Gala Night 2026 al Cala di Volpe: una notte con Katy Perry nel cuore della Costa Smeralda

Tra gli ospiti lo sceicco Faisal Al Thani. Poi gli incontri, i selfie, le battute e un gesto della popstar che racconta forse meglio di ogni altro la magia del Gala Night 2026.

Di Fausto Farinelli

Porto Cervo 12 Agosto 2026

Anche quest’anno ho avuto il privilegio di essere invitato come “stampa” al Gala Night del Cala di Volpe. E ogni volta, mentre percorro la strada che porta all’hotel, ho la sensazione di andare incontro a qualcosa che conosco e che, allo stesso tempo, riuscirà ancora a sorprendermi.

Sono le 20.15 quando arrivo nella hall. È da qui che, in qualche modo, comincia lo spettacolo prima dello spettacolo.

Ritrovo i colleghi delle diverse testate sarde, ci si saluta, si scambiano impressioni e intanto si osserva quel continuo via vai di ospiti che attraversano l’albergo per raggiungere la piscina. È lì che è stato allestito il cuore della serata: il palco, i tavoli, il grande buffet e una macchina organizzativa pronta ad accogliere oltre quattrocento persone.

Il Gala Night del Cala di Volpe non è semplicemente un concerto.

Negli anni da questo palco sono passati artisti internazionali come Elton John, Ricky Martin, OneRepublic e Jennifer Lopez. Nomi che hanno contribuito a trasformare questa serata in uno degli appuntamenti simbolo dell’estate della Costa Smeralda.

Nel 2026 tocca a Katy Perry.

Ma prima che si accendano le luci sul palco c’è un altro spettacolo, più discreto e forse proprio per questo interessante: quello degli incontri.

Saluto vecchi amici, incrocio il sindaco di Arzachena Roberto Ragnedda e il sindaco di Olbia Settimo Nizzi. Tra gli ospiti c’è anche lo sceicco Faisal Al Thani. La sua presenza assume inevitabilmente un significato particolare in un luogo legato agli investimenti del Qatar nella Costa Smeralda.

Come faccio sempre, mi guardo intorno. Cerco volti conosciuti.

A un certo punto, insieme ad alcuni colleghi, incrocio Matteo Renzi.

È ospite del Cala di Volpe e racconta che, per la prima volta, quest’anno assisterà al concerto. La conversazione nasce quasi per caso e in pochi minuti diventa uno dei momenti più divertenti della serata.

Gli chiedo perché sia lì.

La risposta porta a un altro protagonista inatteso della notte: Justin Trudeau 23º Primo ministro del Canada dal 2015 al 2025. È stato proprio Trudeau, racconta Renzi, a suggerirgli di raggiungerlo in Sardegna.

E così ci ritroviamo a parlare tutti insieme.

Politica? Solo in parte.

La conversazione prende subito una piega molto più leggera. A Renzi lancio una battuta:

«Dal concerto di De André a quello di Katy Perry è un salto quantico».

Ride.

E replica, altrettanto rapidamente:

«Sì, però non confondere i due Matteo».

Una battuta tira l’altra. Si parla, si scherza e per qualche minuto scompaiono ruoli e formalità.

Poi succede qualcosa che rende perfettamente l’atmosfera.

Justin Trudeau prende direttamente il telefono di un collega e scatta un selfie con tutti noi.

Una di quelle immagini che non programmi e che, proprio per questo, finiscono per raccontare una serata molto meglio di tante fotografie ufficiali.

Poi arriva il momento che tutti aspettano.

Ci spostiamo verso il palco.

Le luci cambiano, la musica sale e quando Katy Perry entra in scena il Gala Night cambia improvvisamente ritmo.

La piscina del Cala di Volpe diventa una grande platea a cielo aperto. Il pubblico si alza, canta, balla. A pochi metri dal palco si percepisce tutta l’energia di una popstar abituata ai grandi concerti internazionali.

Ma il momento che mi rimane maggiormente impresso arriva alla fine.

Ed è qualcosa che, personalmente, non ricordo di aver visto nelle precedenti edizioni.

Terminato il concerto, Katy Perry non si limita a salutare il pubblico dal palco.

Scende.

Va verso le persone che per tutta la sera hanno lavorato dietro le quinte. Camerieri, cuochi, personale dell’hotel, addetti ai lavori.

Stringe mani, saluta, ringrazia.

Poi entra letteralmente in mezzo alla gente e conclude la sua presenza al Cala di Volpe circondata dal pubblico.

È un gesto semplice, quasi fuori copione, ma probabilmente è proprio per questo che resta impresso.

Perché dietro una serata di questo livello ci sono centinaia di persone che lavorano per giorni affinché, agli occhi degli ospiti, tutto sembri naturale.

E per qualche minuto la star internazionale sembra voler riconoscere proprio loro.

Poi arriva l’ultimo atto.

Il cielo sopra il Cala di Volpe si illumina con gli ormai celebri fuochi d’artificio. La musica, la piscina, le luci dell’hotel e i colori che esplodono sopra la baia costruiscono quell’immagine che, anno dopo anno, continua a identificare una certa idea della Costa Smeralda nel mondo.

Mario Ferraro, CEO di Smeralda Holding, usa spesso una definizione che trovo particolarmente efficace: il Cala di Volpe è una destinazione nella destinazione.

Difficile trovare una sintesi migliore.

Ferraro è naturalmente presente alla serata insieme ai vertici di Smeralda Holding, in una notte che ancora una volta mette insieme ospitalità, spettacolo, alta cucina e quella capacità di costruire un’esperienza che va ben oltre il semplice concerto.

Anche il cibo fa parte dello spettacolo.

La qualità è quella che ci si aspetta dal Cala di Volpe, ma ciò che colpisce è ancora una volta la presentazione: elegante, curata, talvolta quasi subliminale. Nulla sembra essere lasciato al caso, eppure nulla dovrebbe dare l’impressione di essere costruito.

È forse questo uno dei segreti di serate come questa.

Quando intorno all’una del mattino lascio il Cala di Volpe e rientro in albergo, ripenso agli incontri, alle battute con Renzi, al selfie improvvisato da Trudeau, all’energia di Katy Perry, al suo gesto verso i lavoratori e ai fuochi che hanno chiuso la notte.

Sono stato al Gala Night diverse volte.

Eppure, anche questa volta, ho le netta la sensazione di aver vissuto qualcosa che non è stato semplicemente un concerto.

È stata una di quelle notti nelle quali la Costa Smeralda riesce ancora a mettere insieme persone, luoghi e situazioni apparentemente lontanissimi tra loro.

E a trasformarli, per qualche ora, in un’unica storia.

Una storia che vale la pena raccontare.

Il mio ringraziamento va ancora una volta a Smeralda Holding per l’invito e per avermi permesso di essere testimone, anche quest’anno, di una delle notti più attese dell’estate smeraldina.




Matteo Lunelli all’Hotel delle Rose: vino, impresa e nuove generazioni al centro di “Autori in Costa”

A Porto Cervo l’incontro moderato da Fulvio Giuliani, tra cambiamento climatico, famiglia e futuro del settore vitivinicolo

Di Fausto Farinelli.

PORTO CERVO 4 Agosto 2026– Non soltanto vino, ma anche impresa, famiglia, sostenibilità e nuove generazioni. Sono stati questi i temi al centro dell’incontro con Matteo Lunelli, ospitato martedì 4 agosto all’Hotel delle Rose di Porto Cervo nell’ambito del secondo appuntamento della rassegna “Autori in Costa”.

A moderare la serata è stato il giornalista Fulvio Giuliani, che ha guidato il confronto alternando domande tecniche, ricordi personali e riflessioni sul futuro. Ne è nato un dialogo ampio, capace di partire dalla vendemmia e arrivare ai rapporti familiari, al passaggio generazionale e al ruolo dei giovani nel mondo del lavoro.

L’incontro, seguito da un pubblico numeroso, si è svolto in un clima informale. Fin dalle prime battute, Giuliani ha portato la conversazione su un tema concreto e attuale: il cambiamento climatico e i suoi effetti sulla viticoltura.

La vendemmia arriva sempre prima

Lunelli ha spiegato che la raccolta delle prime uve sarebbe iniziata intorno al 10 agosto, una data ormai molto anticipata rispetto alla tradizionale vendemmia di settembre.

L’aumento delle temperature sta infatti modificando i tempi di maturazione in molte aree vinicole del mondo. Per le aziende significa dover ripensare strategie, calendari e modalità di coltivazione.

Nel caso di Ferrari Trento, una delle risposte è arrivata dalla montagna. Negli ultimi vent’anni l’azienda ha aumentato l’altitudine media dei vigneti, arrivando a coltivare la vite anche tra i 700 e gli 800 metri.

Il motivo è semplice: le giornate calde aiutano l’uva a maturare, mentre le notti fresche permettono di conservarne acidità ed equilibrio. Per una bollicina Metodo Classico, questa escursione termica è fondamentale.

Lunelli lo ha spiegato con un paragone immediato: un frutto è davvero buono quando è maturo e dolce, ma conserva anche freschezza e croccantezza. Lo stesso vale per l’uva destinata al Trentodoc.

La montagna come risorsa

Nel corso della serata, Lunelli ha citato la Tenuta di Margon, nei pressi di Trento, dove la vicinanza del Monte Bondone e delle cime circostanti favorisce l’arrivo di aria fresca durante la notte.

Queste condizioni aiutano a mantenere l’equilibrio delle uve anche nelle stagioni più calde. Inoltre, la diversa altitudine dei vigneti consente di distribuire la vendemmia su più settimane.

La raccolta inizia nelle zone più basse e prosegue gradualmente verso quelle più alte. In questo modo gli agronomi possono seguire con maggiore attenzione la maturazione e scegliere il momento più adatto per intervenire in ogni appezzamento.

La natura, però, resta imprevedibile. Pioggia, temporali e soprattutto grandine possono modificare i programmi nel giro di poche ore. Nella fase che precede la raccolta, ha ricordato Lunelli, proprio la grandine rappresenta uno dei rischi più seri.

Il calendario agricolo è cambiato

Fulvio Giuliani ha richiamato il ricordo dei vecchi sussidiari scolastici, nei quali la vendemmia era quasi sempre associata al mese di settembre.

Lunelli ha risposto citando gli affreschi di Villa Margon, dove i dodici mesi dell’anno sono rappresentati attraverso le attività agricole. Anche lì la vendemmia compare a settembre.

Il confronto tra quelle immagini e la realtà attuale rende evidente il cambiamento. Non si tratta soltanto di dati climatici: la trasformazione si vede nei ritmi del lavoro, nelle scelte delle aziende e nelle abitudini di chi coltiva la terra.

Sostenibilità e responsabilità

Dal cambiamento climatico, il confronto è passato alla responsabilità delle imprese.

Lunelli ha raccontato il percorso seguito dal Gruppo per ridurre le emissioni di anidride carbonica e compensare quelle residue, anche attraverso l’acquisto di crediti di carbonio.

Ha chiarito che una singola azienda non può risolvere da sola un problema globale, ma può e deve fare la propria parte.

Per un’impresa legata alla terra, al clima e alla qualità delle uve, la sostenibilità non può essere soltanto un argomento di comunicazione. Diventa una scelta operativa e una responsabilità verso il territorio.

Le annate che raccontano una vita

La conversazione ha assunto un tono più personale quando Giuliani ha chiesto a Lunelli quali vendemmie ricordasse con maggiore affetto.

Tra tutte, ha indicato il 1995, un’annata importante anche perché legata alla nascita della Riserva Bruno Lunelli, dedicata al nonno.

A questa bottiglia è legata anche una curiosità: il fondo convesso non le permette di restare in piedi senza un sostegno. Una scelta particolare, affascinante dal punto di vista estetico, ma poco pratica per chi deve maneggiarla e conservarla in cantina.

Lunelli ha ricordato anche il 2003, anno del suo ingresso alle Cantine Ferrari, e il 2004 e il 2006, gli anni di nascita dei suoi figli.

Da qui una delle immagini più personali dell’incontro: il vino come “macchina del tempo”. Una bottiglia non conserva soltanto il gusto di un’annata, ma anche i ricordi, le persone e i passaggi importanti della vita.

Aprire un vino della stessa età di un figlio significa ritrovare, dentro quella bottiglia, una parte della storia familiare.

L’equilibrio tra lavoro e famiglia

Parlando della propria vita privata, Lunelli ha riconosciuto il ruolo fondamentale della moglie Valentina nella crescita dei figli, soprattutto negli anni segnati da frequenti viaggi e numerosi impegni professionali.

Ha ammesso che il lavoro ha richiesto molto tempo e molte assenze, ma ha sottolineato che, nella vita familiare, non conta soltanto la quantità del tempo trascorso insieme. Conta soprattutto la sua qualità.

Per Lunelli, famiglia e impresa sono due realtà strettamente legate. Il Gruppo è stato costruito dalle generazioni precedenti ed è oggi guidato insieme ai cugini.

Questo rapporto, però, richiede regole precise.

I patti di famiglia

Uno dei passaggi più interessanti della serata ha riguardato il futuro delle imprese familiari.

Lunelli ha spiegato che il Gruppo si è dotato di patti di famiglia, definiti come una sorta di carta costituzionale destinata a regolare i rapporti tra la famiglia proprietaria e l’azienda.

Al raggiungimento della maggiore età, i giovani membri della famiglia sono chiamati a leggere e sottoscrivere questi accordi. Non significa che tutti debbano entrare in azienda, ma che ciascuno deve conoscere il proprio ruolo e le proprie responsabilità.

Per lavorare nel Gruppo è inoltre necessario maturare almeno sei anni di esperienza professionale esterna dopo gli studi.

La regola serve a evitare ingressi automatici e a spingere i giovani a misurarsi con altri ambienti, altri modelli organizzativi e altre responsabilità. Il cognome, da solo, non è sufficiente.

Il ruolo dei manager

Lunelli ha insistito anche sulla necessità di valorizzare le competenze esterne.

La famiglia deve custodire i valori dell’impresa, indicare una direzione e garantire una visione di lungo periodo. La gestione quotidiana, però, deve poter contare su manager e collaboratori preparati.

Nel settore del vino questo equilibrio è particolarmente importante. Dalla preparazione di un vigneto alla produzione di una grande riserva possono trascorrere anche vent’anni.

Sono tempi che richiedono pazienza e continuità. Una famiglia imprenditoriale può garantire questa prospettiva, ma soltanto se sa distinguere con chiarezza i legami personali dai ruoli aziendali.

Il messaggio ai giovani

Nella parte finale dell’incontro, Fulvio Giuliani ha chiesto a Lunelli di rivolgere un consiglio ai giovani presenti.

La prima parola scelta è stata “umiltà”.

Lunelli ha raccontato l’esperienza del figlio, impegnato in uno stage a Londra in una realtà diversa da quella familiare. Un contesto nel quale ha dovuto partire dal basso, affrontare anche le mansioni più semplici e dimostrare il proprio valore senza contare sul nome della famiglia.

Secondo Lunelli, all’inizio di un percorso professionale servono disponibilità, impegno e capacità di sacrificio.

Serve però anche trovare ciò che appassiona davvero. Quando si lavora in un ambito nel quale ci si riconosce, la fatica non scompare, ma assume un significato diverso.

Conoscere il mondo

L’ultimo invito rivolto ai giovani è stato quello di viaggiare e confrontarsi con culture differenti.

Lunelli ha ricordato le esperienze del figlio in Corea e a Londra, sottolineando quanto il contatto con realtà lontane possa cambiare il modo di osservare il mondo.

Ha poi richiamato la figura di Giulio Ferrari, che già agli inizi del Novecento aveva studiato a Montpellier, in Champagne e in Germania, costruendo la propria preparazione attraverso esperienze internazionali.

Anche allora, conoscere altri paesi e imparare da realtà diverse era parte essenziale di un percorso professionale.

Una serata tra vino e impresa

L’incontro all’Hotel delle Rose di Porto Cervo si è concluso dopo aver attraversato temi diversi ma strettamente collegati: il clima, il vino, la famiglia, l’impresa e il futuro dei giovani.

Le domande di Fulvio Giuliani hanno permesso a Matteo Lunelli di raccontare non soltanto il lavoro del Gruppo e di Ferrari Trento, ma anche il lato più personale di un’esperienza imprenditoriale costruita tra responsabilità, memoria e visione.

Più che una semplice conversazione sul vino, la serata ha offerto una riflessione sul tempo: quello necessario per far crescere un vigneto, quello custodito in una bottiglia, quello da dedicare alla famiglia e quello che serve per preparare le nuove generazioni.




Maria Pia, cinquant’anni di rugby e una ferita ancora aperta: la battaglia per il campo diventa un caso politico

Dalla bonifica realizzata dai pionieri negli anni Settanta alla nascita di una seconda società, fino al ricorso al Tar e al nuovo avviso del Comune. Aldo Basile, tra i fondatori del rugby algherese, ricostruisce la vicenda e denuncia esclusioni, silenzi e presunte irregolarità. Accuse che attendono risposte e riscontri documentali.

Alghero, 5 Agosto 2026

di Fausto Farinelli

Non è soltanto una disputa per l’utilizzo di un impianto sportivo. La battaglia sul campo da rugby di Maria Pia racchiude cinquant’anni di storia algherese, rapporti personali deteriorati, scelte amministrative contestate e una domanda che ormai non può più essere elusa: secondo quali regole viene utilizzato e gestito un bene appartenente alla collettività?

Il tema è tornato prepotentemente d’attualità dopo la pubblicazione, il 31 luglio 2026, dell’avviso attraverso il quale il Comune di Alghero intende ricevere proposte per la futura gestione dell’impianto. La scadenza per la presentazione delle istanze è stata fissata al 24 settembre. Nel documento pubblico, l’Amministrazione parla della necessità di un «riordino complessivo, strutturale e dell’impiantistica» e precisa che il campo è attualmente affidato in via provvisoria per la conduzione tecnica e funzionale.

Dietro il linguaggio amministrativo, tuttavia, esiste una storia molto più complessa. A raccontarla è Aldo Basile, indicato anche dalla ricostruzione storica ufficiale dell’Alghero Rugby come uno dei protagonisti della nascita della società: nel 1974 un gruppo di studenti coinvolse Basile, allora sottufficiale in servizio all’aeroporto militare, nella fondazione della S.S. Amatori Rugby Alghero. Il primo campionato regionale arrivò nel 1975.

Quando Maria Pia era una discarica

Nel racconto di Basile, il campo non nacque da un progetto già pronto, né da un investimento pubblico programmato. Nacque dal lavoro materiale di giocatori, dirigenti e volontari.

L’area di Maria Pia, secondo la sua testimonianza, era occupata da rifiuti, sterpaglie, pietre e materiali abbandonati. Il terreno venne progressivamente spianato, ripulito e reso praticabile grazie all’aiuto di persone legate all’aeroporto e di cittadini che misero a disposizione mezzi, competenze e giornate di lavoro.

Basile ricorda i pali trasportati personalmente su una Renault 5, il lavoro svolto durante i fine settimana e il contributo di volontari, costruttori e giardinieri. Racconta di una struttura cresciuta poco alla volta, con la realizzazione del rettangolo di gioco, degli spogliatoi e dei primi locali di servizio.

Il valore del racconto non è soltanto affettivo. Evidenzia il rapporto particolare instauratosi tra il bene pubblico e la comunità sportiva che lo aveva materialmente recuperato. Un rapporto nato in una stagione nella quale le procedure erano meno formalizzate rispetto a oggi, ma che avrebbe successivamente richiesto concessioni, atti amministrativi e responsabilità gestionali precise.

Il fondatore diventato “estraneo”

La frattura più dolorosa, per Basile, sarebbe maturata molti anni dopo.

Durante il periodo della pandemia, alcuni esponenti storici del rugby algherese avrebbero deciso di riavvicinarsi all’Amatori per offrire gratuitamente esperienza, collaborazione tecnica e sostegno nella ricerca di sponsor. La proposta, sempre secondo Basile, non avrebbe avuto seguito.

L’ex dirigente racconta di interlocuzioni con il presidente della società e di un iniziale impegno a favorire il loro rientro. Successivamente, però, uno dei componenti del gruppo dirigente si sarebbe opposto. Basile sostiene che il rifiuto sarebbe stato determinato da motivazioni personali più che sportive.

È in quel passaggio che la vicenda assume il carattere di una rottura insanabile. Coloro che si consideravano parte della storia dell’Amatori avrebbero maturato la decisione di dare vita a una nuova realtà rugbistica. Non una scissione, secondo la loro prospettiva, determinata da differenze tecniche o programmatiche, ma la conseguenza di una porta rimasta chiusa.

Il nuovo soggetto sportivo è l’Alguer Rugby 2024, che nell’ottobre 2025 ha presentato pubblicamente il proprio progetto e avviato la partecipazione al campionato regionale di Serie C.

Due società, un solo campo

Con la nascita dell’Alguer Rugby il nodo dell’impianto di Maria Pia diventa inevitabile.

La nuova associazione chiede uno spazio nel quale allenarsi, disputare le partite ufficiali e sviluppare il proprio settore giovanile. Basile afferma che inizialmente sarebbero state prospettate soluzioni alternative, compreso l’utilizzo del campo Mariotti o l’individuazione di un altro terreno.

Nessuna di queste ipotesi, sostiene, si sarebbe però concretizzata in tempo utile. Il risultato sarebbe stato quello di costringere la nuova società a muoversi senza una sede stabile, mentre l’impianto specificamente destinato al rugby continuava a essere utilizzato dall’Amatori.

La questione non è rimasta confinata all’interno degli spogliatoi. Nel luglio 2025 il Consiglio comunale di Alghero inserì formalmente all’ordine del giorno un’interrogazione riguardante la concessione e l’attuale gestione complessiva dell’impianto sportivo di Maria Pia.

Dopo la discussione consiliare, Forza Italia e Riformatori sostennero pubblicamente che dalla risposta dell’Amministrazione sarebbe emersa l’assenza di un titolo formale per l’utilizzo dell’impianto da parte dell’Amatori Rugby. Le due forze politiche sollevarono inoltre il problema della struttura ricettiva annessa al campo, chiedendo chiarimenti sulla gestione e sugli eventuali introiti. Si tratta delle dichiarazioni dei gruppi politici di opposizione, non dell’accertamento definitivo di un’autorità giudiziaria o contabile.

Le accuse di Aldo Basile

Nell’intervista, Basile va oltre la disputa sportiva e formula contestazioni molto pesanti.

Parla di una gestione che, a suo giudizio, sarebbe stata priva per anni di un quadro concessorio sufficientemente chiaro. Fa riferimento all’utilizzo della struttura ricettiva collegata all’impianto, alla gestione delle risorse societarie, a possibili irregolarità amministrative e a segnalazioni che sarebbero state trasmesse alla Guardia di Finanza e alla Corte dei conti.

Nel materiale messo a disposizione, tuttavia, non sono presenti gli esposti, i documenti contabili, gli estratti bancari o gli eventuali atti delle autorità richiamati durante la conversazione. Le affermazioni devono quindi essere considerate accuse dell’intervistato, che necessitano di riscontro autonomo e sulle quali le persone e le organizzazioni coinvolte devono poter esercitare pienamente il diritto di replica.

Il punto giornalisticamente rilevante non è trasformare un’accusa in una sentenza, ma verificare se esistano atti, autorizzazioni, concessioni, rendicontazioni e contratti capaci di chiarire definitivamente la situazione.

Le domande sono precise:

  • Quale titolo ha regolato nel tempo l’utilizzo del campo di Maria Pia?
  • Chi ha autorizzato la conduzione della struttura ricettiva annessa?
  • Quali entrate sono state generate e con quali modalità sono state rendicontate?
  • Chi ha sostenuto i costi di manutenzione ordinaria e straordinaria?
  • Le diverse società rugbistiche hanno ricevuto un trattamento paritario?
  • Quali verifiche sono state effettuate dal Comune dopo le interrogazioni consiliari?

Il ricorso al Tar

Il conflitto ha raggiunto anche le aule della giustizia amministrativa.

Nel gennaio 2026 l’Alguer Rugby 2024 ha presentato ricorso al Tar Sardegna contro gli atti riguardanti l’affidamento provvisorio della conduzione tecnica e funzionale del campo. Secondo quanto riportato, la società aveva protocollato già nel febbraio 2025 una richiesta di utilizzo e concessione stagionale dell’impianto, lamentando di non aver ricevuto una risposta dall’Amministrazione.

Il ricorso dimostra che non ci si trova più davanti a una semplice incomprensione tra dirigenti sportivi. La controversia investe la legittimità del procedimento amministrativo, la parità di accesso a una struttura comunale e il dovere dell’ente pubblico di motivare le proprie decisioni.

A rendere il quadro ancora più delicato è il valore economico e sociale dell’impianto. Nel novembre 2024 erano stati annunciati 455 mila euro di risorse regionali destinati alla messa in sicurezza delle tribune, all’adeguamento degli impianti e al miglioramento dei campi da gioco.

Quando un bene pubblico riceve finanziamenti consistenti, la trasparenza sulla sua gestione non rappresenta un dettaglio burocratico. Diventa una condizione essenziale.

Il nuovo avviso può chiudere il contenzioso?

La procedura pubblicata dal Comune nel luglio 2026 potrebbe rappresentare un punto di svolta.

L’avviso richiede proposte economicamente sostenibili ma anche capaci di garantire valore sociale, pratica sportiva, aggregazione, salute e attività ricreative. Il principio dichiarato è corretto: il campo deve essere valorizzato non soltanto come struttura agonistica, ma come patrimonio della comunità.

Resta però da comprendere se la procedura riuscirà davvero a superare il passato oppure se finirà per trasferire nel nuovo affidamento le tensioni già esistenti.

La sfida per il Comune sarà garantire criteri misurabili, verificabili e non costruiti attorno a un singolo soggetto. Dovranno essere valutati la storia e il radicamento delle associazioni, ma anche la capacità tecnica, la solidità economica, il lavoro giovanile, l’inclusione, la manutenzione dell’impianto e la disponibilità a consentirne un utilizzo condiviso.

Soprattutto, dovrà essere chiarito il periodo precedente. Un nuovo bando non può cancellare automaticamente gli interrogativi sulla gestione passata.

Una vicenda umana prima ancora che sportiva

Nelle parole di Basile emerge un sentimento che va oltre la rivendicazione di un diritto.

È il dolore di chi sostiene di aver sacrificato tempo, famiglia e lavoro per costruire il rugby ad Alghero e che oggi si sente escluso proprio dal luogo che contribuì a realizzare. Il suo linguaggio, spesso durissimo, restituisce la profondità della frattura, ma impone anche cautela nel distinguere il piano emotivo da quello probatorio.

La storia personale di un fondatore non attribuisce automaticamente un diritto esclusivo su un bene comunale. Allo stesso tempo, un’Amministrazione e una società sportiva non possono ignorare il valore della memoria, del volontariato e del lavoro attraverso il quale quel bene è nato.

Il campo di Maria Pia non appartiene né ai fondatori, né ai dirigenti attuali, né a una parte politica. Appartiene alla città.

È proprio questa la ragione per cui ogni concessione, affidamento, utilizzo economico e accesso sportivo deve essere regolato da atti trasparenti, controllabili e uguali per tutti.

La richiesta di chiarimenti

Alla luce delle dichiarazioni raccolte e delle questioni emerse, Media Web Channel titolare del portale Sardegna Press, chiede pubblicamente all’Amatori Rugby Alghero e all’Amministrazione comunale di Alghero di fornire una risposta chiara e documentata.

In particolare, si chiede all’Amatori Rugby di chiarire:

  • quale sia il titolo amministrativo che ha regolato e regola attualmente l’utilizzo dell’impianto di Maria Pia;
  • quali siano le modalità di gestione della struttura ricettiva e degli altri spazi annessi al campo;
  • come vengano utilizzate e rendicontate le eventuali entrate prodotte dalle attività svolte all’interno dell’impianto;
  • quale sia la posizione della società rispetto alle accuse formulate da Aldo Basile;
  • per quali ragioni non sia stato possibile individuare una forma di collaborazione o di condivisione dell’impianto con l’Alguer Rugby 2024.

Al Comune di Alghero si chiede invece di chiarire:

  • quali concessioni, autorizzazioni o affidamenti abbiano disciplinato negli anni l’utilizzo del campo;
  • quale titolo consenta attualmente la conduzione tecnica e funzionale della struttura;
  • quali controlli siano stati effettuati sulla gestione degli spazi e sulle attività economiche eventualmente esercitate al loro interno;
  • per quale ragione non sia stata garantita fin dall’inizio una soluzione trasparente e paritaria alle società rugbistiche cittadine;
  • quale sarà il percorso amministrativo che condurrà al nuovo affidamento dell’impianto.

L’Amatori Rugby Alghero, i suoi dirigenti, gli amministratori comunali e tutte le persone direttamente chiamate in causa avranno pieno spazio per esporre la propria versione dei fatti, fornire documenti ed eventualmente smentire o precisare quanto dichiarato nell’intervista.

Le risposte ricevute saranno pubblicate integralmente o riportate senza alterarne il contenuto sostanziale.

Perché il campo di Maria Pia non appartiene a una società, a un dirigente, a un fondatore o a una parte politica. È un bene pubblico e appartiene alla città.

Dopo cinquant’anni di rugby, il campo costruito dai volontari è diventato il simbolo di una partita che non si gioca più soltanto con il pallone ovale. È una partita sulla trasparenza, sulla memoria, sulla parità di trattamento e sulla capacità delle istituzioni di amministrare il patrimonio pubblico senza preferenze, silenzi o zone d’ombra.

Ora la parola passa all’Amatori Rugby Alghero e al Comune.




Al Romazzino il lusso ha ancora un’anima. E Da Vittorio gli regala il sapore del mare

Costa Smeralda, 28 Luglio 2026 – di Fausto Farinelli

Costa Smeralda® 28 Luglio 2026 – di Fausto Farinelli

Non vedevo l’ora di tornare all’Hotel Romazzino.

Era passato qualche tempo dall’ultima visita e, questa volta, arrivo con qualche minuto di ritardo. Varco l’ingresso e, quasi automaticamente, mi tornano alla mente le parole dell’architetto Giancarlo Busiri Vici, inserite nel mio libro dedicato alla Costa Smeralda:

«Abbiamo consegnato i lavori del Romazzino, compresi tutti i giardini, in soli dodici mesi.»

Una frase che continua a sorprendermi.

Dodici mesi per realizzare non soltanto un albergo, ma uno dei luoghi destinati a diventare parte della storia e dell’immaginario della Costa Smeralda. Un edificio capace di inserirsi nel paesaggio senza aggredirlo, con i suoi muri bianchi, le linee morbide, gli archi, il verde dei giardini e il mare che sembra entrare naturalmente in ogni spazio.

Il Romazzino non è semplicemente un hotel.

È una testimonianza ancora viva di quella stagione irripetibile nella quale architettura, paesaggio e ospitalità furono chiamati a costruire qualcosa che prima non esisteva. Non una destinazione artificiale, ma un nuovo modo di raccontare la Sardegna al mondo.

Entro e vengo accompagnato sulla terrazza.

La vista è di quelle che non hanno bisogno di presentazioni. Il mare si apre davanti agli occhi, il granito sembra trattenere la luce e l’orizzonte restituisce immediatamente quella sensazione di pace che solo alcuni luoghi riescono ancora a offrire.

Saluto i colleghi già presenti e proprio sulla terrazza abbiamo l’occasione di conoscere Danilo Guerrini, direttore del Romazzino.

Ha 55 anni e alle spalle una lunga esperienza maturata negli hotel di lusso. La sua storia personale racconta molto del suo carattere e del modo in cui interpreta il proprio ruolo.

Proviene da una famiglia composta da uomini delle Forze dell’ordine. Un ambiente nel quale parole come disciplina, responsabilità, rispetto delle regole e senso del dovere non erano concetti astratti, ma parte della vita quotidiana.

Danilo, però, aveva scelto il proprio destino quando aveva appena tredici anni.

Voleva diventare direttore d’albergo.

Non si trattava del sogno confuso di un adolescente. Era già una direzione precisa, una di quelle convinzioni che, quando nascono così presto, sembrano accompagnare una persona per tutta la vita. Quella scelta è diventata prima un percorso professionale e poi una carriera costruita attraverso esperienze nelle strutture di alta gamma.

Il Romazzino rappresenta per lui una tappa particolarmente significativa: è la sua prima esperienza alla guida di un hotel sul mare.

Dirigere una struttura di questo livello non significa soltanto occuparsi delle camere, della ristorazione o dell’organizzazione del personale. Significa coordinare una macchina complessa nella quale ogni reparto deve muoversi con precisione, mantenendo però agli occhi dell’ospite una sensazione assoluta di naturalezza.

È proprio parlando di disciplina e organizzazione che Guerrini ci racconta una curiosità.

Secondo quanto ci spiega, il sistema degli ordini impartiti dallo chef alla brigata di cucina sarebbe stato introdotto da Napoleone Bonaparte, attraverso un modello organizzativo fondato su ruoli precisi, gerarchie definite, comandi chiari e capacità di esecuzione coordinata.

Il parallelismo è affascinante.

Una grande cucina, in effetti, non è molto diversa da una perfetta organizzazione sul campo. Ogni persona deve sapere esattamente cosa fare, in quale momento e in relazione al lavoro degli altri. Non c’è spazio per l’improvvisazione, perché basta un solo ingranaggio fuori tempo per compromettere il risultato finale.

Ma disciplina non significa necessariamente rigidità.

Nel racconto di Guerrini emerge piuttosto l’idea della responsabilità. Chi guida deve conoscere la propria squadra, deve saperne valorizzare le qualità e, soprattutto, deve assumersi il peso delle decisioni.

Osservandolo parlare si coglie immediatamente il profilo di un direttore presente, attento, cordiale ma mai invadente. Uno di quei professionisti che non hanno bisogno di occupare continuamente la scena per far percepire la propria autorevolezza.

In fondo, la qualità di un direttore si misura anche da ciò che l’ospite non vede.

Dalla puntualità del servizio.

Dalla serenità del personale.

Dalla capacità di prevenire un problema prima ancora che si presenti.

Dalla sensazione che ogni cosa accada con assoluta semplicità, anche quando dietro quella semplicità esistono ore di lavoro, coordinamento e attenzione quasi spasmodica ai dettagli.

Dopo questo primo incontro lasciamo la terrazza e ci dirigiamo verso il ristorante sulla spiaggia Entu e Mari.

È lì che la serata cambia definitivamente ritmo.

Il Romazzino ospita, dal 15 luglio al 14 agosto, la residenza gastronomica di DaV Costa Smeralda Da Vittorio, il format casual dining della famiglia Cerea. Per un mese il ristorante sulla spiaggia viene affidato a una delle realtà più prestigiose della ristorazione italiana, in un contesto nel quale il mare, la sabbia chiara e la brezza serale diventano parte integrante dell’esperienza.

Ad accoglierci è Francesca Formaggioni, Communication Manager del Romazzino.

L’atmosfera è già quella giusta. Il mare è davanti a noi, la luce del giorno sta lasciando spazio alla sera e la luna appare esattamente di fronte al ristorante.

Francesca guarda il cielo, sorride e pronuncia una frase capace di sciogliere immediatamente ogni formalità:

«Stasera siamo stati bravi anche a posizionare la Luna proprio davanti a noi.»

La battuta suscita il sorriso di tutti.

E, a dire il vero, osservando quella scena, viene quasi da crederle.

La luna sembra davvero essere stata collocata lì appositamente, come l’ultimo elemento di una scenografia preparata per accompagnare la cena.

Ma Francesca non si limita a comunicare l’immagine dell’hotel.

Il suo lavoro racconta una visione molto più profonda.

Gira la Sardegna in lungo e in largo alla ricerca delle antiche maestranze, degli artigiani, dei produttori e delle persone che continuano a custodire i saperi tradizionali dell’isola. Ogni settimana porta alcune di queste realtà all’interno del Romazzino, permettendo agli ospiti di entrare in contatto con la Sardegna più autentica.

Non la Sardegna costruita per essere esibita.

Ma quella vera.

Quella fatta di mani, materiali, gesti tramandati, lavorazioni antiche e storie familiari.

È un lavoro che assume un significato ancora più importante se si guarda al passato della Costa Smeralda.

La volontà del Principe Karim Aga Khan non era semplicemente quella di creare una destinazione frequentata dal jet set internazionale. La sua visione era più complessa e più rispettosa: portare la Sardegna dentro la Costa Smeralda.

Fare in modo che chi arrivava da ogni parte del mondo non incontrasse soltanto un mare straordinario, ma anche l’identità, la cultura, l’artigianato e la storia dell’isola.

A distanza di oltre sessant’anni, quella visione continua a vivere proprio attraverso iniziative come quelle curate da Francesca Formaggioni.

Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti della serata.

Il Romazzino non si limita a custodire il proprio passato. Cerca di reinterpretarlo, mantenendo vivo quel dialogo tra ospitalità internazionale e identità sarda che era alla base del progetto originario.

Poi arriva il momento della cena.

La proposta gastronomica di DaV è affidata alla direzione dello chef Davide Galbiati, responsabile dello sviluppo gastronomico dei ristoranti del format. Il menu è costruito prevalentemente attorno alla cucina di mare, da sempre uno dei tratti distintivi di Da Vittorio, e combina l’eccellenza delle materie prime con una dimensione più conviviale e condivisa.

La cucina dialoga con il paesaggio.

E non è una frase di circostanza.

Mangiare a pochi passi dal mare, con la brezza che attraversa il ristorante e la luna davanti agli occhi, modifica realmente la percezione dei sapori. Il luogo non è soltanto lo sfondo della cena: diventa una componente del piatto.

La filosofia è quella di interpretare la tradizione gastronomica sarda con sensibilità contemporanea, rispettando la stagionalità e selezionando ingredienti capaci di stabilire un legame diretto con il territorio. Accanto a questa attenzione per la Sardegna trovano spazio i grandi classici della famiglia Cerea.

Tra questi il celebre Pacchero alla Vittorio, lo Spaghetto di tonno e l’Elefantino, definito il fratello minore della storica cotoletta a orecchia d’elefante.

Piatti che portano con sé una storia, un’identità e una riconoscibilità immediata.

La cucina di Da Vittorio colpisce per la capacità di essere raffinata senza diventare distante. La tecnica è evidente, ma non viene mai esibita come un esercizio di stile. Il piatto rimane comprensibile, piacevole, generoso.

C’è eleganza, ma c’è anche gioia.

C’è ricerca, ma non viene sacrificato il gusto.

C’è precisione, ma rimane intatto quello spirito conviviale che la famiglia Cerea considera uno dei valori fondamentali della propria proposta.

E poi c’è il servizio.

Un servizio di prim’ordine.

Presente, puntuale, attento, ma mai invadente. I tempi sono calibrati, i movimenti della sala appaiono quasi coreografici e ogni dettaglio viene seguito con una cura che non lascia spazio all’approssimazione.

L’accoglienza è superlativa.

Non quella formalità fredda che talvolta si incontra negli ambienti di lusso, ma un’attenzione capace di far sentire l’ospite riconosciuto e seguito.

È in questi particolari che si coglie il livello reale di una struttura.

Non soltanto nella bellezza degli ambienti o nella qualità di ciò che arriva in tavola, ma nella capacità di costruire un’esperienza coerente dall’inizio alla fine.

DaV Costa Smeralda nasce dalla collaborazione tra la famiglia Cerea, Belmond e Smeralda Holding. Non si tratta di un incontro occasionale, ma dello sviluppo di una relazione già avviata nel 2021 con DaV Mare allo Splendido Mare di Portofino. Il progetto approda oggi in Sardegna con l’obiettivo dichiarato di unire ospitalità, qualità e valorizzazione del territorio.

Il Romazzino, però, non è soltanto un albergo affidato alla gestione Belmond.

Rimane saldamente nell’alveo della proprietà di Smeralda Holding, la società indirettamente controllata da Qatar Investment Authority e guidata dall’amministratore delegato Mario Ferraro. Il patrimonio della società comprende i quattro hotel simbolo della destinazione — Cala di Volpe, Romazzino, Pitrizza e Cervo — oltre alla Marina di Porto Cervo, al Cantiere navale, al Pevero Golf Club, a negozi, uffici, appartamenti, bar, ristoranti e a circa 2.300 ettari di terreni sulla costa. (Smeralda Holding)

Ed è proprio nella strategia portata avanti da Ferraro che il pop-up di Da Vittorio trova una collocazione precisa.

Non si tratta di aggiungere semplicemente un altro nome prestigioso alla stagione estiva, ma di diversificare l’offerta della Costa Smeralda, trasformandola progressivamente in una destinazione capace di proporre esperienze differenti, pur mantenendo intatta la propria identità.

Negli ultimi anni Ferraro ha lavorato su più direttrici: la riqualificazione degli alberghi, l’ingresso di operatori internazionali di altissimo profilo, il potenziamento della ristorazione, l’apertura a nuovi segmenti di clientela e la costruzione di una destinazione meno dipendente da una sola formula di lusso.

Il Cala di Volpe è stato profondamente rinnovato e ripensato come una vera destinazione nella destinazione. Il Romazzino è entrato nella collezione Belmond, mentre il percorso di trasformazione del Pitrizza punta ad associarlo al marchio Cheval Blanc. L’obiettivo strategico appare evidente: legare la Costa Smeralda ai nomi più esclusivi dell’ospitalità internazionale, ampliandone contemporaneamente la capacità distributiva, la notorietà e il posizionamento sui mercati mondiali.

I numeri raccontano una parte importante di questo percorso.

Nel 2022 Smeralda Holding aveva raggiunto un fatturato di 120 milioni di euro, superando i 106 milioni registrati nel 2019. Nel 2024 il fatturato è salito a 168,1 milioni di euro, con una crescita del 12,5 per cento rispetto all’anno precedente e un EBITDA adjusted di 50,6 milioni di euro. Nello stesso anno il gruppo ha dichiarato 1.471 dipendenti, 544 fornitori sardi coinvolti e 44,2 milioni di euro di approvvigionamenti effettuati nell’isola.

Anche il dato sulle prenotazioni confermate per il 2026 offre una misura del risultato raggiunto. Alla fine del 2025 Ferraro aveva indicato un incremento del 40 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un segnale che conferma come la strategia di innalzamento e diversificazione dell’offerta abbia rafforzato l’attrattività internazionale della destinazione.

La ristorazione è diventata uno dei pilastri di questo nuovo corso.

Il pop-up di Da Vittorio non è dunque un’operazione isolata, ma un tassello di un progetto più ampio che punta ad affiancare all’ospitalità alberghiera una pluralità di esperienze gastronomiche riconoscibili, affidate a marchi e professionisti capaci di attrarre pubblici differenti.

È una scelta che appare strategicamente azzeccata.

Il lusso contemporaneo, infatti, non si identifica più soltanto con la camera, la spiaggia o il servizio. È cucina, benessere, cultura, intrattenimento, autenticità e capacità di costruire esperienze che possano diventare parte del viaggio.

È proprio questa strategia complessiva a rendere la residenza gastronomica di Da Vittorio al Romazzino qualcosa di più di un semplice pop-up estivo.

Da una parte c’è una delle famiglie simbolo dell’alta cucina italiana.

Dall’altra un hotel che appartiene alla storia stessa della Costa Smeralda.

Alle spalle c’è una proprietà che, sotto la guida di Mario Ferraro, ha scelto di investire sulla trasformazione, sulla diversificazione e sull’ingresso di grandi marchi internazionali.

In mezzo, la Sardegna.

Non utilizzata soltanto come cornice spettacolare, ma chiamata a entrare nel racconto attraverso i suoi ingredienti, le sue tradizioni, le sue maestranze e la sua cultura.

Durante la serata penso più volte alle parole ascoltate all’arrivo.

Ai dodici mesi impiegati per consegnare il Romazzino con tutti i suoi giardini.

Alla determinazione di Danilo Guerrini, che a tredici anni aveva già scelto il proprio futuro.

Alla disciplina delle brigate, alle gerarchie della cucina e al curioso richiamo all’organizzazione napoleonica.

Al lavoro di Francesca Formaggioni, che attraversa l’isola alla ricerca delle persone capaci di rappresentarne l’anima più profonda.

Alla strategia di Mario Ferraro, che sta cercando di accompagnare la Costa Smeralda verso una nuova fase della sua storia senza disperderne l’identità.

E poi torno con lo sguardo alla luna.

Quella luna che, almeno per una sera, sembra davvero essere stata sistemata nel punto esatto.

Quando lascio il Romazzino porto con me una certezza.

Il vero lusso non è soltanto ciò che si vede.

Non è una terrazza sul mare.

Non è una camera elegante.

Non è neppure un piatto perfettamente eseguito.

Il vero lusso è la somma di tante attenzioni invisibili.

È la capacità di un direttore di guidare senza imporsi.

È il lavoro di una squadra che si muove con precisione.

È una Communication Manager che cerca l’autenticità dell’isola e la porta dentro un hotel frequentato dal mondo.

È una brigata che trasforma materie prime eccellenti in un’esperienza capace di restare nella memoria.

È una proprietà che investe, rinnova e diversifica l’offerta senza dimenticare la storia dei luoghi che amministra.

È il rispetto per il passato, senza trasformarlo in una reliquia.

Quella al Romazzino non è stata soltanto una cena.

È stata la dimostrazione che l’ospitalità, quando incontra la cultura, la cucina e l’identità di un territorio, può ancora diventare racconto.

E che, in certi luoghi, qualcuno riesce davvero a farci credere di avere posizionato la luna proprio davanti a noi.




Il Miracolo tra Pietra e Mare: I Segreti della Costa Smeralda nei Ricordi di Antonello Verona.

Porto Cervo Luglio 2026 – Intervista a cura di Fausto Farinelli.

foto credit: Emanuele Perrone

Arrivo a Villa Anna alle 18 in punto. Ad accogliermi fuori, nel patio, è Antonello Verona, uno dei pilastri storici della Costa Smeralda. Lui l’ha vista nascere, ancor prima sulla carta e poi nella realtà delle strade, delle costruzioni, della polvere. Oggi è l’occasione per una reunion insieme ad altri amici dopo la presentazione del libro Costa Smeralda – Il Sogno di un Principe avvenuta a Cagliari il 16 maggio. Lì, Antonello e la sua compagna Elena ci avevano invitato a cena proprio a casa loro, sulla collina di Pantogia a Porto Cervo. Seduti nella splendida veranda, con un’altrettanto splendida e a dir poco commovente vista sul golfo, Antonello si mette comodo, mi guarda con il suo sorriso magnetico e cominciamo a navigare nei ricordi…

Antonello, chiuda gli occhi e torniamo indietro. Da dove inizia esattamente la sua avventura e quella della Costa Smeralda?

Antonello Verona: “Inizia tutto al Jolly di Olbia, nel 1960. Lì passavano tutti i pionieri, da Jacques a Savin Couëlle . La strada panoramica non esisteva ancora, l’avrebbero aperta solo nel ’65. Per arrivare verso la zona del Cala di Volpe si passava via Palau-Arzachena, poi si prendeva una strada bianca dalle parti di Demuro e si proseguiva su una mulattiera fino ad Abbiadori. Liscia di Vacca non era nemmeno collegata. Pensi che quando aprimmo il Cala di Volpe, d’estate uscivamo fuori ad aspettare che arrivasse qualche cliente, perché non passava nessuno!

Ma la vera magia succedeva dal notaio Altea. L’Aga Khan adottò una strategia d’acquisto ‘all’ingrosso’. I proprietari terrieri erano tutti parenti, famiglie storiche locali come gli Orecchioni o gli Azara. C’erano file indiane di 15-20 persone per firmare gli atti rigorosamente a mano. L’emissario diceva chiaramente: ‘O vendete tutti, o non compriamo niente’. Se un parente non voleva vendere, andavano a convincere i cugini pur di chiudere l’affare.”

In quel Jolly di Olbia lei incontra per la prima volta il Principe Aga Khan. Che impressione le fece?

Antonello Verona: “Me lo ricordo benissimo. Era al bar con Andrè Ardoin. Entrò questo ragazzo bellissimo, avremo avuto più o meno la stessa età, io 22 e lui forse 25. Stavano parlando, mi guardarono e mi chiesero: ‘Lei lo sa che stiamo aprendo il Cala di Volpe? Viene a lavorare con noi?’. Dissi di sì all’istante. C’era un’atmosfera incredibile. La principessa Ira von Fürstenberg faceva da sponda tra il Cala di Volpe e Porto Rotondo, tenendo le fila della mondanità. Il Principe spesso parcheggiava all’hotel le sue giovanissime fidanzate, come una bellissima ragazza di nome Anuska, per poi tornare a prenderle a fine giornata.

E poi c’era il mare. Molte serate al Cala di Volpe arrivavano in barca i Conti Donà delle Rose, Luigino e Nicolò, per fare festa. Ricordo un aneddoto del primo o secondo anno, quando c’era la gestione francese Le Luche: mi chiesero se sapevo guidare il motoscafo Riva. Li portai via mare a Porto Cervo, facendo tutto il giro largo da Mortorio per paura delle secche. All’epoca non c’era quasi nessuno, trovammo ad accoglierci solo il grande architetto Gigi Vietti, sua moglie e il loro cagnolino che si chiamava Spazzola.”

Oggi si parla della nascita della Costa Smeralda come di un “miracolo”. Qual è stato il segreto di questa esplosione turistica e finanziaria?

Antonello Verona: “Il segreto è stato il carisma del Principe: era una calamita. Arrivarono investitori con disponibilità immense, come il gruppo belga dei Pobięski (che comprarono a Liscia di Vacca dopo aver venduto le miniere di diamanti nel Congo), o i Guinness. Succedevano cose surreali. La famiglia Mentasti, ad esempio, comprò l’isola di Mortorio e l’isola di Soffi. Un giorno la moglie Mariella scese col gommone. Arrivò la Guardia Costiera per cacciarli e lei protestò: ‘Ma il Mortorio è mio, l’ho comprato io, sono Mentasti!’, ma la guardia fu irremovibile. E poi c’erano le feste folli a Poltu Quatu, prima che facessero saltare un monolite enorme in mezzo alla baia: una sera il conte Acquarone diede una festa in barca a fiumi di champagne. Un cameriere che portava scatole di caviale scivolò sulla passerella e cadde. Il giorno dopo dovettero recuperare le latte dal fondale marino!

L’impatto fu tale che la Sardegna intera veniva su con noi. All’estero la gente chiedeva: ‘Dov’è la Sardegna?’ e rispondevano: ‘Dove c’è la Costa Smeralda!’. Eppure, noi che vivevamo lì ogni giorno vedevamo un contrasto meraviglioso: la baia era bellissima, e capitava di vedere le vacche che passeggiavano tranquille sulla sabbia bianca della spiaggia di Liscia Ruja. Ma oltre ai soldi, il vero colpo di genio dell’Aga Khan fu il Consorzio. Un organo di controllo pazzesco che vincolava i proprietari e tutelava il paesaggio. Era un modello così perfetto che anni dopo, per il progetto del Bagaglino, ne copiammo lo statuto pari pari.”

Non solo lusso, ma anche radici. Dopo un passaggio all’Hotel Cervo, lei è stato l’ideatore de “La Fattoria”, un luogo che è entrato nel mito.

Antonello Verona: “Sì, dopo quattro anni passati all’Hotel Cervo, ne parlai con il maitre Sergio Grassi, di Parma. C’erano solo alberghi di lusso, mancava un ristorante sardo autentico. Creammo La Fattoria. C’era un camino lungo sei metri dove arrostivamo porcetti e agnelli a vista, un’idea ripresa decenni prima che lo facessero locali come Zuma. Servivamo la carne sui piatti di sughero, un’invenzione tutta nostra. In cucina c’era zia Peppina che preparava ravioli, pane frattau e tantissima zuppa cuata con il formaggio filante locale. Si lavorava a ritmi folli: facevamo 700 o 800 coperti al giorno, tra pranzo e cena. Arrivavano i pullman di turisti e si pagavano circa 30.000 lire per mangiare a crepapelle. Ma la vera mascotte era il nostro asinello: di solito stava fuori a mangiare gli scarti del pinzimonio, ma a volte saliva i gradini, entrava in sala e si metteva a mangiare la verdura direttamente dai tavoli. Finimmo persino in una fotografia sulla rivista americana Life!”

Lei ha plasmato anche la vita notturna tracciando letteralmente le strade del Sottovento e del Sopravento. Come andarono le cose?

Antonello Verona: “Comprai il terreno del Sottovento da zio Pasquale Orecchioni; era una vecchia cava di pietre che era servita per fare le strade della Gallura. Il progetto iniziale dell’architetto Busiri Vici prevedeva un albergo, ma mancava un po’ di cassa, così con il costruttore Giancarlo decidemmo di trasformarlo in appartamenti. Sotto aggiungemmo i campi da tennis e un locale. Non sapevo come chiamarlo. Passò l’allora parroco, Don Fresi, che rientrava da un locale di Porto Rotondo chiamato Sottocoperta. Mi guardò e disse: ‘Antonello, perché non lo chiama Sottovento? In fondo è riparato dal vento’. Lo presi al volo. Tutta la viabilità contorta di quella zona l’ho studiata io, bloccando le strade.

E il Sopravento? È nato essenzialmente per problemi di spazio, personale e parcheggio! Al Sottovento c’era troppa gente, dovevo mandare via i clienti in continuazione. All’inizio avevo pensato di chiamarlo ‘Blue Jeans’, ma alla fine rimase Sopravento.”

Fino ad arrivare ai fasti di Villa Harmony e agli eccessi degli ultimi decenni…

Antonello Verona: “Esatto, a Villa Harmony facemmo una grande spa che gestivo assieme a Elena. Lì ospitammo una festa pazzesca voluta da un magnate russo, spese ‘no limits’. Portarono il corpo di ballo del Lido di Parigi e ingaggiarono Zucchero per cantare davanti a sole 80 persone. Ricordo Zucchero che, scendendo, mi strinse la mano e disse: ‘Ma chi sono questi che mi pagano per cantare per 80 persone? Vabbè, a me non me ne frega niente, io canto’. La vera follia fu il giorno dopo: spostammo la stessa festa sulla spiaggia di Liscia Ruja senza Zucchero, ma con cantanti e DJ. Prendemmo tre camion per trasferire lì tutto il ristorante, portammo i gruppi elettrogeni, sistemammo la sabbia e mettemmo cuscini per terra con un buffet enorme ad aspettare i russi che arrivavano dal mare coi gommoni. Un lavoraccio, ma pagarono benissimo.”

Antonello, ripensando a quei giorni febbrili, c’è un ricordo dolce o un’emozione amara che le stringe ancora il cuore?

Antonello Verona: “Parto dal ricordo più bello. Per il Principe ho sempre avuto una devozione assoluta. I primi tempi gli servivo io la colazione. Abitava nella zona residenziale del Cala di Volpe e io gliela portavo direttamente a letto. Mi conosceva benissimo, era una familiarità bellissima, mi salutava e io mi sentivo onorato, avrei voluto fargli da maggiordomo.

Il ricordo più amaro è legato proprio alla fine di quell’epoca. C’era un progetto enorme di sviluppo, il ‘Masterplan’, che come ricordavano anche l’ex Sindaco Piero Filigheddu e l’architetto Satta, venne bloccato dalla burocrazia per 25 anni. Quella fu la fine. L’Aga Khan si smontò. Il nostro ultimo incontro avvenne fuori dal Sottovento, dopo una festa dello Yachting Club. Arrivò su un Maggiolino bianco, accompagnato dalla signorina Maffei che guidava. C’era ressa all’ingresso, lui entrò a salutare e uscì quasi subito. Gli andai incontro: ‘Principe, buonasera, come sta?’. Lui mi guardò, forse già consapevole che non c’era più nulla da fare, e mi rispose con una frase che non dimenticherò mai: ‘Bene Antonello… però a me i sardi non mi vogliono bene’.

È un peccato. Abbiamo perso un’occasione tutti. E la cosa che mi dispiace di più è che lui aveva scelto il suo angolo di paradiso, la Spiaggia del Principe, per fare il suo quartier generale, la sua casa. Non gli hanno permesso di costruirci nemmeno un garage. Ecco, quello rimane il più grande peccato di questa straordinaria avventura.”

La cena è pronta, mentre ripongo i microfoni nella valigetta penso alle tante interviste fatte per raccontare Costa smeralda®, e come sempre mi avvolge la solita domanda: Ma perchè siamo diventati all’improvviso così ciechi e sordi da non riuscire più a vedere quello che sarebbe accaduto se il progetto del Principe si fosse realizzato? Cosa sarebbe oggi l’intera Sardegna? Cosa saremmo noi, oggi?




Il Ritorno del Principe. Una Promessa Lunga oltre Sessant’anni.

di Fausto Farinelli, editore e direttore editoriale.

Arrivo, come sempre, in anticipo di un’ora. Le diciotto segnano il momento esatto in cui la stampa e gli ospiti iniziano ad accreditarsi per questa giornata che si preannuncia storica, una di quelle destinate a rimanere scolpite nella memoria di questa costa. Faccio la mia solita tappa nel Sottopiazza, il cuore pulsante e di pietra di Porto Cervo. Anche oggi, come ogni volta che vengo qui, osservo il rito intatto della meraviglia: ci sono persone che scattano innumerevoli fotografie, ragazze con i piedi accarezzati dall’acqua che si fanno i selfie, incorniciate dallo sfondo del ponticello di legno, della piazza e dalle luci del nuovo ristorante Langosteria. Porto Cervo affascina, resiste al tempo in modo immutabile. Ogni volta che ci torno, rimango catturato da quell’effetto “wow” che non smette mai di sorprendermi. È il palcoscenico perfetto per rievocare il sogno di un principe, e oggi, per celebrarne il grande ritorno.

Prima che le massime autorità religiose, civili e militari prendano posto, mi immergo nelle voci e nei ricordi di chi questa storia l’ha vissuta e continua a custodirla. Incontro Renzo Persico, Presidente del Consorzio Costa Smeralda. Gli chiedo subito se l’omaggio di oggi sia più un dovere istituzionale o morale. La sua risposta non ammette repliche: «È un dovere morale, un dovere etico» mi dice con fermezza. «La storia insegna che quest’uomo ha creato le condizioni perché oggi noi siamo un’isola del mito, un territorio conosciuto nel mondo. Ha inventato un modello turistico come pioniere, ha creduto nell’ambiente, nella sostenibilità, nella cultura». Nelle parole di Persico emerge il ritratto di un visionario che capì come questo lembo d’Europa periferico avesse tutte le premesse per diventare un’eccellenza italiana nel mondo. Poi, il Presidente mi confida un aneddoto intimo e toccante: «Più volte gli ho chiesto: “Altezza, mi dica qual è per lei il momento più importante?”. E lui mi ha detto: “Il momento più importante l’ho avuto quando ho scoperto quest’isola”. E ho capito dopo negli anni che l’amava sempre, non ha mai smesso di amarla». E sulla presenza della Presidente della Regione, Alessandra Todde, sottolinea: «Ci sentiamo tutti appartenenti a un modello turistico che ha reso la Sardegna famosa nel mondo».

Subito dopo incrocio le memorie intime della famiglia, frammenti preziosi che svelano l’uomo dietro il mito. Risuonano le parole cariche di affetto fraterno del Principe Amin Aga Khan. Quando gli viene chiesto un ricordo di Karim, la sua voce tradisce un’intimità profonda, di una vita vissuta fianco a fianco: «Eravamo quasi gemelli» racconta. «Lui aveva nove mesi, meno un giorno, più di me… io sono nato a settembre». Il ricordo si fa poi delicato, sfiorando gli ultimi momenti di vita del fondatore e la malattia: «L’ha accettata con filosofia? Sì… non se n’è reso conto, penso. Per fortuna dormiva. È passato così, in silenzio. Non ha sofferto». E quando gli si domanda del lascito di suo fratello per quest’isola, Amin non ha esitazioni: «Cosa ha fatto per la Sardegna? Molto, molto, molto. La Costa Smeralda è stata la sua creazione… In questa parte della Sardegna, sì, è stato lui il padre del turismo».

Infine, è Sua Altezza il Principe Rahim Aga Khan V, figlio del compianto Principe Karim, a condividere i suoi ricordi durante un colloquio con i giornalisti a margine dell’evento. Le sue parole ci riportano ai primi anni di fatica, quando l’infrastruttura era ancora solo un cantiere in divenire. «Ricordo quando ero molto piccolo… dragavano la marina e non capendo questa immensa infrastruttura, ricordo l’odore del dragaggio e papà che lavorava» racconta ai cronisti. «Ricordo anche che andava a spegnere gli incendi di persona, e tornava tutto nero di cenere». È il ritratto sorprendente di un fondatore che si sporcava le mani, che ha amato questa terra vivendola visceralmente per un quarto della sua vita.

L’evento ufficiale è scandito dalla maestria della violinista Anna Tifu, le cui note tratte dalle opere di Bach, Ysaÿe, Massenet e Ravel si fondono con il suono del mare, elevando la solennità del momento.

Poi, il silenzio scende sulla piazza. L’ufficialità si mescola al profondo sentimento di comunità quando il padrone di casa, il Sindaco di Arzachena Roberto Ragnedda, prende la parola. Il suo è il riconoscimento di un patto lungo oltre mezzo secolo:

«Buonasera a tutti. Sua altezza Principe Rahim Aga Khan, benvenuto. Grazie per essere qui con noi in questo speciale momento per celebrare la figura di suo padre, una figura che ha voluto creare tutta questa bellezza. Presidente Alessandra Todde, grazie per aver condiviso con noi questo momento, è importante avere la presenza della Regione… Principe Amin Aga Khan, benvenuto, è un piacere vederla qui ad Arzachena, a Porto Cervo. Principe Irfan, Sinan Aga Khan, benvenuti… Sua Eccellenza il Prefetto, Fauci, benvenuta, signor Questore, tutte le autorità civili, militari, religiose, benvenuti. Cari concittadini di Arzachena, tanti ospiti che oggi sono qui presenti per condividere con noi questo momento.

È con profondo sentimento di orgoglio istituzionale che prendo la parola qui a Porto Cervo per celebrare un mito, per celebrare un momento che va a rinverdire un rapporto storico che la famiglia Aga Khan ha garantito nel corso di questi 60 anni con la nostra terra. È un patto di reciproco rispetto, di collaborazione, che ci porta a guardare avanti, a far sì che questa terra possa scrivere altre pagine assieme. È un piacere oltre che un onore ricordare quello che sua altezza il principe Karim Aga Khan ha fatto per noi.

60 anni fa, sua altezza Karim Aga Khan venne qui, ventenne, e con una filosofia straordinaria ha cambiato le sorti di questa destinazione. Momenti storici in cui non vi erano leggi urbanistiche, dove si sarebbe potuto fare qualsiasi tipo di intervento, e invece ha deciso di sposarsi col nostro territorio e creare un qualcosa che ha fatto epoca. Un’esperienza che è tuttora viva e la Costa Smeralda proprio in questi anni suggella un momento senza tempo. È bellissimo vedere le persone che continuano a venire nella nostra destinazione, tantissimi brand, l’internazionalità che questa terra continua a garantire.

Il rispetto della natura, il rispetto dell’identità locale, il rispetto delle persone sono stati il prisma, il mantra che ha guidato l’opera di Karim Aga Khan. Il nostro cittadino onorario nel 1965 ha fatto sì che questa terra potesse avere una nuova vita, un nuovo sviluppo, nei valori profondi e una straordinaria rivoluzione sociale, culturale, occupazionale che tuttora vive ancora nella nostra, nella nostra realtà.

Quindi è con profondo orgoglio che oggi celebriamo due momenti. Il primo è l’intitolazione di questa piazza, dove tutto è nato, e il secondo è una celebrazione che va proprio oltre, con una, diciamo, un sogno di immortalità. Una scultura, una scultura dedicata a sua altezza Karim Aga Khan, una scultura che vuole ricordare l’uomo, una cultura, una scultura che dialoga col territorio, non imposta nel territorio, così come era quella la filosofia del nostro Karim Aga Khan. Tra poco la sveleremo ed è emozionante, soprattutto perché il Principe Karim Aga Khan ha ovviamente una storia che parla da sé, però è altrettanto importante che le nuove generazioni sappiano chi è stato Karim Aga Khan, cosa ha fatto per la nostra terra e quelle che sono le opportunità che ci ha garantito, ha garantito a tante generazioni di arzachenesi, di sardi, che oggi hanno avuto l’opportunità di vivere, crescere all’interno delle, dell’isola, all’interno della nostra Sardegna senza dover emigrare e senza dover andare altrove per cercare una speranza, un futuro. Futuro ce l’ha garantito la sua lungimiranza, la sua sensibilità e oggi vogliamo celebrare questo momento con un dialogo che sia infinito col nostro territorio, con la nostra gente. E sono sicuro che assieme, andremo a scrivere ancora tante pagine di questa meravigliosa storia. Grazie».

L’eco delle parole del Sindaco traccia un confine invisibile tra il passato e l’avvenire. È la Presidente della Regione, Alessandra Todde, a raccogliere idealmente questo testimone, innalzando la figura del Principe da artefice locale a pilastro della moderna Sardegna:

«Buonasera a tutte e tutti. Desidero intanto ringraziare il Comune di Arzachena e il Sindaco Roberto Ragnedda per l’invito a questa giornata così importante. Saluto il qui presente Principe Rahim Aga Khan, quinto, e la rappresentanza della famiglia del Principe, la sua famiglia. E per me è un grande onore essere qua con autorità civili, militari e religiose, rappresentanti delle istituzioni, cittadini di Arzachena e tutti coloro che hanno voluto prendere parte a un momento così significativo per il nostro territorio.

Oggi inauguriamo una piazza, una scultura, ma soprattutto affidiamo a una memoria collettiva un nome, una visione che hanno profondamente segnato la storia della Sardegna contemporanea. Intitolare questa piazza a sua altezza il principe Karim Aga Khan IV significa riconoscere il valore di un uomo che ha saputo immaginare il futuro, quando quel futuro sembrava ancora impossibile. Una personalità capace di vedere nella Gallura e nella Costa Smeralda non soltanto un luogo di straordinaria bellezza, ma un patrimonio da valorizzare con rispetto, intelligenza e lungimiranza.

La sua intuizione ha cambiato il destino di questo territorio, l’ha fatto con un progetto che fin dalle sue origini ha cercato un equilibrio tra lo sviluppo economico, qualità architettonica e tutela del paesaggio. Un modello che ha reso la Costa Smeralda conosciuta in tutto il mondo, e che ha contribuito a costruire un’immagine internazionale della Sardegna fondata sull’eccellenza, sull’accoglienza e sull’unicità del suo ambiente.

Sarebbe riduttivo però ricordare il principe Aga Khan solo come l’artefice di un grande progetto turistico. Il lascito è anche cultura d’impresa, capacità di innovazione, investimenti, occupazione e una fiducia sulle potenzialità della nostra isola. È un’eredità che ha coinvolto generazioni intere di lavoratrici e lavoratori, imprenditrici, imprenditori, professionisti, giovani, che hanno trovato nuove opportunità grazie a questa visione. La Sardegna oggi ha il compito di continuare ad essere una terra capace di attrarre il mondo senza perdere la propria identità, mettendo al centro il paesaggio, la cultura, il capitale umano, la qualità della vita delle persone che la abitano tutto l’anno.

Questa piazza quindi rappresenta molto più che un omaggio, è un luogo che invita tutti noi a ricordare come le grandi opere nascano sempre dalla capacità di immaginare, di costruire relazioni e di investire nel lungo periodo. Anche la scultura che oggi inauguriamo assume questo significato, non soltanto un’opera d’arte, ma un simbolo permanente di riconoscenza e memoria, affinché le generazioni future possano conoscere la figura del principe Karim Aga Khan e comprendere il contributo che ha dato alla storia della Sardegna.

Come Presidente della Regione Autonoma della Sardegna considero questo momento un’occasione per riaffermare un principio fondamentale, il futuro della nostra isola si costruisce attraverso la collaborazione tra istituzioni, comunità, imprese e società civile. Che questa piazza diventi ogni giorno un luogo di incontro, di bellezza, di memoria, un luogo capace di raccontare alle generazioni che verranno, che la visione quando è accompagnata dal rispetto per il territorio e le persone può veramente cambiare la storia. Grazie».

Ma il momento che squarcia l’ufficialità, toccando il cuore di ogni presente, arriva con l’intervento sul palco del figlio, Sua Altezza il Principe Rahim Aga Khan. Lo ascolto incantato, mentre le sue parole delineano con commovente precisione la vera anima di questa impresa. Ne catturo ogni sfumatura, traducendola dall’inglese, perché resti impressa nella nostra narrazione collettiva:

«Buonasera. È un grande onore per me e per la mia famiglia essere qui oggi in un luogo così profondamente legato alla vita, al lavoro e al cuore di mio padre. È un onore. E per me un piacere grandissimo di vedere qui alcuni amici da tanti anni che conosco da tanti anni che hanno visto cosa è per me la Sardegna, per me personalmente. E continuo in inglese perché il mio italiano è un po’ arrugginito.

Una piazza è un luogo di incontro, è un luogo di memoria e di comunità. Associare il nome di mio padre a questo spazio inserisce il suo ricordo all’interno di Porto Cervo, tra la gente, l’architettura, il paesaggio e il mare che ha amato così profondamente. La mia famiglia ed io siamo profondamente grati per questo commovente tributo.

Molte persone hanno definito mio padre un visionario, e a ragione. Qui, su questa costa, quella visione ha trovato una delle sue espressioni più distintive e durature, non solo in ciò che è stato costruito, ma nello spirito con cui è stato realizzato. Quando vide per la prima volta questa parte della Sardegna, scorse un paesaggio di rocce granitiche, acque limpide, colline, insenature e luce, e capì che il suo valore risiedeva nella sua unicità. Da lì nacque una convinzione che plasmò gran parte di ciò che seguì: lavorare assecondando il carattere di questo luogo e proteggere le qualità che lo rendevano unico.

La Costa Smeralda divenne uno dei progetti a cui si dedicò con maggiore passione. Vi si dedicò parallelamente alle sue responsabilità di Imam, e questo gli permise di unire molte delle cose a cui teneva profondamente: l’architettura, l’artigianato, il paesaggio, la bellezza e lo sviluppo a lungo termine. Amava l’architettura non come decorazione, ma come linguaggio di rispetto. Le proporzioni, i materiali e i dettagli erano fondamentali; gli edifici dovevano appartenere al loro ambiente. Bellezza e sobrietà potevano, e dovevano, convivere. È per questo che la Costa Smeralda è stata riconosciuta non solo per ciò che ha creato, ma per ciò che ha preservato e per cui la sua eredità conta ancora oggi.

Ma per la mia famiglia questo luogo è anche profondamente personale. Mio padre amava la Sardegna, la sua gente, la sua terra, le sue montagne e le sue acque. I miei fratelli ed io abbiamo trascorso qui le estati della nostra infanzia. Oggi anche i miei nipoti e i miei stessi figli hanno conosciuto Porto Cervo e l’hanno amata. Il nostro legame con la Sardegna è ora portato avanti da una terza generazione.

Questa scultura non dominerà la piazza, ma vi si siede all’interno, informale, umana e in dialogo con il luogo. In questa sobrietà e umanità risulta fedele a Porto Cervo e al rispetto che ha guidato il lavoro di mio padre qui.

A nome della mia famiglia esprimo i nostri più sentiti ringraziamenti alla Presidente Alessandra Todde e alla Regione Sardegna, al Sindaco Roberto Ragnedda e al Comune di Arzachena, agli artisti, e alla gente di Porto Cervo e della Sardegna che ha custodito il ricordo di mio padre con tanto calore. Sarebbe stato profondamente commosso da questo omaggio da parte di Arzachena e della Sardegna. So che avrebbe anche voluto che questo momento riguardasse il futuro, prendendosi cura di questo luogo con la stessa immaginazione, disciplina e senso di responsabilità che ne hanno ispirato la creazione. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile questo omaggio. Grazie a tutti voi e grazie alla Sardegna».

Il sole si abbassa dolcemente, colorando la pietra granitica. È il momento. La scultura commemorativa in bronzo viene svelata. Un’opera concepita in modo discreto, realizzata dalla Fonderia Artistica Versiliese con la perizia degli artisti Valentina Lucarini Orejón e Maicol Borghetti, sotto la direzione artistica del museologo Roberto Concas, all’interno di un progetto sviluppato dalla startup ACAI. Proprio come aveva sussurrato il figlio pochi istanti prima, l’opera d’arte appare in tutto il suo potente simbolismo: un Principe seduto sul bordo della piazzetta, che con il braccio teso indica il mare. Adesso, anche fisicamente, il Principe Karim Aga Khan ha fatto ritorno nella sua amata Porto Cervo.

E mentre la folla applaude, il Sindaco Ragnedda prende di nuovo la parola per annunciare che l’amministrazione avvierà l’iter per il conferimento della cittadinanza onoraria a Sua Altezza il Principe Rahim, rinnovando così un legame che si affaccia al futuro. Stringo il mio taccuino. Questa incredibile invenzione urbanistica e umana, nata dall’amore di un visionario, ha appena aggiunto il suo capitolo più emozionante. E la storia, ne sono certo, è ancora tutta da scrivere.




Sopravento riaccende la magia della Costa Smeralda: inaugurata la stagione firmata Jerò.

Di Fausto Farinelli

video dalla pagina ufficiale instagram di Jerò.

Porto Cervo – Giovedì 18 giugno ha riaperto ufficialmente i battenti uno dei locali simbolo della nightlife smeraldina: il Sopravento, storico punto di riferimento dell’intrattenimento in Costa Smeralda, oggi rilanciato sotto la gestione del marchio Jerò Restaurant.

Una serata all’insegna dell’eleganza, della buona cucina e di un servizio impeccabile, in perfetta sintonia con l’atmosfera esclusiva di Porto Cervo. Presente il fondatore del locale, Antonello Verona, e il figlio Massimo che si occupava dell’accoglienza e che oggi porta avanti una tradizione iniziata decenni fa e diventata parte integrante della storia della Costa Smeralda.

La cena è stata accompagnata da uno spettacolo coinvolgente che ha visto protagonisti ballerini e performer capaci di trasformare la serata in una vera esperienza immersiva. Coreografie, musica e intrattenimento hanno scandito il ritmo della notte, mentre due funamboli hanno catturato l’attenzione del pubblico con esibizioni spettacolari che hanno strappato applausi e momenti di autentica meraviglia.

L’apertura del Sopravento rappresenta il primo atto di una stagione che si preannuncia ricca di appuntamenti. Tra una settimana, infatti, tornerà ad accendersi anche il Sottovento, altro nome storico dell’intrattenimento smeraldino, con una serata speciale dedicata proprio ad Antonello Verona e ai suoi amici più cari.

Un evento che si annuncia particolarmente emozionante e che vedrà la partecipazione di numerosi protagonisti della stagione d’oro della Costa Smeralda: imprenditori, artisti, musicisti e personaggi che hanno contribuito a costruire il mito delle notti di Porto Cervo e a trasformare l’intrattenimento in una vera arte.

Per molti sarà un’occasione per ritrovarsi, ricordare gli anni più iconici della Costa Smeralda e celebrare una storia che continua ancora oggi grazie alla passione di chi ha saputo trasformare un locale in un simbolo riconosciuto ben oltre i confini dell’isola.




«La Raffi spacca»: dagli studi di Giurisprudenza ai palchi di Vasco Rossi.

Raffi racconta l’esordio allo stadio San Nicola, il rapporto con il pubblico del Blasco, le 37 aperture dei concerti di Vasco e il desiderio di costruire canzoni capaci di restare nel tempo

Olbia 16 Giugno 2026. Intervista a cura di Fausto Farinelli.

Dal 2022 Raffi apre, insieme agli XXENERGY, numerosi concerti di Vasco Rossi. Un percorso iniziato quasi come una scommessa, dopo il successo ottenuto dal brano Vivo senza te, e diventato negli anni un’esperienza artistica sempre più importante.

Dall’esordio allo stadio San Nicola di Bari alle aperture di Olbia e Ancona, Raffi e la sua band hanno raggiunto il traguardo di 37 concerti aperti per Vasco Rossi. Un rapporto con il pubblico cresciuto tappa dopo tappa, fino alla nascita di un fan club che conta, secondo quanto riferito dall’artista, oltre 20 mila iscritti.

In questa intervista Raffi racconta il primo ingresso in uno stadio, le paure del debutto, il riconoscimento ricevuto da Vasco Rossi e il suo modo di vivere la musica: non come un sacrificio, ma come una scelta di vita.

Ti ricordi il momento esatto in cui hai saputo che avresti aperto il concerto di Vasco? Dove eri e qual è stata la tua prima reazione?

La possibilità è nata grazie alla collaborazione con Roberto Casini. Avevamo iniziato da poco il nostro percorso musicale insieme e avevamo la curiosità di misurare le nostre cose con un pubblico vero, per vedere un po’ cosa sarebbe successo.

Eravamo reduci dall’uscita di Vivo senza te, che inaspettatamente aveva realizzato più di 200 mila visualizzazioni su YouTube, e ci sembrava il momento giusto per metterci a confronto con un pubblico.

Tramite l’amicizia e il sodalizio artistico che lega Vasco Rossi a Roberto Casini, si è innestata la possibilità di aprire il concerto di Bari, allo stadio San Nicola, nel 2022.

Abbiamo fatto le selezioni e formato una band che ci avrebbe accompagnato nell’evento, gli XXENERGY, oggi composti da Tommy Baldini alla chitarra, Luca Giavon alla batteria, Nicola Fratini al basso, Giorgio Martini alla chitarra e Alessandro Polidori alle tastiere.

Abbiamo preparato la scaletta e, da quel momento, sono arrivate solo grandi emozioni e momenti indimenticabili.

Davanti a 50-60 mila persone che sono lì per Vasco, hai mai avuto paura di non essere accettata dal pubblico?

All’inizio è stato un punto di domanda per tutti, prima di tutto per me, che fino ad allora non ero mai entrata in uno stadio, figuriamoci suonarci.

Noi eravamo nuovi e il successo non era scontato. Il pubblico di Vasco è abituato a una qualità, a una verità e a una trasparenza non indifferenti. Ci chiedevamo: saremo all’altezza?

Inaspettatamente sono arrivati subito grandi consensi dagli addetti ai lavori e dal pubblico stesso, che ci ha accettato fin dall’inizio.

Abbiamo avuto persino la soddisfazione di sentire cantare le nostre canzoni già qualche appuntamento dopo l’esordio.

Da lì a poco è nato anche il nostro fan club, il Raffi Fanclub, capitanato da Samuele Ciampichetti, che oggi vanta complessivamente più di 20 mila iscritti.

C’è stato un consiglio, una frase o un gesto di Vasco che ti ha colpito particolarmente e che porti ancora con te?

Il battesimo di Vasco nasce da una frase che lui stesso ha pubblicato sui suoi social: «La Raffi spacca».

Quella frase è diventata un po’ il nostro motto. L’anno successivo vedevamo gli striscioni con questa scritta tra il pubblico del Blasco.

Prima di noi non era mai successo che un gruppo spalla aprisse in maniera così continuativa così tanti concerti del Re.

Dal 2022 a oggi, con le aperture di Olbia e Ancona, siamo arrivati a un totale di 37 aperture dei concerti di Vasco Rossi.

Non è da tutti ed è un segnale che, forse, qualcosa di buono lo stiamo facendo.

Dietro la Raffi che sale sul palco c’è una ragazza che ha studiato Giurisprudenza. Quando hai capito che la musica sarebbe stata più forte di qualsiasi altra strada?

Ma sai, sono cose che si sentono dentro.

Alla fine quello che conta è la pancia e quello che ti dice è la cosa giusta da seguire.

Io so che la musica è la mia strada perché, che io sia su un grande o su un piccolo palco, mi sento a casa.

Se tra dieci anni dovessi guardare indietro a questa esperienza con Vasco, cosa vorresti poter dire di aver costruito grazie a questa opportunità?

Sicuramente tanta crescita personale e musicale, momenti che ci porteremo per sempre nel cuore e anche tanto curriculum.

Grazie a questa opportunità vogliamo costruire la nostra storia, fatta di canzoni che devono essere intramontabili.

Canzoni che, ascoltate anche tra dieci anni, ci facciano stare bene e ci emozionino come ci emozionano ora.

Qual è stato il sacrificio più grande che hai dovuto fare per inseguire il sogno della musica e che nessuno conosce?

Per me la musica non è mai sacrificio.

È vita e noi ce la vogliamo vivere fino in fondo.




Quando New York atterra in Sardegna: il giorno in cui Olbia ha accorciato l’oceano.

di Fausto Farinelli

Stamane la sveglia era impostata alle 5:30 del mattino.
Non una sveglia come le altre. Non il solito appuntamento di lavoro. C’era qualcosa di diverso già nel buio della prima mattina, in quella sensazione rara che precede le giornate destinate a lasciare un segno.

L’importanza della giornata odierna per la Gallura e per la Sardegna tutta era racchiusa in un evento che, fino a pochi anni fa, sembrava quasi impossibile persino da immaginare: l’arrivo del volo inaugurale Delta Air Lines proveniente da New York a Olbia.

Alle 7:20 arrivo all’Aeroporto Costa Smeralda S.A. Principe Karim Aga Khan IV. L’aria è già carica. Mi presento al desk dedicato alla stampa e agli invitati. Ricevo il badge identificativo e il giubbotto giallo. Da quel momento non siamo più soltanto osservatori: stiamo entrando dentro una pagina nuova della storia della Gallura.

Ci portano ai bordi della pista. Davanti a noi c’è l’attesa. Quella vera. Gli sguardi puntati verso il cielo, i telefoni già pronti, qualche parola sussurrata, poi lunghi secondi di silenzio. Si percepisce chiaramente che non stiamo aspettando soltanto un aereo. Stiamo aspettando un simbolo.

A bordo del Boeing 767 non ci sono soltanto i primi turisti americani arrivati direttamente in Sardegna. Ci sono anche importanti CEO di aziende statunitensi che, appena atterrati, proseguiranno in elicottero verso Cagliari per l’America’s Cup. A darci la notizia è Franco Cuccureddu, assessore regionale al Turismo. Ed è in quel momento che l’evento assume una dimensione ancora più ampia: turismo, economia, grandi relazioni internazionali, immagine della Sardegna nel mondo.

Poi, finalmente, l’aereo appare. Scende, si avvicina, tocca la pista. New York è arrivata a Olbia. Senza scali. Senza intermediazioni. Senza più quell’idea antica di una Sardegna lontana da tutto.

Il saluto dei Vigili del Fuoco, con il tradizionale water cannon, trasforma l’atterraggio in una scena quasi cinematografica. L’acqua si alza sopra la fusoliera, disegna un arco, battezza l’aereo. È il benvenuto della Sardegna all’America. È la Gallura che apre una porta nuova sul mondo.

A raccontare il peso di questa giornata, prima ancora delle parole ufficiali, è l’emozione di chi l’ha costruita. Mario Garau, responsabile sviluppo rotte della Geasar, lo dice con orgoglio, guardando quel gigante alle sue spalle: «Non è un cartonato con dietro un Piper. È veramente un 767-300 di Delta, la compagnia più importante al mondo, che ha deciso di investire sulla nostra destinazione e sul nostro aeroporto».

Garau ricorda anche il percorso nato anni prima, quando il volo verso gli Stati Uniti veniva ancora pronunciato quasi sottovoce: «Quattro anni fa parlarne sembrava sognare un po’ troppo. Invece con tenacia, determinazione e capacità di guardare oltre siamo arrivati a questo risultato».

Poi prende la parola Silvio Pippobello, amministratore delegato di Geasar. E il suo intervento è forse il più umano. Non parla solo da manager, ma da uomo che quell’aeroporto lo ha visto crescere. «Io sono qui da più di quarant’anni. Per me questo aeroporto è casa», dice.

E poi aggiunge una frase che restituisce tutta la portata emotiva del momento: «Oggi è come se mi fosse nato un figlio».

Pippobello non riduce il volo a una questione economica. Lo porta su un terreno più profondo, quasi identitario: «Avere un collegamento con New York, con gli Stati Uniti, era un sogno. Significa essere collegati, rompere l’isolamento. Questo è importantissimo».

In quelle parole c’è un pezzo della Sardegna. L’isola che per decenni ha fatto i conti con la distanza, con la continuità territoriale, con il sentirsi spesso periferia. Oggi, invece, la periferia diventa porta. Olbia non guarda più soltanto verso Roma, Milano o l’Europa. Guarda direttamente verso New York.

Pippobello richiama anche la figura del Principe Karim Aga Khan. E lo fa con gratitudine: «C’è molto del nostro Principe in questa giornata. Sono sicuro che lui ci sta guardando».

Perché l’aeroporto, la Costa Smeralda, l’idea stessa di una Gallura capace di parlare al mondo nascono anche da quella visione. Da quel sogno, oggi, parte una nuova traiettoria.

A dare il senso istituzionale del lavoro silenzioso che sta dietro a una giornata così è Roberto Solinas, direttore della Direzione territoriale Sardegna dell’Enac. Il suo passaggio è netto: «Niente viene per caso».

Dietro l’arrivo di un volo intercontinentale ci sono mesi di preparazione, autorizzazioni, sicurezza, controlli, standard operativi, coordinamento tra enti e società aeroportuale. Ci sono le quinte di una macchina complessa che il pubblico vede solo quando tutto funziona.

Il momento Delta arriva con Roberto Iatti, Senior Vice President International Pricing Revenue Management della compagnia americana. Italiano, da vent’anni negli Stati Uniti, Iatti racconta anche un aneddoto personale: «Il mio primo volo, quando avevo un anno, è stato un volo per la Sardegna. I miei genitori vennero qui a lavorare e io ho vissuto un anno e mezzo a Sassari. Non ricordo nulla, ma oggi si chiude un cerchio».

È una frase semplice, ma potente: il destino personale che incontra una rotta globale.

Iatti spiega anche come Olbia sia stata scelta: Delta aveva messo in competizione tre isole senza collegamento diretto dagli Stati Uniti — Olbia, Malta e Ibiza — chiedendo ai propri clienti quale destinazione volessero raggiungere. «Molti pensavano avrebbe vinto Ibiza. Alla fine ha vinto Olbia».

E quella vittoria racconta molto più di una preferenza turistica. Racconta una Sardegna che negli Stati Uniti comincia a essere riconosciuta per la sua identità, la Blue Zone, la cucina, la cultura, la storia, il paesaggio.

Il manager Delta lo dice chiaramente: l’obiettivo non è solo portare passeggeri, ma connettere mondi. E chiude con una formula destinata a restare: «Nessuno connette Olbia al mondo meglio di Delta».

Accanto alle istituzioni e alla compagnia aerea, c’è il mondo dell’impresa turistica. Paolo Manca, presidente di Federalberghi Sardegna, racconta un lavoro fatto negli anni con l’aeroporto, le associazioni, gli operatori e i grandi gruppi alberghieri.

«Il nostro piccolo continente, la Sardegna, ora non lo connettiamo soltanto con il continente europeo, ma anche con il continente statunitense», dice.

Poi strappa anche un sorriso quando raccoglie la battuta di Delta sul cappuccino richiesto dagli americani a ogni ora: «Rassicuro tutti: il cappuccino è previsto 24 ore su 24».

Ma dietro l’ironia c’è un messaggio serio: accogliere questo mercato significa essere pronti. Lingue, servizi, qualità, esperienze, attenzione al dettaglio. Non basta avere il mare più bello. Bisogna saperlo raccontare, servire, organizzare.

Lo conferma anche Luca Filigheddu, vicepresidente della sezione turismo di Confindustria Centro Nord Sardegna: «Per i nostri hotel il mercato americano rappresenta già oggi il primo mercato, soprattutto per le strutture di fascia alta».

Per il sistema ricettivo gallurese, il volo Delta non è quindi solo una novità simbolica: è uno strumento concreto per lavorare meglio su un segmento internazionale evoluto, alto spendente, interessato alla Sardegna autentica e non solo alla cartolina balneare.

La parola passa poi ai territori. Roberto Ragnedda, sindaco di Arzachena, lega la giornata alla storia della Costa Smeralda: «Si concretizza veramente il sogno del Principe: connettere la Sardegna verso un altro continente».

Per Arzachena e per la Gallura, questo volo significa dare continuità a una visione nata decenni fa: non subire il turismo, ma guidarlo; non limitarsi ad accogliere, ma costruire esperienze.

Infine Settimo Nizzi, sindaco di Olbia e presidente della Provincia della Gallura, porta il discorso sul terreno più ampio dell’isola. Il suo passaggio è diretto: gli americani non verranno soltanto per le spiagge. Verranno per scoprire la Sardegna interna, le culture millenarie, la vita sana, la Blue Zone, i paesi, il cibo, le tradizioni.

E avverte: «Questa è un’occasione talmente grande che noi non possiamo per nessun motivo perdere».

Mentre il Boeing 767 si prepara a ripartire verso gli Stati Uniti, resta addosso la sensazione di aver visto qualcosa che va oltre la cronaca. Non è stato soltanto un atterraggio. È stato un passaggio di fase.

La Sardegna ha accorciato l’oceano.
La Gallura ha aperto una nuova porta.
Olbia, per un giorno, è diventata il punto esatto in cui un sogno antico e una rotta moderna si sono incontrati.

E stamattina, alle prime luci del giorno, quella distanza che per anni abbiamo raccontato come limite è diventata una possibilità.

New York è atterrata in Sardegna.
E la Sardegna, da oggi, è un po’ più vicina al mondo.

PS: alla fine sono andato a salutare due cari amici di Olbia, amanti anche loro del bello, della possibilità; ne è venuto fuori un incontro che ha acceso un’altra miccia pronta ad innescare una nuova avventura editoriale. Vi anticipo già il titolo ” la rotta del Principe, con lo stesso skipper di 66 anni fa”.




Futuro Nazionale sbarca ad Alghero, Emanuele Fais nominato referente locale

Il nuovo gruppo prende forma con l’obiettivo di radicarsi in città e intercettare cittadini alla prima esperienza politica. Al centro del progetto ci sono casa, lavoro, identità locale e qualità della vita. Nell’intervista, Fais spiega linee guida, priorità e obiettivi del comitato.

Futuro Nazionale apre ufficialmente anche ad Alghero e affida la guida del nuovo comitato cittadino a Emanuele Fais. La nomina è arrivata dall’assemblea dei soci fondatori, che ha indicato il referente locale chiamato ad avviare il lavoro politico e organizzativo del movimento sul territorio.

La nascita del gruppo algherese segna un nuovo passaggio nella crescita della formazione legata a Roberto Vannacci, che punta ora a consolidare la propria presenza anche in Sardegna attraverso una rete di comitati locali. L’obiettivo dichiarato è quello di costruire una struttura attiva, capace di confrontarsi con i problemi concreti della città e di coinvolgere nuovi aderenti.

Uno degli elementi che il comitato mette maggiormente in evidenza riguarda proprio il profilo degli iscritti. Secondo quanto riferito dai promotori, una parte consistente di chi ha scelto di aderire non arriva da precedenti esperienze di partito. Un dato che viene letto come il segnale di una domanda nuova di rappresentanza, maturata fuori dai tradizionali circuiti della politica organizzata.

L’idea, spiegano dal gruppo, è quella di trasformare questo interesse iniziale in una presenza stabile nella vita pubblica algherese. Non soltanto tesseramento o mobilitazione in vista degli appuntamenti elettorali, ma ascolto, presenza costante e iniziative sui temi più sentiti da famiglie, giovani, lavoratori e attività economiche.

Tra le priorità indicate dal nuovo comitato ci sono innanzitutto il problema della casa, le difficoltà dei giovani a restare in città e la necessità di rendere l’economia locale meno dipendente dalla sola stagione turistica. A questi temi si aggiungono sicurezza, decoro urbano, servizi e vivibilità, indicati come condizioni essenziali per garantire una crescita più equilibrata del territorio.

Accanto alle questioni economiche e sociali, Futuro Nazionale insiste anche sul tema dell’identità cittadina. In una realtà come Alghero, il movimento dice di voler puntare sulla tutela della cultura locale, della tradizione catalana, del centro storico e delle attività che mantengono vivo il legame con la storia e con il carattere della città.

Sul piano politico, il nuovo comitato nasce in un clima che si annuncia acceso. Il movimento guidato da Vannacci è spesso al centro del dibattito nazionale e anche ad Alghero l’avvio di questa esperienza promette di inserirsi con decisione nel confronto pubblico. Dal gruppo locale, però, viene ribadita la volontà di affrontare i temi in modo diretto ma dentro un confronto civile.

L’INTERVISTA a cura di Fausto Farinelli

Fais: “Vogliamo presenza vera sul territorio, non un comitato di facciata”

Molti dei vostri iscritti, dite, non hanno mai avuto tessere di partito. Come pensate di trasformare questo entusiasmo iniziale in una presenza concreta e credibile nella vita politica e sociale di Alghero?

Proprio questo è uno degli aspetti più interessanti. Se tante persone che non hanno mai fatto politica decidono oggi di impegnarsi, significa che esiste un bisogno reale di partecipazione e rappresentanza. Noi non vogliamo creare l’ennesimo comitato fatto solo di slogan o presenze elettorali. Vogliamo costruire presenza sul territorio, ascolto e proposte concrete.

“La credibilità non nasce dai simboli o dalle tessere storiche, ma dal lavoro quotidiano: stare tra la gente, affrontare problemi reali, organizzare iniziative, ascoltare residenti, commercianti, giovani e famiglie.”

Chi entra oggi in Futuro Nazionale spesso porta competenze, esperienze professionali e voglia di fare che la politica tradizionale ha perso da tempo.

Alghero vive problemi molto concreti: caro casa, difficoltà per i giovani a restare in città, turismo sempre più stagionale e servizi sotto pressione. Quali sono le prime tre battaglie locali che il comitato vuole portare avanti?

Le priorità devono essere quelle vissute ogni giorno dai cittadini, non quelle dei salotti politici.

Le prime battaglie sono molto chiare: affrontare seriamente il problema della casa, soprattutto per giovani coppie e lavoratori, contrastando anche gli squilibri creati da un turismo completamente sbilanciato sugli affitti brevi; lavorare per un’economia più stabile e meno stagionale, aiutando commercio, artigianato, imprese locali e turismo identitario legato alla cultura e al territorio; difendere sicurezza, decoro urbano e qualità della vita, perché senza ordine, servizi e vivibilità nessuna città riesce davvero a crescere.

“Il punto fondamentale è che Alghero non può vivere tre mesi l’anno e sopravvivere gli altri nove.”

Futuro Nazionale punta molto sui temi di identità e difesa della cultura. In una città come Alghero, con una forte identità catalana e una storia particolare, cosa significa per voi tutelare concretamente l’identità locale?

Significa difendere ciò che rende Alghero unica, senza vergognarsene e senza trasformare l’identità in folklore da cartolina.

Lingua, tradizioni, storia, architettura, cultura popolare, gastronomia, rapporto con il mare: tutto questo non è un dettaglio turistico, è l’anima della città.

Per noi tutelare l’identità significa valorizzare la cultura algherese e catalana, proteggere il centro storico, sostenere artigiani e attività identitarie, promuovere eventi legati alle tradizioni locali e fare in modo che la città non perda sé stessa inseguendo un turismo senz’anima.

“Difendere l’identità locale non divide: dà radici, appartenenza e continuità storica.”

Il movimento guidato dal Generale Roberto Vannacci viene spesso accusato di utilizzare toni divisivi. Come risponde a chi teme che la nascita del comitato possa aumentare lo scontro politico anche ad Alghero?

Oggi in Italia spesso viene definito “divisivo” semplicemente chi dice cose che altri non hanno il coraggio di dire.

Noi non cerchiamo lo scontro sterile. Ma non crediamo nemmeno in una politica fatta di parole vuote, ambiguità o conformismo obbligato. Dire che esistono problemi reali — sicurezza, degrado, perdita di identità, difficoltà economiche — non significa creare divisione. Significa avere il coraggio di affrontare la realtà.

Il vero problema non è chi parla dei problemi. Il vero problema è chi li nega per anni e poi si stupisce quando i cittadini si allontanano dalla politica tradizionale.

“Se porteremo dibattito, idee e partecipazione, allora ben venga. La democrazia vive anche del confronto forte, purché civile e rispettoso delle leggi e delle persone.”

CONTATTI

Comitato Futuro Nazionale Alghero
Email: [email protected]
Telefono / WhatsApp: 334 277 1921
Emanuele Fais: 347 936 2260
Francesco Gallio: 347 936 2260
Tesseramento online: portale ufficiale Futuro Nazionale