Cruciani, un’ora senza filtri: «La Zanzara sono io. E i talk show servono soprattutto a fare ascolti»
AUTORI IN COSTA 2026 | All’Hotel delle Rose il giornalista e conduttore de “La Zanzara” ha presentato il libro “Libertà”, moderato da Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio
Porto Cervo 18 Agosto 2026 – di Fausto Farinelli
Giuseppe Cruciani arriva sul palco di “Autori in Costa 2026” con il suo stile più riconoscibile: diretto, spigoloso, spesso provocatorio. Nessuna distanza tra il personaggio radiofonico e l’uomo che presenta il libro Libertà. «Cruciani e La Zanzara si identificano l’uno con l’altro. Non c’è differenza», dice quasi subito, rispondendo alla prima domanda di Gigio D’Ambrosio.
L’incontro, ospitato all’Hotel delle Rose e moderato dai giornalisti Fulvio Giuliani e Gigio D’Ambrosio, ha attraversato temi molto diversi: libertà individuale, famiglia, femminismo, televisione, politica, immigrazione, sicurezza urbana, prostituzione, capitalismo e referendum sulla giustizia. Un percorso volutamente irregolare, proprio come il libro che Cruciani ha portato sul palco.
Libertà è costruito come un alfabeto del politicamente scorretto. Non un testo da affrontare obbligatoriamente dall’inizio alla fine, ma un volume da aprire a caso, seguendo una parola, un concetto, una provocazione. «Ce n’è per tutti i gusti», anticipa D’Ambrosio. E Cruciani non fa nulla per smentirlo.
Il primo argomento affrontato è quello delle associazioni LGBTQ+. Il conduttore distingue tra le persone e le organizzazioni, contestando ciò che considera una tendenza a classificare continuamente gli individui in base al loro orientamento sessuale. A suo avviso, molte associazioni si attribuirebbero una rappresentanza che non hanno e tenderebbero a definire omofobo chi non aderisce integralmente alle loro battaglie.
Ma proprio su adozioni e famiglie omogenitoriali, Cruciani prende una posizione che può sorprendere chi lo colloca automaticamente nel campo conservatore. «Un bambino può crescere tranquillamente con due uomini o con due donne», afferma. Per lui non è obbligatoria la presenza di una madre e di un padre per garantire a un figlio affetto ed equilibrio: ci sono, osserva, bambini cresciuti male in famiglie tradizionali e altri cresciuti bene con due padri o due madri.
La sua posizione, tuttavia, non coincide con l’idea che la genitorialità sia un diritto assoluto. «Avere figli non è un diritto», ribadisce. Né per le coppie eterosessuali né per quelle omosessuali. Se una maggioranza politica decide di consentire l’adozione, per Cruciani va bene; ma non ritiene che il desiderio di avere un figlio possa trasformarsi automaticamente in un diritto esigibile.
Nel corso della serata torna anche il caso Barilla, nato anni fa proprio durante una trasmissione radiofonica. Cruciani ricorda l’intervento di Guido Barilla e la frase sulla famiglia tradizionale che provocò proteste e polemiche internazionali. Un episodio che, nella sua lettura, dimostra quanto una dichiarazione nata in diretta possa diventare rapidamente una questione globale, incidendo persino sulle strategie comunicative di una grande azienda.
Poi c’è “La Zanzara”, il programma che Cruciani conduce da vent’anni e che, nel tempo, ha alzato sempre di più la soglia dello scontro e della provocazione. Lui preferisce parlare di linguaggio diretto, spontaneo e senza censure. Un linguaggio che, a suo dire, ha anche avvicinato molti giovani alla radio.
Non nega che ci sia una costruzione dietro le discussioni più rumorose. La contrapposizione è cercata e preparata: servono persone con idee opposte, capaci di sostenere una discussione vera. Ma Cruciani dice di non sopportare la finzione. Quando comprende che un ospite sta recitando una parte, forzando l’indignazione o costruendo artificialmente il personaggio, perde interesse.
Il modello americano che cita è quello di Jerry Springer, dove il conflitto diventava spettacolo. Ma, precisa, l’incazzatura deve essere autentica. Anche uno scontro estremo, per lui, resta una forma di confronto. «Se mi dici arena non è che mi offendo», osserva.
Il discorso si sposta naturalmente sulla televisione. Qui Cruciani non usa giri di parole: i talk show, secondo lui, non hanno una vera funzione educativa né informativa. Bisogna guardarli come si guarda il teatro. Sul palcoscenico ciascuno interpreta un ruolo e il giudizio finale non arriva dal dibattito pubblico, ma dai dati Auditel della mattina successiva.
«L’obiettivo è vedere se hai fatto il 6,4 e il giorno prima hai fatto il 5,5», spiega. Se un litigio tra un ospite di destra e uno di sinistra fa crescere la curva dell’ascolto, quel confronto verrà riproposto. Per Cruciani non c’è ipocrisia in questo: la televisione vive di ascolti e ricavi. L’errore, semmai, è fingere che ogni trasmissione esista per raccontare la verità al pubblico.
Dalle dinamiche televisive si passa alla politica. La lettera “F” del libro porta al femminismo. Cruciani riconosce il valore storico del movimento che ha contribuito a conquistare il voto e l’emancipazione delle donne, ma attacca quello contemporaneo, accusandolo di aver sostituito le grandi battaglie con questioni come quote rosa, linguaggio di genere e ricerca continua del sessismo.
La sua critica è netta: non ogni comportamento sbagliato di un uomo, sostiene, va ricondotto a una struttura patriarcale. A volte, osserva, si tratta semplicemente di un uomo che si comporta male. Nella stessa parte dell’incontro torna sul dibattito relativo al consenso nei rapporti sessuali e difende la propria opposizione a una proposta normativa che, a suo giudizio, avrebbe potuto creare un’inversione dell’onere della prova e ulteriori difficoltà nei tribunali.
Sul palco trova spazio anche Roberto Vannacci. Fulvio Giuliani richiama il riferimento al “patriarcato mediterraneo”, formula usata dal generale. Cruciani risponde di non aver compreso fino in fondo il significato dell’espressione, ma interpreta la comunicazione di Vannacci come una reazione alle campagne contro il patriarcato e come un richiamo alla famiglia tradizionale.
Il conduttore precisa di non essere un ideologo del generale, nonostante negli anni si sia vociferato di questa vicinanza, anche perché ha presentato diversi libri di Vannacci e ne ha seguito da vicino l’ascesa. «Non riesco neppure a essere l’ideologo di me stesso», dice, respingendo l’etichetta.
Ciò non gli impedisce di riconoscere l’abilità politica dell’europarlamentare. «Il fenomeno Vannacci è molto più sfaccettato», sostiene. Secondo Cruciani, il generale sta raccogliendo consensi perché riesce a inserirsi nelle promesse rimaste in parte inevase dal centrodestra, soprattutto su immigrazione e sicurezza.
Le stazioni ferroviarie diventano il simbolo di questo ragionamento. Per Cruciani non basta schierare militari all’ingresso: servono presidi nelle vie circostanti, telecamere, illuminazione e controlli reali. «Le stazioni italiane sono la cartina di tornasole di come funzionano le cose». E aggiunge una previsione politica personale: Vannacci sarebbe già in grado di raccogliere oltre il 10 per cento dei consensi.
La politica italiana viene poi affrontata attraverso giudizi rapidi sui suoi protagonisti. Elly Schlein, per Cruciani, è «inconcludente» e «inconsistente». Giuseppe Conte viene invece definito molto abile e politicamente furbo, pur con una valutazione durissima sul reddito di cittadinanza e sul Superbonus. Antonio Tajani, secondo il conduttore, dovrebbe parlare meno, anche se gli riconosce il merito di aver mantenuto Forza Italia in piedi dopo la morte di Silvio Berlusconi. Matteo Salvini, infine, viene descritto come un leader ormai in fase di declino, dopo aver sprecato – secondo Cruciani – una grande occasione politica.
Ampio spazio viene dedicato anche a Milano, alla sua viabilità e alle piste ciclabili. Cruciani critica le politiche green e ambientaliste che, a suo avviso, in molte città sacrificano le esigenze di chi utilizza l’auto per lavorare. Nel centrodestra milanese vede confusione e mancanza di candidature forti. Per questo giudica “geniale” la scelta di Vannacci di anticipare tutti indicando il generale Roberto Burgio come possibile candidato sindaco: una mossa, sostiene, che gli permette di occupare uno spazio mentre gli altri discutono senza decidere.
La sua difesa del capitalismo è altrettanto esplicita. Cruciani si definisce «ipercapitalista» e considera il capitalismo occidentale il sistema che, pur con molti difetti, ha prodotto maggiore benessere e libertà. L’uguaglianza, nella sua visione, deve esistere davanti alla legge, non nella pretesa di rendere le persone identiche. Il socialismo, invece, viene descritto come il progetto degli utopisti che cercano di imporre un’uguaglianza impossibile.
Sul tema della prostituzione, sostiene una linea di piena regolamentazione. Per lui il fenomeno esiste e non può essere cancellato fingendo che non ci sia. Ritiene che le persone che scelgono liberamente questa attività debbano poter lavorare alla luce del sole, pagare le tasse e avere persino un intermediario professionale, distinguendo sempre la libera scelta da ogni forma di sfruttamento o costrizione. Nello stesso quadro inserisce OnlyFans, che considera una forma di prostituzione virtuale.
Nella parte conclusiva arrivano le domande del pubblico. A chi gli chiede se il linguaggio crudo de “La Zanzara” possa influenzare negativamente i giovani, Cruciani risponde di non sentirsi un cattivo maestro. Le parolacce, per lui, fanno parte della lingua quotidiana e non nascono con la radio. Il punto, sostiene, è l’uso che se ne fa e il contesto nel quale vengono pronunciate.
A un’altra domanda sul referendum per la giustizia, Cruciani dice di aver votato sì, ma giudica un errore politico aver scelto la strada referendaria. È favorevole alla separazione delle carriere e a una limitazione dei poteri della magistratura, ma ritiene che questioni così tecniche debbano essere affrontate con strumenti legislativi ordinari e non trasformate in un voto generale sul governo.
La serata si chiude tra applausi, battute e il firmacopie. Cruciani resta coerente con il personaggio che il pubblico conosce: pronto a forzare il linguaggio, a cambiare tema senza preavviso, a provocare e a difendere il diritto di dire ciò che pensa. Non cerca il consenso di tutti. Cerca il confronto, anche quando diventa scontro.