Giorgia Meloni a Cagliari: video integrale discorso.

Giorgia Meloni, nel corso di un evento pubblico, ha presentato un bilancio delle azioni del suo governo, sottolineando significativi traguardi come il raggiungimento di un record storico nell’occupazione e un efficace contrasto all’evasione fiscale. Ha messo in luce le politiche adottate per sostenere l’occupazione, in particolare quella femminile, e per alleggerire il fardello fiscale su lavoratori e imprese. Il discorso ha riservato un focus speciale sulla Sardegna, con l’annuncio di progetti volti a potenziare l’isola a livello mediterraneo e internazionale, come lo sviluppo dei porti e l’istituzione di un’università dedicata al Mediterraneo. Meloni ha poi rivolto critiche alle precedenti amministrazioni e alle forze di opposizione, accusandole di aver governato senza una visione concreta e di aver lasciato un’eredità di sprechi. Infine, ha fatto appello al voto, presentando la sua amministrazione come impegnata verso un futuro di stabilità e crescita per l’Italia e, in particolare, per territori strategici come la Sardegna.




Il discorso di fine anno – 2023 – del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Care concittadine e cari concittadini, questa sera ci stiamo preparando a festeggiare l’arrivo del nuovo anno. Nella consueta speranza che si aprano giorni positivi e rassicuranti.

Naturalmente, non possiamo distogliere il pensiero da quanto avviene intorno a noi. Nella nostra Italia, nel mondo.

Sappiamo di trovarci in una stagione che presenta tanti motivi di allarme. E, insieme, nuove opportunità.

Avvertiamo angoscia per la violenza cui, sovente, assistiamo: tra gli Stati, nella società, nelle strade, nelle scene di vita quotidiana.

La violenza.

Anzitutto, la violenza delle guerre. Di quelle in corso; e di quelle evocate e minacciate.

Le devastazioni che vediamo nell’Ucraina, invasa dalla Russia, per sottometterla e annetterla.

L’orribile ferocia terroristica del 7 ottobre scorso di Hamas contro centinaia di inermi bambini, donne, uomini, anziani d’Israele. Ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità.

La reazione del governo israeliano, con un’azione militare che provoca anche migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti.

La guerra – ogni guerra – genera odio.

E l’odio durerà, moltiplicato, per molto tempo, dopo la fine dei conflitti.

La guerra è frutto del rifiuto di riconoscersi tra persone e popoli come uguali. Dotati di pari dignità. Per affermare, invece, con il pretesto del proprio interesse nazionale, un principio di diseguaglianza.

E si pretende di asservire, di sfruttare. Si cerca di giustificare questi comportamenti perché sempre avvenuti nella storia. Rifiutando il progresso della civiltà umana.

Il rischio, concreto, è di abituarsi a questo orrore. Alle morti di civili, donne, bambini. Come – sempre più spesso – accade nelle guerre.

Alla tragica contabilità dei soldati uccisi. Reciprocamente presentata; menandone vanto.

Vite spezzate, famiglie distrutte. Una generazione perduta.

E tutto questo accade vicino a noi. Nel cuore dell’Europa. Sulle rive del Mediterraneo.

Macerie, non solo fisiche. Che pesano sul nostro presente. E graveranno sul futuro delle nuove generazioni.

Di fronte alle quali si presentano oggi, e nel loro possibile avvenire, brutalità che pensavamo, ormai, scomparse; oltre che condannate dalla storia.

La guerra non nasce da sola. Non basterebbe neppure la spinta di tante armi, che ne sono lo strumento di morte. Così diffuse. Sempre più letali. Fonte di enormi guadagni.

Nasce da quel che c’è nell’animo degli uomini. Dalla mentalità che si coltiva. Dagli atteggiamenti di violenza, di sopraffazione, che si manifestano.

È indispensabile fare spazio alla cultura della pace. Alla mentalità di pace.

Parlare di pace, oggi, non è astratto buonismo. Al contrario, è il più urgente e concreto esercizio di realismo, se si vuole cercare una via d’uscita a una crisi che può essere devastante per il futuro dell’umanità.

Sappiamo che, per porre fine alle guerre in corso, non basta invocare la pace.

Occorre che venga perseguita dalla volontà dei governi. Anzitutto, di quelli che hanno scatenato i conflitti.

Ma impegnarsi per la pace significa considerare queste guerre una eccezione da rimuovere; e non la regola del prossimo futuro.

Volere la pace non è neutralità; o, peggio, indifferenza, rispetto a ciò che accade: sarebbe ingiusto, e anche piuttosto spregevole.

Perseguire la pace vuol dire respingere la logica di una competizione permanente tra gli Stati. Che mette a rischio le sorti dei rispettivi popoli. E mina alle basi una società fondata sul rispetto delle persone.

Per conseguire la pace non è sufficiente far tacere le armi.

Costruirla significa, prima di tutto, educare alla pace. Coltivarne la cultura nel sentimento delle nuove generazioni. Nei gesti della vita di ogni giorno. Nel linguaggio che si adopera.

Dipende, anche, da ciascuno di noi.

Pace, nel senso di vivere bene insieme. Rispettandosi, riconoscendo le ragioni dell’altro. Consapevoli che la libertà degli altri completa la nostra libertà.

Vediamo, e incontriamo, la violenza anche nella vita quotidiana. Anche nel nostro Paese.

Quando prevale la ricerca, il culto della conflittualità. Piuttosto che il valore di quanto vi è in comune; sviluppando confronto e dialogo.

La violenza

Penso a quella più odiosa sulle donne.

Vorrei rivolgermi ai più giovani.

Cari ragazzi, ve lo dico con parole semplici: l’amore non è egoismo, possesso, dominio, malinteso orgoglio. L’amore – quello vero – è ben più che rispetto: è dono, gratuità, sensibilità.

Penso alla violenza verbale e alle espressioni di denigrazione e di odio che si presentano, sovente, nella rete.

Penso alla violenza che qualche gruppo di giovani sembra coltivare, talvolta come espressione di rabbia.

Penso al risentimento che cresce nelle periferie. Frutto, spesso, dell’indifferenza; e del senso di abbandono.

Penso alla pessima tendenza di identificare avversari o addirittura nemici. Verso i quali praticare forme di aggressività. Anche attraverso le accuse più gravi e infondate. Spesso, travolgendo il confine che separa il vero dal falso.

Queste modalità aggravano la difficoltà di occuparsi efficacemente dei problemi e delle emergenze che, cittadini e famiglie, devono affrontare, giorno per giorno.

Il lavoro che manca. Pur in presenza di un significativo aumento dell’occupazione.

Quello sottopagato. Quello, sovente, non in linea con le proprie aspettative e con gli studi seguiti.

Il lavoro, a condizioni inique, e di scarsa sicurezza. Con tante, inammissibili, vittime.

Le immani, differenze di retribuzione tra pochi superprivilegiati e tanti che vivono nel disagio.

Le difficoltà che si incontrano nel diritto alle cure sanitarie per tutti. Con liste d’attesa per visite ed esami, in tempi inaccettabilmente lunghi.

La sicurezza della convivenza. Che lo Stato deve garantire. Anche contro il rischio di diffusione delle armi.

Rispetto allo scenario in cui ci muoviamo, i giovani si sentono fuori posto. Disorientati, se non estranei a un mondo che non possono comprendere; e di cui non condividono andamento e comportamenti.

Un disorientamento che nasce dal vedere un mondo che disconosce le loro attese. Debole nel contrastare una crisi ambientale sempre più minacciosa. Incapace di unirsi nel nome di uno sviluppo globale.

In una società così dinamica, come quella di oggi, vi è ancor più bisogno dei giovani. Delle loro speranze. Della loro capacità di cogliere il nuovo.

Dipende da tutti noi far prevalere, sui motivi di allarme, le opportunità di progresso scientifico, di conoscenza, di dimensione umana.

Quando la nostra Costituzione parla di diritti, usa il verbo “riconoscere”.

Significa che i diritti umani sono nati prima dello Stato. Ma, anche, che una democrazia si nutre, prima di tutto, della capacità di ascoltare.

Occorre coraggio per ascoltare. E vedere – senza filtri – situazioni spesso ignorate; che ci pongono di fronte a una realtà a volte difficile da accettare e affrontare.

Come quella di tante persone che vivono una condizione di estrema vulnerabilità e fragilità; rimasti isolati. In una società pervasa da quella “cultura dello scarto”, così efficacemente definita da Papa Francesco.

Cui rivolgo un saluto e gli auguri più grandi. E che ringrazio per il suo instancabile Magistero.

Affermare i diritti significa ascoltare gli anziani. Preoccupati di pesare sulle loro famiglie; mentre il sistema assistenziale fatica a dar loro aiuto.

Si ha sempre bisogno della saggezza e dell’esperienza. E di manifestare rispetto e riconoscenza per le generazioni precedenti. Che, con il lavoro e l’impegno, hanno contribuito alla crescita dell’Italia.

Affermare i diritti significa prestare attenzione alle esigenze degli studenti, che vanno aiutati a realizzarsi. Il cui diritto allo studio incontra, nei fatti, ostacoli. A cominciare dai costi di alloggio nelle grandi città universitarie; improponibili per la maggior parte delle famiglie.

Significa rendere effettiva la parità tra donne e uomini: nella società, nel lavoro, nel carico delle responsabilità familiari.

Significa non volgere lo sguardo altrove di fronte ai migranti.

Ma ascoltare significa, anche, saper leggere la direzione e la rapidità dei mutamenti che stiamo vivendo. Mutamenti che possono recare effetti positivi sulle nostre vite.

La tecnologia ha sempre cambiato gli assetti economici e sociali.

Adesso, con l’intelligenza artificiale che si autoalimenta, sta generando un progresso inarrestabile. Destinato a modificare profondamente le nostre abitudini professionali, sociali, relazionali..

Ci troviamo nel mezzo di quello che verrà ricordato come il grande balzo storico dell’inizio del terzo millennio. Dobbiamo fare in modo che la rivoluzione che stiamo vivendo resti umana. Cioè, iscritta dentro quella tradizione di civiltà che vede, nella persona – e nella sua dignità – il pilastro irrinunziabile.

Viviamo, quindi, un passaggio epocale. Possiamo dare tutti qualcosa alla nostra Italia. Qualcosa di importante. Con i nostri valori. Con la solidarietà di cui siamo capaci.

Con la partecipazione attiva alla vita civile.

A partire dall’esercizio del diritto di voto.

Per definire la strada da percorrere, è il voto libero che decide. Non rispondere a un sondaggio, o stare sui social.

Perché la democrazia è fatta di esercizio di libertà.

Libertà che, quanti esercitano pubbliche funzioni – a tutti i livelli -, sono chiamati a garantire.

Libertà indipendente da abusivi controlli di chi, gestori di intelligenza artificiale o di potere, possa pretendere di orientare il pubblico sentimento.

Non dobbiamo farci vincere dalla rassegnazione. O dall’indifferenza. Non dobbiamo chiuderci in noi stessi per timore che le impetuose novità che abbiamo davanti portino soltanto pericoli.

Prima che un dovere, partecipare alla vita e alle scelte della comunità è un diritto di libertà. Anche un diritto al futuro. Alla costruzione del futuro.

Partecipare significa farsi carico della propria comunità. Ciascuno per la sua parte.

Significa contribuire, anche fiscalmente. L’evasione riduce, in grande misura, le risorse per la comune sicurezza sociale. E ritarda la rimozione del debito pubblico; che ostacola il nostro sviluppo.

Contribuire alla vita e al progresso della Repubblica, della Patria, non può che suscitare orgoglio negli italiani.

Ascoltare, quindi; partecipare; cercare, con determinazione e pazienza, quel che unisce.

Perché la forza della Repubblica è la sua unità.

L’unità non come risultato di un potere che si impone.

L’unità della Repubblica è un modo di essere. Di intendere la comunità nazionale. Uno stato d’animo; un atteggiamento che accomuna; perché si riconosce nei valori fondanti della nostra civiltà: solidarietà, libertà, uguaglianza, giustizia, pace.

I valori che la Costituzione pone a base della nostra convivenza. E che appartengono all’identità stessa dell’Italia.

Questi valori – nel corso dell’anno che si conclude – li ho visti testimoniati da tanti nostri concittadini.

Li ho incontrati nella composta pietà della gente di Cutro.

Li ho riconosciuti nella operosa solidarietà dei ragazzi di tutta Italia che, sui luoghi devastati dall’alluvione, spalavano il fango; e cantavano ‘Romagna mia’.

Li ho letti negli occhi e nei sorrisi, dei ragazzi con autismo che lavorano con entusiasmo a Pizza aut. Promossa da un gruppo di sognatori. Che cambiano la realtà.

O di quelli che lo fanno a Casal di Principe. Laddove i beni confiscati alla camorra sono diventati strumenti di riscatto civile, di impresa sociale, di diffusione della cultura. Tenendo viva la lezione di legalità di don Diana.

Nel radunarsi spontaneo di tante ragazze, dopo i terribili episodi di brutalità sulle donne. Con l’intento di dire basta alla violenza. E di ribellarsi a una mentalità di sopraffazione.

Li vedo nell’impegno e nella determinazione di donne e uomini in divisa. Che operano per la nostra sicurezza. In Italia, e all’estero.

Nella passione civile di persone che, lontano dai riflettori della notorietà, lavorano per dare speranza e dignità a chi è in carcere.

O di chi ha lasciato il proprio lavoro – come è avvenuto – per dedicarsi a bambini, ragazzi e mamme in gravi difficoltà.

A tutti loro esprimo la riconoscenza della Repubblica.

Perché le loro storie raccontano già il nostro futuro.

Ci dicono che uniti siamo forti.

Buon anno a tutti!




Olbia: comunicato rassegna Sul filo de discorso

Dal 24 giugno al 3 agosto ritorna, per la 10ª volta consecutiva, la rassegna letteraria “Sul Filo del Discorso”, organizzata della Biblioteca Civica Simpliciana e promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Olbia.  Si svolgerà in notturna, a partire dalle 21:30, all’aperto, come si addice d’estate, nel cortile dell’ex palazzo scolastico, prevede 15 appuntamenti in cui si alterneranno, come di consueto, presentazioni di libri, reading letterari e spettacoli. Come in passato saliranno sul palco scrittori, giornalisti, politici, opinionisti, cantanti, attori.

L’edizione di quest’anno, sarà inaugurata il 24 giugno, con inizio alle ore 21:30, dal reading intorno al libro di Raffaele Sari Bozzolo, “L’illusione che tu m’abbia amato Un secolo di storie d’amore”. 

Introdurrà l’incontro e dialogherà con l’autore Sonia Borsato, mentre le letture e i canti saranno curate da Franca Masu,  accompagnata da Luca Falomi alla chitarra e da  Fausto Beccalossi alla fisarmonica.

Il libro di Raffaele Sari Bozzolo racconta il novecento attraverso 28 storie d’amore di altrettante coppie che hanno vissuto quel secolo. Da Dino Campana e Sibilla Aleramo a Joe Di maggio e Marylin Monroe, da Giovanni Falcone e Francesca Morvillo fino a Federico Fellini e Giulietta Masina.

RAFFAELE SARI BOZZOLO – E’ nato a Finale Ligure (SV) nel 1968, da madre ligure e padre algherese; all’età di vent’anni si è trasferito ad Alghero, dove oggi insegna Lettere. Dalla metà degli anni novanta pubblica su riviste nazionali ed internazionali studi e saggi, occupandosi di storia e letteratura sarda e di alcune biografie critiche. 

CORTILE EX PALAZZO SCOLASTICO

24 GIUGNO 3 AGOSTO ORE 21:30

INGRESSO LIBERO E GRATUITO

RASSEGNA LETTERARIA SUL FILO DEL DISCORSO 

X EDIZIONE




Rassegna Letteraria “Sul Filo del Discorso” IX edizione

“Vuoi davvero arrenderti?”

La commissaria Lisa Mancini a soli trentatré anni ha già alle spalle una carriera straordinaria. Tanti successi in Italia e all’estero di cui potrebbe vantarsi, ma che creano intorno a lei un’aura di mistero il giorno in cui decide di abbandonare l’incarico all’Interpol di Lione per dirigere il commissariato di Montezenta, un piccolo centro romagnolo con i pregi e i difetti della provincia italiana, e di tutte le province del mondo. Nessuno conosce il motivo del trasferimento di Lisa. Tutto quello che sappiamo sul suo conto è che, sbrigate le pratiche di routine, se ne sta tutto il giorno chiusa nel suo ufficio a giocare a Candy Crush sul cellulare. Finché non viene denunciata la scomparsa di River: un quindicenne di origine inglese che vive con la sua famiglia in un piccolo villaggio appena fuori dalle mura medievali di Montezenta. Una comunità libertaria e anticonformista che trasforma in opere d’arte i materiali di scarto, e che attira per questo su di sé l’ostilità e i pregiudizi del resto della popolazione.

River – uno studente modello, capace di farsi amare da tutti – è davvero una vittima oppure sta scappando da qualcosa di cui è lui stesso responsabile? Per riuscire a rispondere a questa domanda, Lisa dovrà combattere i demoni del suo passato, e trasformare la ricerca del ragazzo in un viaggio a perdifiato dentro sé stessa.

In un romanzo straripante di scelte coraggiose e parole raccolte con cura, di canzoni che si insinuano nei pensieri e film che lasciano folgorati, Lisa Mancini è un personaggio che parla di noi, delle nostre paure, dei nostri affetti più incandescenti.

Francesca Serafini ha pubblicato tra le altre cose Questo è il punto. Istruzioni per l’uso della punteggiatura, Di calcio non si parla e Lui, io, noi (con Dori Ghezzi e Giordano Meacci). Scrive da anni sceneggiature per la tv e per il cinema: con Claudio Caligari e Giordano Meacci ha scritto Non essere cattivo, film dell’anno ai Nastri d’argento nel 2016 e candidato italiano agli Oscar nello stesso anno. Sempre con Giordano Meacci ha scritto il biopic Fabrizio De André – Principe libero del 2018. Tre madri è il suo primo romanzo.

Dialogherà con l’autrice Luana Scanu

***

Giovedi 29 luglio con inizio alle ore 21:00,  presso l’Arena Parco Fausto Noce, la  Rassegna propone lo spettacolo dal titolo CI VUOLE ORECCHIO,  Elio canta e recita Enzo Jannacci, arrangiamenti musicali M° Paolo Silvestri, per la regia di  Giorgio Gallione. 

Enzo Jannacci, il poetastro come amava definirsi, è stato il cantautore più eccentrico e personale della storia della canzone italiana, in grado di intrecciare temi e stili apparentemente inconciliabili: allegria e tristezza, tragedia e farsa, gioia e malinconia.

E ogni volta il suo sguardo, poetico e bizzarro, è riuscito a spiazzare, a stupire: popolare e anticonformista contemporaneamente.

Jannacci è anche l’artista che meglio di chiunque altro ha saputo raccontare la Milano delle periferie degli anni ‘60 e ‘70, trasfigurandola in una sorta di teatro dell’assurdo realissimo e toccante, dove agiscono miriadi di personaggi picareschi e borderline, ai confini del surreale.

“Roba minima”, diceva Jannacci, barboni, tossici, prostitute coi calzett de seda, ma anche cani coi capelli o telegrafisti dal cuore urgente.

Un Buster Keaton della canzone, nato dalle parti di Lambrate, che verrà rivisitato, reinterpretato e “ricantato” da Elio… chi se non lui!

Si prevede uno scoppiettante confronto tra due saltimbanchi della musica alle prese con un repertorio sconfinato e irripetibile, arricchito da scritti e pensieri di compagni di strada, reali o ideali, di “schizzo” Jannacci.

Da BeppeViolaa CesareZavattini, da FrancoLoia MicheleSerra,da UmbertoEcoa

Foo a Gadda.

Uno spettacolo giocoso e profondo perché “chi non ride non è una persona seria”.

E per finire,  mercoledì 4 agosto con inizio alle ore 21:00, presso l’Arena Parco Fausto Noce, la  Rassegna saluterà il suo pubblico con lo spettacolo di e con Federico Buffa dal titolo “Italia Mundial”, regia Marco Caronna.

Federico Buffa, assieme al pianista Alessandro Nidi, porta sul palco una delle sue storie più belle: Italia Mundial.

Il giornalista e volto noto di Sky racconta l’indimenticabile vittoria della Nazionale Azzurra ai mondiali di calcio che si tennero in Spagna nel 1982.

L’Italia più amata di sempre vince il Mondiale più bello. I gol di Paolo Rossi, l’urlo di Marco Tardelli, le parate di Dino Zoff, la pipa di Enzo Bearzot, la notte magica del Bernabeu, le braccia al cielo del presidente della Repubblica Sandro Pertini rivivono nell’inconfondibile voce di Federico Buffa ma soprattutto quel patrimonio di aneddoti e “storie parallele” che rendono unici i monologhi di questo formidabile storyteller.

 “Buffa è un formidabile storyteller, un narratore di storie che si diramano per mille rivoli. O meglio, i racconti di Buffa hanno una struttura ad albero: il tronco è il calcio, i rami sono le connessioni che via via prendono corpo attraverso associazioni, link, collegamenti, divagazioni. A differenza di alcuni giornalisti sportivi che in passato amavano esibire il loro sapere di fronte a una platea non particolarmente attrezzata, Buffa sa che cultura è innanzitutto fare bene le cose, coltivare i dettagli (magari con alcuni vecchi LP)“. (Aldo Grasso)

INGRESSO GRATUITO PREVIA PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA TRAMITE APP MUNICIPIUM E PAGINA WEB SU SITO DEL COMUNE DI OLBIA  A PARTIRE DA 20 GIORNI PRIMA DELL’EVENTO. 

CLICCA QUI PER PRENOTARE IL TUO POSTO

LA RASSEGNA LETTERARIA SUL FILO DEL DISCORSO IX EDIZIONE È REALIZZATA DALLA BIBLIOTECA CIVICA SIMPLICIANA – COMUNE DI OLBIA CON IL CONTRIBUTO DELLA REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA

 ASSESSORATO PUBBLICA ISTRUZIONE, BENI CULTURALI, INFORMAZIONE, SPETTACOLO E SPORT

RASSEGNA LETTERARIA SUL FILO DEL DISCORSO 

IX EDIZIONE

Assessore alla Cultura e Pubblica Istruzione: Sabrina Serra

Direttore Artistico: Marco Ronchi

Segreteria Organizzativa: Eliana Marotto, Antonello Budroni, Pier Luigi Campus 

Assistenza e consulenza tecnica: Mauro Mibelli

Grafica, Social: Matteo Micozzi 

Comunicazione e campagna social: Arianna Contu e Cristina Marino

Immagine Grafica della Rassegna: Gianni Polinas

BIBLIOTECA CIVICA SIMPLICIANA

 PIAZZETTA DIONIGI PANEDDA 3 

tel. 0789/25533 – 0789/69903-0789/26710




Rassegna Letteraria “Sul Filo del Discorso” IX edizione

Serata inaugurale

Piazzale ex scolastico – Vicolo della Refezione

Venerdì 25 giugno ore 21:00

Spett.le Redazione

Venerdì 25 giugno  alle ore 21:00 nel cortile  “ex Scolastico”,  prende il via la nona edizione della Rassegna Letteraria Sul Filo del Discorso, organizzata dalla Biblioteca Civica Simpliciana e promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Olbia.

L’edizione 2021 si articola in 12 serate distinte tra incontri con l’autore, reading letterari  e spettacoli,  dal 25 giugno al 4 agosto e si svolgerà tra il cortile dellex palazzo scolastico e l’Arena Parco Fausto Noce.

La rassegna aprirà i battenti in compagnia di Luca Telese che presenteràil suo ultimo libro dal titolo Cuori campioni. La passione di Gigi Riva, i giganti di Sardegna e l’incredibile anno dello scudetto- Solferino.

Dialoga con l’autore il giornalista Augusto Ditel.

  La storia dei campioni del Cagliari non finisce certo con lo storico scudetto conquistato il 12 aprile 1970. Comincia, anzi, un periodo travolgente: per loro, per la Sardegna e per l’Italia. Un’intensa stagione che porta nuove epiche partite: da quelle del campionato, dove la squadra lotta per mantenere il suo primato, ma deve fare i conti con la malasorte, a quelle del Mondiale in Messico, in cui tanti dei compagni sono chiamati a giocare. Una stagione difficile per l’eroe indiscusso Gigi Riva, fuori uso per mesi dopo l’infortunio di Vienna e inseguito dai media a caccia di uno scoop sul suo amore con la misteriosa «Dama Bianca». Una stagione, nel finale, di dolceamari addii con la fine dell’era Scopigno. Ma in questa storia magica e tormentata c’è molto più del calcio e dei suoi campioni. C’è una Sardegna che corre e si rinnova diventando protagonista, tra le miniere di fluorite e la più grande raffineria del Mediterraneo, del rilancio industriale del Paese. E c’è un’Italia intera che lotta per portare nella modernità una società percorsa da discriminazioni arcaiche, dove non esiste il divorzio e imperano le disparità salariali tra Nord e Sud. Luca Telese racconta quegli anni indimenticabili con il passo narrativo del grande romanzo di popolo, di padri e di figli, di battaglie sul campo e fuori. Un’immersione nell’anima di un tempo e di una terra che intreccia partite e retroscena, copertine del «Monello» e radiocronache di Sandro Ciotti, stadi in costruzione e antiche architetture megalitiche. Perché la storia, quando si fa mito, è immensa e inesauribile.

A seguire,  giovedì 1 luglio sempre con inizio alle ore 21:00, nel cortile  “ex Scolastico,  ospite  della rassegna sarà il giornalista e scrittore  Francesco Abate con un reading intorno al giallo  “I delitti della Salina” – pubblicato da Einaudi, in cui l’autore ricostruisce una Cagliari esotica e inedita, dalle saline al Bagno penale, dal bordello al teatro dell’opera alla spiaggia del Poetto.

INGRESSO GRATUITO PREVIA PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA TRAMITE APP MUNICIPIUM E PAGINA WEB SU SITO DEL COMUNE DI OLBIA  A PARTIRE DA 20 GIORNI PRIMA DELL’EVENTO. 

CLICCA QUI PER PRENOTARE IL TUO POSTO

LA RASSEGNA LETTERARIA SUL FILO DEL DISCORSO IX EDIZIONE È REALIZZATA CON IL CONTRIBUTO DELLA REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA

 ASSESSORATO PUBBLICA ISTRUZIONE, BENI CULTURALI, INFORMAZIONE, SPETTACOLO E SPORT

RASSEGNA LETTERARIA SUL FILO DEL DISCORSO 

IX EDIZIONE

Assessore alla Cultura e Pubblica Istruzione: Sabrina Serra

Direzione Artistica: Marco Eugenio Ronchi

Segreteria Organizzativa: Eliana Marotto, Antonello Budroni, Pier Luigi Campus 

Assistenza e consulenza tecnica: Mauro Mibelli

Grafica, Social: Matteo Micozzi 

Comunicazione e campagna social: Arianna Contu e Cristina Marino

Immagine Grafica della Rassegna: Gianni Polinas

BIBLIOTECA CIVICA SIMPLICIANA

 PIAZZETTA DIONIGI PANEDDA 3 

tel. 0789/25533 – 0789/69903-0789/26710




Il discorso di insediamento del presidente del Consiglio, Michele Pais

Signor presidente della Giunta,

assessori,

colleghe consigliere e colleghi consiglieri

mi rivolgo non senza emozione all’intera assemblea sarda per far arrivare a ciascuno di voi un saluto non formale, insieme con gli auguri di buon lavoro, in questa seduta di insediamento che segna l’avvio della Sedicesima Legislatura che si apre nel settantesimo anniversario della nostra Autonomia speciale.

Saluto il presidente, la Giunta e il Consiglio uscenti e indico alla politica e alle istituzioni l’unico obiettivo che deve animare il nostro impegno, con spirito unitario, senso di responsabilità e passione, e cioè, il bene della Sardegna e di tutti i sardi.

«Noi siamo sardi – ha scritto Grazia Deledda – siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri» che per secoli è stata però terra di conquista e di dominazioni ma anche e soprattutto di resistenza, di ribellione, di riscatto.

Mi piace utilizzare le parole della più famosa tra le scrittrici sarde e dell’unica italiana a vincere il premio Nobel per la letteratura, per ricordare a tutti noi che siamo anche il prodotto di tante culture e di mescolanze che hanno arricchito e dato un colore multiforme alla nostra esistenza.

Lo conferma la storia della città nella quale vivo e sono nato e lo certifica quella dei tanti paesi della nostra Sardegna: siamo stati e continuiamo a rappresentare un approdo ospitale per i tanti che qui hanno cercato e realizzato, nel rispetto delle leggi e della civile convivenza, un futuro migliore e una vita più giusta.

Ed è per questo che affermo – in apertura del mio intervento – che non c’è nessuno che può sentirsi autorizzato a banalizzare i temi alti e delicati della democrazia e del sociale, strumentalizzando posizioni legittime e largamente condivise in materia di integrazione, di diritti, di rispetto delle persone e della solidarietà.

Per noi parla, infatti, la nostra storia secolare, parlano i nostri valori, la nostra tradizione e la nostra cultura.

Valori che riaffermiamo in tutta la loro grandezza quando indichiamo come priorità quella di rimettere al centro della nostra azione politica e di governo chi questa terra la abita, la vive, e chi combatte ogni giorno per restare qui dove è nato e non essere più costretto a trovare altrove le ragioni, e la sostanza, di una esistenza degna e di una vita fatta di soddisfazioni semplici.

Significa in sintesi, dare una mano a chi questa terra ha contribuito a farla crescere e a chi la difende e la protegge, valorizzando nella quotidianità delle proprie azioni e del proprio lavoro, i suoi punti di forza e il suo immenso patrimonio materiale e immateriale.

In poche parole, questo vuol dire “prima i sardi”. Non altro. Tutti insieme dobbiamo lavorare concretamente per risollevare i destini di questa terra e offrire così alla nostra Sardegna una nuova opportunità per riemergere, per rialzarsi con più determinazione e affrontare, per vincerle, le sfide dello sviluppo e del lavoro.

Le troppe vertenze insolute ci indicano ancora una volta “l’emergenza lavoro” come necessità urgente nella nostra terra.

Ce lo dice la vertenza del Porto Canale dove 700 lavoratori rischiano in queste ore il licenziamento ma soprattutto lo confermano le storiche vertenze industriali del Sulcis, di Porto Torres, di Ottana, Olmedo, Macchiareddu, dove le ciminiere hanno lasciato in eredità le cicatrici di un vero e proprio disastro sociale e ambientale. Ma alle vertene prettamente industriali si si sono aggiunte quelle che affondano non solo nella struttura economica della nostra Isola, ma interessano la sopravvivenza di intere comunità.

Mi riferisco, in particolare, alla recente lotta dei pastori che ha riproposto il dramma delle campagne in maniera cruda ma efficace, con il cosiddetto sversamento del latte che ci ha dato la misura della disperazione e della gravità delle condizioni del lavoro e di vita nei campi.

Ed è facile constatare, ancora una volta, quanto l’economia dei nostri paesi e dei nostri territori sia strettamente connessa al comparto della pastorizia.

Si dice “pastores semus totus” per affermare che li sono le nostre radici ma anche per voler significare che se non si paga il latte al pastore, non è solo il pastore a star male ma è destinato a star male anche il fornaio o il farmacista, il commerciante e il professionista, e più in generale l’intero tessuto economico dei nostri piccoli centri.

Ed è proprio per ricordare la battaglia dei pastori che oggi in Aula nello scranno del presidente la campanellina d’argento è sostituita dal campanaccio tipico che si appende al collo degli ovini.

Il tintinnare di questa campana vuole significare l’urgenza di dare la sveglia a chi deve rimettere in moto il comparto primario dell’economia isolana e a rilanciare l’agricoltura come settore fondante le politiche di crescita nella nostra Regione.   

E il concetto si rafforza quando i numeri del fenomeno dello spopolamento ci ricordano un’altra emergenza che deve essere affrontata con immediatezza, determinazione e competenza, non fosse altro perché si stima, che nel volgere di qualche lustro, saranno non meno di trenta i Comuni sardi che cesseranno di esistere, e nel frattempo, in 304 comuni su 377 i decessi sono destinati a superare le nascite.

La sconfitta dei pastori, e la scomparsa dei piccoli centri significherebbe, infatti, tranciare i tiranti a cui è agganciata la nostra identità di sardi.

Ed è anche per tale ragione che auspico misure e interventi adeguati perché siano recuperati e rafforzati tutti i presidi culturali e i simboli dell’identità, ad incominciare da una politica linguistica che restituisca al sardo, all’algherese, al tabarchino, al sassarese e al gallurese la libertà e la dignità di lingua, colmando così il divario causato da secoli di esclusione dal processo culturale europeo che, nel corso degli anni, si è positivamente sviluppato proprio in materia di tutela e salvaguardia della lingua stessa.

Sostengo questa battaglia di civiltà e progresso proprio in qualità di rappresentante della comunità di Alghero, che si è contraddistinta, da sempre, per iniziative e azioni a tutela della lingua catalana e delle sue tradizioni.

Ritengo doveroso, a questo proposito, far giungere alle istituzioni e al popolo catalano la vicinanza e il sostegno del Consiglio regionale e del popolo sardo, nella pacifica e democratica battaglia condotta per il riconoscimento del diritto all’autogoverno.

Sentimenti di amicizia e auspici per una sempre crescente collaborazione politica e istituzionale, mi sento inoltre di rivolgere all’Assemblea di Corsica, con la quale condividiamo comuni battaglie nel segno di quell’Europa dei popoli e delle Regioni che resta ancora oggi un’occasione mancata.

Così come possono essere definite occasioni mancate, i tentativi che nel corso degli ultimi vent’anni sono stati condotti per favorire una cosiddetta legislatura costituente. La realtà è quella che noi tutti conosciamo e che ha visto le riforme costituzionali al palo, al pari delle proposte di revisione, più o meno profonde, dello Statuto di Autonomia.

Mi sento impegnato, come sardo e come primo presidente dell’Assemblea sarda, espressione del più grande partito federalista italiano, la Lega di Matteo Salvini, nelle iniziative e nelle azioni per il rilancio della specialità, così come offro piena collaborazione perché si favorisca l’apertura di confronto con lo Stato, con l’obiettivo di vedere riconosciuti alla Sardegna quei poteri e quelle funzioni che sono oggi necessari per vincere le sfide politiche, sociali ed economiche dei nostri tempi.

Le aspettative per una stagione politica nuova e per un tempo di riforme profonde credo siano evidenti a tutte le forze politiche rappresentate in Consiglio, ed è quindi conseguente l’invito ad uno sforzo di straordinaria compattezza, pur nel rispetto dei rispettivi ruoli di maggioranza e opposizione, perché un nuovo statuto, una nuova legge statutaria e una nuova legge elettorale, non restino anche questa volta nel paragrafo degli auspici e dei buoni propositi.

Allo stesso modo, serve dare risposte urgenti ai nostri Enti Locali che negli ultimi anni, insieme con la riduzione delle risorse statali, hanno dovuto fare i conti con una riforma regionale che ha mostrato limiti evidenti e acuito il divario e le disparità di trattamento tra i diversi territori.

Lo dico senza infingimenti e con chiarezza: auspico un ridisegno degli Enti Locali, una ripresa di ruolo e funzione per gli enti intermedi e un riequilibrio degli assetti tra il Sud e il Nord dell’Isola con l’istituzione della Città metropolitana di Sassari.

Auspico soprattutto che cessi nella forma e nella sostanza, la sensazione e la percezione che la Regione possa pensare ad una Sardegna a due velocità, ma soprattutto con diverse opportunità a seconda delle latitudini.

Ritrovare una visione di insieme che valorizzi, tuttavia, le diversità e le peculiarità dei territori è una necessità non più derogabile per la classe politica sarda, e aggiungo per la maggioranza di governo scelta dai sardi.

È la premessa necessaria per affrontare con successo le troppe questioni insolute che per troppo tempo ci hanno relegato nel sottosviluppo.

Energia, credito e trasporti sono i temi che stanno lì a certificare che i gap storici della Sardegna sono ancora tutti da essere colmati.

Restiamo la Regione con la più alta bolletta energetica, con le note penalizzazioni per i conti delle famiglie e per i bilanci delle imprese superstiti, nelle sempre più desolate aree industriali della nostra Isola.

Siamo una Regione che aveva una banca, e che ha perso il governo delle politiche del credito, prima ancora degli sportelli e il controllo di quella che solo nominalmente può dirsi banca di Sardegna.

La continuità territoriale per una serie di concause e di responsabilità, che è superfluo ricordare in questa sede, non è più la garanzia per vedere riconosciuto il diritto alla mobilità che per i sardi significa il diritto alla libertà.

Un esempio su tutti è quello dell’aeroporto di Alghero. Negli ultimi tempi è diventato una sorta di “ambulatorio” periferico, un ritrovo occasionale e quasi clandestino per pochi “intimi”, una specie di “zattera” su cui atterranno voli stanchi e rassegnati lasciati un po’ al buon cuore di chi li “concede”. Entro breve termine dovrà essere in grado di offrire adeguati collegamenti nazionali e internazionali e accogliere milioni di passeggeri.

 Non penso solo a chi deve ‘arrivare’ in Sardegna, ma anche ai nostri giovani che hanno il diritto di muoversi e di sentirsi parte di un mondo che non sta solo dentro i confini del mare. Liberi di andare e contenti di tornare, se sapremo creare un mondo adatto alle loro esigenze, speranze e aspettative. 

 A proposito di giovani, voglio esprimere un pensiero per Alberto Melone, morto ingiustamente a diciotto anni. 

 “Siamo tutti colpevoli” ha detto il vescovo Morfino. “Non c’è da alzare dita, da indicare rei e correi, ognuno di noi è responsabile”.

 Il nostro compito è quello di tenere i ragazzi lontani da un mondo che non ci e gli appartiene.

 Il nostro dovere è quello di fornire loro, tutti gli strumenti necessari per poter crescere adulti responsabili e ricchi di valori famigliari e sociali.

 

Io, per primo, farò quanto è nelle mie possibilità per stare vicino e ascoltare i ragazzi di tutta la Sardegna.

 È necessario che la scuola, in questo senso, svolga un ruolo sociale sempre più consapevole. Per i nostri ragazzi è utile un modello di apprendimento dinamico e sempre più al passo con i tempi. Abbiamo bisogno di una scuola che formi gli uomini e le donne di domani con valori etici e morali imprescindibili e con una preparazione adeguata che li renda cittadini del mondo e di alto profilo culturale. 

A noi serve una grande legge regionale per fare una grande scuola sarda.

 E a questo mondo vorrei poter guardare con gli occhi di mio figlio, vorrei essere un protagonista attivo di quel futuro che lui sogna con tante speranze e solide ambizioni.

Servono, dunque, su questi e altri temi chiave, decisioni chiare e assunzioni di responsabilità precise e nette. Non è, infatti, più il tempo delle lungaggini e dei sotterfugi.

È il tempo del buonsenso e delle scelte fatte nell’esclusivo interesse dei sardi.

Così come risposte puntuali meritano le imprese e gli operatori del comparto dell’edilizia, della ricettività, dell’artigianato e del turismo che ormai da tempo invocano la definizione di nuove regole in materia di urbanistica e paesaggio, così da poter orientare efficacemente investimenti, azioni e risorse in un quadro di certezze normative e regolamentari.

Il giusto equilibrio tra la tutela dell’ambiente e lo sviluppo urbanistico è l’obiettivo condiviso, ma tradurlo in un provvedimento coerente, snello, comprensibile e sburocratizzato è l’impresa che ci attende nella legislatura che va ad incominciare.

E non è l’unico banco di prova che si annuncia per la Giunta e il Consiglio.

“Sono Paolo Palumbo, ho 21 anni, sono malato di Sla da quattro anni e sono tristemente famoso per essere il più giovane malato di Sla d’Europa, ma voglio vivere e avere un futuro, voglio amare ed essere amato e avere l’emozione di essere chiamato papà”.

 Voglio portare in quest’assemblea, così come sottolineato più volte anche dal presidente Christian Solinas in altre sedi, le parole e l’appello dello chef di Oristano, che rivolgendosi alle istituzioni da voce ai tanti malati nelle sue condizioni e scuote la coscienza di tutti perché li si sostenga nella battaglia di vita. 

Rendere giustizia ai tanti malati sardi costretti a trovare fuori dalla Sardegna le cure adeguate è un impegno che dobbiamo responsabilmente assumere, insieme con la completa ridefinizione dell’organizzazione della sanità sarda. Una sanità che in base all’ultimo rapporto dell’osservatorio nazionale sulla salute registra rinunce alle cure nella misura del 14.5% contro il 5,2% della Toscana. Significa, in estrema sintesi, che circa cinquantamila famiglie sarde hanno deciso di rinunciare alle cure offerte dalla sanità pubblica e il 69% delle rinunce è causato da cause economiche, legate alla distanza delle strutture o dalle liste d’attesa.

Non è, dunque, il tempo né il luogo delle polemiche ma credo che su questo argomento sia necessario intervenire con tempestività e decisione per far cessare disagi e malcontento sempre crescenti che si registrano tanto tra i pazienti quanto tra gli operatori della sanità.

Una sanità nuova ed efficace, che non penalizzi nessun territorio, è l’impegno che mi sento di sottoscrivere e di condividere con tutto il Consiglio.

Mi sia consentito, dunque, di ribadire la volontà e l’impegno di svolgere il mio compito con umiltà e passione, nel rispetto della carta costituzionale, dello Statuto e del Regolamento consiliare, per garantire le prerogative proprie dell’assemblea e dei singoli consiglieri, assicurando il pieno e libero esercizio del mandato a tutti i colleghi e le colleghe.

Ma al di là della forma e dei regolamenti vorrei dirvi con sincerità e franchezza che sarò al fianco di tutti coloro che hanno idee, progetti, proposte per far crescere la Sardegna.

Sarò al fianco di chi soffre e di chi è rimasto più indietro.

Sarò al fianco delle donne nella battaglia per la parità. Perché non sono solo una quota, né possono essere il risultato a margine di un conteggio. 

Le donne sono risorsa ed esempio di sensibilità da valorizzare ad ogni costo, spesso rappresentano un approccio differente alla visione di una politica che esige adeguata concretezza e grande spirito di intraprendenza. 

In questa giornata così speciale vorrei rivolgermi al mondo del volontariato con gratitudine per il loro assiduo operare, con la consapevolezza di dover rendere loro il giusto riconoscimento giuridico, professionale ed economico che oggi non hanno.

 Il mio pensiero va alle Forze dell’ordine. Uomini e donne impegnati costantemente nell’adempimento del proprio dovere per la sicurezza del nostro Paese.

 Alle Compagnie Barracellari, la nostra istituzione pubblica di polizia locale, urbana e rurale che rappresenta la più antica forza di polizia d’Europa e che è necessario valorizzare sempre più.

Immagino un mandato condotto in maniera innovativa, meno di forma e più di sostanza, nella speranza che si caratterizzi per la produzione di norme che avvicinino le istituzioni ai cittadini e i cittadini alla buona politica.

Mi propongo essere il Presidente del parlamento sardo tra la gente e in mezzo ai sardi piuttosto che nel palazzo del Consiglio regionale.

Quella buona politica a cui tutti noi, pur nella diversità dei rispettivi ruoli, sono sicuro tendiamo con onestà e lealtà verso noi stessi e verso tutti i sardi.

Ecco: lealtà, onestà, impegno, passione e amore per la Sardegna. È ciò che incondizionatamente vi offro ed è ciò che vorrei ricevere dall’assemblea che sono onorato di rappresentare, anche nei momenti più duri e difficili quando il confronto si farà più aspro e le scelte saranno difficili e più complesse.

E consentitemi, in una giornata che non dimenticherò mai e della quale vi ringrazio infinitamente, un pensiero dettato dal cuore e che arriva dal profondo dell’anima, rivolto a due persone speciali che mi hanno trasmesso valori importanti:

a mio papà, punto di riferimento costante.  A mia mamma che ha sempre protetto le mie ambizioni, caldeggiato i miei entusiasmi e accarezzato le mie emozioni.

Vi chiedo di sostenermi in questo cammino e vi prometto di non deludere la vostra fiducia e insieme di non deludere la fiducia dei sardi dei quali ciascuno di noi è portatore.

In conclusione del mio intervento, voglio fare mio un passaggio del Salmo 36: Sta’ lontano dal male e fa’ il bene e avrai sempre una casa.

Viva la Sardegna.

Bon treball a tots!