Quei ragazzini che spaccano le vetrine e il bisogno di sentirsi qualcuno.

Di Fausto Farinelli

Il pensiero di Francesco Alberoni aiuta a interrogarsi su ciò che un adolescente cerca nel gruppo. Capirlo serve a intervenire prima della violenza e a scegliere che cosa fare dopo, quando i danni sono già stati provocati.

Ho avuto il piacere e l’onore di intervistare il professor Francesco Alberoni il 15 aprile del 2020, in piena pandemia. In questi giorni mi è tornato in mente guardando le immagini dei ragazzini che spaccano le vetrine e portano via quello che trovano. Ho ripensato ai suoi studi sui movimenti collettivi per cercare di leggere quello che sta accadendo e che, ahimè, temo possa continuare.

La prima reazione la conosciamo: dove sono i genitori? Subito dopo chiediamo più controlli e punizioni adeguate. Sono questioni da affrontare, ma io vorrei capire anche che cosa trovi un ragazzino in quella compagnia di tanto gratificante da convincerlo che devastare un negozio sia qualcosa di cui andare fiero.

Alberoni studiava il passaggio nel quale persone prima separate cominciano a riconoscersi come un “noi”. Nel suo «stato nascente» l’appartenenza cambia il rapporto con gli altri e il modo di guardare sé stessi. Scriveva del «potere di far cadere le barriere fra gli individui»: insieme si può sentire possibile ciò che da soli sembrava irraggiungibile.

Questo non significa che possiamo chiamare movimento collettivo qualsiasi gruppo che saccheggia. Nella teoria di Alberoni c’è una spinta verso un futuro condiviso, che può tradursi in un’organizzazione e poi in un’istituzione. Uso il suo pensiero per ragionare su questi comportamenti, senza attribuirgli giudizi su avvenimenti che non ha conosciuto.

Anche dentro una manifestazione bisogna distinguere. Chi protesta pacificamente, chi cerca lo scontro e chi approfitta della confusione per rubare possono trovarsi nella stessa strada con intenzioni diverse. Nei disordini di Milano del 17 e 18 ottobre, i saccheggi sono avvenuti nel contesto delle proteste contro il carovita e i servizi insufficienti. Le informazioni disponibili non permettono di attribuire quei comportamenti a tutti i manifestanti, né di collocare tutti i partecipanti tra gli undici e i sedici anni.

Il punto sul quale vorrei soffermarmi è il riconoscimento. Un ragazzo che si sente poco considerato potrebbe scoprire che, insieme agli altri, riesce a imporsi. Gli adulti arretrano, qualcuno ha paura, gli amici lo guardano. Quella paura può sembrargli rispetto. Per essere accettato può arrivare a fare cose che da solo non farebbe, e fermarsi diventa difficile se teme di essere preso in giro o escluso.

È una possibile interpretazione, da verificare nelle singole storie. Sarebbe troppo comodo trovare dietro ogni saccheggio soltanto solitudine e abbandono. Esistono il desiderio della merce, il divertimento crudele e la scelta di approfittare del disordine. E moltissime famiglie affrontano difficoltà enormi senza che i figli vadano a distruggere il lavoro degli altri.

La ricerca dell’Istituto Minotauro richiama però due elementi sui quali vale la pena ragionare: la compagnia può acquistare un peso maggiore quando un adolescente sente di non avere sostegno nella propria crescita; i social possono premiare l’esibizione della trasgressione attraverso l’approvazione dei coetanei. Un ragazzo può quindi compiere un gesto pensando anche a chi lo guarderà dopo, sul telefono.

Mi chiedo quanto spazio rimanga, in quel momento, per vedere la persona alla quale si sta facendo del male. Il negoziante rischia di diventare soltanto quello che sta dall’altra parte della vetrina. Eppure lì ci sono persone che lavorano, dipendenti spaventati, qualcuno che il giorno dopo dovrà contare i danni e decidere come riaprire.

Fermare le aggressioni, proteggere le vittime e individuare gli autori è la risposta immediata. Poi bisogna ricostruire le responsabilità di ciascuno e far comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Dove sia possibile e appropriato, anche un percorso di riparazione seguito da professionisti può aiutare a rendere concreto quel danno: chi lo ha provocato deve capire che cosa ha fatto e a chi.

Quando interviene la polizia, dobbiamo però cercare di sapere anche che cosa sia successo nei mesi precedenti, a scuola, in famiglia e nella compagnia. La violenza giovanile di gruppo era già oggetto di una mappatura di Transcrime nel 2022. Prima di definirla interamente nuova, dovremmo verificare quali comportamenti siano cambiati e quali siano diventati più visibili.

Il rapporto Minotauro indica il sostegno alle famiglie, il contrasto alla dispersione scolastica e l’educativa di strada, insieme al controllo del territorio. Sono attività che richiedono continuità e persone che si parlino: se la scuola vede un problema e i servizi ne conoscono un altro, qualcuno deve riuscire a mettere insieme le informazioni e intervenire.

Qui il discorso torna all’appartenenza. Possiamo proporre una squadra, un laboratorio, un’attività di quartiere. Ma dobbiamo chiederci se lì un adolescente trovi qualcuno che lo conosce, si accorge quando manca e gli affida una responsabilità. Un centro di aggregazione serve se ci sono persone capaci di seguirlo nel tempo. L’apertura, da sola, non ci dice se quel ragazzo lo frequenterà.

E bisogna guardare le differenze. A undici anni e a sedici anni non si è nella stessa condizione. Per scegliere come intervenire occorre conoscere la maturità, i legami e la storia di ciascuno. La parola “branco” ci viene facile, ma ci dice poco su chi abbiamo davanti e su come impedirgli di fare ancora del male.

Dal pensiero di Alberoni ricavo soprattutto questa domanda: quanto ci occupiamo dei rapporti attraverso i quali un ragazzo impara a sentirsi parte di qualcosa? Se la compagnia violenta gli offre attenzione e considerazione, dobbiamo capire dove possa trovarle senza dover minacciare o derubare qualcuno.

È questo che mi interessa sapere: dopo aver identificato e fermato chi ha distrutto, chi si occuperà di lui nei mesi successivi? Perché il negoziante deve poter riaprire senza paura e quel ragazzo deve essere messo nelle condizioni di non ricominciare.