A Villanova Monteleone l’appello di Antonio Farris: «Così muore la cerealicoltura sarda»
«I marchi IGP non tutelano la filiera, serve grano locale e lievito madre». Il noto accademico, impegnato a Monte Minerva per le Giornate del Cibo 2026, ha lanciato l’allarme sui rischi per una tradizione secolare. Lievito madre per salvare i panificatori: «Si può lavorare di giorno e ridare futuro ai giovani»
VILLANOVA MONTELEONE – Attenzione ai marchi sul pane quando non tutelano tutta la filiera: occorre pretendere l’uso di farine locali e l’impiego del lievito madre. L’appello arriva dalla voce di un profondo conoscitore delle dinamiche della panificazione, Antonio Farris, già docente universitario e presidente dell’Accademia sarda del lievito madre, impegnato domenica a Monte Minerva per le Giornate del Cibo di Villanova Monteleone. L’esperto ha guidato i partecipanti in una lectio magistralis tra i segreti della panificazione, a partire dal grano fino alla fermentazione naturale, ponendo l’accento sui marchi Igp, in particolare su quello del Coccoi, la cui pratica a Bruxelles attende solo l’ultimo atto, mentre il Carasau e il Pistocu stanno facendo i primi passi.
“Questi marchi non prevedono né l’uso degli sfarinati locali né l’impiego del lievito madre se non a livello volontaristico – ha specificato Farris – e questo vuol dire che stiamo decretando la morte della cerealicoltura sarda. Già siamo ai minimi termini come superfici coltivate, figuriamoci dopo, è chiaro che diminuirà ulteriormente”. L’invito a una chiara presa di posizione è rivolto non solo ai politici, ma anche alle associazioni di categoria, in particolare dei cerealicoltori.
Anche perché, grazie all’utilizzo del lievito madre, potrebbe risorgere un’attività fortemente in crisi, quella del panificatore. Una crisi dovuta non solo alla riduzione nei consumi di pane, ma al fatto che i giovani fuggono dai lavori notturni. “Tenuto conto che il pane con lievito madre acquisisce la qualità migliore dopo 12-24 ore dalla cottura, si può tranquillamente lavorare di giorno – ha detto Farris –. Si può preparare di pomeriggio per poi metterlo in commercio il giorno dopo, come si fa già in alcuni paesi, ad esempio a Villaurbana e Orroli”.
Dalla teoria alla pratica, a Monte Minerva i partecipanti hanno potuto poi cimentarsi nella realizzazione del pane decorativo, grazie alle maestre della Proloco di Olmedo, Mariella Pinna e Maria Talia Tidore.
Ma la due giorni è stata occasione anche per valorizzare altri prodotti del territorio: olio, vino e agnello.
Grande successo ha riscosso il percorso esperienziale dedicato alla “Pecora Regina” condotto dallo chef Fabio Zago e dal comunicatore gastronomico Tommaso Sussarello, che hanno esplorato l’uso creativo e tradizionale della carne ovina con un focus sul cosiddetto “Anzone Errile”.
A richiamare l’attenzione sul valore dell’olio è stato invece “L’Ulivo Padre” del poeta e drammaturgo Bernardo De Muro che, accompagnato al flauto da Martina Porcheddu, ha presentato l’Elogio dell’olio d’oliva da lui scritto e interpretato.
Il percorso sull’olio di qualità è proseguito attraverso i laboratori guidati di Luciana Putzolu in compagnia di APOS, l’Associazione olivicoltori della Sardegna, mentre il laboratorio di degustazione sul vino è stato condotto da Loredana Marchi con la Cantina Santa Maria La Palma. Il calendario è stato impreziosito da degustazioni, laboratori con il Ceas e visite guidate “Alla scoperta di Minerva”.
La manifestazione è inserita all’interno del programma di “Chenamos in carrela” 2026, è organizzata dalla Pro Loco in collaborazione con il Comune di Villanova Monteleone e rientra nel circuito “Salude&Trigu” della Camera di Commercio di Sassari.
COSTRUIRE SENZA CONSUMARE IL FUTURO, Antonio Ciucci: “Il valore dell’edilizia si misura nella qualità dei luoghi”
di Fausto Farinelli – Porto Cervo, 11 Aprile 2026
Da Porto Cervo una riflessione sul presente e sul domani delle costruzioni italiane: rigenerazione urbana, casa, infrastrutture, giovani e manutenzione al centro del confronto con il presidente di Ance Roma.
In un contesto che richiama con forza il rapporto tra paesaggio e architettura, Antonio Ciucci indica una direzione chiara: meno retorica, più visione. Perché costruire bene, oggi, significa tenere insieme sviluppo, bellezza e responsabilità.
Arrivo a Porto Cervo alle 15, come sempre con un po’ di anticipo quando mi attende un’intervista importante. La giornata è di quelle che amplificano la bellezza del luogo: la luce del sole accende i profili della Costa Smeralda e ne restituisce tutta l’eleganza, senza intaccarne la naturalezza. L’occasione è la riunione della Segreteria della Commissione Opere Pubbliche dell’Ance, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, alla presenza dei presidenti Pierpaolo Tilocca per Ance Sardegna, Silvio Alciator per Ance Centro Nord Sardegna, Alberto Cancellu per Ance Sardegna Centrale e Renato Vargiu per Ance Sardegna Meridionale.
È in questo contesto che incontro l’ingegner Antonio Ciucci, presidente di Ance Roma. E proprio in uno scenario che richiama con immediatezza il rapporto tra paesaggio, architettura e visione, il confronto con lui si trasforma in una riflessione ampia sul presente e sul futuro del costruire in Italia.
Presidente Ciucci, ci sono luoghi come la Costa Smeralda in cui l’architettura sembra suggerire una regola semplice: costruire bene significa non imporsi sul paesaggio, ma interpretarlo. L’edilizia italiana è pronta oggi a questa responsabilità?
“Sì, penso di sì. Oggi siamo più pronti rispetto al passato. Sono cambiate le norme, è cresciuta la sensibilità verso l’ambiente ed è maturata anche una coscienza diversa nel rapporto con il territorio. Però il rispetto del paesaggio non può trasformarsi nel blocco di tutto. La lezione di luoghi come questo è che si può intervenire, e lo si può fare molto bene.”
Quindi il nodo non è se costruire, ma in che modo farlo.
“Esattamente. Dobbiamo smontare l’idea che costruire significhi per forza deturpare. Il problema non è l’edilizia in sé, ma la qualità dell’intervento. C’è una differenza netta tra chi specula e chi invece realizza opere che generano valore. L’edilizia è un’industria sana, che dà lavoro, sostiene famiglie e accompagna lo sviluppo.”
In che senso le costruzioni restano un motore di crescita?
“Nel senso più concreto possibile. Le infrastrutture sviluppano i territori, li collegano, li rendono più accessibili e competitivi. Non parliamo solo di edifici, ma di servizi, mobilità, vivibilità. È questo il punto: quando il costruire è pensato bene, produce effetti che vanno oltre il singolo intervento.”
La Sardegna è un laboratorio interessante da questo punto di vista?
“Sì, perché qui si vede bene quanto lo sviluppo debba essere complessivo. Ci sono realtà di altissimo livello, ma servono anche trasporti efficienti, servizi e una visione che tenga insieme turismo, residenzialità e qualità della vita. Un territorio cresce davvero solo quando le sue parti dialogano tra loro.”
In questo discorso rientra anche il tema dello spopolamento?
“Certamente. Le costruzioni hanno anche una funzione sociale, perché incidono sulla possibilità di restare in un luogo, di viverci bene, di immaginarci un futuro. Se un territorio è ben collegato, ben servito e ben organizzato, ha più forza. Se manca tutto questo, si indebolisce.”
Quanto pesa, in questa prospettiva, il rapporto con la politica?
“Pesa molto, perché il nostro settore si muove dentro un sistema complesso. Ci sono competenze statali, regionali e comunali, e proprio per questo il confronto istituzionale è fondamentale. Devo dire che la collaborazione con la politica è buona e che il settore è ascoltato. Allo stesso tempo, però, ci si confronta spesso con un quadro normativo stratificato, datato e non sempre adeguato ai bisogni attuali. Per questo servirebbe una riorganizzazione più coraggiosa delle regole.”
C’è un termine che torna spesso quando si parla di edilizia: rigenerazione. È davvero la parola chiave?
“Lo è, ma a patto di non usarla come slogan. La rigenerazione piace a tutti, però poi bisogna renderla possibile. Servono norme chiare, equilibrio economico e strumenti che permettano davvero di intervenire sul patrimonio esistente.”
Oggi qual è l’ostacolo principale?
“I costi. Costruire costa molto, ma rigenerare spesso costa ancora di più. E nello stesso tempo i redditi delle famiglie non sono cresciuti in modo coerente. Questo crea uno squilibrio evidente. Se vogliamo davvero recuperare l’esistente e limitare il consumo di suolo, dobbiamo mettere le persone nelle condizioni di poterlo fare.”
E qui entra in gioco il tema della casa.
“Sì, perché la casa è una questione centrale. Manca per i giovani, per gli studenti, per le nuove famiglie, per chi vive da solo. È un tema che riguarda tutta l’Europa, ma in Italia assume un peso particolare perché si intreccia con un patrimonio edilizio vecchio e con un accesso sempre più difficile all’acquisto o all’affitto.”
Per anni il valore dell’edilizia è stato misurato soprattutto in quantità. Oggi quel criterio regge ancora?
“No, oggi il valore si misura nella qualità urbana. Questa è la vera svolta. Non conta solo quanto costruisci, ma che tipo di città lasci, che qualità dell’abitare produci, che beneficio porti alle persone.”
La Costa Smeralda, in questa chiave, resta un modello?
“Resta un esempio importante, perché dimostra che quando il costruito dialoga con il paesaggio si genera attrattività e identità. Però la sfida vera è fare in modo che la qualità non resti confinata ai luoghi privilegiati. Va portata anche nelle città, nei quartieri, nelle periferie.”
È lì che la rigenerazione diventa anche una questione sociale.
“Assolutamente. Dove migliori lo spazio urbano, spesso migliori anche il contesto sociale. Le periferie non chiedono solo interventi edilizi: chiedono attenzione, servizi, dignità. La rigenerazione, quando è fatta bene, non cambia solo l’aspetto di un luogo, ma anche la sua funzione nella vita quotidiana.”
Possiamo definire Milano come caso emblematico di trasformazione.
“Sì, perché al di là delle polemiche, una cosa è evidente: Milano è cambiata profondamente. La città di oggi è molto diversa da quella di trent’anni fa. Dal punto di vista architettonico ha acquisito una forza nuova, più riconoscibile, più attrattiva. Questo dimostra che la qualità del costruito incide anche sul posizionamento di una città.”
L’Italia può trasformare questa qualità in una leva di attrazione internazionale?
“In parte lo fa già. Siamo un Paese che offre paesaggio, storia, patrimonio, qualità della vita. Ma dobbiamo stare attenti a non diventare soltanto una meta per ricchi e turisti. L’Italia deve restare un Paese vivibile anche per chi ci abita, lavora e costruisce qui il proprio futuro.”
Lei è un imprenditore di seconda generazione. Quanto ha pesato la storia della sua famiglia nella costruzione del suo sguardo sul settore?
“Ha pesato molto. Mio padre ha fondato l’azienda nel 1968, partendo dal settore delle strade, in una fase in cui infrastrutture e ricostruzione erano decisive per la crescita del Paese. Sono cresciuto con l’idea che fare impresa significhi non solo creare lavoro e sviluppo, ma anche assumersi una responsabilità verso il territorio.”
E anche il suo impegno associativo nasce da questa impostazione?
“Sì. Ho sempre vissuto l’associazione come un luogo in cui mettere a disposizione esperienza e tempo per il bene del settore. Credo molto nella rappresentanza, nella condivisione delle responsabilità e nella necessità di dare continuità a un sistema che ha bisogno di competenza, ma anche di ricambio.”
Che cosa difende, oggi, con più convinzione dell’esperienza Ance?
“Difendo il suo ruolo di riferimento per il comparto. Si può migliorare, naturalmente, ma resta una struttura solida, capace di rappresentare il settore, investire in sicurezza, promuovere formazione e qualità del lavoro. Questo patrimonio non va disperso.”
C’è però un punto sul quale lei appare particolarmente preoccupato: i giovani.
“Sì, perché il problema è serio. Mancano operai specializzati, competenze tecniche, figure formate. Ce ne siamo accorti ancora di più negli ultimi anni, con l’aumento degli investimenti: il settore aveva bisogno di persone, ma il ricambio non era sufficiente.”
Perché i giovani si tengono lontani da questo mondo?
“Perché probabilmente non siamo riusciti a raccontarlo nel modo giusto. Prima ancora di formare, bisogna far capire che questo è un mestiere bello, concreto, intelligente. Richiede esperienza, precisione, manualità. Non è un lavoro minore, come a volte viene percepito.”
In un tempo dominato dall’intelligenza artificiale, questo può diventare persino un punto di forza?
“Sì, perché la tecnologia ci aiuterà sempre di più, ma alla fine una cosa la devi costruire. Ci sono competenze pratiche, tecniche e artigianali che restano centrali. E questo è un messaggio importante anche per le nuove generazioni.”
Se dovesse indicare le priorità del settore nei prossimi anni, da dove partirebbe?
“Dalla casa, innanzitutto. Poi dal dissesto idrogeologico, perché ogni stagione ci ricorda quanto il nostro Paese sia fragile. E naturalmente dalla rigenerazione urbana, che deve diventare concreta. Ma c’è anche un altro tema fondamentale: la manutenzione.”
Perché la manutenzione continua a essere così decisiva?
“Perché per troppo tempo abbiamo trascurato ciò che già esiste. Un Paese serio non si limita a costruire nuove opere: si prende cura di quelle che ha. Infrastrutture, edifici, reti, territorio: la manutenzione è parte integrante dello sviluppo.”
Se dovesse lasciare un’immagine conclusiva del suo pensiero, quale sceglierebbe?
“Direi questa: il futuro dell’edilizia italiana non si gioca sui volumi, ma sulla qualità dei luoghi. È lì che si misura davvero il valore del nostro lavoro.”
Antonio Me racconta il “Tundu” di Ploaghe
Tutti i segreti dietro al “Miglior pane da mensa della Sardegna”
PLOAGHE. Crosta scura e croccante, mollica soffice e compatta, forma tondeggiante e profumo intenso, ha trionfato nei giorni scorsi al concorso “Pani di Sardegna 2025” ad Alghero come il “Miglior pane da mensa” dell’isola: il “Tundu” di Ploaghe dell’azienda “Salude e Trigu” di Antonio Me è l’emblema di un’antica cultura contadina che si rinnova con metodi e tecniche moderne. Un vero gioiello agroalimentare logudorese che ha entusiasmato la giuria presieduta da Manolo Albano per le sue caratteristiche di consistente morbidezza, la giusta lavorazione del lievito madre e l’utilizzo di un’ottima semola di grano duro.
Figlio di agricoltori ma agronomo laureato, Antonio si è appassionato alla panificazione dopo aver visto alcune donne di Orgosolo preparare il carasau in casa. A rimboccarsi le maniche per “mettere le mani in pasta” ci ha messo un attimo. La vera scommessa è stata quella di riscoprire le tipicità del proprio territorio e far risorgere “Su Tundu” e “Sos paesanos”, prodotti tradizionali a mollica realizzati con lo stesso impasto ma in forme diverse, che a Ploaghe rischiavano di scomparire. E invece, nel 2025 “Su Tundu” ha primeggiato in modo lampante al concorso promosso dall’Accademia sarda del lievito madre presieduta da Antonio Farris.
Ma quali sono i segreti dietro a una panificazione di eccellenza? «Il premio è un riconoscimento al lievito madre, alla filiera del grano a chilometro zero e al benessere dei consumatori – ha affermato il produttore – e il segreto più importante sta proprio nella cura di tutta la filiera».
Antonio Me coltiva il suo grano nei campi di famiglia, producendo “trigu” della tipologia Marco Aurelio e in parte Nazareno. Cosciente che gli stessi grani assumono caratteristiche differenti a seconda del terreno in cui vengono seminati, ogni raccolto è selezionato per produrre diversi tipi di pane.
Antonio semina il grano, lo coccola, lo trebbia e infine produce le farine con la sua “macina a pietra” per ottenere semole di qualità, perché una bassa la temperatura di macinazione preserva le proprietà nutritive. Rispetto ad altre farine comuni presenti sul mercato, restano più integre le fibre, il germe di grano che ha alte proprietà antiossidanti, le vitamine del gruppo B e i minerali. La pasta è estremamente lavorabile e in grado di assorbire grandi quantità d’acqua, per sopportare medie e lunghe lievitazioni.
Niente lieviti industriali ma rigorosamente fermenti naturali, creati a partire dalla microflora (frutta di stagione) ottenuta da more, uva, mele, pere, susine che crescono nelle campagne ploaghesi. Gli accorgimenti dell’esperto sono fondamentali anche in questo contesto. Di stagione in stagione è opportuno modificare le percentuali di utilizzo, perché con il variare della temperatura muta anche la forza della fermentazione e, con essa, il gusto e la fragranza.
I tempi di lievitazione ruotano intorno alle sette, otto ore, senza considerare che l’impasto del lievito madre (venti per cento del totale), necessita di una pre-lievitazione di dodici ore, per un totale di circa venti. Il lievito madre di “Salude e Trigu” è attualmente stoccato nelle banche dati di Porto Conte Ricerche e del Dipartimento di Microbiologia dell’Università di Sassari.
La settimana di Me inizia con la lavorazione del carasau, prosegue con “Tundos” e “cotzula di erda”, altra specialità ploaghese, e va avanti ogni giorno con impacchettamento del pane grattugiato e delle farine macinate a pietra. Le sperimentazioni includono pasta, dolci tanto altro e, a breve, non è difficile immaginare nuove sorprese.
“Pani di Sardegna ad Alghero” nasce da un idea di Tommaso Sussarello, è organizzato dall’associazione culturale Accademia Sarda del Lievito Madre APS-ETS con il sostegno e il patrocinio del Comune di Alghero e della Fondazione Alghero, in collaborazione con il Distretto rurale di Alghero Olmedo, Porto Conte Ricerche,Parco Regionale di Porto Conte, e un importante numero di partner del settore ricettivo turistico.
Pani di Sardegna ad Alghero: vince il Tundu ploaghese di Antonio Me
Il miglior pane rituale è di Ester Orro a Tramatza
Grande successo per la manifestazione che valorizza il lievito madre e le produzioni artigianali in un connubio originale fra tradizione, identità e scienza
ALGHERO. Tundu, Coccoi, Cola cola e carasau: pani tipici di ogni genere, purché a lievito madre. E ad Alghero nel week-end è stato una festa per gli occhi e il palato. La prima edizione di “Pani di Sardegna” ha fatto registrare un gran numero di presenze per le numerose attività, mostre, laboratori manuali e sensoriali, degustazioni, premiazioni, per celebrare il pane come espressione di identità, tradizione e innovazione scientifica.
Già dal momento dell’inaugurazione alla presenza delle autorità, la manifestazione ha mostrato tutto il potenziale del patrimonio agroalimentare sardo quale attrattore turistico per una possibile destagionalizzazione e la valorizzazione del territorio. Al fianco del principale artefice, Antonio Farris, presidente dell’Accademia Sarda del Lievito Madre, sono intervenuti il sindaco di Alghero, Raimondo Cacciotto, il presidente della Fondazione Alghero, Graziano Porcu, il presidente del Consiglio comunale algherese, Mimmo Pirisi e l’assessora al Turismo, Ornella Piras che ha ribadito quanto il Comune stia credendo nella promozione delle eccellenze locali: “Stiamo lavorando a creare e a valorizzare altri prodotti turistici che vadano oltre il turismo marino balneare, e sicuramente Alghero ha una grandissima tradizione dell’enogastronomia. Il pane è un po’ il re della nostra tradizione, e l’olio è il principe”.
E proprio all’Olio è stato dedicato un laboratorio sensoriale condotto da Giuseppe Izza allo scopo di far conoscere le caratteristiche di qualità di un vero extravergine. L’iniziativa ha preso il via venerdì con i laboratori di panificazione per bambini all’Oratorio di Santa Maria La Palma, per proseguire a Lo Quarter – Alghero Hall, dove sono state allestite due irripetibili mostre sui pani da mensa e rituali. Per la prima volta un evento dedicato ai pani tradizionali ha illustrato al pubblico i dettagli dell’analisi scientifica: gli esperti di Porto Conte Ricerche e dell’Università di Sassari hanno mostrato l’ingrandimento dei vari ceppi microbici selezionati in laboratorio, e la eterogeneità dei microrganismi che compongono il lievito madre. Un curioso saggio delle attività svolte per migliorare le produzioni nelle aziende.
Il Concorso per il Miglior pane di Sardegna della Sezione “Mensa” è stato vinto dal Tundu di Ploaghe del panificatore Antonio Me. È la versione logudorese del Civraxiu, che ha entusiasmato la giuria presieduta da Manolo Albano per le sue caratteristiche di consistente morbidezza, la giusta lavorazione del lievito madre e l’utilizzo di un’ottima semola di grano duro.Secondo e terzo posto sono andati al Panificio Porta di Gonnosfanadiga, rispettivamente per gli ottimi Civraxiu e il Coccoi.
Per la sezione “Pani Rituali” il primo posto è di Ester Orro di Tramatza con “Sa canoedda de sos isposos”, la coroncina degli sposi;secondo e terzo posto vanno a Manuela Secchi di Bortigali con “Sa Cogone de Santu Marcu” e una versione votiva da processione del “Pane degli sposi”.
Altri riconoscimenti sono andati ad Anna Maria Lauro per la lunga attività di riscoperta, di valorizzazione dei pani rituali e nondimeno per l’originalità delle sue creazioni; quindi a Marisa Iamundo De Cumis per la ricerca regionale e le pubblicazioni sui pani rituali.
“La tradizione dei pani di Sardegna è una tra le più importanti al mondo, ma resta quasi nascosta e relegata ai piccoli centri – ha affermato Antonio Farris –. Occuparsi di pane significa fare cultura, quella di un pane buono, ottenuto dagli sfarinati di grani sardi con lievito madre e prodotto in Sardegna. In questo modo riusciamo a raccogliere tutta l’esperienza che è insita nella nostra cultura. Una cultura millenaria. Ed è giusto valorizzarla per valorizzare i nostri territori. Auspichiamo che da quest’esperienza possa nascere un Museo del pane nella città di Alghero”.
L’iniziativa è organizzata dall’associazione culturale Accademia Sarda del Lievito Madre APS-ETS con il sostegno e il patrocinio del Comune di Alghero, della Fondazione Alghero, e annovera la collaborazione del Distretto rurale di Alghero Olmedo, Porto Conte Ricerche,Parco Regionale di Porto Conte, e di un importante numero di partner del settore ricettivo turistico.
Giovanni Antonio Sanna a Montecitorio parla di ‘Centri storici, anima delle città’
L’ozierese esperto di turismo rurale tra gli autori del libro curato da Daniela Cavallo
Il volume edito da Movability Books Simtur è stato presentato nei giorni scorsi in Camera dei Deputati
ROMA. Il 31 luglio a Palazzo Montecitorio a Roma, nella sala stampa della Camera dei Deputati è stato presentato il libro “Centri storici, anima delle città”, a cura di Daniela Cavallo, architetto e docente di Marketing territoriale, edito da Movability Books Simtur, associazione che riunisce i professionisti di Turismo e mobilità sostenibili. Tra i curatori dell’opera è intervenuto anche l’ozierese Giovanni Antonio Sanna, autore del decimo capitolo dedicato al futuro dei centri storici.
Secondo Sanna, che ha posto i cittadini come protagonisti della vita urbana, il nuovo modello di sviluppo per i centri storici (in graduale abbandono in molti comuni dell’isola), deve includere elementi di sostenibilità economica, ambientale, e sociale e, in particolar modo, l’attiva partecipazione della comunità.
«Sono circa 23mila i centri storici che stanno vivendo una stagione di abbandono, spopolamento e perdita di interesse a livello nazionale – ha specificato l’autore –. Per questo è necessaria una riflessione seria su un tema che appartiene all’identità e alla reputazione dei luoghi e ai futuri possibili».
L’iniziativa è stata promossa dalla deputata Paola Boscaini, che ha partecipato assieme al deputato Silvio Giovine (presidente dell’Intergruppo parlamentare per la valorizzazione dei centri storici), con la curatrice Daniela Cavallo e altre personalità tra studiosi, progettisti, amministratori, architetti, economisti, manager, esperti di turismo che hanno portato contributi alla pubblicazione. Oltre a Sanna erano presenti Antonella Carella, Maurizio Carta, Michele Franzina, Massimo Marini, Massimo Pica Ciamarra, Isidoro Pennisi,Alberto Gottardi e Federico Massimo Ceschin,
presidente nazionale di Simtur, l’ecosistema dei professionisti della mobilità e turismo sostenibile.
La pubblicazione offre ai lettori uno sguardo complesso, profondo e multidisciplinare sul ruolo, sul significato e sull’identità dei centri storici nel XXI secolo. Non soltanto un’esplorazione architettonica o urbanistica, ma un vero e proprio viaggio nell’anima dei luoghi che custodiscono la memoria collettiva, il senso di appartenenza e la stratificazione culturale delle comunità locali. Il libro intreccia riflessioni teoriche e casi pratici, visioni strategiche e suggestioni poetiche, evidenziando come i centri storici non siano solo contenitori di patrimonio ma organismi vivi, in continua trasformazione.
Oristano applaude le musiche di Antonio Simon Mossa: presentato al Museo Diocesano il cd con la raccolta dei brani
La serata promossa dall’Is.Be è stata accompagnata da un concerto per quartetto d’archi e pianoforte
Il 21 maggio la presentazione alla Fondazione Siotto di Cagliari
ORISTANO. Dopo anni di lavoro finalmente “Le musiche di Antonio Simon Mossa” sono racchiuse in un CD che può essere ascoltato e goduto da tutti. La pubblicazione del disco prodotto dall’Is.Be è stata presentata nei giorni scorsi in un evento concerto al Museo Diocesano Arborense di Oristano, con la partecipazione del figlio del grande intellettuale sardo, Pietro Simon, del maestro Battista Giordano, che ha trascritto le partiture ritrovate, e l’introduzione di Maria Doloretta Lai, presidente dell’Istituto Camillo Bellieni di Sassari, che ha promosso e portato a compimento il progetto.
Di fronte a un pubblico attento e incuriosito si sono esibiti i componenti del quartetto d’archi Reunis con Antonella Chironi al pianoforte. Già dalle prime note la mente degli spettatori ha ripercorso immagini da film. Ed è emerso così il talento sorprendente di un personaggio notissimo per il suo impegno di ideologo dell’indipendentismo sardo, poliedrico uomo di cultura, architetto, giornalista e scrittore.
Gli spartiti, riscoperti a Pisa diversi anni fa, sono stati sottoposti all’analisi del maestro Giordano, che con sorpresa vi ha riscontrato ottimi segni di espressione, frutto di una cultura musicale ereditata dalla madre pianista.
Le partiture più facili su cui lavorare sono state quelle per pianoforte, mentre più difficoltà si è avuta per le parti orchestrali di un brano destinato a una pellicola, che è un po’ il gioiello della raccolta, Song of the sand, i cui manoscritti erano in qualche modo un po’ cancellati e i fogli destinati ai diversi strumenti musicali sparpagliati in maniera disorganica.
Come hanno ampiamente evidenziato i relatori, ascoltando i materiali non è difficile rendersi conto di che meraviglia musicale sia riuscito a creare Simon Mossa negli anni Trenta, quando era di certo un compositore in erba. I pezzi presentano un orientamento cosmopolita stupefacente, impreziositi da citazioni che, nelle parole di Giordano: portano all’idea che il giovane Antonio, per i lavori cinematografici, fosse giunto alla stessa sintesi percorsa da Nino Rota.
All’interno del CD è presente anche il brano “Dimandas”, scritto dal compianto direttore scientifico del Bellieni, Michele Pinna, e musicato e cantato da Beppe Dettori. La studiosa e docente Daniela Masia, dopo un’attenta introduzione alla filosofia insita nei versi di Pinna, ha lasciato spazio a Dettori che ha interpretato il motivo tra gli applausi, con la richiesta di un bis.
La prossima presentazione del CD sarà il 21 maggio alle 18, alla Fondazione “Giuseppe Siotto” di Cagliari; e il 17 giugno, alle 18, al Teatro Astra di Sassari. Entrambi gli appuntamenti saranno accompagnati dall’ensemble d’archi Glareano.
L’iniziativa è organizzata dall’Is.Be con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna (legge regionale del 07.08.2009, art. 9, c. 10, lett. m. annualità 2025), e solo per la prima tappa con il patrocinio delle Acli provinciali di Oristano (risorse 5×1000). Per info e prenotazioni contattare l’email [email protected] o chiamare il numero 079/230268 (lun-merc-ven dalle 10 alle 13).
Europa Verde Sardegna elegge i vertici del partito: Antonio Piu e Francesca Citroni co-portavoce regionali
Sono stati proclamati inoltre gli esponenti dell’esecutivo sardo ed è stata approvata la mozione con le linee programmatiche per i prossimi quattro anni
SASSARI. Antonio Piu e Francesca Citroni sono i primi co-portavoce regionali di Europa Verde Sardegna. I due esponenti del partito sono stati eletti il 9 maggio dal Congresso regionale riunito a porte chiuse nella sede di via Nurra, a Sassari.
Assieme a loro sono stati proclamati i componenti dell’Esecutivo sardo, che è formato da Alessandra Casu, Raimondo Cacciotto, Melania Delogu, Stefano Ori, Ignazio Cirronis, Thomas Castangia, Giulia Corda, Serafino Pischedda, Giulia Andreozzi; quindi dagli aventi diritto in qualità di consiglieri regionali, Maria Laura Orrù e Diego Loi, e in rappresentanza dei Giovani Gev, Laura Ortu. Pierluigi Salis è il tesoriere regionale.
Il congresso ha inoltre approvato la mozione che contiene le linee programmatiche dei prossimi quattro anni di attività del partito. Tra i punti fondamentali sono elencati Ambiente, Transizione energetica, Trasporti, Infrastrutture, Politiche della casa, sanità, Politiche carcerarie.
Sono trentacinque in nomi che entrano in totale nel Consiglio federale della Sardegna. Per Cagliari sono Donatella Spiga, Roberta Kappler, Sara Didaci, Francesca Pusceddu, Luca Salis, Marco Meloni, Andrea Scano, Corrado Sorrentino e Anna Luisa De Giorgio. Per il Sud Sardegna Pietro Lai. A Nuoro Marco Fadda, Gianluca Atzori, Marco Sedda, Pierangela Masala, Pierluigi Meloni. A Oristano Federica Oppo, Giuseppe Onni, Giovanna Manca, Angelo Masala e Maria Sebastiana Moro.
A Sassari Antonio Panu, Lorena Tedde, Beatrice Podda, Valentino Canu, Eleonora Frau, Nives Biosin, Pina Ballore, Maurizio Satta, Salvatore Dau, Gianluigi Testoni, Alfredo Roggio, Sergio Scavio, Renzo Petretto, Dora Quaranta e Claudia Solinas.
Sabato 10 maggio, alle 10.30, nella Sala Piazza Italia del Pegasus Hotel, il congresso darà vita a un incontro a tema “È una terra per giovani?” che si preannuncia molto partecipato, accogliendo esponenti della politica nazionale e regionale. Interverranno il co-portavoce nazionale di Europa Verde e parlamentare, Angelo Bonelli, i neo-eletti co-portavoce regionali Antonio Piu e Francesca Citroni, la presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde e al segretario regionale del PD, Piero Comandini.
“Nemos andando per mare”, il nuovo film di Marco Antonio Pani
La rilettura dell’Odissea in lingua sarda tra mito e tradizioni
L’8 maggio in prima assoluta al Cityplex Moderno di Sassari
SASSARI. L’Odissea come non si era mai vista prima:un viaggio in lingua sarda interpretato da pastori, contadini, artigiani, pescatori e marinai che, attraverso l’improvvisazione guidata, danno vita a un racconto dolceamaro, epico, ironico e universale, in cui la modernità si intreccia con l’impronta e la forza delle tradizioni. A partire dall’8 maggio, con la prima uscita ufficiale al Cityplex Moderno di Sassari, nelle sale di tutta Italia arriva “Nemos, andando per mare”, il nuovo film di Marco Antonio Pani, una produzione Altamarea Film di Milano distribuita da My Culture.
E non è soltanto una rilettura in chiave fantastica della grande opera di Omero. È una favola in bianco e nero fuori dal tempo, uno sguardo sottile e divertente sul mondo che cambia, sul senso di appartenenza, sull’amicizia e sull’accoglienza. Un volo onirico in un sogno chiamato Sardegna, da cui si parte e si riapproda sempre. Una terra ancestrale e attuale al contempo.
Il film è stato presentato oggi (7 maggio) al Cityplex di Sassari da Marco Antonio Pani, che lo ha scritto e diretto, dal produttore Mario Castagna e dall’attore protagonista, Giovanni Masia, allevatore di Olmedo che con Pani vanta una lunga collaborazione a partire da “Panas”, per proseguire con “Capo e croce” e “Il maialetto della Nurra”.
Del cast fanno parte l’attrice sassarese Francesca Niedda nel ruolo della dea Atena, la modella sassarese Silvia Senes in quello di Calipso e la studentessa di farmacia Luana Fais, di Ittiri, al debutto nell’interpretazione di Nausicaa. La regina Arete è Valentina Carta di Orosei e il re Alcinoo è Francesco Spada di Ittiri. Ci sono anche i poeti estemporanei Giuseppe Porcu e Bruno Agus, che in chiave tutta isolana introducono la storia di “Odisseu” in versi e rime, accompagnati da diversi gruppi di canto a tenore di Orosei.
La storia si arricchisce di personaggi singolari come Coccoi, Rafaele, Cartuccia, Giommaria, Domenico e Ventroni, tratti dai veri nomi e soprannomi degli attori. «L’idea è nata nel lontano 2006 subito dopo l’uscita di Panas, ma operativamente solo nel 2017 con l’intento di ispirarsi al concetto di tradizione orale, una trasmissione del sapere in continuo mutamento – ha affermato Pani –. In Sardegna abbiamo una forte componente di tradizione orale che riguarda sia la poesia che la musica, le leggende e le narrazioni mitologiche sui fenomeni della vita che ci colpiscono, trasformati sotto forma di cogas, panas e altre figure – ha proseguito il regista –. Questa presenza dell’oralità mi ha convinto che potevo rileggere l’Odissea e farne un racconto nuovo che viene fuori dall’improvvisazione».
Un’improvvisazione che, pur nel rispetto di precisi canoni cinematografici, ha permesso al film di maturare durante le riprese giorno dopo giorno arricchendosi della carica espressiva dei protagonisti. La stessa evoluzione è avvenuta per il trucco, la scenografia, la fotografia e i costumi.
E se il cast è tutto isolano la troupe è invece internazionale, formata dai migliori talenti tecnico-artistici sardi con una direttrice di produzione, Anamaria Del Grande, proveniente dal Brasile, e il direttore della fotografia, Quique Lopez Real, dalla Catalogna.
Tra i professionisti sardi figurano i nomi di Stefania Grilli e Salvatore Aresu per i costumi, Pietro Rais per la scenografia, Gerolama Sale per le acconciature, Carla Aledda per il trucco e Stefano Guzzetti per la colonna sonora, che dal 9 maggio sarà disponibile su Spotify.
Il progetto è realizzato con il contributo della Regione Sardegna – assessorato della Pubblica istruzione, Beni culturali, Informazione, Spettacolo e Sport; con il sostegno della Fondazione Sardegna Film Commission (Fondo location scouting e Fondo Sardegna Ospitalità); il contributo di ISRE; il contributo e il patrocinio dei comuni di Olmedo, Orosei, Ittiri; il patrocinio del Comune di Alghero e Fondazione Alghero; il patrocinio del Parco Naturale Regionale di Porto Conte e dell’Area marina protetta Capo Caccia-Isola Piana. Hanno collaborato l’associazione CAMPOS, la Fondazione di Sardegna, la Società Umanitaria-Cineteca Sarda. L’opera è sostenuta dal Ministero del Beni Culturali attraverso lo strumento del tax credit alle produzioni cinematografiche.
USCITE IMMINENTI:
CAGLIARI – Cinema ODISSEA (Marco e cast in sala il 9 maggio)
SASSARI – Cinema MODERNO (regista e cast in sala l’8 maggio)
ORISTANO – Cinema JOSEPH GHILARZA (9-10 e Marco in sala l’11 maggio)
TORTOLI – Cinema GARIBALDI
TEMPIO PAUSANIA – CINETEMPIO, Cinema Teatro GIORDO
ORISTANO – CInema ARISTON (Marco il 10 maggio)
MACOMER – Cinema COSTANTINO
NUORO – Cinema PRATO
Oristano, l’Is.Be presenta il cd “Le musiche di Antonio Simon Mossa”
Domenica 11 maggio al Museo Diocesano l’Istituto Camillo Bellieni offre un’occasione imperdibile per scoprire l’anima sonora di uno dei più grandi intellettuali sardi del Novecento
ORISTANO. Domenica 11 maggio alle 18, al Museo Diocesano di Oristano, l’Istituto Camillo Bellieni di Sassari presenta il cd “Le musiche di Antonio Simon Mossa”, un’occasione imperdibile per immergersi nell’anima sonora di un grande uomo di cultura sardo scomparso nel 1971.
Le partiture sono state ritrovate solo negli ultimi anni dal responsabile dell’Archivio Simon Mossa, Pietro Simon, e affidate a Battista Giordano per l’analisi e la trascrizione.
Si assisterà a un vero e proprio concerto con la partecipazione del quartetto d’archi Reunis e del pianoforte di Antonella Chironi. Alla chitarra e voce si esibirà invece il cantante Beppe Dettori, per una novità assoluta che impreziosirà una serata già ricchissima di sorprese: la presentazione di “Dimandas”, poesia di Michele Pinna musicata e interpretata proprio dall’ex frontman dei Tazenda.
Alla presentazione interverranno la presidente Is.Be, Maria Doloretta Lai, che in qualità di curatrice parlerà del progetto di promozione culturale dell’opera, il maestro Battista Giordano, che racconterà la genesi e lo sviluppo di un aspetto inedito di Simon Mossa, quindi il figlio dell’autore, Pietro Simon, analizzerà alcuni aspetti relativi alla figura del padre e all’archivio a lui dedicato, infine la studiosa Daniela Masia illustrerà la poesia di Michele Pinna, Dimandas. L’ingresso è gratuito ma è preferibile prenotazione.
L’intento è quello di raccontare l’attività di trascrizione delle composizioni di Antonio Simon Mossa, e di quanto fosse avanti questo intellettuale poliedrico – scomparso all’età di cinquantacinque anni – anche dal punto di vista della scrittura di colonne sonore per film. Emerge così il talento musicale di un personaggio notissimo per il suo impegno di ideologo dell’indipendentismo sardo, complesso uomo di cultura, architetto, scrittore e giornalista.
A distanza di tre anni dall’evento di Alghero, in cui veniva raccontata la riscoperta di questo filone artistico inedito dell’autore, la presentazione del CD prevede tre serate concerto dedicate al compositore, musicista ed etnomusicologo.
Dopo Oristano l’appuntamento sarà il 21 maggio alle 18, alla Fondazione “Giuseppe Siotto” di Cagliari; e il 17 giugno, alle 18, al Teatro Astra di Sassari. Entrambi gli appuntamenti saranno accompagnati dall’ensemble d’archi Glareano.
L’iniziativa è organizzata dall’Is.Be con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna (legge regionale del 07.08.2009, art. 9, c. 10, lett. m. annualità 2005), e solo per la prima tappa con il patrocinio delle Acli provinciali di Oristano (risorse 5×1000). Per info e prenotazioni contattare l’email [email protected] o chiamare il numero 079/230268 (lun-merc-ven dalle 10 alle 13).
POSTE ITALIANE: ORISTANO, LA STORIA DI ANTONIO, TRA LO SPORTELLO DELL’UFFICIO POSTALE E IL CANOTTAGGIO
Oristano, 22 agosto 2024 – Il lavoro in uno degli 83 uffici postali della provincia di Oristano e la passione per il canottaggio. Sono questi gli elementi chiave della storia di Antonio Giuseppe Cesare Marras, per tutti Antonio, 63 anni, di Oristano, un diploma superiore da perito aziendale e corrispondente in lingue estere in tasca, in Poste Italiane dal 1984, applicato come operatore di sportello presso l’ufficio postale di Donigala Fenughedu. Da oltre 40 anni Antonio è un membro attivo del Circolo Nautico Oristano e dal 1982 svolge l’attività di allenatore, ruolo nel quale ha avuto modo di seguire la crescita sportiva della Medaglia D’argento a Parigi 2024 Stefano Oppo.
“Sono entrato in Azienza nel 1984 attraverso un concorso pubblico – racconta Antonio – per quelli che allora si chiamavano “uffici locali”. Ho lavorato in tanti piccoli paesi come operatore e monoperatore, visitando tante sedi in provincia. Ormai da diversi anni, lavoro stabilmente presso la sede di Donigala. Ho sempre pensato, attraverso il mio lavoro, di poter essere utile alla gente e nel corso degli anni, lavorando nel territorio, ho potuto constatare di persona quanto la nostra Azienda sia un punto di riferimento importante per i cittadini, specialmente nelle realtà più piccole e periferiche.” Quarant’anni in Poste Italiane e quarant’anni di canottaggio: il lavoro e la passione sono andati di pari passo nel corso della vita di Antonio, che tra lo sport e il suo ruolo in Azienda trova dei punti in comune. “In entrambi i contesti – racconta il dipendente di Poste – credo che il mio sia un ruolo sociale: allo sportello, nel rapporto con i clienti, cercando di capire quali sono le loro esigenze, con un occhio di riguardo alle persone anziane e più fragili; sul campo di allenamento e di gara con i ragazzi, che contribuisco a far crescere attraverso lo sport, insegnando loro l’umiltà e l’applicazione, senza scordare mai il divertimento, alla base di tutta la nostra attività. Ovviamente, ambedue i ruoli richiedono una grande capacità di rapportarsi agli altri, oltre che buone doti comunicative, per poter essere svolti al meglio. Infine credo che la solidità di Poste Italiane, che mi ha dato la tranquillità economica e la possibilità di avere il tempo da dedicare al canottaggio, e la serietà del Circolo Nautico Oristano, siano stati due elementi importantissimi per me, ai quali sento di aggiungere il fondamentale contributo fornito della mia famiglia.”
Nello sport come nel lavoro, sacrifici e impegno non possono mancare, per ottenere i risultati. Come la Medaglia d’Argento alle recenti Olimpiadi di Parigi nel canottaggio conquistata dall’oristanese Stefano Oppo, di cui Antonio Marras è stato il primo allenatore. “Ho allenato Stefano dal 2003 al 2010, per 7 anni – racconta l’operatore di sportello – e devo confessare che all’inizio non mostrava le caratteristiche che sono poi emerse da adulto: da piccolo, infatti, era molto timido e un po’ scoordinato. Dai 13 anni in su è andato via via migliorando nelle sue prestazioni fino a diventare il miglior canottiere sardo della sua categoria, e facendo poi il grande salto con le selezioni per il colleggio remiero di Piediluco: da lì in poi è iniziata la sua magnifica carriera, culminata nei successi che tutti conosciamo. Personalmente, sia la medaglia di Bronzo conquistata a Tokio che quella d’Argento conquistata poche settimane fa, mi hanno rimpito d’orgoglio e soddisfazione. Al ritorno di Stefano da Tokio ho festeggiato con lui qui in Sardegna, ma a Parigi non potevo mancare: ero sul campo di gara e all’arrivo sono esploso di gioia! Non c’è stato spazio per tante parole, dopo la gara – ammette infine Antonio – ambedue eravamo troppo emozionati per parlare!”