Quando cambia il vento, cambia anche la notizia?
di Fausto Farinelli

Qualche giorno fa ragionavo sull’intelligenza artificiale e sui rischi che porta con sé nel mondo dell’informazione. Notizie manipolate, dichiarazioni inventate, fonti che non esistono. Tutto vero, per carità. È un problema serio e probabilmente diventerà ancora più serio nei prossimi anni.
Poi però mi sono fatto una domanda molto più banale: siamo sicuri che il problema della credibilità dell’informazione sia nato con l’intelligenza artificiale?
Perché a volte basta prendere un giornale, tornare indietro di qualche anno e leggere come raccontava ieri lo stesso personaggio che racconta oggi. Non serve un algoritmo sofisticato. Bastano Google, un po’ di pazienza e una buona memoria.
Prendiamo Roberto Vannacci.
Non mi interessa qui stabilire se abbia ragione o torto, se Futuro Nazionale avrà successo oppure no, né tantomeno convincere qualcuno a votarlo. Mi interessa Vannacci come caso giornalistico, perché la sua storia recente offre un esempio piuttosto curioso di come può cambiare il racconto di un personaggio pubblico.
Quando nell’agosto del 2023 esplode il caso de Il mondo al contrario, Vannacci è il generale finito nella bufera per ciò che ha scritto. Il Giornale lo critica anche duramente, questo va detto, ma contemporaneamente gli offre spazio per spiegarsi. Il 18 agosto pubblica una lunga intervista nella quale il generale parla della sua battaglia contro il «pensiero unico». Qualche giorno dopo lo stesso quotidiano inserisce il suo caso dentro un ragionamento sulla libertà di espressione e sulla «dittatura del pensiero unico». (il Giornale)
Insomma, Vannacci è controverso, magari indigesto, ma viene raccontato anche come quello che osa dire ciò che altri non dicono.
Poi arriva la politica.
Vannacci entra nella Lega, viene candidato da Matteo Salvini alle Europee, prende una montagna di preferenze e diventa uno dei personaggi più riconoscibili di quell’area. La sua presenza nel centrodestra, piaccia o meno, è ormai un fatto.
Fino a quando succede qualcosa.
Il 3 febbraio 2026 Vannacci lascia la Lega e annuncia Futuro Nazionale. Salvini si dice «deluso e amareggiato» e rivendica di averlo accolto quando aveva tutti contro. Da quel momento il generale non è più soltanto un personaggio scomodo della destra: è diventato politicamente autonomo e quindi potenzialmente concorrente di quella stessa area. (il Giornale)
Ed è qui che, leggendo i giornali, mi è venuta qualche curiosità.
Perché il linguaggio cambia.
Il 4 febbraio Il Giornale presenta il nuovo progetto parlando di un «drappello di 3 deputati» e scrive che «manca la truppa». Due giorni dopo Vannacci finisce addirittura sul «podio dei peggiori» della settimana: gli viene contestata la parola data alla Lega e si parla apertamente di lealtà venuta meno. Pochi mesi dopo, il 15 giugno, leggiamo un Vannacci «pieno di sé», «inebriato dai cori», con «la pretesa» di diventare il sestante del centrodestra. (il Giornale)
Tutto legittimo.
Un giornale ha una linea editoriale. Un giornalista ha diritto ad avere un’opinione. E grazie a Dio è così, perché l’alternativa sarebbe un’informazione asettica e probabilmente illeggibile.
Il problema, almeno per me, comincia quando provo a mettere accanto il Vannacci del 2023 e quello del 2026.
Prima c’era l’uomo che sfidava il pensiero unico. Oggi c’è anche quello che tradisce, divide, pretende, rischia di danneggiare il centrodestra.
È cambiato Vannacci? Certamente: nel frattempo è diventato un politico, è entrato nella Lega, ne è diventato vicesegretario e poi l’ha abbandonata per costruire un proprio soggetto politico. Sarebbe intellettualmente scorretto ignorarlo.
Ma è cambiato soltanto Vannacci?
Qui entra in scena un altro elemento che secondo me un lettore ha il diritto di conoscere.
Il Giornale oggi fa capo per il 65 per cento a Editoria Italia della famiglia Angelucci. È lo stesso quotidiano a comunicarlo nel gennaio 2026. (il Giornale) Antonio Angelucci, figura centrale della famiglia imprenditoriale, è anche un parlamentare eletto nelle file della Lega.
E allora mi fermo.
Non perché abbia trovato la pistola fumante. Non ce l’ho.
Non ho trovato una telefonata di Angelucci a un direttore. Non ho una mail nella quale qualcuno ordina di attaccare Vannacci. Non conosco le riunioni di redazione del Giornale e non sarebbe serio sostenere che esista una disposizione dell’editore contro il generale senza avere una prova.
Però conosco le date.
E le date raccontano che Vannacci viene rappresentato in un certo modo quando combatte il politicamente corretto, diventa un uomo della Lega e porta voti alla Lega; e con toni sensibilmente diversi dopo che lascia la Lega e costruisce un progetto che può pescare nello stesso elettorato.
È una coincidenza? Può esserlo.
È una conseguenza del cambiamento politico di Vannacci? Possibile anche questo.
C’è dell’altro? Non lo so.
Ed è proprio quel «non lo so» che, secondo me, dovrebbe tornare ad essere una delle frasi più nobili del nostro mestiere.
Perché il compito di chi fa informazione non dovrebbe essere sempre quello di consegnare una verità già confezionata. A volte dovrebbe semplicemente mettere in fila i fatti, ricordare ciò che abbiamo scritto ieri, confrontarlo con ciò che scriviamo oggi e permettere al lettore di farsi una domanda.
Questa storia, tra l’altro, mi riporta esattamente al punto dal quale ero partito parlando di intelligenza artificiale.
Abbiamo paura che una macchina possa manipolare una notizia. Facciamo bene.
Abbiamo paura che un algoritmo possa selezionare quello che dobbiamo vedere, enfatizzare una dichiarazione, nasconderne un’altra, costruire intorno a una persona una rappresentazione positiva o negativa. Facciamo benissimo.
Ma tutto questo l’uomo è perfettamente capace di farlo da solo.
Lo faceva prima di ChatGPT, prima dei social network e probabilmente prima ancora di Internet.
La differenza è che davanti all’intelligenza artificiale siamo diventati improvvisamente sospettosi. Domandiamo chi ha prodotto un contenuto, quali fonti ha utilizzato, se le informazioni sono autentiche. Davanti a un titolo di giornale, invece, continuiamo spesso ad abbassare la guardia perché dietro quel titolo riconosciamo una testata che conosciamo da quarant’anni.
Forse dovremmo applicare lo stesso metodo a entrambi.
Non fidarci ciecamente dell’intelligenza artificiale.
E non fidarci ciecamente neppure di chi ci mette in guardia dall’intelligenza artificiale.
Verificare. Confrontare. Tornare indietro. Leggere cosa scriveva lo stesso giornale tre anni prima. Sapere chi è l’editore. Conoscere, quando esistono, le sue attività e i suoi rapporti politici. E poi decidere autonomamente quanto credito attribuire a quello che stiamo leggendo.
Perché alla fine il vero problema non è Vannacci e non è nemmeno Il Giornale.
Il problema è molto più grande.
È capire se oggi noi compriamo ancora un giornale per conoscere i fatti oppure, qualche volta, compriamo una lettura dei fatti senza sapere fino in fondo chi ce la sta raccontando e da quale finestra li sta guardando.
E forse è questa la domanda che dovremmo farci prima di preoccuparci soltanto delle macchine.
Perché l’intelligenza artificiale potrà certamente imparare a manipolare l’informazione.
Noi esseri umani, purtroppo, non avevamo bisogno di impararlo.