Ulrich Tukur: “La Sardegna è parte della mia storia”

Tukur con gli organizzatori Sabina Corriga (a sn) e Antonello Carboni (a dx)

ATZARA. “La Sardegna per me è molto più di un’isola bellissima, è parte della storia della mia famiglia”, sono le parole commosse con le quali l’attore Ulrich Tukur ha salutato il pubblico di Atzara al Museo di Arte Moderna Ortiz durante l’inaugurazione della mostra “Richard Scheurlen. L’Uomo e l’artista” dedicata a suo nonno, abile pittore impressionista trapiantato per quindici anni nel piccolo centro del Mandrolisai.

Al fianco di Tukur sono intervenuti il sindaco Alessandro Corona, Cinzia Littera in rappresentanza della cooperativa Progetto Cultura, e i curatori dell’esposizione, Sabina Corriga e Antonello Carboni, in quali hanno approfondito i dettagli di un’iniziativa che in principio era sembrata a dir poco pazzesca. Prima di immergersi nelle sale della galleria, tra i colori accesi delle grandi tele di Scheurlen, Tukur ha ricordato la sua prima avventura nell’isola, nel lontano 1982, quando da giovane studente era sbarcato a Oristano sulle tracce di suo nonno, per essere accolto nella casa del pittore Antonio Corriga, di cui fino ad allora conosceva soltanto il nome. Erano altri tempi, per quanto non troppo lontani. Allora quel piccolo villaggio di Atzara gli era sembrato perduto nel tempo, in una dimensione arcaia e dai ritmi quasi medievali.

Tukur di fronte all’autoritratto di nonno Scheurlen

“La Sardegna è sempre stata presente nella mia infanzia come un sogno, un’isola perduta, qualcosa di misterioso. C’era l’immagine di questo fantasma, il nonno, che aveva vissuto in un paese pieno di sole”, ha dichiarato Tukur, ringraziando i curatori e tutti gli organizzatori per il grande lavoro svolto, dichiarandosi felice e onorato di accompagnare una mostra che restituisce il giusto valore a una persona e a un artista finora privato dell’attenzione meritata. Come hanno specificato i curatori, la tecnica di Scheurlen era considerata alla pari di artisti del suo tempo, come Figari, Biasi e Dessy, e lo stesso Antonio Corriga lo considerava il suo più grande maestro.

Erano riferite al primo soggiorno di Tukur in Sardegna, in casa Corriga, le immagini comparse sul maxischermo in Piazza San Giorgio nel documentario di Antonello Carboni: quel giovane in costume e berritta era proprio il giovane Ulrich, nipote del “pittore tedesco”. Lo stesso Ulrich che sarebbe diventato un grande attore internazionale interpretando ruoli quali il tenente colonnello Anton Grubitz in “Le vite degli altri”, o Gibarian in “Solaris” al fianco di George Clooney, e ancora l’Helmut di “A torto o a ragione” in compagnia di Harvey Keitel. Non si contano le pellicole di successo alle quali ha preso parte. Tra queste “Seraphine” di Martin Provost, in cui interpreta il ruolo del protagonista Wilhelm Uhde al fianco di Yolande Moreau, proiettato tra gli applausi in piazza San Giorgio la sera del 25 luglio.

Il roadmovie di Carboni, presentato ad Atzara in prima assoluta, ha evidenziato l’indagine sorprendente svolta dal regista oristanese assieme a Sabina Corriga, un lavoro di ricerca che tra testimonianze, vecchie foto e documenti sapientemente amalgamati con ritmo e ironia, ha condotto i protagonisti dalla Sardegna fino a Berlino per poi restituire all’isola un’esposizione esclusiva che, anche grazie alla preziosa collaborazione degli eredi Scheurlen, sarà visitabile al Museo Ortiz fino al 30 novembre prossimo, nei consueti orari di apertura. L’iniziativa è organizzata dall’Associazione culturale Antonio Corriga con il contributo del Comune di Atzara e della Comunità Montana Gennargentu-Mandrolisai.

Ulrich Tukur con il regista Antonello Carboni sullo sfondo della sua immagine da giovane in costume sardo



Ulrich Tukur in Sardegna, l’attore tedesco alla scoperta del nonno pittore che visse ad Atzara

Ulrich Tukur con il regista Antonello Carboni e Sabina Corriga

ATZARA. È stato l’assassino di Richard Moser nel primo “Commissario Rex” ma il grande pubblico lo conosce per film come “Le vite degli altri” di Florian Henckel von Donnersmarck e “Solaris” con George Clooney per la regia di Steven Soderbergh. L’attore Ulrich Tukur interpreta ora il ruolo di se stesso all’interno del documentario “Il pittore tedesco” diretto dal regista oristanese Antonello Carboni, alla riscoperta del nonno pittore Richard Scheurlen che visse per quindici anni ad Atzara, in Sardegna, sperimentando en plein air una luce radente di rara bellezza.

Il 24 luglio alle 19, Tukur sarà al Museo Ortiz per l’inaugurazione della speciale mostra d’arte “Richard Napoleon Scheurlen – l’uomo e l’artista”, realizzata dall’associazione Antonio Corriga a cura di Sabina Corriga e Antonello Carboni, un’esposizione delle opere più significative del pittore originario di Stoccarda, oltre a documenti originali dell’epoca e al suo epistolario.

Alle 22 in Piazza San Giorgio sarà presentato il road movie “Il pittore tedesco”, un seducente lavoro d’indagine di Carboni che permette di vivere in prima persona la scoperta di questo illustre sconosciuto. Tra le testimonianze in ricordo dell’artista ci sono le famiglie che gli furono vicine e a cui lasciò importanti opere, mentre lo sguardo conduttore è quello di Sabina, figlia del noto pittore atzarese Antonio Corriga, che da ragazzo aveva frequentato Scheurlen carpendone i segreti della peculiare tecnica espressiva. La partecipazione di Tukur (al secolo Ulrich Scheurlen) tra i protagonisti del documentario, permetterà una risonanza mediatica internazionale altrimenti irraggiungibile.

Alcune locandine dei principali film con Ulrich Tukur

Tra le sue interpretazioni più riuscite c’è quella al fianco di Harvey Keitel in “A torto o a ragione” di István Szabó, e nel ruolo di protagonista in “Amen.” diretto da Costa-Gavras. Ma a valorizzare particolarmente il suo talento è stato “Seraphine” diretto da Martin Provost, Premio Cesar per il Miglior film 2009, in cui ha interpretato il ruolo di Wilhelm Uhde al fianco di Yolande Moreau. La pellicola, dedicata alla vita della pittrice francese Séraphine de Senlis, sarà proiettata il 25 luglio alle 22 in Piazza San Giorgio, dove Ulrich Tukur sarà ospite d’onore e lieto di scambiare due battute con il pubblico.

A scoprire per caso le eccellenti doti di nonno Scheurlen, nel 1936 a Positano, fu il pittore Filippo Figari, che lo invitò a conoscere Atzara, patria e residenza di tanti artisti. Ci sarebbe rimasto per quindici anni, ospite della famiglia Demurtas, estasiato dalla bellezza dei paesaggi e rapito dalla luce che riteneva fondamentale per apprezzare al meglio la sua pittura. Il vivace centro del Mandrolisai dopo quasi novant’anni ricambia questo amore rinnovando il legame con i discendenti. L’iniziativa è organizzata dall’Associazione culturale Antonio Corriga con il contributo del Comune di Atzara e della Comunità Montana Gennargentu-Mandrolisai.

Richard Scheurlen durante il soggiorno ad Atzara



Atzara, la luce radente di Richard Scheurlen dalle grandi tele al roadmovie sulla sua vita

Autoritratto di Richard Scheurlen

ATZARA. Dalla freschezza di una pittura in plein-air capace di folgorare Filippo Figari e Antonio Corriga, a una vita avventurosa in giro per il mondo, che lo portò a scoprire il paese di Atzara come il luogo più degno di essere vissuto. A distanza di ottantacinque anni, quel piccolo borgo del Mandrolisai, patria e dimora di tanti artisti del Novecento, ricambia l’amore del valente pittore tedesco Richard Scheurlen dedicandogli una speciale mostra che, dal 24 luglio al 1 dicembre, esporrà alcune delle sue opere più significative nelle sale del Museo Antonio Ortiz, impreziosite dalla proiezione di un documentario che ripercorrere i passaggi di un’esistenza sorprendente. Tanto sorprendente da poter essere accostata alla trama di un film interpretato da suo nipote Ulrich Tukur, attore di fama internazionale e popolarissimo in Germania, che sarà ospite d’onore ad Atzara e tra i protagonisti del documentario dedicato a suo nonno.

L’esposizione “Richard Napoleon Scheurlen – l’uomo e l’artista” realizzata a cura di Sabina Corriga e Antonello Carboni, sarà inaugurata il 24 luglio alle 19 al Museo Ortiz, mentre alle 22 in Piazza San Giorgio sarà presentato al pubblico il documentario “Il pittore tedesco”, road-movie realizzato dalla sapiente regia di Antonello Carboni. È un lavoro di ricerca, biografico, che attraverso lo sguardo di Sabina permette di vivere in prima persona la progressione e gli esiti dell’indagine, nel piacere della scoperta di questo illustre sconosciuto.

Il 25 luglio a corollario dell’evento, in Piazza San Giorgio sarà proiettato il film “Seraphine”, premio Cesar per il miglior film 2009, diretto da Martin Provost e interpretato dallo stesso Ulrich Tukur, che sarà lieto di presenziare di scambiare due chiacchiere con il pubblico.

L’iniziativa è organizzata dall’Associazione culturale Antonio Corriga con il patrocinio e il sostegno del Comune di Atzara e della Comunità Montana Gennargentu-Mandrolisai.

Fu il pittore Filippo Figari nel 1936 a scoprire per caso, a Positano, le eccellenti doti artistiche di Scheurlen, nato a Stoccarda nel 1890, uomo di infiniti interessi e di profonda cultura e membro di un’importante famiglia nobile. Persona sempre generosa e disponibile ma dal carattere disciplinato, era stato comandante degli U-Boat della Marina durante la prima guerra mondiale.

Nelle sue grandi tele si legge la spontaneità dei movimenti, si scorgono figure immerse in un’atmosfera rarefatta, una emblematica luce del sole radente e poi quella mobilità che manca alle opere di Figari, sempre scenografiche e sottomesse al linguaggio accademico delle sue grandi decorazioni.

Instancabile viaggiatore e profondo conoscitore dei movimenti artistici europei, il pittore tedesco si fece convincere facilmente a visitare Atzara. Vi sarebbe rimasto per circa quindici anni, ospite della famiglia Demurtas, estasiato dalla bellezza dei paesaggi e rapito dalla luce del pomeriggio che caratterizza il centro Sardegna, paragonabile solo a quella che l’artista aveva osservato a Ceylon. Una luce che riteneva fondamentale per apprezzare al meglio la sua pittura.

Atzara era già residenza artistica dei pittori costumbristi spagnoli come Antonio Ortiz e Eduardo Chicharro, e di altri grandi come Giuseppe Biasi, Carmelo Floris, Stanis Dessy, Antonio Delitala e Filippo Figari.

In paese, un giovane Antonio Corriga che allora studiava all’Accademia di Sassari diretta da Figari, rimase impressionato dallo stile di Scheurlen, non celando di aver appreso più dalla tecnica del tedesco che in anni di scuola dai suoi maestri.

La mostra esporrà diverse opere presenti in Sardegna e numerose altre messe a disposizione dalla famiglia dell’autore, oltre a documenti originali dell’epoca e al suo epistolario. Grazie alla collaborazione con i discendenti è maturata anche l’idea di realizzare il documentario che, attraverso la partecipazione del nipote Ulrich, permetterà una risonanza mediatica internazionale diversamente irraggiungibile.




Cinema in Sardegna, Stefano Deffenu e il suo “Ananda”: un viaggio da Sassari all’Himalaya alla ricerca di un sogno

Dall’attore protagonista di “Perfidia” una prima esperienza alla regia prodotta da “Monello Film”

L’opera sarà presentata in prima nazionale a IsReal – Festival del cinema del reale di Nuoro, dal 2 al 6 dicembre sulla piattaforma MYmovies all’interno della sezione Camineras

 

L’attore e regista sassarese Stefano Deffenu

SASSARI. Un lungo viaggio dalla Sardegna alle pendici dell’Himalaya alla riscoperta del proprio equilibrio interiore, immortalando per tre mesi ogni aspetto di questo intenso cammino spirituale e umano. Un viaggio dal quale nel 2011 scaturisce un patrimonio video-documentaristico di forte impatto emotivo, che sembra irrimediabilmente perduto al momento della ripartenza, sottratto da un bambino sparito nel nulla. Sorprendentemente, il girato ricompare tre anni dopo, all’interno di un pacco inviato da un mittente sconosciuto.

Inizia così il la storia di “Ananda”, opera prima del regista Stefano Deffenu, artista sassarese divenuto celebre al grande pubblico nel 2014 come attore protagonista di “Perfidia”, l’apprezzatissimo film diretto da Bonifacio Angius.

Il suo documentario è come un diario di viaggio autobiografico al fianco dell’amico Pierre, alla ricerca dell’antica leggenda degli Ananda, una tribù di bambini fantasma che appare e scompare lungo una strada densa di superstizione e magia.

Da Bangalore a Gokarna fino all’antico villaggio di Malana, “l’Atene dell’Himalaya” fondata dai guerrieri di Alessandro Magno, in questo vagabondare nell’India più remota lo sguardo del viaggiatore si confonde tra l’illusione e la consapevolezza di una bugia che pare più verosimile del vero.

«Il nome Ananda vuol dire felicità, beatitudine. È la mia personale ricerca di una pace interiore che forse non troverò mai – ha spiegato l’autore –. Una ricerca che non si è conclusa col mio ritorno a casa, ma è proseguita per dieci anni in un percorso sofferto e doloroso, che ha trovato la sua catarsi in una commistione di sorrisi e lacrime da un lato e musica e immagini dall’altro, e quindi divinità, saggi, antichi maestri e fantasmi. Dieci anni che non sono comunque bastati a supplire una tremenda separazione, quella di una presenza che sento sempre camminare di fianco a me».

Prodotto da Monello Film, il documentario sarà presentato in prima nazionale a IsReal, il “Festival del cinema del reale” che in questo difficile momento di pandemia si trasferirà dall’auditorium “Lilliu” di Nuoro sulla piattaforma internet MYmovies, per essere reso fruibile dal 2 al 6 dicembre al vasto pubblico del web. Ananda è stato inserito nella sezione Camineras dedicata alle opere realizzate in Sardegna oppure da autori sardi.

Appena recuperate le immagini perdute, il regista non ha trovato l’ardire di rivederle fino al 2016, quando un rinnovato entusiasmo lo ha spinto a riprenderle in mano per iniziare un nuovo percorso, durato tre anni, verso la realizzazione definitiva del film.

Nell’opera confluiscono riflessioni, punti di vista personali che commentano gli eventi di un viaggio divenuto un’avventura incredibile e carica di significato. Una sorta di romanzo di formazione vissuto fra le spiagge del sud dell’India e le pendici delle vette più alte del mondo.




“Padenti” di Marco Antonio Pani in prima regionale ad Asuni per il “terre di confine” filmfestival

Il nuovo film del regista sardo sull’armonia del rapporto tra uomo e ambiente nel lavoro degli estrattori di sughero della foresta di Is Pranus a Escalaplano

In serata spazio agli otto corti finalisti di ‘Visioni Sarde 2020’

 

Un’immagine tratta da “Padenti”

ASUNI. Cicale, passi, colpi sordi di asce che entrano nella corteccia di sughere secolari. Un concerto di suoni che accompagna le immagini del nuovo film di Marco Antonio Pani: “Padenti”, documentario che il regista sassarese presenterà in anteprima regionale alla XIII edizione del “terre di confine” film festival, per poi dialogare con il pubblico. Un omaggio di Pani alla rassegna, organizzata dall’associazione Su Disterru, di cui è stato direttore artistico nelle precedenti due edizioni. L’appuntamento è per domani (domenica 27 settembre) ad Asuni, alle 20.45 al Museo dell’emigrazione.

“Padenti” in sardo vuol dire foresta. Nel caso specifico una foresta di sughere, quella di Is Pranus nel territorio di Escalaplano ripresa da Pani nei giorni in cui il sughero degli alberi che la compongono viene estratto. Da uomini che compiono questo duro lavoro con profondo rispetto per il territorio in cui vivono. «In qualche modo – racconta Marco Antonio Pani – volevo raccontare la possibilità per l’uomo, persino in questo nostro mondo globalizzato, di vivere in armonia con l’ambiente, servendosene, certo, ma dandogli sempre qualcosa in cambio. In fondo in cambio di quel sughero rubato alla foresta ogni dieci anni, gli uomini di Escalaplano si prendono cura di lei nei dieci anni successivi, per poi tagliare di nuovo il sughero e ricominciare a prendersene cura».

Marco Antonio Pani

Un principio di reciprocità che lo stesso regista ha voluto seguire nel suo lavoro: «Ho osservato la foresta e gli uomini che la stavano spogliando in punta di piedi, prendendomi il tempo di ascoltare e di sentirne il respiro, per poi far conoscere a tutti quella sua bellezza per come si era mostrata a me e ai miei collaboratori. Anche questo semplice fatto, forse, può guadagnare dei difensori alla causa della foresta. Un modo per restituirle qualcosa, in cambio del suo lasciarsi guardare».

Prima della proiezione di “Padenti” è in programma, alle 19.15, per la gioia dei più piccoli il film d’animazione inglese “Shaun, vita da pecora: Farmaggeddon“, diretto W. Becher e R. Phelan. A conclusione della serata spazio agli otto corti finalisti di ‘Visioni Sarde 2020’ con ospiti alcuni dei registi presentati da Elisabetta Randaccio: “Valerio” di Gianni Cesaraccio, “L’abbraccio” di Simone Paderi, “Dakota Dynamite” di Valerio Burli, “Destino” di Bonifacio Angius, “Fogu” di Alberta Raccis, “Fragmenta” di Angelica Demurtas, “Gabriel” di Enrico Pau, “Lasciami andare” di Roberto Carta. L’iniziativa è organizzata in collaborazione con la Cineteca di Bologna / Visioni Sarde e Sardegna Film Commission.




Il Premio Villanova Monteleone a “My Tyson” di Claudio Casale

Il film del regista romano conquista il riconoscimento di Miglior documentario italiano al Sardinia Film Festival 2019. Menzione speciale a “Retour au village” di Flora Pesenti

VILLANOVA MONTELEONE. Il Premio Villanova Monteleone per il Miglior documentario italiano del Sardinia Film Festival è andato al cortometraggio “My Tyson” del regista romano Claudio Casale, una narrazione che restituisce speranza e riscatto in un momento assai delicato del processo di accoglienza dell’altro. Nelle motivazioni della giuria, il film è stato capace di “mettere a confronto due destini e due generazioni, quelli di una madre e di un figlio, che ha in sé una forza drammaturgica anche grazie a una grammatica cinematografica curata ed elegante”.

Il docufilm racconta la storia di Alaoma Tyson, pugile di origini nigeriane, campione italiano di boxe dei pesi Youth. Sua madre Patience racconta la storia della famiglia, dal viaggio migratorio alle difficoltà economiche incontrate in Italia.

Il premio è stato consegnato domenica sera sul palco di Piazza Piero Arru dalle mani del sindaco Quirico Meloni, al fianco della presentatrice Rachele Falchi, del direttore artistico Carlo Dessì e dei giurati Gianfranco Pannone, attivissimo regista cinematografico e docente di regia documentaria al DAMS dell’Università Roma Tre e al Centro Sperimentale di Cinematografia, e Antonietta De Lillo, importante regista tra le più titolate in Italia. A completare la rosa dei giurati è stata Marina Piperno, prima donna italiana a ricoprire il ruolo di produttrice cinematografica a partire dagli anni Sessanta.

La commissione tecnica ha conferito inoltre una menzione speciale a “Retour au village” di Flora Pesenti, perché è stato capace di affrontare il tema importante dello spopolamento dei paesi rurali. Un problema che riguarda non solo la Corsica e la Sardegna, ma l’intera Europa.

Dal 1 luglio il circuito del Sardinia Film Festival si è spostato a Bosa per l’Animation Award, che vedrà contendersi il premio per l’Animazione a cortometraggi provenienti da tutto il mondo.




Il regista Faccini a Villanova Monteleone con il coro di Neoneli: “C’è un po’ di blues anche nella musica sarda”

Al Sardinia Film Festival è stato presentato in prima visione il docufilm “Radici”, prodotto e distribuito dall’Istituto Luce-Cinecittà. Ripercorso il viaggio mancato nell’isola di Alan Lomax, l’uomo che salvò il blues afroamericano e la musica popolare italiana. Tra i protagonisti c’è anche il gruppo a tenores di Tonino Cau

VILLANOVA MONTELEONE. Non tutti lo sanno, ma forse senza Alan Lomax i Beatles e i Rolling Stones non sarebbero mai esistiti. E sarebbe andata perduta gran parte della musica blues afroamericana con tutte le sonorità che di lì a poco avrebbero fatto nascere il rock and roll. A far luce sull’infaticabile lavoro di questo etnomusicologo americano, classe 1907 con antiche origini italiane, è il docufilm “Radici” di Luigi Monardo Faccini, presentato in prima visione in Sardegna, a Villanova Monteleone, per la tappa del Sardinia Film Festival dedicata al documentario.

Luigi Monardo Faccini con la presentatrice Rachele Falchi

Quello di Faccini è un docufilm intenso, nato da un’idea di Marina Piperno e prodotto e distribuito dall’Istituto Luce-Cinecittà, che permette di imboccare un percorso tra il presente e il passato della musica popolare, attingendo da introvabili documenti d’archivio sonori e visivi.

Un po’ dello spirito del suo amato blues Lomax lo aveva trovato anche in Italia tra il 1953 e il 1954, nel suo viaggio lungo la Penisola in compagnia di Diego Carpitella, noto collaboratore dell’antropologo Ernesto De Martino. I due studiosi, insieme riuscirono a cristallizzare gli ultimi echi della tradizione popolare italiana, registrando un numero impressionante di sonorità che, di lì a poco, l’industrializzazione incombente avrebbe forse spazzato via con la sua spinta verso il progresso.

Solo un rimpianto: la Sardegna. Perché per mancanza di fondi, Lomax non riuscì a venire nell’isola.

«Avendo sentito le registrazioni di Giorgio Nataletti fatte nel 1951, lui aveva anche capito che nell’isola c’era il cuore dell’universo Mediterraneo – ha spiegato Faccini –. Probabilmente la riteneva una specie di boa sulla quale avevano fatto approdo tutti gli apporti del Medioriente, poi deviati verso il centro e il nord Europa. Voleva impadronirsi anche di queste radici».

La presentazione di “Radici” a Villanova Monteleone

Ma se Lomax non vi riuscì, Faccini in qualche modo ha colmato questo desiderio portando in Sardegna una parte del suo documentario. Questo percorso verso la terra dei tenores ha seguito le tracce del Coro di Neoneli, il gruppo guidato da Tonino Cau, che sul palco di Villanova Monteleone, di fronte al un pubblico numeroso del festival, ha presentato alcuni dei suoi brani più rappresentativi, accompagnato dalle launeddas di Orlando ed Eliseo Mascia.

Nel documentario si riscopre uno scrigno impressionante di espressività popolari, dalla tarantella di Monte Marano ai gruppi genovesi del trallallero, fino ai canti di lavoro veneziani e i tenores sardi. «La mia idea di cercare le radici del rock and roll è nata da bambino proprio grazie ai dischi in vinile di Lomax, lui aveva capito che la ritmica nativa era quella dei tam tam – ha affermato il regista –. Aveva capito che anche un’espressione polifonica contrappuntistica come il trallallero genovese ha corrispettivi in alcuni canti dei pigmei africani. E aveva anche scoperto che c’è un po’ di blues in tutta la musica popolare, nei canti di lavoro o di lamento e, in qualche modo, anche nel quattro/quarti utilizzato nel ballo a sulittu o dalle launeddas».




Villanova Monteleone: il Sardinia Film Festival nella capitale sarda del documentario

Dal 28 al 30 giugno tre giornate di proiezioni, incontri e laboratori. In anteprima nazionale il film “Radici” di Luigi Monardo Faccini. In programma anche un workshop sul location manager a cura di Gennaro Aquino. A inaugurare la manifestazione sarà il coro di Neoneli

VILLANOVA MONTELEONE. La natura incontaminata che spazia dal mare alla montagna, gli importanti monumenti archeologici e la grande poesia sarda rappresentano uno straordinario patrimonio per Villanova Monteleone. La graziosa cittadina collocata sulla costa nord occidentale dell’isola, dal 2013 ha deciso di scommettere anche sul cinema per promuovere la sua immagine, divenendo in pochi anni la piccola capitale sarda del documentario.

Dal 28 al 30 giugno nel cuore del centro storico ritorna il Sardinia Film Festival con il Premio Villanova Monteleone al miglior documentario italiano, giunto quest’anno alla settima edizione grazie alla ferma volontà dell’Amministrazione comunale guidata da Quirico Meloni.

A inaugurare la tre giorni villanovese presentata da Rachele Falchi, venerdì alle 20.30, in Piazza Piero Arru sarà il Coro di Neoneli, che si esibirà accompagnato dalle launeddas di Orlando ed Eliseo Mascia.

Subito dopo alle 21 un’attesissima anteprima nazionale: la speciale proiezione di “Radici”, film documentario di Luigi Monardo Faccini prodotto dall’Istituto Luce.

Nato da un’idea di Marina Piperno, il documentario racconta il viaggio compiuto in Italia negli anni Cinquanta da Alan Lomax, etnomusicologo americano di origini italiane. Questo viaggio riesce a far riscoprire un paese non ancora alterato da quelle grandi trasformazioni economiche e sociali, che lo vedranno passare dalla specificità agricola a quella industriale. Si riscoprono vitalità perdute della gente comune e identità negate. Il regista sarà presente per salutare il pubblico e rispondere alle domande.

Sabato (29 giugno) si riparte alle 18 a Su Palatu con la prima parte del workshop “La figura del Location manager nel cinema” a cura di Gennaro Aquino. Il laboratorio sarà suddiviso in due giornate. La prima sarà introduttiva, per illustrare questa importante figura professionale che opera nell’ambito delle produzioni cinematografiche, televisive e pubblicitarie. Il suo ruolo è quello di individuare le location più adatte alla narrazione di un film. Aquino ha ricoperto il ruolo di location manager in molti film di Matteo Garrone.

Alle 21 si ritorna in Piazza Piero Arru per le proiezioni delle opere in concorso: “Retour au village” di Flora Pesenti; “Briganti” di Fabrizio e Bruno Urso; “La camicia di Basilio” di Filippo Biagianti; “My Tyson” di Claudio Casale; “Hoa” di Marco Zuin; “Malo tempo” di Tommaso Perfetti.

Domenica (30 giugno) la giornata finale inizia alle 18 a Su Palatu con la seconda parte del workshop di Gennaro Aquino. Questa seconda giornata vedrà i partecipanti protagonisti di una vera e propria location scouting nel territorio di Villanova Monteleone.

Alle 21 in Piazza Piero Arru seguono le proiezioni di “Seddas de Misa – La collina delle Sorgenti” di Camilla Cardia; “Dreaming folk” di Alessandro Stevanon; “Sirios” di Daniel Falappa; “Da Teletorre19 è tutto!” di Vito Palmieri; “Hora” di Graziana Saccente e Maria Alba. Alle 22.30 è prevista la proclamazione del vincitore.

 




Conferenza e proiezione del documentario “Maledetta primavera” di Fulvio Grimaldi

Il Circolo Fotografico Le Conce di Alghero, organizzatore della mostra fotografica “La rivolta di San Valentino. Bahrain 14 febbraio 2011”, visitabile sino al 31 dicembre presso la Torre di San Giovanni ad Alghero, comunica che giovedì 27 dicembre 2018 si terrà la proiezione del film documentario dal titolo “Maledetta Primavera” del giornalista inviato speciale Rai Fulvio Grimaldi.

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Dopo la visione del documentario, seguirà un incontro col giornalista che parlerà di “strategie di contrasto all’unità araba dalla prima guerra del Golfo all’attacco alla Siria, tra cosiddette primavere, guerre e terrorismi, alla luce di nuovi protagonisti e inediti allineamenti geopolitici. Potenziali di resistenza”.

 

La conferenza è parte integrante della serie di incontri sulla difficile situazione del Bahrain, che hanno visto nelle precedenti conferenze approfondimenti sulla situazione socio-politica e sulla legislatura vigente, con relazioni di Adriana Fara, giornalista, inviata speciale in Bahrain, l’avvocato algherese Edoaro Morette, esperto in diritto internazionale e gli esponenti di Amnesty International della sezione Sardegna, che hanno esposto un report sulla difficile situazione dello Stato.

 

La proiezione e l’incontro si terranno Giovedì 27 dicembre alle ore 17.30, presso la Sala Mosaico del Museo Archeologico di Alghero in Via Carlo Alberto, 7.

LA mostra fotografica, organizzata dallo storico Circolo Fotografico “Le Conce” di Alghero, è suddivisa in tre diversi sedi parallele, presso la Torre di San Giovanni, oppure presso la sede del circolo, in Via del Teatro 7, e all’interno della sala espositiva dell’associazione culturale “Caitta, percorsi d’arte”, sempre in Via del Teatro.

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Le sale espositive in via del Teatro, in Alghero

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