Mario Giordano a Porto Cervo: «Le banche hanno smesso di fare le banche»

A “Autori in Costa”, nella conversazione guidata da Fulvio Giuliani, il giornalista presenta “I re di denari” e porta il pubblico dentro un sistema fatto di grandi profitti, istituti sempre più lontani dai territori e risparmiatori lasciati soli. Poi il racconto cambia passo e arriva fino alla memoria del padre.

PORTO CERVO 13 Agosto 2026.

La serata non è ancora cominciata ufficialmente, alcune persone stanno cercando posto e altre devono arrivare. Il parcheggio ha creato qualche ritardo.

Mario Giordano è già pronto a discutere. Qualcuno gli chiede che cosa accada quando una persona entra in un’abitazione e decide di restarci senza pagarne l’affitto. La risposta parte seria e finisce tra le battute: il proprietario non può presentarsi, prendere gli oggetti dell’occupante e portarli fuori. Deve denunciare, aspettare, seguire il percorso previsto dalla legge.

Chi ha comprato quella casa, pagato le tasse e sostenuto le spese rischia così di rimanere sulla porta. Dentro c’è qualcun altro.

Giordano conosce bene l’argomento. Lo ha affrontato più volte nelle sue trasmissioni e lo racconta con il tono di chi continua a stupirsi, nonostante abbia visto molti casi simili. Il pubblico risponde, interviene, ride. L’atmosfera è già quella di una conversazione, più che di una presentazione formale.

Quando anche le ultime persone si sono accomodate, Giuliani apre il quarto appuntamento della rassegna “Autori in Costa”. Sul tavolo c’è I re di denari, pubblicato da Rizzoli.

Giordano comincia prendendo in giro sé stesso, la sua voce e quel modo acceso di stare davanti alle telecamere che spesso divide il pubblico. Dice che le sue trasmissioni fanno arrabbiare. Chi le guarda finisce per discutere con il televisore e, a volte, con lui. Trovarsi davanti tante persone disposte ad ascoltarlo per un’intera serata gli provoca un certo imbarazzo.

Sorride. Poi racconta una cosa che sorride molto meno.

Questo libro, a differenza di altri, in televisione si è visto pochissimo. Quasi niente. Non è stato presentato neppure sulle reti nelle quali lavora da trent’anni. La copertina non è passata nei programmi e il tema è rimasto ai margini.

«Parla delle banche, di quelle che hanno il potere vero», spiega.

Non chiede al pubblico di accettare ogni sua conclusione. Non è questo il punto. Vorrebbe che l’argomento fosse discusso, contestato se necessario, ma almeno portato fuori dalle pagine finanziarie nelle quali rischia di rimanere chiuso.

In televisione si possono trascorrere settimane a esaminare un delitto. Si analizzano le scarpe, gli orari, la colazione, una fotografia scattata anni prima. Tutto. Nel frattempo si muovono miliardi di euro, cambiano i proprietari delle banche, vengono preparate fusioni e scalate che riguardano direttamente i risparmi delle famiglie. Eppure quelle storie arrivano al pubblico sotto forma di sigle e termini tecnici.

Si parla di operazioni ostili, aggregazioni, offerte pubbliche, grandi player. Alla fine si capisce poco.

I re di denari nasce anche da questa difficoltà. Giordano prova a raccontare la finanza senza lasciarla agli specialisti, seguendo le persone che decidono, guadagnano e costruiscono alleanze. I protagonisti hanno nomi, ambizioni e interessi. Il denaro non si muove da solo.

Fulvio Giuliani lo porta indietro nel tempo, quando la banca aveva ancora un volto riconoscibile. Nei quartieri e nei paesi c’erano figure che tutti conoscevano: il parroco, il maresciallo dei carabinieri, il direttore della filiale. Quest’ultimo sapeva chi aveva sempre pagato i propri debiti, conosceva le attività del territorio e poteva ascoltare il progetto di un artigiano senza limitarsi ai parametri restituiti da un computer.

Non era un sistema perfetto. Le banche locali avevano legami politici, clientele e difetti anche pesanti. Ma il denaro raccolto in un luogo conservava un rapporto con quel luogo.

Poi molte di quelle realtà sono scomparse.

Giordano individua un passaggio decisivo nella crisi iniziata intorno al 2012. Diversi istituti territoriali sono falliti, altri sono stati assorbiti. Le filiali hanno chiuso e le decisioni si sono allontanate. La parola d’ordine è diventata crescere: essere più grandi, più solidi, più internazionali.

Ma grandi per fare che cosa?

La domanda resta sospesa per qualche secondo. La risposta arriva netta: «Le banche hanno smesso di fare le banche».

Un istituto raccoglie il denaro dei risparmiatori e dovrebbe rimetterlo in circolo. Finanzia l’impresa che vuole acquistare un macchinario, la coppia che cerca casa, il commerciante che apre un locale. Il suo lavoro consiste nel trasformare i depositi in sviluppo, assumendosi una parte del rischio e conoscendo ciò che accade nell’economia reale.

Secondo Giordano, questo meccanismo si è indebolito. Il denaro viene utilizzato per produrre altro denaro, passando attraverso operazioni finanziarie sempre più sofisticate e lontane dalla vita quotidiana.

I numeri che cita sono enormi. Negli ultimi tre anni, riferisce, le banche italiane avrebbero ottenuto circa 112 miliardi di euro di utili. Per dare una forma a quella cifra immagina di trasformarla in banconote da cento euro e sovrapporle. Verrebbero fuori decine e decine di montagne alte come l’Everest.

La ricchezza non è una colpa, precisa. Sarebbe assurdo sostenerlo. Un Paese cresce se le imprese guadagnano, investono e creano lavoro. Il problema comincia quando quei profitti non tornano nel circuito produttivo.

Negli stessi tre anni, stando ai dati riportati durante la presentazione, i prestiti sarebbero diminuiti di circa 60 miliardi. Gli istituti non hanno mai guadagnato tanto, mentre molte famiglie e aziende raccontano di non riuscire a ottenere credito.

Sono due Italie che non si incontrano.

Nel libro compaiono anche le grandi partite aperte nel sistema finanziario nazionale, da Monte dei Paschi a Mediobanca, da UniCredit a Unipol. Giordano non considera conclusa questa fase. Ritiene che possano arrivare altre operazioni e indica il risparmio degli italiani come uno degli obiettivi principali: centinaia di miliardi accantonati dalle famiglie, una massa di denaro sulla quale si concentrano interessi enormi.

Un uomo tra il pubblico cita la Svizzera. Quando il suo sistema bancario entra in difficoltà, il Paese interviene rapidamente e senza trasformare ogni passaggio in uno scontro pubblico. In Italia accade spesso il contrario: maggioranza e opposizione leggono ogni operazione secondo la convenienza del momento.

Giordano risponde parlando dei campanili.

Sono una delle meraviglie italiane. Ogni paese possiede una ricetta, una storia e un prodotto considerato migliore di quello del comune vicino. È una forza culturale straordinaria, ma diventa un limite quando bisogna ragionare come sistema nazionale. In Europa i francesi difendono la Francia e i tedeschi la Germania. Gli italiani, troppo spesso, difendono prima la propria parte politica.

La finanza, però, non è composta soltanto da acquisizioni e bilanci. A un certo punto della serata entra in una casa rimasta al buio per anni.

È la casa di un pensionato che aveva investito centomila euro. Erano la sua liquidazione e i risparmi messi da parte lavorando. Insieme alla moglie sognava un piccolo appartamento a Fiuggi, vicino alle terme. Nulla di lussuoso. Desideravano un posto nel quale trascorrere qualche settimana senza prenotare ogni volta un albergo.

Qualcuno potrebbe dire che non si investe tutto in un solo prodotto finanziario, che bisogna diversificare. Giordano anticipa l’obiezione. Quell’uomo non era un esperto di mercati e non stava giocando in Borsa. Aveva affidato i soldi alla banca perché per tutta la vita gli era stato insegnato che quello fosse il luogo più sicuro.

Quando perse il capitale, non riuscì a sopportarlo.

Un giorno disse alla moglie di prepararsi perché l’avrebbe portata a ballare. Lei si allontanò per pochi minuti. Lui terminò una lettera, poi si tolse la vita nella tromba delle scale.

Anni dopo, entrando in quell’abitazione, Giordano trovò ancora la bicicletta, gli oggetti personali e una Settimana Enigmistica. La vedova aveva lasciato quasi tutto com’era. Aveva modificato soltanto una parte della casa per non vedere, ogni volta che passava, il punto in cui il marito era morto.

Usciva raramente. Lo fece per andare in tribunale.

Nella sentenza, il giudice riconobbe il coraggio con il quale quella donna aveva portato la propria umanità in un procedimento dominato da carte, cifre e regole. Le assoluzioni, però, chiusero la vicenda senza attribuire responsabilità penali.

Le vittime ci sono. I colpevoli molto meno.

È uno dei fili che attraversano il volume. Quando una banca entra in crisi, i risparmiatori perdono il denaro, lo Stato interviene e il costo finisce per ricadere sulla collettività. Nel frattempo le responsabilità si dividono tra amministratori, controllori, norme e decisioni prese molti anni prima. Più si cerca un volto, più quel volto sembra allontanarsi.

Giuliani sposta la conversazione sull’informazione. Le banche sono tra i maggiori inserzionisti di giornali e televisioni. Comprano pagine, spot e campagne. Non è necessario immaginare telefonate segrete o ordini espliciti. Può bastare il timore di perdere un cliente importante per rendere un’inchiesta meno gradita.

Il giornalista non sostiene che tutti i mezzi di comunicazione siano controllati. Sarebbe una semplificazione. Dice che esistono condizionamenti economici e che ignorarli impedisce di capire perché certi temi trovino spazio e altri no.

Si parla anche di Report e di Sigfrido Ranucci, coinvolto nelle polemiche di quei giorni.

Per Giordano, ogni inchiesta comincia da un’idea. Il cronista sospetta che qualcosa non funzioni e decide di controllare. Non potrebbe essere diversamente. Quell’intuizione, però, deve confrontarsi con i fatti. Se la realtà smentisce la tesi iniziale, è la tesi a dover essere abbandonata.

Le fonti hanno quasi sempre un interesse. Chi consegna un documento può voler colpire un avversario o regolare un conto. Non importa che sia simpatico, antipatico, innocente o pieno di secondi fini. La domanda è un’altra: ciò che racconta è vero?

C’è anche un problema di reciprocità. Chi indaga sulla vita degli altri deve accettare che, prima o poi, qualcun altro possa occuparsi della sua. Non si può invocare la libertà di stampa quando si fanno domande e chiedere silenzio quando le domande vengono rivolte a noi.

La discussione passa poi al linguaggio. Alcune parole comuni sono diventate difficili da pronunciare senza provocare una polemica. Persino “mamma” e “papà”, ironizza l’ospite, vengono sostituite in certi documenti da “genitore uno” e “genitore due”.

La lingua cambia, certo. È sempre successo. A preoccupare Giordano è l’idea che qualcuno possa stabilire quali espressioni siano ammesse, correggendo anche le storie del passato per adattarle alla sensibilità del presente.

Cappuccetto Rosso, Biancaneve, La bella addormentata nel bosco. Le fiabe finiscono nel dibattito. Vengono ripulite, accorciate, private delle parti considerate violente o inopportune. Giuliani ricorda che le versioni originali dei fratelli Grimm erano molto più crude delle successive riscritture della Disney. Raccontavano la paura, il pericolo e persino la morte. Proprio per questo avevano una funzione.

Eliminando tutto ciò che disturba si rischia di ottenere storie innocue. E anche persone meno abituate a confrontarsi con ciò che fa paura.

Quando il pubblico comincia a fare domande, il discorso si allarga alla guerra. Giordano è preoccupato dalla naturalezza con la quale parole come riarmo, esercito e conflitto sono tornate nella quotidianità politica. Leader europei parlano della necessità di prepararsi. Si annunciano centinaia di miliardi per la difesa.

A forza di ripeterlo, il pensiero della guerra diventa meno assurdo.

La storia mostra quanto sia pericoloso. Gli Stati accumulano armi per sentirsi più sicuri, gli altri rispondono nello stesso modo e, a un certo punto, basta un episodio per far saltare l’equilibrio. È già successo. Potrebbe succedere ancora.

Mario Giordano racconta di avere inizialmente guardato con una certa fiducia alla formula “America First” di Donald Trump. Pensava che gli Stati Uniti avrebbero ridotto il proprio ruolo di gendarme del mondo. A suo giudizio è avvenuto il contrario. Critica inoltre il governo italiano per non aver preso una posizione più autonoma davanti ad alcune decisioni americane e alle tensioni con l’Iran.

Poi c’è l’Europa.

Secondo lui è stata costruita partendo dalla moneta, non da una cultura condivisa. Si è pensato che utilizzare lo stesso denaro fosse sufficiente per unire popoli diversi. Non lo è stato. Francesi e tedeschi continuano a difendere i propri interessi, mentre l’Unione non possiede una politica estera, militare e migratoria realmente comune.

Si parla molto di difesa, ma gli eserciti non sono coordinati. I Paesi acquistano sistemi che spesso non comunicano tra loro. Anche sui confini manca una linea chiara.

Difenderli, precisa, non significa buttare a mare le persone. Significa fare entrare regolarmente chi ne ha diritto, accoglierlo in condizioni dignitose e impedire l’accesso a chi non possiede i requisiti. Ciò che avviene oggi, nella sua lettura, non è vera accoglienza. È disordine.

Nonostante tutto, non si considera un pessimista. Anzi.

Ricorda quando i vitalizi e gli altri privilegi della politica erano quasi sconosciuti. Venticinque anni fa poche persone sapevano come funzionassero. Poi sono arrivati libri, programmi, articoli e campagne di denuncia. Alcune distorsioni sono rimaste, ma certi trattamenti oggi non sarebbero più accettati.

Porta esempi più semplici. Un tempo si fumava nei ristoranti, negli uffici e in televisione. Le cinture di sicurezza venivano ignorate. Le leggi hanno avuto un ruolo, ma prima è cambiata la percezione collettiva. A un certo punto ciò che sembrava normale ha smesso di esserlo.

Anche il sistema bancario può cambiare, sostiene. Bisogna conoscerlo e raccontarlo. Senza informazione rimane soltanto la sensazione di essere impotenti.

Verso la fine, Fulvio Giuliani introduce il passaggio più personale del libro. La banca, per Mario Giordano, non è sempre stata un nemico senza volto. Suo padre vi ha lavorato per tutta la vita.

Da bambino lo aspettava fuori dall’ufficio insieme alla madre. Guardava le finestre ancora illuminate e pensava che lì dentro i soldi crescessero. Glielo avevano spiegato così: in banca il denaro viene custodito e fatto fruttare. Nella sua immaginazione quel luogo assomigliava a una cattedrale.

Il padre trascorreva le giornate tra registri, numeri e calcolatrici, quando ancora i computer non c’erano. Alla fine i conti dovevano tornare. Solo allora poteva dire: «Ce l’abbiamo fatta anche questa volta».

La banca era precisione. Era sicurezza. Soprattutto, aveva il volto di suo padre.

Anche i piccoli regali con il nome dell’istituto erano motivo di orgoglio. Essere “della banca” significava appartenere a un mondo nel quale il rigore contava e la fiducia non era una parola da usare nella pubblicità.

Per questo I re di denari non nasce da un rifiuto delle banche. Nasce dal dispiacere di vederle cambiate.

Nelle pagine rivolte al padre, Giordano quasi si scusa. Sa quanto quell’uomo fosse legato al proprio lavoro e immagina che possa leggere il libro da qualche parte. Gli chiede di non arrabbiarsi.

La lettura finisce. Per qualche istante nella sala non si sente nulla.

Poi arriva l’applauso.




Mario Giordano: «Il giornalismo deve stare dalla parte dei cittadini»

Il bambino con il taccuino, le inchieste di “Fuori dal coro”, le battaglie sulle case occupate e sulle liste d’attesa. Mario Giordano racconta il suo modo di fare informazione e spiega perché l’intelligenza artificiale lo preoccupa.

Intervista di Fausto Farinelli Porto Cervo 13 Agosto 2026

Mario Giordano parla del giornalismo come di una passione che non si è mai spenta. Tutto cominciò quando aveva sette anni e riempiva i taccuini sognando di diventare cronista. Poi sono arrivati i giornali, la televisione, le direzioni e i libri. Quella curiosità, invece, è ancora lì.

Lo si capisce dalle risposte. Giordano sorride, ricorda gli inizi, ma cambia tono quando il discorso arriva alle case occupate o alle liste d’attesa nella sanità. In quei momenti le parole accelerano. E l’indignazione prende il posto dell’ironia.

Lei ha raccontato che la passione per il giornalismo nacque da bambino, con quel famoso taccuino ricevuto in regalo. Dopo aver diretto giornali e telegiornali, che cosa è rimasto di quel giovanissimo cronista?

Tutto. È rimasta soprattutto la passione.

Ho avuto la fortuna di fare il lavoro che amo e che non mi pesa. Non avevo parenti giornalisti. Ero un bambino di sette anni che sognava di fare il giornalista, cominciava a scrivere sui taccuini e poi continuava a riceverli in regalo.

Il mondo cambia, cambiano le possibilità e gli strumenti. Ma il giornalismo è bello se uno conserva dentro quella voglia di comunicare. È un fuoco: vedi una cosa e senti subito il bisogno di raccontarla.

Puoi usare il tamburo di latta, come si faceva una volta, oppure i social, la televisione, la radio e la carta stampata. Il mezzo viene dopo. Prima deve esserci quella voglia.

E bisogna raccontare dalla parte dei cittadini. Non dalla parte di chi sta in alto. Noi giornalisti dovremmo stare in mezzo, ma vicini alle persone, capire le loro esigenze e provare a rappresentarle. Ho sempre cercato di farlo.

Ogni tanto dico che spero non si accorgano di quanto mi diverto a fare il giornalista, altrimenti smettono di pagarmi. Perché lo farei lo stesso. È la cosa che mi piace fare.

Con “Fuori dal coro” avete realizzato inchieste che, in alcuni casi, sono riuscite a ottenere risultati dove la giustizia o le istituzioni non erano arrivate. È un modello che può cambiare anche il modo di fare informazione?

Non lo so. E, sinceramente, mi interessa anche poco.

Quando mi hanno proposto di fare una trasmissione, non volevo costruire il solito teatrino televisivo: quello di destra dice una cosa, quello di sinistra ne dice un’altra e alla fine rimane tutto com’era.

Di talk show ce ne sono tanti. Io ho cercato di fare una trasmissione che raccontasse le cose che non funzionano e, quando è possibile, provasse anche a risolverle.

Non mi interessa tanto smuovere gli altri giornalisti. Mi interessa smuovere le cose.

L’inchiesta sulle case occupate come nacque?

Da una telefonata.

Ci chiamarono due ragazzi. Volevano sposarsi, ma non potevano farlo perché il padre aveva affittato una casa e la persona che la occupava non voleva più andarsene.

Siamo partiti da quella storia e abbiamo scoperto che sotto c’era un mondo. Tantissime persone si trovavano nella stessa situazione e il sistema italiano, per ragioni diverse, non riusciva a dare loro una risposta.

La telecamera, in questi casi, funziona perché accende un faro. Se insisti, alla fine qualcosa si muove. Ma non dovrebbe funzionare così. Un cittadino non dovrebbe ottenere giustizia soltanto perché arriva una troupe televisiva.

Noi abbiamo contribuito a liberare 282 case. Sono casi concreti, famiglie vere. Poi la speranza è che, raccontandoli, si riesca anche a cambiare il meccanismo che li ha prodotti.

La stessa cosa accade con le liste d’attesa nella sanità?

Certo. Non è possibile che una persona riesca a ottenere una visita soltanto perché arriviamo noi con le telecamere.

Quando una signora ha un sospetto tumore e le fissano la visita nel 2029, io mi arrabbio. Mi viene da battere la testa contro il muro. Come si fa a non reagire? Non è umano. Non è possibile, non è giusto e non è lecito.

La salute è un diritto costituzionale. Se per curarti devi pagare, significa che in Italia possono farlo soltanto i ricchi. Ed è sbagliato.

Noi denunciamo il sistema, sperando che qualcuno intervenga. Nel frattempo, però, proviamo a risolvere il caso che abbiamo davanti. Quella visita ottenuta non sistema tutta la sanità, è evidente, ma per la persona che la stava aspettando cambia tutto.

Qualcuno le rimprovera di urlare troppo.

Sì, mi chiedono: “Perché urli?”.

Urlo perché certe cose non sono accettabili. Se una donna rischia di avere un tumore e deve aspettare anni per una visita, che cosa dovrei fare? Guardarla con distacco e passare all’argomento successivo?

Ogni tanto bisogna alzare la voce. La gente è distratta, è stanca. Lo capisco anche: uno torna a casa dopo una giornata difficile e magari preferisce guardare un film, invece di vedere un servizio che lo fa arrabbiare.

Però, se nessuno apre gli occhi su quello che accade, le cose non cambiano.

E non è vero che non cambia mai nulla. Negli anni abbiamo condotto battaglie sui costi della politica. Non abbiamo risolto tutti i problemi, ma qualche risultato è arrivato. Bisogna continuare a parlarne.

Lei ha scritto diversi libri contro sistemi di potere consolidati. Possiamo parlare di rabbia giornalistica?

La chiamerei indignazione.

Indignazione davanti a ciò che non funziona e davanti ai cittadini calpestati. Quel bambino di sette anni non sognava di diventare giornalista per andare a cena con i ministri. Voleva raccontare.

Anche questo libro sulle banche nasce da lì. Se nessuno parla di certi argomenti, è difficile che qualcosa cambi. E spesso sono proprio i temi più scomodi quelli dei quali non si vorrebbe parlare.

Il suo esordio televisivo avvenne a “Pinocchio”, con Gad Lerner. Eppure lei non pensava di essere adatto alla televisione.

Non ci avevo mai pensato.

Alla scuola di giornalismo avevo una voce e una faccia che non erano considerate proprio classiche. Non mi facevano fare nemmeno le prove, non mi lasciavano avvicinare al microfono.

Fu Gad Lerner a insistere. Lavoravo con lui in redazione, preparavo testi e schede. Continuava a dirmi: “Devi provare”. Alla fine provai e quello fu il mio esordio.

Poi, a 34 anni, diventai direttore di “Studio Aperto”. Prima, però, avevo già lavorato nella carta stampata. All’inizio degli anni Novanta facevo articoli e corrispondenze sportive da Torino. In seguito fui assunto da Feltri e affrontai tutti i passaggi della professione.

Non sono arrivato direttamente alla direzione. Ho fatto il collaboratore e il redattore. Sono partito dal lavoro quotidiano.

Nel 1971, durante la vicenda dei Pentagon Papers, il giudice della Corte Suprema americana Hugo Black disse che la stampa deve servire i governati, non i governanti. È anche il suo modo di intendere il giornalismo?

Sì. È la sintesi esatta.

In Italia, invece, una parte della stampa sembra pensarla diversamente. Capisco anche perché: stare vicino a chi governa è più facile. Può dare maggiori soddisfazioni, più riconoscimenti e più vantaggi.

Ma il bello del giornalismo è servire i governati. È il motivo per cui uno si alza al mattino ed è ancora felice di fare questo lavoro.

Questa scelta le ha creato problemi? Anche a livello aziendale?

Tantissimi.

Problemi aziendali, querele, denunce, difficoltà di ogni genere. Ogni tanto escono notizie sul programma a rischio. Ma siamo sempre tutti a rischio.

Anche questo libro ho potuto presentarlo pochissimo. In televisione, praticamente, non è mai stato mostrato.

I problemi ci sono, certo. Però continuo a considerarmi una persona fortunata, perché faccio il lavoro che mi piace. E penso che vada fatto così.

Finché potrò, continuerò. Se un giorno qualcuno mi dirà che non posso più farlo in questo modo, allora non lo farò più.

Informazione e intelligenza artificiale. La considera un’opportunità o un pericolo?

Mi spaventa tantissimo.

Per la prima volta ci troviamo davanti a una rivoluzione che rischia di cancellare l’uomo. Noi, invece, dobbiamo difenderlo.

Tutte le cose di cui abbiamo parlato nascono da sentimenti umani, non dagli algoritmi. L’indignazione davanti a una persona che non riesce a curarsi è umana. Anche il bisogno di raccontare un’ingiustizia lo è.

Gli algoritmi vengono costruiti da chi ha potere e possono finire per favorire ancora di più i potenti, lasciando indietro gli altri.

Spero che si riescano a stabilire delle regole. Ma le leggi bisogna farle e, soprattutto, bisogna rispettarle. In Italia ne abbiamo tante che esistono soltanto sulla carta.

La tecnologia può cambiare gli strumenti del giornalismo. Quello è già successo molte volte. Ma il giornalismo, senza l’uomo, diventa un’altra cosa.




Il Professor Giuseppe Melis Giordano inaugura il suo blog personale.

“Ho deciso di aprire un blog.” Esordisce così Giuseppe Melis Giordano  il professore di marketing e marketing turistico in economia e gestione delle imprese, presso l’Università degli Studi di Cagliari nella quale svolge la sua attività didattica e di ricerca all’interno del Dipartimento di scienze economiche ed aziendali presso la facoltà di scienze economiche, giuridiche e politiche.

“Non sono un esperto e quindi metto le mani avanti rispetto alle deficienze nell’uso della piattaforma tecnologica ma ho deciso di raccogliere in uno spazio organizzato idee, riflessioni, documenti e quant’altro mi pare possa essere utile condividere con altri interessati agli stessi temi.

Il sito permette di iscriversi lasciando un proprio indirizzo email. Lo faranno in pochi, questo è chiaro, perché prevale sempre in tanti la possibilità di curiosare rimanendo in incognito. Così come presumibilmente saranno pochi a commentare, forse nessuno, o forse solo chi trova piacere nel “trollare” per il gusto di farlo, come succede spesso, purtroppo.

Però ci voglio provare lo stesso, in fondo ho la presunzione di propormi con un mio personale stile, per nulla propenso alla lite ma altrettanto determinato nel proporre, sempre in modo argomentato, le mie posizioni, anche quando non piacciono.”

“Grazie in anticipo a quanti avranno voglia di leggere, lasciare traccia del proprio passaggio e magari iscriversi al blog.”