltatore, ma il piacere delle cantatrici».
Il punto di svolta nasce da alcuni versi di T.S. Eliot:
«Ho sentito le sirene cantare l’una all’altra, non credo che canteranno per me. Questa frase mi ha colpita moltissimo. Allora le sirene non cantavano per Ulisse: cantavano l’una all’altra».
Cavarero ha poi dedicato un passaggio alla Sardegna:
«Credo che su queste coste, se le sirene dovessero cantare, verrebbero qua».
Dopo la vittoria, ha ringraziato con parole poetiche:
«Vorrei cantare per voi. Vorrei che fossimo tutte e tutti a cantare e che il piacere delle sirene tornasse in noi in una voce che diventa armonia. Questa è utopia, ma la bellezza aiuta a sognare l’armonia».
Gli altri finalisti della Saggistica
Edoardo Camurri con La vita che brucia
Tra i finalisti della Saggistica, Edoardo Camurri ha presentato La vita che brucia, un libro costruito come una cerimonia filosofica intorno al tema della sofferenza.
«Il libro è una cerimonia, un rituale. È un libro filosofico sulla sofferenza, ma la sofferenza non è vista come un argomento: è ciò che accomuna ogni essere vivente».
Camurri ha spiegato che il libro si apre all’alba di un giorno e si conclude all’alba del giorno dopo. In questo arco temporale, la sofferenza diventa una maestra da ascoltare.
«Le prime settanta pagine sono mortali, volutamente death metal. Servono a non lasciarci vie di fuga, a impedirci di non ascoltare il messaggio della sofferenza».
Alla domanda su come tenere acceso il fuoco interiore, Camurri ha risposto:
«Il segreto è non fare nulla. Creare uno spazio tra noi e le cose. Imparare la disciplina della non identificazione con la nostra presunta identità».
Andrea Moro con Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri
Andrea Moro, con Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri, ha portato sul palco una riflessione tra linguaggio, neuroscienze, filosofia e biologia.
Sul rapporto tra linguaggio e voce ha spiegato:
«Il linguaggio è come un fiocco di neve che ci cresce in testa. È la struttura della nostra grammatica. La voce è il modo in cui queste strutture passano da un individuo all’altro».
Moro ha raccontato di aver riletto Lucrezio durante il Covid:
«Mi sono fatto due regali: la lettura di tutta la Divina Commedia, un canto al giorno, e poi Lucrezio».
Secondo Moro, Lucrezio aveva già intuito alcuni principi fondamentali della modernità: la struttura della materia, il valore delle combinazioni, l’emergere di proprietà nuove dall’organizzazione degli elementi.
«Lucrezio capisce che elementi minimi possono generare significato attraverso la sola permutazione dell’ordine. La struttura è ciò che conta nella realtà».
Il pipistrello dagli occhi azzurri diventa così immagine della singolarità del linguaggio umano:
«Il linguaggio, come le ali dei pipistrelli, o c’è o non c’è. Non esistono persone con un po’ meno linguaggio».
Premio Internazionale a Javier Cercas
Il Premio Internazionale è stato assegnato allo scrittore spagnolo Javier Cercas, dopo le precedenti vittorie di autori come Orhan Pamuk, Emmanuel Carrère, Alicia Giménez-Bartlett e Björn Larsson.
La motivazione della giuria sottolinea la capacità di Cercas di esplorare identità, memoria collettiva, dilemmi etici e confini tra realtà e finzione.
«La verità della letteratura, nel complesso dell’opera di Cercas, non compete con la verità fattuale: è qualcosa di più, allo stesso tempo più forte ma anche in qualche modo indimostrabile».
Cercas, sul palco, ha spiegato il suo rapporto con la scrittura:
«Per me la letteratura è prima di tutto un piacere, come il sesso, ma è anche una forma di conoscenza, come il sesso. Scrivo per sapere. Scrivo su ciò che non so».
Per lo scrittore, al centro di ogni libro c’è una domanda:
«Il libro non è esattamente una risposta. È qualcosa che dà forma alla domanda, la rende ancora più complessa».
Cercas ha rivendicato la libertà dello scrittore:
«Uno scrittore deve scrivere con assoluta libertà. Bisogna arrivare in un posto che nemmeno tu conoscevi prima di cominciare a scrivere».
Sul ruolo pubblico dello scrittore ha aggiunto:
«Lo scrittore è uno scrittore, ma è anche un cittadino. La prima responsabilità è partecipare alla vita pubblica. Politica viene da polis, città. La città è di tutti».
Raccontando Il sovrano delle ombre, Cercas ha parlato della propria famiglia franchista e della necessità di confrontarsi con il passato:
«Parlo del passato non per il passato in sé, ma perché fa parte del presente. Il passato è una dimensione del presente senza la quale il presente è mutilato».
Infine, ha ricordato il viaggio con Papa Francesco in Mongolia, esperienza diventata materia narrativa:
«È stata un’esperienza straordinaria, un privilegio incredibile. Per la prima volta il Vaticano ha aperto le porte a uno scrittore, e quello scrittore ero io».
Il libro nasce anche da una domanda personale legata alla madre credente:
«Mia madre vedrà mio padre dopo la morte, sì o no? È la domanda più elementare e più profonda».
Premio Cultura del Mediterraneo a Emilio Isgrò
Il Premio Cultura del Mediterraneo è stato assegnato a Emilio Isgrò, maestro dell’arte contemporanea internazionale, poeta, scrittore e artista visivo.
La motivazione della giuria richiama il senso profondo della sua opera:
«Cancellare è un atto apparentemente distruttivo. Emilio Isgrò, al contrario, gli ha restituito un senso nuovo: cancellare è creare».
Il lavoro di Isgrò, soprattutto quello sulle carte geografiche, viene letto come una riflessione sul Mediterraneo, luogo di attraversamenti, dialoghi, civiltà e lingue.
«Il Mediterraneo del Maestro Isgrò è un oceano di civiltà, di storie che si intrecciano, di lingue che si parlano, che non cancella nessuno e valorizza tutti».
Sul palco, Isgrò ha spiegato il senso della cancellatura:
«Quando feci le prime cancellature vivevo in una società visiva che aveva praticamente soppresso la parola umana. Tutto si doveva vedere. Questo evitava la riflessione».
L’artista ha collegato il suo lavoro al Mediterraneo:
«Io sono nato nel Mediterraneo. Penso che noi italiani, spagnoli, francesi, e chi vive in questa parte del mondo, abbiamo il diritto non solo di consumare cultura, ma soprattutto di produrla».
Per Isgrò, la cancellatura non distrugge, ma custodisce:
«La cancellatura custodisce la parola per i tempi in cui dovremo tornare a parlare. E quei tempi si stanno avvicinando».
Alla domanda su quale parola oggi non dovrebbe essere cancellata, ha risposto:
«Sceglierei la parola pace. Perché non c’è pace senza rispetto degli altri e non c’è arte senza pace».
Premio Speciale all’Ammiraglio Giuseppe Lai
Il Premio Speciale è stato assegnato all’Ammiraglio Giuseppe Lai, già comandante dell’Amerigo Vespucci, la nave scuola della Marina Militare Italiana.
La motivazione della giuria celebra il viaggio intorno al mondo della Vespucci e il ruolo di Lai come rappresentante dell’Italia e della Sardegna:
«Al comando della Amerigo Vespucci, la nave più bella del mondo, ha portato in giro l’orgoglio italiano in una navigazione intorno al mondo che ha toccato tutti i mari, tutti i continenti, tutti i cuori».
La giuria ha sottolineato anche il legame con l’isola:
«Dalla sua Sardegna ha portato la saggezza dello stare insieme, le capacità di leadership, le qualità di tempra, calma, lo spirito di squadra».
Lai ha definito il comando della Vespucci «l’esperienza della vita»:
«Fare l’ufficiale di Marina era il mio sogno da bambino. Il mare mi ha sempre affascinato e intimorito. Lo vedevo come un limite e si è rivelato invece un’opportunità».
Uno dei momenti più intensi del viaggio è stato il passaggio a Capo Horn:
«Capo Horn è stato una sfida nella sfida. È un luogo a cui bisogna dare del lei, anzi del voi con tutte le maiuscole».
L’ammiraglio ha poi spiegato il vero insegnamento della Vespucci:
«Sul Vespucci si impara a vivere insieme agli altri. Si impara il significato di parole come altruismo e spirito di squadra».
Infine, sulla dote principale di un comandante, Lai ha indicato l’umiltà:
«Un comandante deve avere l’umiltà di saper ascoltare, pazienza strategica e senso di responsabilità».
Il premio materiale: pietre della Sardegna
A simbolo dell’attribuzione del Premio Costa Smeralda, oltre a un premio in denaro, i vincitori hanno ricevuto un’opera esclusiva dello scultore Giuseppe Sanna.
Anche per l’edizione 2026 lo scultore ha realizzato un premio unico per ciascuna categoria, utilizzando pietre locali come simbolo della connessione tra il Premio e il territorio della Sardegna. Le pietre rappresentano solidità, resistenza e bellezza senza tempo della cultura e della natura dell’isola.
Organizzazione e partner
L’evento è realizzato con il patrocinio del Comune di Arzachena. Partner e sponsor principale della manifestazione è Smeralda Holding, società italiana indirettamente controllata da Qatar Investment Authority, che nel 2012 ha acquistato proprietà immobiliari e terreni in Costa Smeralda.
L’organizzazione operativa, l’allestimento scenografico e la produzione dell’evento di premiazione sono affidati a Filmmaster, che ha inoltre realizzato il logo, l’immagine grafica coordinata e il concept del premio materiale.
La cultura come apertura della stagione
La settima edizione del Premio Costa Smeralda conferma la volontà di aprire la stagione turistica della Costa Smeralda attraverso la cultura, i libri, il pensiero e il dialogo.
Dalla narrativa fantastica di Ammaniti alla rilettura filosofica del mito proposta da Cavarero, dalla memoria storica di Cercas alla parola custodita di Isgrò, fino al viaggio della Vespucci comandata dall’ammiraglio Lai, il Premio ha messo al centro un’idea precisa: la Sardegna non è soltanto destinazione turistica, ma anche spazio di produzione culturale, identità mediterranea e racconto contemporaneo.
COSTRUIRE SENZA CONSUMARE IL FUTURO, Antonio Ciucci: “Il valore dell’edilizia si misura nella qualità dei luoghi”
di Fausto Farinelli – Porto Cervo, 11 Aprile 2026
Da Porto Cervo una riflessione sul presente e sul domani delle costruzioni italiane: rigenerazione urbana, casa, infrastrutture, giovani e manutenzione al centro del confronto con il presidente di Ance Roma.
In un contesto che richiama con forza il rapporto tra paesaggio e architettura, Antonio Ciucci indica una direzione chiara: meno retorica, più visione. Perché costruire bene, oggi, significa tenere insieme sviluppo, bellezza e responsabilità.
Arrivo a Porto Cervo alle 15, come sempre con un po’ di anticipo quando mi attende un’intervista importante. La giornata è di quelle che amplificano la bellezza del luogo: la luce del sole accende i profili della Costa Smeralda e ne restituisce tutta l’eleganza, senza intaccarne la naturalezza. L’occasione è la riunione della Segreteria della Commissione Opere Pubbliche dell’Ance, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, alla presenza dei presidenti Pierpaolo Tilocca per Ance Sardegna, Silvio Alciator per Ance Centro Nord Sardegna, Alberto Cancellu per Ance Sardegna Centrale e Renato Vargiu per Ance Sardegna Meridionale.
È in questo contesto che incontro l’ingegner Antonio Ciucci, presidente di Ance Roma. E proprio in uno scenario che richiama con immediatezza il rapporto tra paesaggio, architettura e visione, il confronto con lui si trasforma in una riflessione ampia sul presente e sul futuro del costruire in Italia.
Presidente Ciucci, ci sono luoghi come la Costa Smeralda in cui l’architettura sembra suggerire una regola semplice: costruire bene significa non imporsi sul paesaggio, ma interpretarlo. L’edilizia italiana è pronta oggi a questa responsabilità?
“Sì, penso di sì. Oggi siamo più pronti rispetto al passato. Sono cambiate le norme, è cresciuta la sensibilità verso l’ambiente ed è maturata anche una coscienza diversa nel rapporto con il territorio. Però il rispetto del paesaggio non può trasformarsi nel blocco di tutto. La lezione di luoghi come questo è che si può intervenire, e lo si può fare molto bene.”
Quindi il nodo non è se costruire, ma in che modo farlo.
“Esattamente. Dobbiamo smontare l’idea che costruire significhi per forza deturpare. Il problema non è l’edilizia in sé, ma la qualità dell’intervento. C’è una differenza netta tra chi specula e chi invece realizza opere che generano valore. L’edilizia è un’industria sana, che dà lavoro, sostiene famiglie e accompagna lo sviluppo.”
In che senso le costruzioni restano un motore di crescita?
“Nel senso più concreto possibile. Le infrastrutture sviluppano i territori, li collegano, li rendono più accessibili e competitivi. Non parliamo solo di edifici, ma di servizi, mobilità, vivibilità. È questo il punto: quando il costruire è pensato bene, produce effetti che vanno oltre il singolo intervento.”
La Sardegna è un laboratorio interessante da questo punto di vista?
“Sì, perché qui si vede bene quanto lo sviluppo debba essere complessivo. Ci sono realtà di altissimo livello, ma servono anche trasporti efficienti, servizi e una visione che tenga insieme turismo, residenzialità e qualità della vita. Un territorio cresce davvero solo quando le sue parti dialogano tra loro.”
In questo discorso rientra anche il tema dello spopolamento?
“Certamente. Le costruzioni hanno anche una funzione sociale, perché incidono sulla possibilità di restare in un luogo, di viverci bene, di immaginarci un futuro. Se un territorio è ben collegato, ben servito e ben organizzato, ha più forza. Se manca tutto questo, si indebolisce.”
Quanto pesa, in questa prospettiva, il rapporto con la politica?
“Pesa molto, perché il nostro settore si muove dentro un sistema complesso. Ci sono competenze statali, regionali e comunali, e proprio per questo il confronto istituzionale è fondamentale. Devo dire che la collaborazione con la politica è buona e che il settore è ascoltato. Allo stesso tempo, però, ci si confronta spesso con un quadro normativo stratificato, datato e non sempre adeguato ai bisogni attuali. Per questo servirebbe una riorganizzazione più coraggiosa delle regole.”
C’è un termine che torna spesso quando si parla di edilizia: rigenerazione. È davvero la parola chiave?
“Lo è, ma a patto di non usarla come slogan. La rigenerazione piace a tutti, però poi bisogna renderla possibile. Servono norme chiare, equilibrio economico e strumenti che permettano davvero di intervenire sul patrimonio esistente.”
Oggi qual è l’ostacolo principale?
“I costi. Costruire costa molto, ma rigenerare spesso costa ancora di più. E nello stesso tempo i redditi delle famiglie non sono cresciuti in modo coerente. Questo crea uno squilibrio evidente. Se vogliamo davvero recuperare l’esistente e limitare il consumo di suolo, dobbiamo mettere le persone nelle condizioni di poterlo fare.”
E qui entra in gioco il tema della casa.
“Sì, perché la casa è una questione centrale. Manca per i giovani, per gli studenti, per le nuove famiglie, per chi vive da solo. È un tema che riguarda tutta l’Europa, ma in Italia assume un peso particolare perché si intreccia con un patrimonio edilizio vecchio e con un accesso sempre più difficile all’acquisto o all’affitto.”
Per anni il valore dell’edilizia è stato misurato soprattutto in quantità. Oggi quel criterio regge ancora?
“No, oggi il valore si misura nella qualità urbana. Questa è la vera svolta. Non conta solo quanto costruisci, ma che tipo di città lasci, che qualità dell’abitare produci, che beneficio porti alle persone.”
La Costa Smeralda, in questa chiave, resta un modello?
“Resta un esempio importante, perché dimostra che quando il costruito dialoga con il paesaggio si genera attrattività e identità. Però la sfida vera è fare in modo che la qualità non resti confinata ai luoghi privilegiati. Va portata anche nelle città, nei quartieri, nelle periferie.”
È lì che la rigenerazione diventa anche una questione sociale.
“Assolutamente. Dove migliori lo spazio urbano, spesso migliori anche il contesto sociale. Le periferie non chiedono solo interventi edilizi: chiedono attenzione, servizi, dignità. La rigenerazione, quando è fatta bene, non cambia solo l’aspetto di un luogo, ma anche la sua funzione nella vita quotidiana.”
Possiamo definire Milano come caso emblematico di trasformazione.
“Sì, perché al di là delle polemiche, una cosa è evidente: Milano è cambiata profondamente. La città di oggi è molto diversa da quella di trent’anni fa. Dal punto di vista architettonico ha acquisito una forza nuova, più riconoscibile, più attrattiva. Questo dimostra che la qualità del costruito incide anche sul posizionamento di una città.”
L’Italia può trasformare questa qualità in una leva di attrazione internazionale?
“In parte lo fa già. Siamo un Paese che offre paesaggio, storia, patrimonio, qualità della vita. Ma dobbiamo stare attenti a non diventare soltanto una meta per ricchi e turisti. L’Italia deve restare un Paese vivibile anche per chi ci abita, lavora e costruisce qui il proprio futuro.”
Lei è un imprenditore di seconda generazione. Quanto ha pesato la storia della sua famiglia nella costruzione del suo sguardo sul settore?
“Ha pesato molto. Mio padre ha fondato l’azienda nel 1968, partendo dal settore delle strade, in una fase in cui infrastrutture e ricostruzione erano decisive per la crescita del Paese. Sono cresciuto con l’idea che fare impresa significhi non solo creare lavoro e sviluppo, ma anche assumersi una responsabilità verso il territorio.”
E anche il suo impegno associativo nasce da questa impostazione?
“Sì. Ho sempre vissuto l’associazione come un luogo in cui mettere a disposizione esperienza e tempo per il bene del settore. Credo molto nella rappresentanza, nella condivisione delle responsabilità e nella necessità di dare continuità a un sistema che ha bisogno di competenza, ma anche di ricambio.”
Che cosa difende, oggi, con più convinzione dell’esperienza Ance?
“Difendo il suo ruolo di riferimento per il comparto. Si può migliorare, naturalmente, ma resta una struttura solida, capace di rappresentare il settore, investire in sicurezza, promuovere formazione e qualità del lavoro. Questo patrimonio non va disperso.”
C’è però un punto sul quale lei appare particolarmente preoccupato: i giovani.
“Sì, perché il problema è serio. Mancano operai specializzati, competenze tecniche, figure formate. Ce ne siamo accorti ancora di più negli ultimi anni, con l’aumento degli investimenti: il settore aveva bisogno di persone, ma il ricambio non era sufficiente.”
Perché i giovani si tengono lontani da questo mondo?
“Perché probabilmente non siamo riusciti a raccontarlo nel modo giusto. Prima ancora di formare, bisogna far capire che questo è un mestiere bello, concreto, intelligente. Richiede esperienza, precisione, manualità. Non è un lavoro minore, come a volte viene percepito.”
In un tempo dominato dall’intelligenza artificiale, questo può diventare persino un punto di forza?
“Sì, perché la tecnologia ci aiuterà sempre di più, ma alla fine una cosa la devi costruire. Ci sono competenze pratiche, tecniche e artigianali che restano centrali. E questo è un messaggio importante anche per le nuove generazioni.”
Se dovesse indicare le priorità del settore nei prossimi anni, da dove partirebbe?
“Dalla casa, innanzitutto. Poi dal dissesto idrogeologico, perché ogni stagione ci ricorda quanto il nostro Paese sia fragile. E naturalmente dalla rigenerazione urbana, che deve diventare concreta. Ma c’è anche un altro tema fondamentale: la manutenzione.”
Perché la manutenzione continua a essere così decisiva?
“Perché per troppo tempo abbiamo trascurato ciò che già esiste. Un Paese serio non si limita a costruire nuove opere: si prende cura di quelle che ha. Infrastrutture, edifici, reti, territorio: la manutenzione è parte integrante dello sviluppo.”
Se dovesse lasciare un’immagine conclusiva del suo pensiero, quale sceglierebbe?
“Direi questa: il futuro dell’edilizia italiana non si gioca sui volumi, ma sulla qualità dei luoghi. È lì che si misura davvero il valore del nostro lavoro.”
Referendum sulla giustizia, la mossa che potrebbe cambiare la partita politica
La sconfitta referendaria del governo apre uno scenario che va oltre il merito della riforma. Tra responsabilità istituzionale e strategia politica, l’ipotesi di dimissioni della premier potrebbe trasformarsi in un boomerang per le opposizioni e in un’opportunità di rilancio per la stessa maggioranza.
Il risultato del referendum sulla giustizia ha segnato un passaggio delicato per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. La vittoria del “No” è stata letta da molti come un giudizio politico sull’azione del governo più che come una valutazione tecnica sulla separazione delle carriere. In questo contesto, si è riacceso il dibattito su quale debba essere la risposta della leadership quando una riforma fortemente sostenuta viene respinta dal voto popolare.
Una possibile scelta, più simbolica che procedurale, sarebbe quella di rimettere il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica. Non come resa sul contenuto della riforma, ma come gesto di coerenza politica. In una fase storica in cui la fiducia nelle istituzioni appare fragile, una decisione di questo tipo potrebbe essere interpretata come un segnale di rispetto verso l’elettorato e verso il principio di responsabilità democratica.
Paradossalmente, una mossa simile potrebbe offrire alla premier un doppio vantaggio. Da un lato rafforzerebbe l’immagine di una leader disposta a trarre le conseguenze politiche delle sconfitte, consolidando una narrazione di fermezza e linearità nelle scelte. Dall’altro lato metterebbe in seria difficoltà il centrosinistra, che al momento non dispone di una figura capace di catalizzare consenso in modo unitario. In assenza di una leadership riconosciuta, l’apertura di una crisi politica rischierebbe di trasformarsi in un terreno favorevole per chi governa, più che per chi aspira a farlo.
La storia recente offre un precedente significativo. In Calabria, il presidente della Regione Roberto Occhiuto scelse di dimettersi subito dopo essere stato coinvolto in un’indagine giudiziaria. Una decisione che sorprese molti osservatori e che finì per spiazzare soprattutto le opposizioni, impreparate a gestire una fase politica così rapida e imprevedibile. La mossa contribuì a rafforzare la sua posizione sul piano politico e mediatico, trasformando un momento di difficoltà in un’occasione di rilancio.
Naturalmente, il contesto nazionale è più complesso e le implicazioni di un gesto simile sarebbero molto più ampie. Tuttavia, il principio resta lo stesso: in politica, assumersi la responsabilità delle sconfitte può diventare una forma di forza. In un sistema dove spesso si tende a rinviare le decisioni o a diluire le responsabilità, una scelta netta può ridefinire gli equilibri e rimettere al centro il rapporto diretto tra leader e cittadini.
Il referendum sulla giustizia ha dunque aperto una fase nuova, in cui il vero terreno di confronto non sarà soltanto il merito delle riforme, ma la capacità dei protagonisti di interpretare il segnale arrivato dalle urne. La partita non si gioca solo sulle norme, ma sulla credibilità politica. E proprio da qui potrebbe partire la prossima mossa decisiva.
Non una targa, ma una visione: il giorno in cui Olbia ha detto grazie.
di Fausto Farinelli
Il 15 gennaio 2026, a Olbia, la città ha vissuto una giornata destinata a restare nella memoria collettiva: prima nella Sala consiliare del Comune, poi all’Aeroporto di Olbia, istituzioni, sindaci e rappresentanti del territorio si sono ritrovati per un atto solenne ma tutt’altro che rituale. L’intitolazione dello scalo a Karim Aga Khan IV è stata raccontata non come una semplice variazione di toponomastica, ma come il riconoscimento pubblico di una visione che ha inciso sul destino della Gallura e, per estensione, dell’intera Sardegna: una visione capace di trasformare l’accessibilità dell’isola, generare infrastrutture e lavoro, e indicare un modello di sviluppo in equilibrio tra crescita, qualità e tutela del paesaggio. In quella doppia cornice — l’aula istituzionale e la soglia concreta del viaggio — la Sardegna ha scelto di dire “grazie” con un gesto duraturo, consegnando a cittadini e visitatori un nome che racconta una storia e, soprattutto, una direzione.
L’intervento del sindaco Settimo Nizzi
Nel suo intervento in aula consiliare a Olbia, il sindaco Settimo Nizzi ha aperto con una lunga serie di ringraziamenti istituzionali — alla principessa Zahra Aga Khan, alla presidente della Regione Alessandra Todde, al viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi, al presidente ENAC Pier Luigi Di Palma e al CEO di Geasar Silvio Pippobello — estendendoli ai sindaci del territorio, al vicepresidente della Giunta regionale Giuseppe Meloni, ai consiglieri regionali e ai parlamentari, ai vertici della magistratura, al prefetto Grazia La Fauci e alle autorità civili e militari presenti, oltre al Consiglio comunale e alla Giunta di Olbia; quindi ha chiarito il senso della giornata: “dare una risposta concreta” al bene ricevuto, ricordando il Principe Karim Aga Khan IV come un benefattore unico nella storia recente della Sardegna, arrivato “non per portare via, ma per lasciare”, capace — a suo dire — di generare sviluppo, benessere, opportunità di studio per i giovani e infrastrutture, guidando una trasformazione “armoniosa” e rispettosa dell’ambiente, lontana da ogni logica speculativa; e proprio per questo, ha concluso Nizzi, la presenza delle istituzioni e della comunità diventa un atto di riconoscenza non scontato, un modo per fissare memoria e identità anche per chi non l’ha conosciuto e un segnale che quell’eredità continuerà a essere amata e raccontata nel tempo.
Silvio Pippobello: la cronostoria e l’eredità umana
Nel suo intervento, Silvio Pippobello ha parlato con evidente emozione e con un senso di responsabilità personale, ricordando di essere tra i pochi — forse l’ultimo ancora in servizio nel settore dei trasporti — ad aver lavorato direttamente con il Principe, e sottolineando come la grande affluenza e le tante richieste di partecipazione, arrivate anche da mondi diversi da quello aeroportuale, dimostrino quanto questo momento fosse percepito come necessario e non rinviabile. Senza sovrapporsi alle parole già pronunciate dal sindaco e dalla presidente Todde, Pippobello ha scelto di fissare una cronostoria concreta di quella visione che, a suo giudizio, ha lasciato un segno indelebile in Sardegna: nel 1960 la riqualificazione dell’aeroporto di Olbia-Venafiorita segna l’inizio dell’avventura;
nel 1963 nasce Alisarda, che avvia una nuova stagione per i collegamenti aerei dell’isola; negli anni successivi cresce il sistema legato alla Costa Smeralda, con lo sviluppo dello scalo e la definizione della società di gestione (che Pippobello colloca nel 1985 come snodo decisivo); nel 1986 ricorda anche il coinvolgimento del Principe in un comitato di ambito europeo, a conferma di una proiezione internazionale del progetto; tra 1990 e 1991 Alisarda evolve e diventa Meridiana, consolidando un ruolo di compagnia regionale di riferimento; nel 2000 viene realizzato un grande hangar per dare impulso alla manutenzione aeronautica e portare tecnologia e know-how; nel 2003 arriva un importante ampliamento dell’aeroporto; nel 2004, a Roma, viene firmata la convenzione per la gestione complessiva dello scalo; nel 2007 nascono due realtà operative che rafforzano il comparto, una orientata all’aviazione privata e una ai servizi aeroportuali; infine nel 2009 si completa il terminal dell’aviazione generale, chiudendo un ciclo di crescita che — ha rimarcato — non riguarda solo infrastrutture e numeri, ma un’idea di sviluppo costruita con amore per la Sardegna, rispetto per il territorio, per l’ambiente e soprattutto per le persone. In chiusura, Pippobello ha aggiunto un passaggio intimo: accanto al Principe, ha detto, ha imparato un metodo fatto di concretezza, calma e autorevolezza gentile, una lezione trasmessa più con l’esempio che con le parole, che ha segnato profondamente la sua carriera e che oggi rappresenta, insieme al ricordo di altri protagonisti di quella stagione, l’eredità più preziosa anche sul piano umano.
Alessandra Todde: un gesto politico e un atto di responsabilità
Nel suo intervento, la presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde ha salutato le autorità e i sindaci presenti, ricordando che, quasi un anno fa, l’isola ha dato l’ultimo saluto a Karim Aga Khan IV con un gesto “non rituale ma politico”, condiviso all’unanimità dalla Giunta, perché la sua scomparsa non riguardava soltanto una figura internazionale, ma “una parte profonda della storia contemporanea” della Sardegna. Oggi, ha spiegato, quel sentimento si traduce in un atto concreto e duraturo: l’intitolazione dell’aeroporto di Olbia al Principe Aga Khan non è un omaggio simbolico, ma il riconoscimento pubblico di una visione che ha cambiato il destino di questo territorio e, in larga misura, dell’intera isola. Todde ha definito il Principe un autentico valorizzatore della Sardegna: in un contesto naturale straordinario e complesso seppe immaginare un modello di sviluppo quando la parola “turismo” non aveva ancora il significato attuale, e la Costa Smeralda — ha sottolineato — non nacque come sfruttamento del territorio, ma come progetto culturale, urbanistico ed economico fondato su rispetto del paesaggio, armonia architettonica e qualità degli insediamenti, capace di dimostrare che crescita e tutela non sono in contraddizione se guidate da una visione lunga. Quella visione, ha aggiunto, si tradusse in scelte decisive: quando nel 1963 fondò Alisarda, non creò soltanto una compagnia aerea, ma affermò un principio strategico, che la Sardegna non doveva essere pensata come periferia bensì come centro, e che lo sviluppo non sarebbe arrivato “attendendo” collegamenti dall’esterno, ma costruendoli; Alisarda, voluta e finanziata personalmente, divenne parte di un disegno più ampio per rendere l’isola accessibile, garantire continuità nei collegamenti e aprire la Sardegna all’Europa e al mondo. Insieme alla compagnia aerea, ha proseguito Todde, il Principe contribuì a edificare un sistema completo fatto di aeroporto, porto e infrastrutture strategiche in grado di generare sviluppo, lavoro e anche alta qualificazione senza ricorrere in modo massiccio alle risorse pubbliche, e anche questo resta un segnale rilevante. Per questo, ha concluso, intitolare oggi l’aeroporto al suo nome non è un atto celebrativo ma un’assunzione di responsabilità: un aeroporto è una soglia, il primo e l’ultimo luogo che molti vedono arrivando o lasciando l’isola, e dedicarla a Karim Aga Khan significa affermare una Sardegna che non teme il mondo, ma sceglie di dialogare con il mondo con identità, misura e ambizione. La presidente ha infine ringraziato il Comune di Olbia, ENAC, Governo e tutte le istituzioni coinvolte per aver reso possibile la giornata, e la famiglia Aga Khan per la presenza in un luogo segnato profondamente da quella storia.
La Principessa Zahra Aga Khan: memoria, visione e cura del paesaggio
Nel suo intervento, la Principessa Zahra Aga Khan ha scelto un tono sobrio e profondamente personale, ringraziando i presenti senza soffermarsi su un elenco formale di autorità e rivolgendo un riconoscimento particolare al sindaco di Olbia per l’iniziativa e al sindaco di Arzachena — insieme ai suoi predecessori — per la collaborazione costruita negli anni. A nome di tutta la famiglia, ha definito l’intitolazione dell’aeroporto a Karim Aga Khan IV un gesto “commovente e significativo”, perché i collegamenti aerei e lo sviluppo dello scalo hanno “aperto le porte” dell’isola e reso possibile la crescita futura, risultando determinanti anche per l’opera avviata in Costa Smeralda. Con un ricordo vivido, ha evocato l’infanzia e i primi arrivi a Olbia, quando “si passava due volte: la prima per allontanare le pecore dalla pista e la seconda per atterrare”, sottolineando così, con forza simbolica, quanto sia stata radicale la trasformazione dell’accessibilità della Sardegna. La Principessa ha quindi richiamato la visione del padre come progetto di lungo periodo fondato sulla creazione di istituzioni durature più che sulla sola immissione di risorse, e su una pianificazione meticolosa “a ogni livello”, dalle infrastrutture alla cura del territorio fino ai dettagli più minuti degli edifici; in questo quadro ha ricordato il ruolo centrale del Comitato di Architettura, concepito per garantire che le costruzioni non prevaricassero la natura. Ha inoltre evidenziato l’amore profondo del Principe per la Sardegna e la sua gente, il rispetto per l’artigianato locale — ceramica, tessitura, ricamo, lavorazione del ferro — e la tutela dell’ambiente come obiettivo costante, raccontando la cura quotidiana per spiagge e paesaggio e la ricerca di equilibrio tra sviluppo e salvaguardia ecologica, sulla terra e in mare. Infine, ha ribadito che l’impatto della Costa Smeralda è stato per suo padre motivo di gioia non solo per i risultati locali ma per l’effetto sull’intera isola, e ha espresso la gratitudine della famiglia verso tutti coloro che hanno contribuito a realizzare e a custodire quell’eredità, riconoscendo nel tributo di oggi un segno concreto di memoria e responsabilità collettiva.
ENAC, Di Palma: dall’“aeroporto non luogo” all’aeroporto come motore economico
Nel suo intervento, il presidente di ENAC Pier Luigi Di Palma ha sottolineato con sincerità quanto la cerimonia di Olbia fosse fuori dall’ordinario: dopo oltre trent’anni nel trasporto aereo, ha ammesso di non aver mai vissuto un momento istituzionale così carico di commozione, “pieno di fasce tricolori” e quindi rappresentativo dell’intera isola. Proprio questa partecipazione, secondo Di Palma, contribuisce a cambiare anche lo sguardo sugli aeroporti: spesso definiti “non luoghi” dal punto di vista architettonico e simbolico, oggi si rivelano invece per ciò che sono realmente, il centro dello sviluppo economico di un territorio, una soglia che condensa identità, relazioni e futuro. In questo senso, ha spiegato, l’intitolazione non è una semplice integrazione di un nome, ma un atto che affianca all’infrastruttura un significato pubblico e civile, in linea con un percorso che ENAC sta portando avanti negli ultimi anni nel riconoscere figure che hanno segnato il Paese e la sua modernizzazione. Pur non avendo conosciuto personalmente il Principe, Di Palma ha ricordato di aver lavorato a lungo con il suo team — citando in particolare Trivi e Trivellin — definendoli tra le persone più educate e istituzionalmente rispettose incontrate nella sua carriera, esempio concreto di un metodo che univa iniziativa privata e profondo rispetto delle regole e delle istituzioni. Da quella esperienza, ha aggiunto, deriva una lezione che considera attualissima: la visione del trasporto aereo come leva capace di dare un volto diverso all’economia di un territorio, anche nel contesto europeo dei processi di liberalizzazione e privatizzazione. Di Palma ha quindi legato questa visione ai risultati: dagli anni in cui lo scalo contava poche centinaia di migliaia di passeggeri all’oggi, con un aeroporto stagionale capace di attrarre oltre 4 milioni di viaggiatori, numeri che testimoniano una ricaduta economica enorme; e ha ricordato anche il ruolo della compagnia aerea — da Alisarda a Meridiana e oltre — come strumento di “conoscenza” e apertura di un territorio allora poco accessibile, fino a rendere la Sardegna, nel cuore del Mediterraneo, una destinazione di riferimento. Infine, ringraziando il sindaco per l’impulso dato al percorso, ha ricostruito il passaggio istituzionale che ha reso possibile l’intitolazione: ENAC, ha detto, se ne è fatta interprete presso il Governo, con una delibera strategica adottata nella primavera 2025, resa poi operativa grazie alla collaborazione con il Ministero e alla presenza del viceministro, e ha concluso riconoscendo che l’intensità e l’unità dimostrate oggi — fino alla commozione percepita in sala — sono la misura più chiara di quanto l’opera del Principe abbia lasciato un segno reale, condiviso e ancora vivo.
Il viceministro Edoardo Rixi: investimenti, continuità territoriale e “casa” Sardegna
Nel suo intervento, il viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Edoardo Rixi ha spiegato di aver accolto con convinzione l’idea dell’intitolazione pur non avendo conosciuto personalmente il Principe, perché — ha detto — bastano le opere e l’impronta lasciata sul territorio nazionale per comprenderne la statura: una visione rara, capace di trasformare in senso positivo un’area allora marginale, armonizzando turismo di qualità, tutela del paesaggio e servizi per la popolazione residente. Rixi ha sottolineato il valore simbolico della scelta di celebrare l’evento in inverno, quando la Sardegna è più isolata e la comunità vive con maggiore evidenza i limiti della continuità territoriale: un modo per ricordare che lo sviluppo non è solo “stagione” ma diritto quotidiano, 365 giorni l’anno. Richiamando l’effetto moltiplicatore degli investimenti iniziali — “che hanno contaminato” positivamente, generando ulteriori iniziative lungo la costa da Olbia fino a Santa Teresa e oltre la Costa Smeralda — il viceministro ha rimarcato come un territorio “sconosciuto” negli anni Cinquanta e Sessanta sia diventato oggi uno dei poli del turismo mondiale di qualità. Nel suo ragionamento ha inserito anche alcuni numeri, legando la crescita alla capacità infrastrutturale e al sistema dei trasporti: l’aeroporto di Olbia come infrastruttura strategica, l’indotto turistico dell’area, la spesa complessiva dei visitatori in Sardegna. Ma il punto politico, ha insistito, non è la celebrazione della ricchezza in sé: è il messaggio che l’Italia deve trasmettere ai propri figli, cioè che la sua storia non si è fermata all’Ottocento e che il Paese sa crescere anche grazie a chi ha creduto nei territori senza stravolgerli, accompagnandoli con equilibrio. Da qui l’appello a una “squadra” istituzionale capace di costruire partnership pubblico-private, investimenti e servizi stabili, senza demonizzare il capitale privato ma governandolo dentro regole chiare, e con la stessa attenzione da riservare alle infrastrutture terrestri e marittime e alla battaglia europea per superare i vincoli che penalizzano le isole sul tema della continuità territoriale. Rivolgendosi alla Principessa, Rixi ha voluto poi rimarcare che quella sala piena, senza distinzioni politiche, rappresenta un’idea semplice e potente: Olbia e la Sardegna “sono casa”, e l’amore ricevuto dal territorio — perché non è arrivato solo turismo, ma rispetto e cura — oggi viene ricambiato. In chiusura, ha lasciato un’immagine destinata a durare: dedicare l’aeroporto significa consegnare alle generazioni future una chiave di lettura, affinché, tra anni, figli e nipoti possano capire perché questa parte d’Italia è diventata una “perla” riconosciuta nel mondo; perché, ha concluso, la Sardegna era bella anche prima, ma allora “lo sapevamo solo noi”, mentre oggi lo sa il mondo intero.
Il messaggio che ha lasciato il Principe Karim è senz’altro un messaggio di ispirazione per tutti. L’ispirazione, in fondo, è come un faro nella nebbia: non ti costruisce la strada al posto tuo, ma ti indica una direzione quando intorno è incerto, e ti costringe a scegliere se restare fermo o metterti in cammino. L’esempio di Karim Aga Khan IV è stato proprio questo: non una promessa astratta, ma una luce concreta trasformata in infrastrutture, istituzioni, collegamenti, qualità e rispetto del paesaggio. Ha dimostrato che una visione, se è vera, non resta un’idea: diventa metodo, diventa lavoro, diventa futuro condiviso.
Costa Smeralda: la storia segreta che passa da Orosei
Orosei, 15 Novembre 2025 –
A Orosei, in una sala gremita che “sa di casa”, si è svolta una serata destinata a cambiare la prospettiva sulla nascita della Costa Smeralda. Protagonista dell’incontro è stato Gesuino Cherchi, maestro del legno, accolto dalla sua comunità come l’epicentro di un racconto rimasto nell’ombra per oltre sessant’anni. Accanto a lui, lo storyteller e autore del libro ” Costa Smeralda®”Fausto Farinelli ha ricostruito il sorprendente percorso che lo ha portato proprio a Orosei, sulle tracce di un artigiano che nessuno aveva mai raccontato.
Una narrazione ribaltata
L’evento ha subito messo in luce un elemento centrale: la distanza fra la narrazione ufficiale e la realtà dei fatti. Lo ha ammesso apertamente anche l’architetto Antonello Loi, confessando di non aver mai immaginato un legame diretto tra Orosei e la Costa Smeralda. Per decenni si è creduto che l’estetica smeraldina fosse un’elaborazione originale degli architetti chiamati dal Principe Aga Khan. Ma la ricerca di Farinelli ha dimostrato l’esatto contrario.
Il ribaltamento parte da una testimonianza raccolta quasi per caso: durante una conversazione con Maria Giovanna Palimodde, patron del resort “Su Gologone”, l’autore chiede se lo storico albergo barbaricino avesse tratto ispirazione dalla Costa Smeralda. La risposta è una rivelazione: **«No, è il contrario». Da quel momento prende forma un filo che conduce alla Fondazione Sulas di Nuoro, dove l’avvocato Francesca Manca custodisce l’eredità del professor Giovanni Antonio Sulas, figura chiave nella definizione dello stile del Consorzio.
Sfogliando documenti e fotografie d’epoca, Farinelli scopre che alcuni degli elementi iconici degli alberghi — la sedia “Mungivacca”, gli arredi del Cala di Volpe e dell’Hotel Cervo — non erano stati creati da designer internazionali, ma da un falegname di Orosei. «È vivo» rivela l’avvocato Manca. «Si chiama Gesuino Cherchi». È la scintilla che sposta il baricentro della ricostruzione storica.
Il maestro del legno che plasmò un mito
La storia di Gesuino Cherchi inizia nel 1963, dopo un ritorno amaro dalla Germania. È in quell’anno che il professor Sulas si presenta nella sua bottega con un progetto di sgabello portavaligie e una richiesta: dimostrare una levigatura perfetta. La prova è severa e quasi rituale: Sulas individua persino una micro-imperfezione “che con la verniciatura sarebbe saltata fuori”. Cherchi supera comunque il test e inizia una collaborazione storica con il professore.
La domanda di arredi era così imponente da svuotare le scorte di castagno dell’isola. Cherchi racconta di aver setacciato le segherie dell’intera Sardegna, per poi doversi rifornire in Campania e Abruzzo, inaugurando una rotta commerciale che portava il legno sull’isola tramite gli stessi tir che tornavano carichi di granito.
La visione del Principe
La serata restituisce anche il ritratto di un Principe Karim Aga Khan sorprendentemente sensibile all’identità sarda. La sua filosofia — “la casa in funzione del territorio, non il territorio in funzione della casa” — ha guidato ogni scelta: dalla tutela delle piante autoctone all’impossibilità di abbattere alberi e rocce, fino al rifiuto di spianare il terreno del futuro Pevero Golf Club. Per preservare l’ambiente, si avvalse perfino di tecnologie satellitari NASA, allora utilizzate solo dall’ENI e dal governo americano.
Una rara registrazione del 1962, proiettata durante la serata, riassume perfettamente la sua intenzione: «Vogliamo fare uno sviluppo che prende tutte le cose belle della storia della Sardegna e le mettiamo sulla Costa Smeralda».
L’importanza della memoria nelle scuole
Durante il suo intervento, Fausto Farinelli ha sottolineato con forza anche un altro aspetto fondamentale: la necessità che la storia della Costa Smeralda e della visione del Principe Aga Khan venga insegnata nelle scuole. Una storia – ha ricordato – che non appartiene solo all’élite internazionale, ma alla Sardegna più autentica, fatta di artigiani, architetti, lavoratori e comunità. Secondo l’autore, portare questo patrimonio narrativo ai ragazzi significa educarli al rispetto per l’ambiente, al valore dell’altrui persona e, soprattutto, alla capacità di riconoscere e amare la bellezza in tutte le sue forme: materiali, come un arredo scolpito a mano, e immateriali, come la cura, il senso del limite e la visione che hanno guidato la nascita della Costa Smeralda.
Un dibattito vivo
Accanto ai ricordi di Pietro Moro, fondatore del primo cantiere navale di Olbia, che descrive un giovane Aga Khan agile “come un cerbiatto” sulle rocce galluresi, emerge anche una lettura critica. L’ex sindaco Giovanni Saba propone una interpretazione politica, definendo la Costa Smeralda un progetto pensato per un’élite internazionale. La discussione si accende, ma è ancora Moro a riportare la complessità del personaggio: «Il Principe non ha mai guadagnato una lira, ci ha rimesso», racconta, citando episodi di coinvolgimento umano e rispetto per i lavoratori.
Un’eredità ritrovata
L’incontro a Orosei si conclude con un momento simbolico. Quando viene chiesto a Cherchi che effetto gli faccia vedere riconosciuto il suo nome dopo tanti anni di silenzio, il maestro risponde con una semplicità che commuove la sala: «Per tanti anni sembrava che Gesuino Cherchi era morto. Mi avete resuscitato».
È in questa frase che si condensa il senso più profondo della serata: non solo la presentazione di un libro, ma un atto di riappropriazione culturale. Una storia che finalmente torna nelle mani di chi l’ha davvero costruita.
“Vivevo due vite”: Angelo Onni e gli anni d’oro della Costa Smeralda
Un lussurgiese testimone privilegiato della nascita del sogno del Principe Aga Khan. Nel libro di Fausto Farinelli 27 voci raccontano come è nata la Costa Smeralda, tra visione ecologica e rispetto della tradizione sarda.
Onni e Farinelli
SANTU LUSSURGIU 11 Ottobre – La sala della Fondazione Hymnos era piena in ogni ordine di posto: tutti gli 80 posti a sedere occupati per ascoltare la storia straordinaria di Angelo Onni, 77 anni, cittadino di Santu Lussurgiu che ha vissuto gli anni d’oro della Costa Smeralda. “A me ha lasciato un vuoto. Ho vissuto due vite, e l’altra non so se la vivrò dopo”, confessa con emozione durante la presentazione del libro “Costa Smeralda – Il sogno del principe attraverso il racconto di chi lo ha vissuto e di chi ne costruisce oggi l’eredità”, scritto da Fausto Farinelli.
La sua testimonianza è una delle 27 raccolte dall’autore, che per questo libro ha viaggiato per tutta la Sardegna intervistando chi ha vissuto in prima persona la nascita di Porto Cervo. Angelo gestiva il maneggio negli anni ’60 e ’70, frequentato dall’élite internazionale:
“Il Principe per me era come uno zio buono. La mattina passavo dalla sua villa, entravo direttamente dal cancelletto e ci scambiavamo qualche parola. Mi chiedeva sempre se i clienti erano contenti”.
Feste leggendarie e tuffi in piscina a cavallo
Le serate a Porto Cervo erano leggendarie. “Feste? Una sera sì e una no, non mancavano mai”, ricorda Angelo. Il night club S’Inferru, sotto la piazzetta, era il cuore della movida. “Era l’inferno veramente, avevano azzeccato il nome”, sorride.
Ma l’aneddoto più incredibile riguarda una festa al Tennis Club del Cala di Volpe:
“La piscina era grande come questa stanza, olimpionica. Ho detto: facciamo una sorpresa al Principe. Sono andato a prendere un cavallo a pelo, senza briglie, senza niente. I tavoli erano tutti a bordo piscina. Ho tirato e sono entrato dentro con un tuffo”. Il risultato? “Tutti ad applaudire! Poi si sono tuffati tutti in piscina, alcol a fiumi. Le ragazze montavano a cavallo a due, a tre, qualcuna è entrata in piscina col cavallo. I cavalli erano abituati a nuotare perché tutti i giorni li portavamo in spiaggia”.
Il cliente americano
Per una passeggiata a cavallo si pagavano 3.000 lire, ma non erano rari i clienti che lasciavano 30.000 lire. “Non avevano il senso dei soldi, vedevano che li trattavo bene e non chiedevano il resto”, spiega Angelo.
Un giorno arrivò un americano convinto di saper cavalcare: “Voleva un cavallo cattivo. Gli ho detto: già ce l’ho io. Ha insistito. Gli ho dato un cavallo a pelo, gli ho detto di togliere gli speroni. Ha mollato le redini, il cavallo ha fatto due salti e lui è finito a terra”. L’epilogo è sorprendente: “L’hanno portato all’ospedale in elicottero. Dopo dieci giorni è tornato e mi ha portato un regalo, uno champagne Perignon, perché l’avevo fatto cadere!”.
Bettina Graziani, la celebre modella francese, aveva una scuola di modelle e veniva spesso a fare servizi fotografici:
“Quando arrivava con le sue ragazze bisognava tapparsi gli occhi, abbassare lo sguardo, guardare a terra”, ricorda Angelo con un misto di imbarazzo e divertimento.
La mascotta Mondo Boia e il rapporto col Principe
La mascotte di quegli anni era Mondo Boia, un corvo che Angelo portava ovunque: a cavallo, in Vespa, persino al night club S’Inferru. “Lo mettevo sul cavallo a pelo, si aggrappava al garrese, alla criniera, mollava il cavallo che cominciava a galoppare e lui sopra gracchiava”.
Il Principe, nascosto dietro un macchione di mirto, rideva di nascosto: “Non voleva farsi vedere dalla gente, ma gli piaceva quello spettacolo. Diceva sempre: portalo a casa quel corvo che lo faccio vedere a mia moglie. Ma tua moglie già lo vede quando vieni qua!”.
Angelo Onni
Angelo aveva ricevuto dal Principe lo stemma della Costa Smeralda: “Facevo anche il guardiano nei territori, quello era un pass. Funzionava anche per entrare al night S’Inferru”.
Il rapporto con il Principe era speciale: “Passavo a fare le passeggiate vicino alla sua villa e entravo direttamente nel suo cancelletto. Un giorno mi ha detto: ‘Ma come mai passi sempre di qua?’ Gli ho risposto: ‘Così taglio corto, non passo dalla strada lunga in mezzo alle macchine'”. Il Principe gli chiese persino di andare con lui a lavorare coi cavalli in Francia: “A quest’ora sarei stato all’Arco di Trionfo a Parigi”, riflette con un velo di rimpianto.
La Costa Smeralda è Sardegna
Il libro di Fausto Farinelli sfata un mito ricorrente:
“Molti dicono che la Costa Smeralda non è Sardegna. È falso”, sottolinea l’autore. Il Principe Aga Khan studiò per sei mesi l’architettura e la storia della Sardegna prima di iniziare. “Vogliamo fare uno sviluppo che prende tutte le belle cose della storia di Sardegna e le mettiamo sulla Costa Smeralda”, dichiarò in una storica intervista del 1962.
Gli architetti si ispirarono a case tradizionali come Casa Guiso a Orosei, con le stesse stondature e gli archi identici alla sottopiazza di Porto Cervo. Le ville furono costruite rispettando gli alberi esistenti, tanto che alcune hanno piante che crescono all’interno. Il campo da golf fu realizzato seguendo la conformazione naturale del terreno, senza spianamenti. Persino la piscina del Cala di Volpe veniva filtrata con microconchiglie australiane anziché con prodotti chimici.
Un patrimonio di storie da preservare
Nel libro trovano spazio ex sindaci come Piero Filigedu (quattro mandati, chiamato “il sindaco amico dell’Aga Khan”), parroci come Don Francesco Cossu e il compianto Don Raimondo di Stella Maris, architetti come Giancarlo Busiri Vici (93 anni, ultimo architetto vivente del progetto originale), L’architetto Satta padre del master plan 2 e persona vicinissima al Principe, artigiani come Gesuino Cherchi di Orosei che realizzò le sedie ancora presenti al Cala di Volpe, e l’ex presidente della Regione Cappellacci che nel 2011 conferì al Principe il Sardus Paters, e tanti altri.
C’è anche un’intervista integrale rilasciata dal Principe nel 1987 al Costa Smeralda Magazine: “Sembra scritta un mese fa”, commenta Farinelli. “Parlava di connessione internet nelle spiagge quando internet manco c’era, parlava di deregulation del trasporto aereo. Era assolutamente un visionario”.
“Quando tornavo d’inverno a Santu Lussurgiu era la fine del mondo”, confessa Angelo. Durante la presentazione di agosto a Porto Cervo, non ha resistito all’emozione e ha gridato spontaneamente: “Per il Principe, hip hip urrà!”. Tutta la piazza si è alzata in piedi ad applaudire.
Al termine della serata alla Fondazione Hymnos, i presenti hanno fatto la fila per il firma copie, per avere le firme sia dell’autore Fausto Farinelli che di Angelo Onni, testimone vivente di un’epoca irripetibile.
Il prossimo appuntamento sarà a Sassari Sabato 18 Ottobre alle ore 17 presso la fiera Promoautunno, dove Farinelli presenterà in anteprima nuove foto inedite del 1960. Con lui alcuni protagonisti del libro.