CONFARTIGIANATO SARDEGNA–C.STAMPA–28-12-20–BREXIT-La preoccupazione di Confartigianato Sardegna

BREXIT – L’accordo in extremis non rasserena le oltre 1.000 piccole
imprese sarde che esportano in Gran Bretagna. Oltremanica quasi
50milioni di euro di prodotti dall’Isola. Matzutzi (Presidente
Confartigianato Sardegna): “Il timore più grande è quello di essere
travolti da burocrazia e complicazioni”. La certificazione dei
prodotti passerà da CE a UKCA e complicazioni previste anche per il
commercio on line.

Fra qualche giorno la Brexit sarà una realtà per milioni di imprese
europee, comprese quelle della Sardegna, che esportano i loro prodotti
Oltremanica. Ma la firma di questo storico accordo commerciale
sottoscritto tra Europa e Gran Bretagna non rasserena le realtà
produttive isolane che si domandano quali saranno i rapporti che
regoleranno l’export di Sardegna, Italia ed Europa verso Inghilterra,
Galles, Scozia e Irlanda del Nord. Sono, infatti, più di un migliaio
le piccole aziende sarde che commerciano con Londra e che rischiano
una brusca frenata nei loro affari. Gli ultimi dati disponibili
parlano di oltre 50milioni di euro annui di prodotti sardi piazzati
sul suolo britannico.

Cosa cambierà per chi vorrà vendere beni e servizi nel Regno Unito?
Come si dovranno comportare gli artigiani per lavorare sul posto con
le proprie maestranze e professionalità? Ci saranno complicazioni o
facilitazioni? Cosa accadrà al commercio on line? Sono questi alcuni
degli interrogativi su ciò che potrà accadere alle aziende
esportatrici isolane, quesiti che Confartigianato Imprese Sardegna ha
raccolto in queste ultime settimane.

“Nessuno conosce nel dettaglio l’accordo che regolerà i rapporti
commerciali tra Regno Unito dalla UE, e ciò ci preoccupa abbastanza –
afferma Antonio Matzutzi, Presidente di Confartigianato Imprese
Sardegna – anche perché auspicavamo l’istituzione di un’area di libero
scambio con regole armonizzate, ma di questo, per ora, nessuno ne
parla. Soprattutto servirà particolare attenzione nel caso in cui il
Regno Unito decidesse di chiudere accordi bilaterali con paesi come
gli Stati Uniti. Per questo è necessario essere certi che quel paese
non diventi un punto di ingresso per prodotti di Italian Sounding e
non a norma europea”.

Infatti, dal primo gennaio, alimentari, abbigliamento, arredamenti,
macchinari ma anche servizi alle imprese, materie prime e semilavorati
dovranno, dopo tanti anni, nuovamente passare una dogana e svariati
controlli ed essere accompagnati da numerose certificazioni e
documenti. Per questo, tutte le cessioni di merci dall’Italia al Regno
Unito rappresenteranno operazioni di esportazione; sarà perciò
necessario espletare formalità doganali, tra cui la presentazione
della dichiarazione, l’assegnazione del numero di riferimento
dell’operazione, l’attribuzione del DAE (Documento Accompagnamento
Esportazione) e la ricevuta di uscita della merce. Di conseguenza, di
fatto le relazioni commerciali tra Regno Unito ed Europa saranno
fortemente rallentate.

Qualcosa da pagare in più ci sarà anche sul fronte del commercio on
line. “Con la Brexit, il web, che di fatto godeva del libero scambio,
viene fermato – continua Matzutzi – acquisti e vendite, infatti, d’ora
in poi, verranno equiparati a importazioni ed esportazioni, e quindi
regolati da imposte doganali, per far entrare e uscire beni dalla Gran
Bretagna, anche se le regole commerciali dovranno ancora essere
scritte”.

Complicazioni anche per le “marcature e certificazioni” dei prodotti;
per esempio, si passerà da quella CE alla UKCA (United Kingdom
Conformity Assessed) anche se la CE sarà accettata ancora per 1 anno.

“Dobbiamo prepararci a nuove regole e a nuovi standard da applicare
per ogni prodotto – prosegue Matzutzi – non sarà facile ma come
Associazione stiamo per predisporre degli incontri, che si svolgeranno
in webinar, proprio per preparare gli imprenditori, ovviamente appena
appena si conosceranno i dettagli dell’accordo”.

Secondo le segnalazioni che Confartigianato Sardegna ha raccolto in
questi mesi dagli imprenditori sardi, le principali preoccupazioni
sono 2: l’eventuale applicazione di IVA e dazi, e l’aumento della
burocrazia. Nel primo caso, l’applicazione dell’IVA alle merci
esportate e l’eventuale introduzione di dazi, comporterebbe un
maggiore costo finale per l’acquirente inglese che, visto l’aumento di
prezzo, potrebbe anche rinunciare a quel bene. Problema che, secondo
le imprese, non dovrebbe porsi per i prodotti sardi, essendo
fortemente tipicizzati, regionalizzati, molto richiesti e, una buona
parte dei quali, non sostituibili da prodotti locali inglesi tantomeno
da beni che potrebbero arrivare da altre nazioni. Nel secondo caso, il
timore più grande, anche prima dell’aumento delle tasse, è quello di
un “fiorire” di norme, leggi, direttive, circolari esplicative che
andrebbero a ingrossare il carico burocratico che già grava sulle
attività produttive italiane. E, come si sa, l’incertezza non
favorisce le aziende e le “non decisioni” danneggiano le attività
imprenditoriali.

Secondo i dati più recenti, di inizio 2019, le imprese sarde hanno
piazzato sul suolo inglese oltre 47 milioni di euro di merci.

I dati elaborati dall’Osservatorio per le MPI di Confartigianato
Imprese Sardegna sull’export delle MPI isolane nel Regno Unito, su
fonte ISTAT, ci dicono come questo Paese risulti essere il 9° mercato
di destinazione delle esportazioni manifatturiere della Sardegna.

Quanto ai settori, i prodotti maggiormente esportati sono stati gli
alimentari, seguiti dai prodotti in legno e metallo, pelletteria,
abbigliamento e tessile, mobili e ceramiche. A livello provinciale, in
testa l’area del Sud Sardegna con 25,530 milioni di euro, seguita da
Cagliari con 18,750, Sassari con 1,436, Oristano con 880mila euro e
Nuoro con 189mila euro.

Per Confartigianato Sardegna, il problema più importante che le
aziende potrebbero dover affrontare, potrebbe essere quello relativo a
ciò che, attualmente, dal punto di vista tecnico, non può essere
definito “esportazione” ma che potrebbe diventarlo improvvisamente,
con la conseguente introduzione della normativa doganale europea”.

L’invito che l’Associazione Artigiana rivolge agli imprenditori sardi
è quello di essere, in ogni caso, preparati al fatto che il Regno
Unito sarà, dal primo gennaio, un Paese terzo.

“Però il timore più grande è quello di tornare indietro di decenni –
rimarca il Presidente – passando da una situazione di libera
circolazione di merci e lavoratori ad una frattura profonda, fatta di
chiusura dei mercati e ripristino di dazi e tariffe, sia da una parte
che dall’altra”. “Come Associazione Imprenditoriale – conclude
Matzutzi – siamo fiduciosi che l’Italia e l’Europa saranno in grado di
trovare le modalità necessarie per gestire e minimizzare le ricadute
di quanto si potrà verificare”.

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Responsabile Ufficio Stampa Confartigianato Imprese Sardegna
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CONFARTIGIANATO SARDEGNA–C.STAMPA–19-03-19–BREXIT–Sardegna-BREXIT – Burocrazia e dati le paure di chi esporta verso Regno Unito

BREXIT – Burocrazia e dati: ecco le paure di chi esporta verso il
Regno Unito. In Sardegna il mercato oltremanica vale 47 milioni di
euro: dall’agroalimentare ai complementi d’arredo. Mameli
(Confartigianato Sardegna) agli imprenditori: “Necessario prepararsi a
lavorare con un Paese extra UE”.

Brexit o non Brexit? Questo è il problema per le imprese sarde che
vendono i prodotti oltremanica e che, nel primo semestre del 2018,
hanno piazzato sul suolo inglese quasi 47 milioni di euro di merci,
quota cresciuta, tra il 2017 e il 2018, del 62%.

“Seguiamo costantemente ciò che succede a Westminster ma più passa il
tempo, più l’incertezza per chi esporta dalla nostra Isola verso il
Regno Unito diventa palpabile – commenta Stefano Mameli, Segretario
Regionale di Confartigianato Imprese Sardegna – ci auguriamo che si
arrivi a una soluzione che non danneggi le aziende che in quella
Nazione hanno trovato un mercato importante e florido”.

I dati elaborati dall’Osservatorio per le MPI di Confartigianato
Imprese Sardegna sull’export delle MPI isolane nel Regno Unito
relativi al 2018, su fonte ISTAT, ci dicono come questo Paese risulti
essere il 9° mercato di destinazione delle esportazioni manifatturiere
della Sardegna.

Nei primi 6 mesi del 2018, lo scambio commerciale tra il territorio
sardo e lo United Kingdom valeva 46,785 milioni di euro di export.
Quanto ai settori, i prodotti maggiormente esportati sono stati gli
alimentari, seguiti dai prodotti in legno e metallo, pelletteria,
abbigliamento e tessile, mobili e ceramiche. A livello provinciale, in
testa l’area del Sud Sardegna con 25,530 milioni di euro, seguita da
Cagliari con 18,750, Sassari con 1,436, Oristano con 880mila euro e
Nuoro con 189mila euro.

“Se l’uscita dell’Inghilterra dall’UE fosse confermata – continua
Mameli – il problema più importante che le nostre aziende dovrebbero
immediatamente affrontare sarebbe quello relativo a ciò che,
attualmente, dal punto di vista tecnico, non può essere definito
“esportazione” ma che potrebbe diventare improvvisamente, con la
conseguente introduzione della normativa doganale europea”. “Si
tratta, pertanto, di una svolta importante, in considerazione del
numero di settori coinvolti e dei tempi ristrettissimi di applicazione
– puntualizza il Segretario – infatti, difficile pensare che un
cambiamento così radicale non determini un impatto negativo sulle
quote di import/export con il Regno Unito, almeno nel breve periodo”.

Secondo le segnalazioni che Confartigianato Sardegna ha raccolto dagli
imprenditori sardi, le principali preoccupazioni sono 2: l’eventuale
applicazione di IVA e dazi, e l’aumento della burocrazia. Nel primo
caso, l’applicazione dell’IVA alle merci esportate e l’eventuale
introduzione di dazi, comporterebbe un maggiore costo finale per
l’acquirente inglese che, visto l’aumento di prezzo, potrebbe anche
rinunciare a quel bene. Problema che, secondo le imprese, non dovrebbe
porsi per i prodotti sardi, essendo fortemente tipicizzati,
regionalizzati, molto richiesti e, una buona parte dei quali, non
sostituibili da prodotti locali inglesi tantomeno da beni che
potrebbero arrivare da altre nazioni. Nel secondo caso, il timore più
grande, anche prima dell’aumento delle tasse, è quello di un “fiorire”
di norme, leggi, direttive, circolari esplicative che andrebbero a
ingrossare il carico burocratico che già grava sulle attività
produttive italiane. E, come si sa, l’incertezza non favorisce le
aziende e le “non decisioni” danneggiano le attività imprenditoriali.

“A fronte di questo, l’auspicio è che fino all’ultimo istante siano
posti in campo tutti gli sforzi possibili per trovare un accordo che
consenta una uscita ‘ordinata’ o comunque concordata – aggiunge Mameli
– lo scenario internazionale è in questo periodo così complesso che
una ulteriore complicazione, proprio “sull’uscio di casa”, sarebbe
deleteria per gli operatori economici, anche dal punto di vista
psicologico”.

L’invito che Confartigianato Sardegna rivolge agli imprenditori sardi
è quello di essere, in ogni caso, preparati al fatto che il Regno
Unito possa diventare, a tutti gli effetti, un Paese terzo.

E, alla luce di questa totale incertezza, anche l’Italia si prepara a
uno scenario tutt’altro che indolore. La Presidenza del Consiglio dei
Ministri ha, infatti, predisposto un documento che fornisce
informazioni sul quadro generale di preparazione al recesso senza
accordo del Regno Unito dall’UE fornendo le prime indicazioni utili.
L’obiettivo principale è garantire, anche con misure legislative, la
tutela dei diritti dei cittadini italiani che vivono nel Regno Unito e
dei cittadini britannici che vivono in Italia, la tutela della
stabilità finanziaria e della continuità operativa dei mercati e dei
settori bancario, finanziario e assicurativo (sia localizzati in
Italia, sia nel Regno Unito), anche al fine di evitare rischi di
liquidità e di garantire certezza delle transazioni e la promozione di
un’adeguata preparazione delle imprese nella gestione di emergenze
relative ad alcuni settori come, ad esempio, trasporti, dogane,
sanità, agricoltura, ricerca, istruzione.

Ecco i punti salienti del vademecum in assenza di un accordo.

Responsabilità della catena di approvvigionamento.

Il diritto dell’UE attribuisce alle imprese responsabilità diverse a
seconda della posizione che occupano nella catena di
approvvigionamento (fabbricanti, importatori, distributori
all’ingrosso, ecc.). Ad esempio, se dopo la Brexit le imprese dell’UE
che acquistano merci dal Regno Unito saranno considerate importatrici
ai fini della normativa dell’Unione in materia di prodotti, il diritto
dell’UE imporrà loro una nuova serie di obblighi giuridici. Chi riceve
prodotti dal Regno Unito, dovrebbe valutare fin da ora le sue
responsabilità ai sensi del diritto dell’UE.

Certificati, licenze e autorizzazioni

Se l’attività dipende da certificati, licenze o autorizzazioni
rilasciati dalle autorità del Regno Unito o da organi con sede nel
Regno Unito – o detenuti da una persona stabilita nel Regno Unito –
questi potrebbero non essere più validi nell’UE dopo la Brexit.
Potrebbe essere necessario trasferirli o richiederne di nuovi a un
organo o a un’autorità dell’UE a 27. Ciò vale in particolare per i
certificati, le licenze e le autorizzazioni emessi per merci (ad
esempio nel settore automobilistico o dei dispositivi medici) e
servizi (ad esempio nel settore finanziario, dei trasporti o delle
trasmissioni radiotelevisive). Si dovrebbero adottare al più presto
tutte le misure necessarie per trasferire all’UE a 27 i certificati,
le licenze o le autorizzazioni emessi nel Regno Unito, o per ottenerne
di nuovi.

Dogane, IVA e accise

In termini di dogane e imposte indirette, c’è una grande differenza
fra trasferire merci all’interno dell’UE e da/verso un Paese terzo.
Dopo la Brexit, commerciare con il Regno Unito diventerà più complesso
dal punto di vista delle procedure doganali e dell’IVA. Chi
intrattiene scambi commerciali con aziende del Regno Unito, dovrebbe
familiarizzare con le procedure e le norme dell’UE che si
applicheranno dopo la Brexit, soprattutto se l’ esperienza nel
commercio con Paesi terzi è limitata o inesistente.

Norme d’origine

Per le esportazioni di merci verso i Paesi terzi con cui l’UE ha
concluso un accordo di libero scambio, gli esportatori possono
beneficiare di tariffe preferenziali a condizione che i prodotti
abbiano abbastanza “contenuto UE” secondo i parametri delle norme di
origine. Dopo la Brexit, l’apporto del Regno Unito al prodotto finito
non potrà più essere considerato contenuto UE. Ai fini del calcolo
dell’origine preferenziale dell’UE delle merci che trattate, si
dovrebbero quindi esaminare le catene di approvvigionamento e iniziare
a considerare “non originario” l’apporto del Regno Unito.

Divieti e restrizioni per l’importazione/esportazione delle merci

Per tutelare la salute, la sicurezza e l’ambiente, le norme dell’UE
limitano l’importazione da Paesi terzi e l’esportazione verso gli
stessi di determinate merci, tra cui animali vivi e prodotti di
origine animale, oltre a taluni vegetali e prodotti vegetali quali gli
imballaggi in legno. L’importazione e l’esportazione di determinati
prodotti richiedono autorizzazioni o notifiche specifiche, come nel
caso dei materiali radioattivi, dei rifiuti e di alcune sostanze
chimiche. Dopo la Brexit, le merci dirette a o provenienti dal Regno
Unito saranno soggette a queste norme dell’UE. Si dovranno adottare le
misure necessarie per garantire la conformità con i divieti e le
restrizioni imposti dall’Unione in materia di importazioni ed
esportazioni.

“Il timore più grande è quello di tornare indietro di decenni –
sottolinea Mameli – passando da una situazione di libera circolazione
di merci e lavoratori ad una frattura profonda, fatta di chiusura dei
mercati e ripristino di dazi e tariffe, sia da una parte che
dall’altra”. “Come Associazione Imprenditoriale – conclude Mameli –
siamo fiduciosi che l’Italia e l’Europa saranno in grado di trovare le
modalità necessarie per gestire e minimizzare le ricadute di quanto si
potrà verificare”

Export delle Medie e Piccole Imprese della Sardegna verso il Regno
Unito nel primo semestre 2018

Esportazioni MPI in milioni di euro

Cagliari

18,750

Sud Sardegna

25,530

Nuoro

0,189

Oristano

0,880

Sassari

1,436

SARDEGNA

46,785