Mario Giordano a Porto Cervo: «Le banche hanno smesso di fare le banche»

A “Autori in Costa”, nella conversazione guidata da Fulvio Giuliani, il giornalista presenta “I re di denari” e porta il pubblico dentro un sistema fatto di grandi profitti, istituti sempre più lontani dai territori e risparmiatori lasciati soli. Poi il racconto cambia passo e arriva fino alla memoria del padre.

PORTO CERVO 13 Agosto 2026.

La serata non è ancora cominciata ufficialmente, alcune persone stanno cercando posto e altre devono arrivare. Il parcheggio ha creato qualche ritardo.

Mario Giordano è già pronto a discutere. Qualcuno gli chiede che cosa accada quando una persona entra in un’abitazione e decide di restarci senza pagarne l’affitto. La risposta parte seria e finisce tra le battute: il proprietario non può presentarsi, prendere gli oggetti dell’occupante e portarli fuori. Deve denunciare, aspettare, seguire il percorso previsto dalla legge.

Chi ha comprato quella casa, pagato le tasse e sostenuto le spese rischia così di rimanere sulla porta. Dentro c’è qualcun altro.

Giordano conosce bene l’argomento. Lo ha affrontato più volte nelle sue trasmissioni e lo racconta con il tono di chi continua a stupirsi, nonostante abbia visto molti casi simili. Il pubblico risponde, interviene, ride. L’atmosfera è già quella di una conversazione, più che di una presentazione formale.

Quando anche le ultime persone si sono accomodate, Giuliani apre il quarto appuntamento della rassegna “Autori in Costa”. Sul tavolo c’è I re di denari, pubblicato da Rizzoli.

Giordano comincia prendendo in giro sé stesso, la sua voce e quel modo acceso di stare davanti alle telecamere che spesso divide il pubblico. Dice che le sue trasmissioni fanno arrabbiare. Chi le guarda finisce per discutere con il televisore e, a volte, con lui. Trovarsi davanti tante persone disposte ad ascoltarlo per un’intera serata gli provoca un certo imbarazzo.

Sorride. Poi racconta una cosa che sorride molto meno.

Questo libro, a differenza di altri, in televisione si è visto pochissimo. Quasi niente. Non è stato presentato neppure sulle reti nelle quali lavora da trent’anni. La copertina non è passata nei programmi e il tema è rimasto ai margini.

«Parla delle banche, di quelle che hanno il potere vero», spiega.

Non chiede al pubblico di accettare ogni sua conclusione. Non è questo il punto. Vorrebbe che l’argomento fosse discusso, contestato se necessario, ma almeno portato fuori dalle pagine finanziarie nelle quali rischia di rimanere chiuso.

In televisione si possono trascorrere settimane a esaminare un delitto. Si analizzano le scarpe, gli orari, la colazione, una fotografia scattata anni prima. Tutto. Nel frattempo si muovono miliardi di euro, cambiano i proprietari delle banche, vengono preparate fusioni e scalate che riguardano direttamente i risparmi delle famiglie. Eppure quelle storie arrivano al pubblico sotto forma di sigle e termini tecnici.

Si parla di operazioni ostili, aggregazioni, offerte pubbliche, grandi player. Alla fine si capisce poco.

I re di denari nasce anche da questa difficoltà. Giordano prova a raccontare la finanza senza lasciarla agli specialisti, seguendo le persone che decidono, guadagnano e costruiscono alleanze. I protagonisti hanno nomi, ambizioni e interessi. Il denaro non si muove da solo.

Fulvio Giuliani lo porta indietro nel tempo, quando la banca aveva ancora un volto riconoscibile. Nei quartieri e nei paesi c’erano figure che tutti conoscevano: il parroco, il maresciallo dei carabinieri, il direttore della filiale. Quest’ultimo sapeva chi aveva sempre pagato i propri debiti, conosceva le attività del territorio e poteva ascoltare il progetto di un artigiano senza limitarsi ai parametri restituiti da un computer.

Non era un sistema perfetto. Le banche locali avevano legami politici, clientele e difetti anche pesanti. Ma il denaro raccolto in un luogo conservava un rapporto con quel luogo.

Poi molte di quelle realtà sono scomparse.

Giordano individua un passaggio decisivo nella crisi iniziata intorno al 2012. Diversi istituti territoriali sono falliti, altri sono stati assorbiti. Le filiali hanno chiuso e le decisioni si sono allontanate. La parola d’ordine è diventata crescere: essere più grandi, più solidi, più internazionali.

Ma grandi per fare che cosa?

La domanda resta sospesa per qualche secondo. La risposta arriva netta: «Le banche hanno smesso di fare le banche».

Un istituto raccoglie il denaro dei risparmiatori e dovrebbe rimetterlo in circolo. Finanzia l’impresa che vuole acquistare un macchinario, la coppia che cerca casa, il commerciante che apre un locale. Il suo lavoro consiste nel trasformare i depositi in sviluppo, assumendosi una parte del rischio e conoscendo ciò che accade nell’economia reale.

Secondo Giordano, questo meccanismo si è indebolito. Il denaro viene utilizzato per produrre altro denaro, passando attraverso operazioni finanziarie sempre più sofisticate e lontane dalla vita quotidiana.

I numeri che cita sono enormi. Negli ultimi tre anni, riferisce, le banche italiane avrebbero ottenuto circa 112 miliardi di euro di utili. Per dare una forma a quella cifra immagina di trasformarla in banconote da cento euro e sovrapporle. Verrebbero fuori decine e decine di montagne alte come l’Everest.

La ricchezza non è una colpa, precisa. Sarebbe assurdo sostenerlo. Un Paese cresce se le imprese guadagnano, investono e creano lavoro. Il problema comincia quando quei profitti non tornano nel circuito produttivo.

Negli stessi tre anni, stando ai dati riportati durante la presentazione, i prestiti sarebbero diminuiti di circa 60 miliardi. Gli istituti non hanno mai guadagnato tanto, mentre molte famiglie e aziende raccontano di non riuscire a ottenere credito.

Sono due Italie che non si incontrano.

Nel libro compaiono anche le grandi partite aperte nel sistema finanziario nazionale, da Monte dei Paschi a Mediobanca, da UniCredit a Unipol. Giordano non considera conclusa questa fase. Ritiene che possano arrivare altre operazioni e indica il risparmio degli italiani come uno degli obiettivi principali: centinaia di miliardi accantonati dalle famiglie, una massa di denaro sulla quale si concentrano interessi enormi.

Un uomo tra il pubblico cita la Svizzera. Quando il suo sistema bancario entra in difficoltà, il Paese interviene rapidamente e senza trasformare ogni passaggio in uno scontro pubblico. In Italia accade spesso il contrario: maggioranza e opposizione leggono ogni operazione secondo la convenienza del momento.

Giordano risponde parlando dei campanili.

Sono una delle meraviglie italiane. Ogni paese possiede una ricetta, una storia e un prodotto considerato migliore di quello del comune vicino. È una forza culturale straordinaria, ma diventa un limite quando bisogna ragionare come sistema nazionale. In Europa i francesi difendono la Francia e i tedeschi la Germania. Gli italiani, troppo spesso, difendono prima la propria parte politica.

La finanza, però, non è composta soltanto da acquisizioni e bilanci. A un certo punto della serata entra in una casa rimasta al buio per anni.

È la casa di un pensionato che aveva investito centomila euro. Erano la sua liquidazione e i risparmi messi da parte lavorando. Insieme alla moglie sognava un piccolo appartamento a Fiuggi, vicino alle terme. Nulla di lussuoso. Desideravano un posto nel quale trascorrere qualche settimana senza prenotare ogni volta un albergo.

Qualcuno potrebbe dire che non si investe tutto in un solo prodotto finanziario, che bisogna diversificare. Giordano anticipa l’obiezione. Quell’uomo non era un esperto di mercati e non stava giocando in Borsa. Aveva affidato i soldi alla banca perché per tutta la vita gli era stato insegnato che quello fosse il luogo più sicuro.

Quando perse il capitale, non riuscì a sopportarlo.

Un giorno disse alla moglie di prepararsi perché l’avrebbe portata a ballare. Lei si allontanò per pochi minuti. Lui terminò una lettera, poi si tolse la vita nella tromba delle scale.

Anni dopo, entrando in quell’abitazione, Giordano trovò ancora la bicicletta, gli oggetti personali e una Settimana Enigmistica. La vedova aveva lasciato quasi tutto com’era. Aveva modificato soltanto una parte della casa per non vedere, ogni volta che passava, il punto in cui il marito era morto.

Usciva raramente. Lo fece per andare in tribunale.

Nella sentenza, il giudice riconobbe il coraggio con il quale quella donna aveva portato la propria umanità in un procedimento dominato da carte, cifre e regole. Le assoluzioni, però, chiusero la vicenda senza attribuire responsabilità penali.

Le vittime ci sono. I colpevoli molto meno.

È uno dei fili che attraversano il volume. Quando una banca entra in crisi, i risparmiatori perdono il denaro, lo Stato interviene e il costo finisce per ricadere sulla collettività. Nel frattempo le responsabilità si dividono tra amministratori, controllori, norme e decisioni prese molti anni prima. Più si cerca un volto, più quel volto sembra allontanarsi.

Giuliani sposta la conversazione sull’informazione. Le banche sono tra i maggiori inserzionisti di giornali e televisioni. Comprano pagine, spot e campagne. Non è necessario immaginare telefonate segrete o ordini espliciti. Può bastare il timore di perdere un cliente importante per rendere un’inchiesta meno gradita.

Il giornalista non sostiene che tutti i mezzi di comunicazione siano controllati. Sarebbe una semplificazione. Dice che esistono condizionamenti economici e che ignorarli impedisce di capire perché certi temi trovino spazio e altri no.

Si parla anche di Report e di Sigfrido Ranucci, coinvolto nelle polemiche di quei giorni.

Per Giordano, ogni inchiesta comincia da un’idea. Il cronista sospetta che qualcosa non funzioni e decide di controllare. Non potrebbe essere diversamente. Quell’intuizione, però, deve confrontarsi con i fatti. Se la realtà smentisce la tesi iniziale, è la tesi a dover essere abbandonata.

Le fonti hanno quasi sempre un interesse. Chi consegna un documento può voler colpire un avversario o regolare un conto. Non importa che sia simpatico, antipatico, innocente o pieno di secondi fini. La domanda è un’altra: ciò che racconta è vero?

C’è anche un problema di reciprocità. Chi indaga sulla vita degli altri deve accettare che, prima o poi, qualcun altro possa occuparsi della sua. Non si può invocare la libertà di stampa quando si fanno domande e chiedere silenzio quando le domande vengono rivolte a noi.

La discussione passa poi al linguaggio. Alcune parole comuni sono diventate difficili da pronunciare senza provocare una polemica. Persino “mamma” e “papà”, ironizza l’ospite, vengono sostituite in certi documenti da “genitore uno” e “genitore due”.

La lingua cambia, certo. È sempre successo. A preoccupare Giordano è l’idea che qualcuno possa stabilire quali espressioni siano ammesse, correggendo anche le storie del passato per adattarle alla sensibilità del presente.

Cappuccetto Rosso, Biancaneve, La bella addormentata nel bosco. Le fiabe finiscono nel dibattito. Vengono ripulite, accorciate, private delle parti considerate violente o inopportune. Giuliani ricorda che le versioni originali dei fratelli Grimm erano molto più crude delle successive riscritture della Disney. Raccontavano la paura, il pericolo e persino la morte. Proprio per questo avevano una funzione.

Eliminando tutto ciò che disturba si rischia di ottenere storie innocue. E anche persone meno abituate a confrontarsi con ciò che fa paura.

Quando il pubblico comincia a fare domande, il discorso si allarga alla guerra. Giordano è preoccupato dalla naturalezza con la quale parole come riarmo, esercito e conflitto sono tornate nella quotidianità politica. Leader europei parlano della necessità di prepararsi. Si annunciano centinaia di miliardi per la difesa.

A forza di ripeterlo, il pensiero della guerra diventa meno assurdo.

La storia mostra quanto sia pericoloso. Gli Stati accumulano armi per sentirsi più sicuri, gli altri rispondono nello stesso modo e, a un certo punto, basta un episodio per far saltare l’equilibrio. È già successo. Potrebbe succedere ancora.

Mario Giordano racconta di avere inizialmente guardato con una certa fiducia alla formula “America First” di Donald Trump. Pensava che gli Stati Uniti avrebbero ridotto il proprio ruolo di gendarme del mondo. A suo giudizio è avvenuto il contrario. Critica inoltre il governo italiano per non aver preso una posizione più autonoma davanti ad alcune decisioni americane e alle tensioni con l’Iran.

Poi c’è l’Europa.

Secondo lui è stata costruita partendo dalla moneta, non da una cultura condivisa. Si è pensato che utilizzare lo stesso denaro fosse sufficiente per unire popoli diversi. Non lo è stato. Francesi e tedeschi continuano a difendere i propri interessi, mentre l’Unione non possiede una politica estera, militare e migratoria realmente comune.

Si parla molto di difesa, ma gli eserciti non sono coordinati. I Paesi acquistano sistemi che spesso non comunicano tra loro. Anche sui confini manca una linea chiara.

Difenderli, precisa, non significa buttare a mare le persone. Significa fare entrare regolarmente chi ne ha diritto, accoglierlo in condizioni dignitose e impedire l’accesso a chi non possiede i requisiti. Ciò che avviene oggi, nella sua lettura, non è vera accoglienza. È disordine.

Nonostante tutto, non si considera un pessimista. Anzi.

Ricorda quando i vitalizi e gli altri privilegi della politica erano quasi sconosciuti. Venticinque anni fa poche persone sapevano come funzionassero. Poi sono arrivati libri, programmi, articoli e campagne di denuncia. Alcune distorsioni sono rimaste, ma certi trattamenti oggi non sarebbero più accettati.

Porta esempi più semplici. Un tempo si fumava nei ristoranti, negli uffici e in televisione. Le cinture di sicurezza venivano ignorate. Le leggi hanno avuto un ruolo, ma prima è cambiata la percezione collettiva. A un certo punto ciò che sembrava normale ha smesso di esserlo.

Anche il sistema bancario può cambiare, sostiene. Bisogna conoscerlo e raccontarlo. Senza informazione rimane soltanto la sensazione di essere impotenti.

Verso la fine, Fulvio Giuliani introduce il passaggio più personale del libro. La banca, per Mario Giordano, non è sempre stata un nemico senza volto. Suo padre vi ha lavorato per tutta la vita.

Da bambino lo aspettava fuori dall’ufficio insieme alla madre. Guardava le finestre ancora illuminate e pensava che lì dentro i soldi crescessero. Glielo avevano spiegato così: in banca il denaro viene custodito e fatto fruttare. Nella sua immaginazione quel luogo assomigliava a una cattedrale.

Il padre trascorreva le giornate tra registri, numeri e calcolatrici, quando ancora i computer non c’erano. Alla fine i conti dovevano tornare. Solo allora poteva dire: «Ce l’abbiamo fatta anche questa volta».

La banca era precisione. Era sicurezza. Soprattutto, aveva il volto di suo padre.

Anche i piccoli regali con il nome dell’istituto erano motivo di orgoglio. Essere “della banca” significava appartenere a un mondo nel quale il rigore contava e la fiducia non era una parola da usare nella pubblicità.

Per questo I re di denari non nasce da un rifiuto delle banche. Nasce dal dispiacere di vederle cambiate.

Nelle pagine rivolte al padre, Giordano quasi si scusa. Sa quanto quell’uomo fosse legato al proprio lavoro e immagina che possa leggere il libro da qualche parte. Gli chiede di non arrabbiarsi.

La lettura finisce. Per qualche istante nella sala non si sente nulla.

Poi arriva l’applauso.




Mario Giordano: «Il giornalismo deve stare dalla parte dei cittadini»

Il bambino con il taccuino, le inchieste di “Fuori dal coro”, le battaglie sulle case occupate e sulle liste d’attesa. Mario Giordano racconta il suo modo di fare informazione e spiega perché l’intelligenza artificiale lo preoccupa.

Intervista di Fausto Farinelli Porto Cervo 13 Agosto 2026

Mario Giordano parla del giornalismo come di una passione che non si è mai spenta. Tutto cominciò quando aveva sette anni e riempiva i taccuini sognando di diventare cronista. Poi sono arrivati i giornali, la televisione, le direzioni e i libri. Quella curiosità, invece, è ancora lì.

Lo si capisce dalle risposte. Giordano sorride, ricorda gli inizi, ma cambia tono quando il discorso arriva alle case occupate o alle liste d’attesa nella sanità. In quei momenti le parole accelerano. E l’indignazione prende il posto dell’ironia.

Lei ha raccontato che la passione per il giornalismo nacque da bambino, con quel famoso taccuino ricevuto in regalo. Dopo aver diretto giornali e telegiornali, che cosa è rimasto di quel giovanissimo cronista?

Tutto. È rimasta soprattutto la passione.

Ho avuto la fortuna di fare il lavoro che amo e che non mi pesa. Non avevo parenti giornalisti. Ero un bambino di sette anni che sognava di fare il giornalista, cominciava a scrivere sui taccuini e poi continuava a riceverli in regalo.

Il mondo cambia, cambiano le possibilità e gli strumenti. Ma il giornalismo è bello se uno conserva dentro quella voglia di comunicare. È un fuoco: vedi una cosa e senti subito il bisogno di raccontarla.

Puoi usare il tamburo di latta, come si faceva una volta, oppure i social, la televisione, la radio e la carta stampata. Il mezzo viene dopo. Prima deve esserci quella voglia.

E bisogna raccontare dalla parte dei cittadini. Non dalla parte di chi sta in alto. Noi giornalisti dovremmo stare in mezzo, ma vicini alle persone, capire le loro esigenze e provare a rappresentarle. Ho sempre cercato di farlo.

Ogni tanto dico che spero non si accorgano di quanto mi diverto a fare il giornalista, altrimenti smettono di pagarmi. Perché lo farei lo stesso. È la cosa che mi piace fare.

Con “Fuori dal coro” avete realizzato inchieste che, in alcuni casi, sono riuscite a ottenere risultati dove la giustizia o le istituzioni non erano arrivate. È un modello che può cambiare anche il modo di fare informazione?

Non lo so. E, sinceramente, mi interessa anche poco.

Quando mi hanno proposto di fare una trasmissione, non volevo costruire il solito teatrino televisivo: quello di destra dice una cosa, quello di sinistra ne dice un’altra e alla fine rimane tutto com’era.

Di talk show ce ne sono tanti. Io ho cercato di fare una trasmissione che raccontasse le cose che non funzionano e, quando è possibile, provasse anche a risolverle.

Non mi interessa tanto smuovere gli altri giornalisti. Mi interessa smuovere le cose.

L’inchiesta sulle case occupate come nacque?

Da una telefonata.

Ci chiamarono due ragazzi. Volevano sposarsi, ma non potevano farlo perché il padre aveva affittato una casa e la persona che la occupava non voleva più andarsene.

Siamo partiti da quella storia e abbiamo scoperto che sotto c’era un mondo. Tantissime persone si trovavano nella stessa situazione e il sistema italiano, per ragioni diverse, non riusciva a dare loro una risposta.

La telecamera, in questi casi, funziona perché accende un faro. Se insisti, alla fine qualcosa si muove. Ma non dovrebbe funzionare così. Un cittadino non dovrebbe ottenere giustizia soltanto perché arriva una troupe televisiva.

Noi abbiamo contribuito a liberare 282 case. Sono casi concreti, famiglie vere. Poi la speranza è che, raccontandoli, si riesca anche a cambiare il meccanismo che li ha prodotti.

La stessa cosa accade con le liste d’attesa nella sanità?

Certo. Non è possibile che una persona riesca a ottenere una visita soltanto perché arriviamo noi con le telecamere.

Quando una signora ha un sospetto tumore e le fissano la visita nel 2029, io mi arrabbio. Mi viene da battere la testa contro il muro. Come si fa a non reagire? Non è umano. Non è possibile, non è giusto e non è lecito.

La salute è un diritto costituzionale. Se per curarti devi pagare, significa che in Italia possono farlo soltanto i ricchi. Ed è sbagliato.

Noi denunciamo il sistema, sperando che qualcuno intervenga. Nel frattempo, però, proviamo a risolvere il caso che abbiamo davanti. Quella visita ottenuta non sistema tutta la sanità, è evidente, ma per la persona che la stava aspettando cambia tutto.

Qualcuno le rimprovera di urlare troppo.

Sì, mi chiedono: “Perché urli?”.

Urlo perché certe cose non sono accettabili. Se una donna rischia di avere un tumore e deve aspettare anni per una visita, che cosa dovrei fare? Guardarla con distacco e passare all’argomento successivo?

Ogni tanto bisogna alzare la voce. La gente è distratta, è stanca. Lo capisco anche: uno torna a casa dopo una giornata difficile e magari preferisce guardare un film, invece di vedere un servizio che lo fa arrabbiare.

Però, se nessuno apre gli occhi su quello che accade, le cose non cambiano.

E non è vero che non cambia mai nulla. Negli anni abbiamo condotto battaglie sui costi della politica. Non abbiamo risolto tutti i problemi, ma qualche risultato è arrivato. Bisogna continuare a parlarne.

Lei ha scritto diversi libri contro sistemi di potere consolidati. Possiamo parlare di rabbia giornalistica?

La chiamerei indignazione.

Indignazione davanti a ciò che non funziona e davanti ai cittadini calpestati. Quel bambino di sette anni non sognava di diventare giornalista per andare a cena con i ministri. Voleva raccontare.

Anche questo libro sulle banche nasce da lì. Se nessuno parla di certi argomenti, è difficile che qualcosa cambi. E spesso sono proprio i temi più scomodi quelli dei quali non si vorrebbe parlare.

Il suo esordio televisivo avvenne a “Pinocchio”, con Gad Lerner. Eppure lei non pensava di essere adatto alla televisione.

Non ci avevo mai pensato.

Alla scuola di giornalismo avevo una voce e una faccia che non erano considerate proprio classiche. Non mi facevano fare nemmeno le prove, non mi lasciavano avvicinare al microfono.

Fu Gad Lerner a insistere. Lavoravo con lui in redazione, preparavo testi e schede. Continuava a dirmi: “Devi provare”. Alla fine provai e quello fu il mio esordio.

Poi, a 34 anni, diventai direttore di “Studio Aperto”. Prima, però, avevo già lavorato nella carta stampata. All’inizio degli anni Novanta facevo articoli e corrispondenze sportive da Torino. In seguito fui assunto da Feltri e affrontai tutti i passaggi della professione.

Non sono arrivato direttamente alla direzione. Ho fatto il collaboratore e il redattore. Sono partito dal lavoro quotidiano.

Nel 1971, durante la vicenda dei Pentagon Papers, il giudice della Corte Suprema americana Hugo Black disse che la stampa deve servire i governati, non i governanti. È anche il suo modo di intendere il giornalismo?

Sì. È la sintesi esatta.

In Italia, invece, una parte della stampa sembra pensarla diversamente. Capisco anche perché: stare vicino a chi governa è più facile. Può dare maggiori soddisfazioni, più riconoscimenti e più vantaggi.

Ma il bello del giornalismo è servire i governati. È il motivo per cui uno si alza al mattino ed è ancora felice di fare questo lavoro.

Questa scelta le ha creato problemi? Anche a livello aziendale?

Tantissimi.

Problemi aziendali, querele, denunce, difficoltà di ogni genere. Ogni tanto escono notizie sul programma a rischio. Ma siamo sempre tutti a rischio.

Anche questo libro ho potuto presentarlo pochissimo. In televisione, praticamente, non è mai stato mostrato.

I problemi ci sono, certo. Però continuo a considerarmi una persona fortunata, perché faccio il lavoro che mi piace. E penso che vada fatto così.

Finché potrò, continuerò. Se un giorno qualcuno mi dirà che non posso più farlo in questo modo, allora non lo farò più.

Informazione e intelligenza artificiale. La considera un’opportunità o un pericolo?

Mi spaventa tantissimo.

Per la prima volta ci troviamo davanti a una rivoluzione che rischia di cancellare l’uomo. Noi, invece, dobbiamo difenderlo.

Tutte le cose di cui abbiamo parlato nascono da sentimenti umani, non dagli algoritmi. L’indignazione davanti a una persona che non riesce a curarsi è umana. Anche il bisogno di raccontare un’ingiustizia lo è.

Gli algoritmi vengono costruiti da chi ha potere e possono finire per favorire ancora di più i potenti, lasciando indietro gli altri.

Spero che si riescano a stabilire delle regole. Ma le leggi bisogna farle e, soprattutto, bisogna rispettarle. In Italia ne abbiamo tante che esistono soltanto sulla carta.

La tecnologia può cambiare gli strumenti del giornalismo. Quello è già successo molte volte. Ma il giornalismo, senza l’uomo, diventa un’altra cosa.




Nasce Fratelli d’Italia Porto Torres: Gian Mario Sircana Coordinatore Cittadino

Venerdì sera, nell’elegante cornice del Bar Sport di Porto Torres, si è
celebrato il congresso costitutivo di Fratelli d’Italia in città .
Il Congresso, che si inserisce nella stagione congressuale comunale che
Fratelli d’Italia sta celebrando a livello nazionale, è stato presieduto da
Luca Babudieri, Coordinatore Cittadino di Sassari, e ha visto l’elezione
all’unanimità di Gian Mario Sircana a Coordinatore Cittadino.
“Oggi finalmente nasce Fratelli d’Italia Porto Torres-spiega Sircana- il
nostro primo obiettivo sarà quello di far crescere la nostra realtà
attraverso il tesseramento.
Questo perché vogliamo coinvolgere le migliori energie di Porto Torres per
costruire una classe dirigente e un progetto alternativo ad una sinistra
che da decenni, con scarsi risultati, governa la città.”
“È per me un grande onore aver presieduto il congresso costitutivo di
Fratelli d’Italia Porto Torres- commenta Babudieri- abbiamo lavorato tanto
per la nascita di questo circolo perché, da sassarese, ritengo che Porto
Torres non sia un bacino di voti da usare all’occorrenza, ma esprime delle
potenzialità talmente importanti da poter essere la protagonista del
rilancio del Nord-Ovest della Sardegna, da oggi Fratelli d’Italia lavorerà
per questo”.
[Collection]




Mario Conoci: cosa ho fatto in 5 anni.Descrizione del post sul blog.

Di seguito la nota integrale del Sindaco di Alghero Mario Conoci

Pur non essendo io l’avversario da battere sono diventato bersaglio di Tedde, che dimentica il suo vero competitor.

Evitando i toni provocatori, il dileggio personale, il rovesciamento della realtà che ho letto nell’ultimo comunicato di Marco Tedde e della coalizione, devo rispondere. Devo fare alcune considerazioni che riportino la discussione alla realtà dei fatti. E così farò ogni volta che sentirò o leggerò attacchi del candidato sindaco del cdx spaccato contro la mia maggioranza di cdx unita.

Per cominciare ritengo risibile il tentativo di Marco Tedde di far credere che lui e il suo partito non abbiano amministrato negli ultimi 5 anni. È lampante a tutti che per quattro anni e mezzo abbiano gestito gli Assessorati bilancio e demanio e lavori pubblici e manutenzioni oltre naturalmente alla Fondazione Alghero e alla Società In House. Una gestione che spessisso ha provocato forti malumori dei partiti alleati, compresi Fratelli d’Italia,Lega e Udc, oggi alleati ben poco convinti di Marco Tedde.

Altrettando falso addebitare a me di aver spaccato la coalizione. Una falsificazione della realtà e un inquinamento del clima elettorale che Marco Tedde dovrebbe evitare. Se il centrodestra si è spaccato l’ha fatto proprio sulla candidatura di Marco Tedde, perdendo, nella attuale compagine, parti importanti del centro e dei civici. Dietro la rottura l’insanabile presunzione di Tedde, che nulla ha fatto per tenere unite le anime del centrodestra civico, liberale e sardista. Una imcapacità frutto di miopia e di presunzione. Gli esiti di questa spaccatura si vedranno a breve.

Finché è stato mio compito, ho tenuto insieme la coalizione. Oggi questa responsabilità stava in capo a Marco Tedde. Su questo ha già fallito e altri dovranno ricostruire.

La mia amministrazione è stata ed è una maggioranza di centrodestra e civica eletta dagli algheresi. Nessuna trasformazione, nessuna interruzione per inutili revoche assessoriali dettate da mere esigenze elettorali di Marco Tedde. La maggioranza consiliare in questi cinque anni non è mai cambiata.

Sono riuscito a tenerla unita, e oggi si comprende con quali difficoltà, anche nonostante i continui ostacoli e le tensioni causate da Marco Tedde, nel tentativo di apparirne il padre padrone. A dispetto di ciò tutti sono rimasti in maggioranza, persino Forza Italia, che lo ha dichiarato in Consiglio Comunale dopo il ritiro delle deleghe agli assessori sleali alla maggioranza. La presenza di FI, come di tutte le altre componenti politiche, non è mai venuta meno nei cda delle partecipate.

Che a Tedde piaccia o no, questa è la realtà. Si può anche provare a rappresentare altro, se si ritiene sia più conveniente in campagna elettorale. Io credo sia disonesto.

Tornando a questi 5 anni di buon governo di centrodestra, dei quali vado orgoglioso, ritengo che i risultati raggiunti e i progetti avviati siano un patrimonio di tutta la coalizione, nessuno escluso, Forza Italia compresa, come vedo peraltro da ciò che scrive orgogliosamente un suo ex assessore.

Certo si poteva fare di più e meglio, ma tutto è sempre stato fatto con impegno, passione, dedizione, senso del dovere, da me e da tutta la squadra che mi ha accompagnato in questi anni e che mai rinnegherei per convenienze politiche o elettorali dell’ultimo minuto. I rapporti personali, la stima, l’amicizia, il rispetto per le persone, per me, a differenza di altri, vengono prima di qualunque convenienza politica. Io, lo ripeto, sono orgoglioso di tutto questo. E vedo che non sono il solo.

Se oggi Marco Tedde cerca di tirarsi fuori facendo finta di non esserci mai stato, di rappresentare solo cose negative, di far dimenticare i mille ostacoli disseminati lungo il cammino della nostra amministrazione, lo faccia pure se ci riesce. Secondo me sbaglia Marco Tedde a non valorizzare, a disprezzare, il lavoro fatto in anni cosi difficili dalla coalizione di centrodestra e civica della quale sono stati e sono parti integranti i partiti della coalizione che lo sostiene come Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, UDC. Oggi Marco Tedde dice ai suoi stessi alleati che hanno fallito. Come è possibile?!

Saranno comunque i cittadini e poi il tempo a giudicare.

Io intanto resto orgoglioso,

1) di aver dato una casa definitiva e moderna ai nostri anziani;

2) di aver affrontato la terribile prova del Covid realizzando, insieme ai nostri sanitari, un hub vaccinale che ha dato, in un momento di angoscia, sicurezza e speranza con gli oltre 120.000 vaccini somministrati e di aver assistito coi servizi sociali oltre 10.000 concittadini in difficolta;

3) di aver avviato e portato verso la conclusione la circonvallazione che oggi è finalmente visibile a tutti;

4) di aver deciso di accogliere a Fertilia i rifugiati ucraini e di ospitate ancora oggi 28 migranti con il progetto SAI (servizio di Assistenza e Integrazione) provenienti da paesi in guerra e inseriti in programmi di protezione;

5) di aver restituito alla città dopo anni la piscina scoperta che oggi può ospitare eventi internazionali;

6) di aver reso l’anfiteatro Ivan Graziani un luogo di eventi straordinari e di Alghero la capitale degli eventi con i più bei capo d’anno di Sardegna;

7) di aver investito in risorse ed in fiducia verso i comitati di borgata e di quartiere e verso i CCN che sono diventati tutti insieme protagonisti della crescita economica e sociale di Alghero;

8) di aver investito sui giovani quali veri protagonisti della nostra città attraverso una rinforzata Consulta Giovani, il finanziamento di borse per studi all’estero, attraverso i progetti di urban Art, di aver sostenuto il progetto di Rondine e Rumundu sulla formazione dei nostri giovani e di quelli di paesi in conflitto;

9) di aver stretto una collaborazione strettissima con tutti gli istituti scolastici coinvolgendoli in attività formative con mostre, eventi e progetti, anche contro la dispersione scolastica;

10) di aver portato finanziamenti per milioni di euro col PNRR per riqualificare la ex caserma di via Simon, il forte della Maddalena, le scuole della Pedrera e del Sacro Cuore, per asfaltare decine di chilometri di strade e ricostruire tantissimi ponti e attraversamenti in agro;

11) di aver restaurato e reso sicuro il ponte Serra dopo anni di abbandono;

12) di aver portato a San Marco l’impianto per il trattamento della posidonia, che dalla prossima stagione trasformerà un problema in una risorsa;

13) di aver portato ad approvazione definitiva il piano del centro storico di Alghero e Fertilia, il piano di assetto idrogeologico di tutto il territorio, e il piano di valorizzazione e conservazione delle borgate;

14) di aver definito il Piano di riqualificazione urbana della Pietraia;

15) di aver costituito il distretto rurale di Alghero e Olmedo con oltre 200 aziende per lo sviluppo del settore agricolo e della pesca in connessione con l’economia turistica;

16) di aver riqualificato a tempo di record l’ingresso cittadino su via Barraccu;

17) di aver investito oltre 2 milioni di euro in asfalti in città;

18) di aver praticamente completato il nuovo giardino al Caragol;

19) di aver avviato la costruzione di 20 nuovi alloggi popolari alCaragol;

20) di avere acquistato nuovi uffici comunali per i servizi sociali e i servizi demografici;

21) di aver realizzato e reso attivo il micro nido alla Pietraia;

22) di aver realizzato il nuovo ecocentro a Santa Maria La Palma;

23) di aver concesso oltre 170 patrocini all’anno che hanno prodotto più di 500 giorni di eventi ogni anno;

24) di aver aggiudicato la riqualificazione del Caval Marì;

25) di aver contributo con tanti sindaci del territorio all’avvio concreto della 4 corsie Alghero-Sassari-Aeroporto;

26) di aver predisposto progetti in parte finanziati per una nuova grande palestra in via XX Settembre e per uno splendido e moderno Palazzetto dello Sport e degli spettacoli a Maria Pia;

27)di aver affidato la progettazione, con studi di fattibilità realizzati, per la riqualificazione della litoranea per Fertilia e per l’ingresso cittadino da mont’Agnese e, ancora, per la riqualificazione e rigenerazione di Largo Nunzio Costantino a Sant’Agostino completamente finanziato con oltre 450.000 euro;

28) di aver avviato il recupero ambientale dell’ex campo Rom e di altre aree urbane;

30) di aver ottenuto finanziamenti e avviato progetti per la tutela dalla erosione del nostro patrimonio ambientale e delle coste sabbiose;

31) di aver guidato 30 Comuni verso il riconoscimento UNESCO del patrimonio rappresentato dalle Domus de Janas;

32) di aver consolidato i rapporti con le istituzioni e i fratelli della Catalogna attraverso la rappresentanza della Generalitat;

33) di aver portato ad Alghero l’AdFolk, la più grande manifestazione folkloristica catalana;

34) di aver accolto le più alte cariche istituzionali catalane;

35) di aver avviato il più grande progetto di insegnamento dell’algherese nelle scuole con l’adesione di oltre 400 famiglie;

36) di aver costantemente collaborato con le associazioni che si occupano della valorizzazione della nostra cultura identitaria;

37) di aver valorizzato la nostra Banda Musicale;

38) di aver ascoltato e sostenuto il più possibile le nostre associazioni culturali;

39) di aver di aver acquistato decine di nuovi giochi per i parchi cittadini oggi in fase di installazione;

40) di aver chiuso i lavori per la rete del gas che per anni hanno devastato le nostre strade;

41) di aver rifatto la pista di atletica restituendola alla fruizione degli sportivi;

42) di aver collaudato le tribune e avviato la riqualificazione del campo da Rugby;

43) di aver avviato i lavori dell’ex cotonificio;

44) di aver portato avanti la riqualificazione della casa Comunale di Via Columbano;

45) di aver portato ad Alghero o mantenuto grandi eventi sportivi come la Davis Femminile, il nuoto di fondo con Paltrinieri, la pallanuoto internazionale col Settebello di Sandro Campagna e il grande Rally col WRC mondiale;

46) di aver organizzato la storica manifestazione delle Frecce tricolori;

47) di aver ottenuto oltre 700mila euro da investire sui nostri musei cittadini;

48) di aver ospitato nella casa comunale di Alghero il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che si è innamorato della nostra città;

49) di essermi impegnato per garantire la presenza del sindaco ogni volta, ed è stato spessissimo, che veniva richiesta, anche questo l’ho sentito doveroso;

50) di aver fatto svolgere all’amministrazione il ruolo super partes che è doveroso abbia senza mai guardare alle appartenenze;

51) di aver riconosciuto la cittadinanza onoraria, d’accordo con l’opposizione a Egea Hafner, Vittorio Moretti, Andrea Alessandrini;

52) di non essere mai mancato ad un solo consiglio comunale, consiglio comunale che sotto la guida di Lelle Salvatore ha sempre approvato tutti i punti all’ordine del giorno dimostrando una produttività straordinaria.

Potrei continuare con moltissime altre attività e con la enorme mole di lavoro quotidiano che i collaboratori comunali e delle partecipate svolgono con grande impegno e che non mi stancherò mai di apprezzare ringraziandoli.

Per cinque anni da sindaco ho evitato di scadere nelle polemiche, di replicare agli insulti personali, ho evitato di alimentare un clima di divisione esasperata, di odio, come quello che purtroppo oggi trasuda dai comunicati di Marco Tedde.

La critica, anche aspra, le idee differenti, la contrapposizione politica fanno parte della normale dialettica. Quello che non può venire meno è il rispetto reciproco. Anche in questa campagna elettorale, che non mi vede candidato, era mia intenzione non interferire nel confronto politico. Ritenevo fosse mio compito portare a termine il mio mandato, amministrano le cose della città, garantendo un sereno passaggio di consegne con il nuovo sindaco e la nuova maggioranza, cosi com’è doveroso fare nel rispetto della istituzione e dei cittadini che rappresento.

Ciò che auspico è che si abbandonino i toni violenti, gli insulti personali, le insinuazioni, che si smetta di avvelenare il clima del confronto.

Voglio concludere sottolineando la collaborazione stretta e fattiva con tutte le istituzioni del territorio e quella del tutto particolare e unica con il nostro Vescovo, Padre Mauro, che mi è stato sempre vicino con affetto, a cui resto davvero riconoscente.

Mario Conoci

Sindaco di Alghero




Imputazione Coatta per Fabiano Mario Saba nel Caso di Omicidio Colposo di Antonio Masia

Il Tribunale di Sassari respinge l’archiviazione per Saba, mentre procede con ulteriori indagini su altri tre indagati.


Sassari – In una svolta significativa per il caso della morte di Antonio Masia, avvenuta il 25 luglio 2022 all’interno dell’impianto di smaltimento rifiuti della Gesam, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Sassari, Giuseppe Grotteria, ha disposto l’imputazione coatta per Fabiano Mario Saba, operaio 50enne. Saba è accusato di omicidio colposo, decisione che segue il rifiuto del giudice di accogliere la richiesta di archiviazione avanzata dalla pm Maria Paola Asara. Per un altro operaio, Luri Arben, invece, è stata accettata l’archiviazione.

La famiglia di Masia, rappresentata dagli avvocati Daniele Alicicco e Francesca Fiori, si era opposta all’istanza di archiviazione, spingendo il caso verso ulteriori indagini. In aggiunta, il giudice ha concesso sei mesi in più per indagare su altre tre figure chiave: Innocenzo Mario Giannasi, dirigente della Gesam, Antonio Cesaraccio, presidente e legale rappresentante della società, e Michela Paola Piera Coppola, consulente aziendale. Anche per loro si ipotizza il reato di omicidio colposo legato alla mancata implementazione delle misure di sicurezza.

Masia fu trovato morto in un punto nascosto del capannone della Gesam la sera del 25 luglio, dopo che la sua famiglia aveva lanciato l’allarme per la sua scomparsa. Inizialmente, si ipotizzò un malore, ma l’autopsia rivelò che la morte era stata causata dall’impatto con un macchinario. Questo tragico evento fu seguito, qualche settimana dopo, da un incendio doloso che distrusse completamente il capannone, complicando ulteriormente le indagini.

L’indagine, che ora sembra avviarsi verso un processo, dovrà stabilire le responsabilità di Saba e degli altri indagati, con la pm che formulera il capo di imputazione per Saba, mentre il giudice per l’udienza preliminare deciderà se rinviare a giudizio anche gli altri coinvolti. La vicenda continua a tenere alta l’attenzione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e sulle conseguenze legali di incidenti tragici come questo.




Paolo Truzzu si rivolge al leader dell’UdS, Mario Floris

“Sebbene l’UdS non sia presente con proprie liste in questa competizione elettorale, considero fondamentale l’apporto che questa importante e storica componente politica potrà offrire per il futuro della Sardegna. In nome dei valori di autonomia e sardità che avete sempre incarnato, il mio invito è quello di lavorare insieme per il bene della nostra Isola. Inoltre, non voglio dimenticare che proprio tu sei stato il primo presidente di una Giunta regionale di centrodestra in Sardegna”.




“Fratelli ad Alghero”: Paolo Truzzu e Mario Conoci Discutono il Futuro della Sardegna”

Verso un nuovo modello di gestione territoriale: dialogo costruttivo tra candidato governatore e sindaco per il rinnovamento dell’amministrazione locale sarda.

Questa mattina, Alghero è stata testimone di un significativo evento politico: l’arrivo del Sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu, per un incontro con il suo omologo di Alghero, Mario Conoci. Truzzu, proveniente da Olbia, è stato accolto all’esterno degli uffici di Porta Terra. Il loro caloroso saluto ha dato il via ad una giornata importante per le relazioni inter-cittadine in vista delle imminenti elezioni regionali Sarde.

La riunione si è svolta nell’ufficio del Sindaco di Alghero, dove si sono riuniti diversi esponenti politici e figure di spicco. Tra i presenti vi erano Marco Di Gangi, coordinatore cittadino di FDI, Alessandro Cocco, assessore al turismo, la candidata Monica Pulina, l’avvocato e candidato Pier Giovanni Arru, originario di Villanova, e Barbara Polo, coordinatrice provinciale di FDI e deputata a Montecitorio.

L’incontro ha offerto l’opportunità di discutere temi rilevanti per entrambe le città, rafforzando la collaborazione e il dialogo tra Cagliari e Alghero.

La discussione si è concentrata sull’urgenza di un rinnovamento nella gestione amministrativa della regione, soprattutto alla luce delle sfide poste dalla pandemia di COVID-19. I partecipanti hanno concordato sull’importanza di superare le visioni ristrette a favore di una strategia più inclusiva che tenga conto delle esigenze di tutti i territori, compresi quelli meno centrali.

Un tema chiave dell’incontro è stata la necessità di una riforma della legislazione regionale, che promuova una maggiore autonomia e rappresentanza diretta nelle decisioni politiche a livello locale. Si è sottolineata l’importanza di decisioni prese a livello di comunità locale, che hanno un impatto diretto sulla vita quotidiana dei cittadini, evidenziando la necessità di una leadership consapevole e proattiva.

Inoltre, i partecipanti hanno discusso delle politiche sociali, enfatizzando la necessità di un approccio coordinato per affrontare le sfide in ambiti cruciali come l’educazione, la sanità e il sociale. Si è parlato della creazione di una rete metropolitana e di un modello di gestione condivisa delle risorse, per ottimizzare gli interventi e garantire un impatto positivo su tutto il territorio regionale.

In vista delle prossime elezioni regionali, Truzzu e Conoci hanno ribadito l’importanza di una campagna elettorale incentrata su proposte concrete e sulla stretta collaborazione con le amministrazioni locali. Questo approccio garantirà che le esigenze e le aspettative dei vari territori siano adeguatamente rappresentate e prese in considerazione.

In conclusione, l’incontro tra Paolo Truzzu e Mario Conoci apre la strada a un futuro di governance regionale più integrata e collaborativa, con l’obiettivo di affrontare efficacemente le sfide comuni e promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile della Sardegna.




Mario Conoci, Sindaco di Alghero, si candida come consigliere regionale con Fratelli d’Italia

Secondo indiscrezioni provenienti dal centro destra algherese, l’attuale Sindaco Mario Conoci è in procinto di formalizzare la sua candidatura come consigliere regionale con il partito Fratelli d’Italia. Questa mossa politica è stata accolta con entusiasmo dai suoi sostenitori, che credono che Conoci abbia tutte le carte in regola per essere eletto e continuare ad occuparsi della sua città direttamente a Cagliari. Il vento del partito della Meloni soffia forte in Sardegna, e la candidatura di Conoci rappresenta un importante passo per consolidare la presenza di Fratelli d’Italia nella regione. Non è la prima volta che un politico algherese decide di intraprendere questa strada: cinque anni fa, anche Michele Pais, attuale presidente del consiglio regionale, fece la stessa identica cosa quando il vento soffiava nelle vele della Lega. La decisione di Conoci di candidarsi come consigliere regionale dimostra il suo impegno nei confronti della politica e del suo territorio. Come Sindaco di Alghero, ha dimostrato di essere un amministratore competente e appassionato, lavorando duramente per migliorare la qualità della vita dei suoi concittadini. Ora, vuole portare la sua esperienza e la sua visione anche a livello regionale, per poter contribuire in modo ancora più significativo allo sviluppo della Sardegna. La candidatura di Conoci rappresenta una valida alternativa per coloro che cercano un rappresentante politico che sia vicino alle esigenze della propria comunità. La sua esperienza come Sindaco gli ha permesso di conoscere a fondo le problematiche e le sfide che affliggono il territorio di Alghero, e la sua presenza a Cagliari potrebbe garantire un’attenzione costante alle necessità della città e della regione nel suo complesso. Nonostante la decisione di Conoci di candidarsi con Fratelli d’Italia possa essere vista come una mossa politica strategica, è importante sottolineare che ogni cittadino ha il diritto di scegliere liberamente il partito con cui identificarsi e che meglio rappresenta le proprie idee e valori.




Mario Conoci, Sindaco di Alghero, Rivoluziona la Politica Locale: Basta Inciuci e Decisioni Segrete

In risposta alle recenti controversie politiche, il Sindaco di Alghero Mario Conoci ha preso una posizione decisa, revocando gli assessori di Forza Italia e criticando le alleanze opache.

In un clima di tensioni politiche crescenti, il Sindaco di Alghero, Mario Conoci, ha fatto una mossa audace. Dopo aver revocato la nomina assessoriale agli esponenti di Forza Italia, Conoci ha espresso con forza il suo dissenso verso pratiche politiche non trasparenti.

Il Sindaco ha criticato duramente le tattiche di negoziazione segrete e l’atteggiamento di “geometria variabile” di alcuni membri della maggioranza, che hanno cercato di manipolare le decisioni politiche a proprio vantaggio. Conoci ha sottolineato che il rispetto verso gli elettori e gli alleati è fondamentale, condannando qualsiasi forma di dialogo segreto che possa minare l’integrità della maggioranza.

Inoltre, ha evidenziato la sua preoccupazione per le recenti azioni di Forza Italia e UDC, accusandole di adottare un metodo opaco di fare politica. Le critiche del Sindaco si sono concentrate anche sulle contestazioni sollevate nei confronti delle variazioni di bilancio destinate al turismo e al Parco di Porto Conte, etichettandole come pretesti per affermare un controllo egemonico.

Conoci ha ribadito il suo impegno per una gestione trasparente e rispettosa degli impegni presi con i cittadini e gli alleati. Il suo messaggio è chiaro: la politica di Alghero deve basarsi sul rispetto reciproco e sulla trasparenza, altrimenti i dissidenti sono invitati a prendere strade diverse, ma sempre alla luce del sole.

L’azione del Sindaco Conoci segna un momento cruciale nella politica di Alghero, ponendo le basi per un nuovo corso basato su valori di onestà e trasparenza. Questa decisione potrebbe avere un impatto significativo sul futuro politico della città.

Possiamo dire che è finita la coabitazione, per alcuni osservatori forzata, tra Marco Tedde e Mario Conoci eterno secondo fino ad oggi. Gli sviluppi politici saranno interessanti e molto intriganti. Politicamente è finita l’era di Marco Tedde ad Alghero?




Sanremo Junior, Mario Donato Vinci porta a Sassari il terzo posto

Mario Donato Vinci con Franco Fasano

SANREMO.  Quattordici anni, studente della prima liceo al Classico Musicale Azuni di Sassari con già tanti successi alle spalle, il cantante sassarese Mario Donato Vinci ha conquistato il terzo posto all’edizione 2023 di Sanremo Junior, la massima rassegna musicale italiana per ragazzi dai 6 ai 15 anni, che si è svolta tra il 24 e il 25 marzo al Teatro dell’Opera del Casinò della rinomata città ligure.

Superate le selezioni dal vivo il mese scorso al Narnia Festival, Vinci è stato selezionato su 288 concorrenti per partecipare alle semifinali di Sanremo Junior assieme ad altri quarantacinque semifinalisti.

Le due semifinali, che si sono succedute tra venerdì sera e sabato mattina, hanno proiettato in finale un totale di ventisei giovani talenti suddivisi per tre fasce d’età. Quindi alle 21 si è svolta la finalissima in diretta streeming sulla pagina facebook di Sanremo Junior, decretando il successo del cantante sardo.

A raccontare questa magnifica esperienza sono stati i suoi genitori Dora e Paolo, ancora emozionati per quanto vissuto: “Siamo felicissimi, Mario Donato è stato molto apprezzato e ha proposto un’accattivante interpretazione del brano “Feeling Good” portato alla ribalta recentemente da Michael Bublé”.

Alle soglie della mezzanotte la giuria di qualità presieduta dal cantautore Franco Fasano si è riunita mettendo insieme nomi di esperti del calibro di Lodovico Saccol, Stefania Fratepietro, Manuela Gaslini, e Freddy Colt.

Lo scrosciare degli applausi ha accompagnato l’annuncio dei vincitori, e con essi il nome di Mario Donato Vinci, che ha portato la Sardegna sul podio: “Il clima era bellissimo – ha affermato il giovane cantante – grazie all’eleganza e alla cura nei minimi particolari dell’organizzazione messa in piedi dal patron Paolo Alberti.  Molto coinvolgente è stata la masterclass con Franco Fasano, e ho incontrato tanti giovani emergenti provenienti da tutta Italia, tutti di alto livello, con i quali resterò certamente in contatto”.

Immensa la gioia della famiglia e di chi lo segue ormai da tempo in tutte le sue performans: dal 58° Zecchino d’oro ai musical italiani con la regia di Claudio Insegno come attore protagonista in “A Bronx Tale” e “Kinky Boots”, alle vittorie in vari festival internazionali, e all’esperienza di cantante impegnato nel sociale nel progetto AIL. Vinci è inoltre vanta il titolo di vice campione italiano in carica nel ballo latino americano di coppi,a sotto i colori dell’Accademia di ballo sassarese F. Art Studio Dance di Giuseppe Madeddu.

Mario Donato Vinci con Manuela Gaslini