Se a mentire è un algoritmo ci spaventiamo. Se lo fa un giornale?
di Fausto Farinelli

Dario Amodei, CEO di Anthropic, una delle aziende che stanno correndo più velocemente nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, dice che bisognerebbe rallentare.
Detta da lui, la cosa fa un certo effetto.
Non significa fermare tutto o tornare alla macchina da scrivere. Il ragionamento è un altro: le capacità dei modelli stanno crescendo così velocemente che sicurezza, controlli e regole rischiano di non riuscire a stare al passo. E siccome Amodei è anche uno di quelli che vede nell’intelligenza artificiale possibilità enormi per la medicina, la ricerca e l’economia, la questione diventa ancora più interessante.
In mezzo a tutte le paure che accompagnano questa rivoluzione, ce n’è però una sulla quale continuo a farmi qualche domanda. Riguarda il mondo che conosco meglio, quello dell’informazione.
Ci viene detto, giustamente, che con l’intelligenza artificiale si possono inventare dichiarazioni, creare immagini false, manipolare fotografie e video, citare fonti che non esistono e costruire una notizia completamente falsa facendola sembrare vera.
È un problema serio.
Ma prima dell’intelligenza artificiale tutto questo non esisteva?
Un giornale non può prendere una dichiarazione autentica e pubblicarne soltanto la parte che conviene? Una televisione non può scegliere determinate immagini e lasciarne fuori altre? Un titolo non può portare il lettore verso una conclusione che magari leggendo attentamente l’articolo diventa molto meno evidente?
E ancora: una redazione decide quali notizie mettere in apertura e quali relegare in fondo, quali persone intervistare, quali domande fare, quanto spazio concedere a una vicenda e quanto a un’altra.
Non sto dicendo che informare significhi manipolare. Sarebbe una sciocchezza. Sto dicendo che la possibilità di manipolare l’informazione esiste da molto prima dell’intelligenza artificiale.
La propaganda non l’ha inventata ChatGPT. Le omissioni non sono nate con Claude. Le fotografie fuori contesto, i titoli forzati, le dichiarazioni tagliate e le indiscrezioni diventate improvvisamente certezze le conosciamo da parecchio tempo.
Allora qual è la differenza? Una enorme c’è.
Con l’intelligenza artificiale tutto questo può diventare molto più facile, veloce ed economico. Soprattutto può essere fatto su una scala che prima era impensabile. Un falso convincente che una volta richiedeva competenze, denaro e tempo oggi può essere prodotto in pochi minuti.
Ed è questo, secondo me, il rischio sul quale dobbiamo concentrarci.
Perché se diciamo semplicemente che l’intelligenza artificiale è pericolosa perché può mentire, rischiamo di attribuire alla macchina una responsabilità che continua ad appartenere all’uomo.
Se utilizzo l’intelligenza artificiale per inventare una dichiarazione e poi la pubblico, chi ha mentito?
La macchina o io?
Se le chiedo di costruirmi una notizia già orientata verso una conclusione che ho deciso in partenza e poi la diffondo senza verificare fonti e fatti, il problema è davvero l’algoritmo?
A me sembra che, alla fine, torniamo sempre allo stesso punto: il buon senso, la responsabilità e, quando parliamo di informazione, la verifica.
Anche perché c’è un’altra faccia dell’intelligenza artificiale di cui parliamo molto meno.
La stessa tecnologia che può costruire un falso sta già aiutando ricercatori ad analizzare enormi quantità di dati, sta entrando nella medicina e nella diagnostica, accelera processi di ricerca che prima richiedevano tempi molto più lunghi e sta cambiando il modo di lavorare nelle imprese, nell’economia, nello sport e nella comunicazione.
E siamo soltanto all’inizio.
Forse dietro una parte della paura che circonda l’intelligenza artificiale c’è anche qualcosa di molto più semplice: il timore di perdere il lavoro.
È una paura comprensibile. Alcuni lavori cambieranno radicalmente, alcune mansioni probabilmente scompariranno e fingere che non accadrà sarebbe poco serio.
Ma non credo che il futuro sarà semplicemente fatto di macchine che lavorano e uomini che restano a guardare.
Credo piuttosto che si creerà una differenza sempre più grande tra chi continuerà a lavorare esattamente come prima e chi imparerà a lavorare insieme all’intelligenza artificiale.
Vale anche per l’informazione.
Un giornalista può utilizzare questi strumenti per analizzare centinaia di documenti, confrontare dati, trascrivere ore di interviste, ricostruire cronologie e trovare collegamenti che richiederebbero giornate intere di lavoro.
E magari utilizzare il tempo risparmiato per fare proprio ciò che una macchina non dovrebbe fare al suo posto: andare a cercare una persona, fare una domanda in più, controllare una fonte, avere un dubbio.
È questo l’aspetto dell’intelligenza artificiale che trovo più interessante: il tempo.
Per secoli abbiamo utilizzato le macchine per liberarci da una parte della fatica fisica. Adesso abbiamo iniziato a costruire macchine che possono liberarci da una parte del lavoro intellettuale ripetitivo.
Non necessariamente per produrre di più.
Magari, qualche volta, semplicemente per produrre meglio.
Per questo capisco l’allarme di Amodei. Una tecnologia con questa potenza deve essere controllata mentre cresce. Bisogna stabilire regole, responsabilità e limiti, perché la velocità con cui si sta sviluppando è probabilmente superiore alla nostra capacità di comprenderne fino in fondo le conseguenze.
Ma vorrei utilizzare lo stesso metro anche per il mondo dal quale arrivano molti degli allarmi sull’intelligenza artificiale.
Se ci preoccupa una fonte inventata dall’IA, dovrebbe preoccuparci anche una fonte non verificata pubblicata da un giornale.
Se ci scandalizza una dichiarazione manipolata da un algoritmo, dovrebbe scandalizzarci una dichiarazione autentica tagliata in modo da cambiarne il significato.
E se chiediamo trasparenza alle aziende che costruiscono sistemi di intelligenza artificiale, forse dovremmo continuare a pretenderla anche da giornali, televisioni, radio e da chiunque abbia il potere di raccontarci ogni giorno che cosa sta succedendo nel mondo.
Perché una penna può scrivere una verità oppure una bugia. Una telecamera può raccontare quello che è successo oppure mostrarcene soltanto un pezzo. Un algoritmo può aiutarci a capire qualcosa che prima non riuscivamo a vedere oppure può essere utilizzato per costruire una falsità perfetta.
Lo strumento cambia.
La responsabilità, almeno per ora, rimane nostra.
E allora forse la domanda non è quanto dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale.
La domanda è quanto possiamo fidarci dell’intelligenza umana quando decide come usarla.