I “DATI GREZZI” E LA FIDUCIA CHE SI PERDE.

di Fausto Farinelli

Ci sono notizie che ti fanno cambiare idea su un caso. E poi ce ne sono altre che ti fanno venire un dubbio molto più grande: se non possiamo vedere tutti i risultati di un’analisi, come facciamo a fidarci della conclusione che ci viene presentata?

È quello che ho pensato leggendo gli ultimi sviluppi del caso Garlasco. Nei dati grezzi delle analisi eseguite nel 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi sono emerse due controanalisi effettuate il giorno dopo il test che aveva attribuito il DNA a Chiara Poggi. Quelle due controanalisi diedero esito negativo. La Procura di Pavia ha confermato che esistono e che non se ne trova traccia negli atti del processo a Stasi. Secondo i consulenti della Procura, una discordanza del genere avrebbe richiesto ulteriori approfondimenti, che dalle nuove indagini non risultano effettuati.

Diciannove anni. È questo il numero che mi resta in testa. Perché non stiamo parlando di un dettaglio emerso grazie a una tecnologia inventata ieri. Stiamo parlando di due analisi fatte il 20 settembre 2007 sullo stesso campione. La difesa di Stasi sostiene di aver chiesto i dati grezzi già nel 2017 e nel 2018 senza ottenerli. La domanda, allora, è semplice: perché chi doveva valutare quella prova non ha potuto vedere anche quei risultati?

Non so se qualcuno li abbia nascosti deliberatamente. Sarebbe un’accusa grave e non ho elementi per farla. Voglio però sapere come sia stato possibile che nel fascicolo comparisse un risultato e mancassero due verifiche che lo contraddicevano. Chi aveva il compito di trasmettere tutte le analisi? Chi sapeva che erano state fatte? E perché non si è approfondita quella differenza prima di andare avanti?

C’è poi Luciano Garofano. Guidava il RIS di Parma all’epoca delle prime indagini e, anni dopo, è diventato consulente di Andrea Sempio. È un passaggio che mi colpisce e sul quale credo sia giusto chiedere chiarezza. Garofano ha però lasciato quell’incarico nel settembre 2025: sarebbe scorretto descriverlo come il consulente attuale di Sempio, così come sarebbe scorretto sostenere, senza prove, che abbia assunto quel ruolo per coprire le analisi mancanti. Le domande sul suo ruolo nelle indagini del 2007 restano. Le risposte devono arrivare dai fatti, non dai sospetti.

In questi stessi giorni è tornata a far discutere anche la morte di David Rossi. La commissione parlamentare d’inchiesta, sulla base delle perizie esaminate, ha concluso che non si trattò di un suicidio; le nuove valutazioni tecniche presentate ieri sostengono l’ipotesi di un’aggressione. Le indagini devono ancora fare il loro corso, e non sto mettendo sullo stesso piano due vicende diverse. Mi colpisce però il tempo che può passare prima che una ricostruzione venga riesaminata davvero. Nel frattempo le famiglie aspettano, le persone coinvolte vivono dentro quella storia e noi ci abituiamo a chiamare «verità» una conclusione che forse aveva ancora bisogno di essere verificata.

Gli errori giudiziari non appartengono soltanto ai film. Angelo Massaro è stato assolto in revisione nel 2017 dopo oltre vent’anni di carcere per un omicidio che non aveva commesso. Nel Regno Unito, Andrew Malkinson ha visto annullare la propria condanna dopo 17 anni di detenzione, quando nuovi esami del DNA hanno portato alla luce elementi decisivi. Sono storie diverse da Garlasco, ma ricordano una cosa: anche una condanna che per anni sembra intoccabile può dover essere riesaminata.

E la fiducia dei cittadini non è affatto illimitata. Secondo l’Istat, nel 2024 soltanto il 44 per cento degli italiani dai 14 anni in su ha dato al sistema giudiziario un voto almeno sufficiente. Non è un sondaggio sui RIS o sulle analisi del DNA, ma dice quanto sia fragile il rapporto tra la giustizia e le persone che dovrebbero potersi affidare a essa.

Io credo nella scienza forense. Proprio per questo penso che un’analisi debba poter essere controllata fino in fondo, soprattutto quando un’altra analisi sullo stesso campione dà un risultato diverso. La risposta non può essere scegliere il risultato più comodo e lasciare l’altro fuori dal fascicolo. Bisogna capire perché i risultati non coincidono e permettere a tutte le parti di verificarlo.

Oggi Alberto Stasi resta una persona condannata in via definitiva e Andrea Sempio è un indagato, non un colpevole accertato. Le due controanalisi non ci dicono, da sole, chi abbia ucciso Chiara Poggi. Ma la loro assenza dagli atti dell’epoca è abbastanza seria da pretendere una spiegazione completa. La dobbiamo a Chiara e alla sua famiglia, a chi è stato processato e anche a chi nei laboratori e nelle indagini lavora con rigore: la credibilità di quel lavoro si difende facendo piena luce su ciò che è accaduto.

Poi, per un momento, provate a togliere il nome di Stasi da questa storia e a mettere il vostro. Se un giorno fosse la vostra libertà a dipendere da un’analisi, come potreste difendervi da risultati che nessuno vi ha mai permesso di vedere? E dopo aver saputo che due controanalisi del RIS di Parma non comparivano nel fascicolo, siamo ancora sicuri di poterci fidare completamente delle indagini, perfino quando a condurle è un reparto che consideriamo un’eccellenza?