Il Miracolo tra Pietra e Mare: I Segreti della Costa Smeralda nei Ricordi di Antonello Verona.

Porto Cervo Luglio 2026Intervista a cura di Fausto Farinelli.

foto credit: Emanuele Perrone

Arrivo a Villa Anna alle 18 in punto. Ad accogliermi fuori, nel patio, è Antonello Verona, uno dei pilastri storici della Costa Smeralda. Lui l’ha vista nascere, ancor prima sulla carta e poi nella realtà delle strade, delle costruzioni, della polvere. Oggi è l’occasione per una reunion insieme ad altri amici dopo la presentazione del libro Costa Smeralda – Il Sogno di un Principe avvenuta a Cagliari il 16 maggio. Lì, Antonello e la sua compagna Elena ci avevano invitato a cena proprio a casa loro, sulla collina di Pantogia a Porto Cervo. Seduti nella splendida veranda, con un’altrettanto splendida e a dir poco commovente vista sul golfo, Antonello si mette comodo, mi guarda con il suo sorriso magnetico e cominciamo a navigare nei ricordi…

Antonello, chiuda gli occhi e torniamo indietro. Da dove inizia esattamente la sua avventura e quella della Costa Smeralda?

Antonello Verona: “Inizia tutto al Jolly di Olbia, nel 1960. Lì passavano tutti i pionieri, da Jacques a Savin Couëlle . La strada panoramica non esisteva ancora, l’avrebbero aperta solo nel ’65. Per arrivare verso la zona del Cala di Volpe si passava via Palau-Arzachena, poi si prendeva una strada bianca dalle parti di Demuro e si proseguiva su una mulattiera fino ad Abbiadori. Liscia di Vacca non era nemmeno collegata. Pensi che quando aprimmo il Cala di Volpe, d’estate uscivamo fuori ad aspettare che arrivasse qualche cliente, perché non passava nessuno!

Ma la vera magia succedeva dal notaio Altea. L’Aga Khan adottò una strategia d’acquisto ‘all’ingrosso’. I proprietari terrieri erano tutti parenti, famiglie storiche locali come gli Orecchioni o gli Azara. C’erano file indiane di 15-20 persone per firmare gli atti rigorosamente a mano. L’emissario diceva chiaramente: ‘O vendete tutti, o non compriamo niente’. Se un parente non voleva vendere, andavano a convincere i cugini pur di chiudere l’affare.”

In quel Jolly di Olbia lei incontra per la prima volta il Principe Aga Khan. Che impressione le fece?

Antonello Verona: “Me lo ricordo benissimo. Era al bar con Andrè Ardoin. Entrò questo ragazzo bellissimo, avremo avuto più o meno la stessa età, io 22 e lui forse 25. Stavano parlando, mi guardarono e mi chiesero: ‘Lei lo sa che stiamo aprendo il Cala di Volpe? Viene a lavorare con noi?’. Dissi di sì all’istante. C’era un’atmosfera incredibile. La principessa Ira von Fürstenberg faceva da sponda tra il Cala di Volpe e Porto Rotondo, tenendo le fila della mondanità. Il Principe spesso parcheggiava all’hotel le sue giovanissime fidanzate, come una bellissima ragazza di nome Anuska, per poi tornare a prenderle a fine giornata.

E poi c’era il mare. Molte serate al Cala di Volpe arrivavano in barca i Conti Donà delle Rose, Luigino e Nicolò, per fare festa. Ricordo un aneddoto del primo o secondo anno, quando c’era la gestione francese Le Luche: mi chiesero se sapevo guidare il motoscafo Riva. Li portai via mare a Porto Cervo, facendo tutto il giro largo da Mortorio per paura delle secche. All’epoca non c’era quasi nessuno, trovammo ad accoglierci solo il grande architetto Gigi Vietti, sua moglie e il loro cagnolino che si chiamava Spazzola.”

Oggi si parla della nascita della Costa Smeralda come di un “miracolo”. Qual è stato il segreto di questa esplosione turistica e finanziaria?

Antonello Verona: “Il segreto è stato il carisma del Principe: era una calamita. Arrivarono investitori con disponibilità immense, come il gruppo belga dei Pobięski (che comprarono a Liscia di Vacca dopo aver venduto le miniere di diamanti nel Congo), o i Guinness. Succedevano cose surreali. La famiglia Mentasti, ad esempio, comprò l’isola di Mortorio e l’isola di Soffi. Un giorno la moglie Mariella scese col gommone. Arrivò la Guardia Costiera per cacciarli e lei protestò: ‘Ma il Mortorio è mio, l’ho comprato io, sono Mentasti!’, ma la guardia fu irremovibile. E poi c’erano le feste folli a Poltu Quatu, prima che facessero saltare un monolite enorme in mezzo alla baia: una sera il conte Acquarone diede una festa in barca a fiumi di champagne. Un cameriere che portava scatole di caviale scivolò sulla passerella e cadde. Il giorno dopo dovettero recuperare le latte dal fondale marino!

L’impatto fu tale che la Sardegna intera veniva su con noi. All’estero la gente chiedeva: ‘Dov’è la Sardegna?’ e rispondevano: ‘Dove c’è la Costa Smeralda!’. Eppure, noi che vivevamo lì ogni giorno vedevamo un contrasto meraviglioso: la baia era bellissima, e capitava di vedere le vacche che passeggiavano tranquille sulla sabbia bianca della spiaggia di Liscia Ruja. Ma oltre ai soldi, il vero colpo di genio dell’Aga Khan fu il Consorzio. Un organo di controllo pazzesco che vincolava i proprietari e tutelava il paesaggio. Era un modello così perfetto che anni dopo, per il progetto del Bagaglino, ne copiammo lo statuto pari pari.”

Non solo lusso, ma anche radici. Dopo un passaggio all’Hotel Cervo, lei è stato l’ideatore de “La Fattoria”, un luogo che è entrato nel mito.

Antonello Verona: “Sì, dopo quattro anni passati all’Hotel Cervo, ne parlai con il maitre Sergio Grassi, di Parma. C’erano solo alberghi di lusso, mancava un ristorante sardo autentico. Creammo La Fattoria. C’era un camino lungo sei metri dove arrostivamo porcetti e agnelli a vista, un’idea ripresa decenni prima che lo facessero locali come Zuma. Servivamo la carne sui piatti di sughero, un’invenzione tutta nostra. In cucina c’era zia Peppina che preparava ravioli, pane frattau e tantissima zuppa cuata con il formaggio filante locale. Si lavorava a ritmi folli: facevamo 700 o 800 coperti al giorno, tra pranzo e cena. Arrivavano i pullman di turisti e si pagavano circa 30.000 lire per mangiare a crepapelle. Ma la vera mascotte era il nostro asinello: di solito stava fuori a mangiare gli scarti del pinzimonio, ma a volte saliva i gradini, entrava in sala e si metteva a mangiare la verdura direttamente dai tavoli. Finimmo persino in una fotografia sulla rivista americana Life!”

Lei ha plasmato anche la vita notturna tracciando letteralmente le strade del Sottovento e del Sopravento. Come andarono le cose?

Antonello Verona: “Comprai il terreno del Sottovento da zio Pasquale Orecchioni; era una vecchia cava di pietre che era servita per fare le strade della Gallura. Il progetto iniziale dell’architetto Busiri Vici prevedeva un albergo, ma mancava un po’ di cassa, così con il costruttore Giancarlo decidemmo di trasformarlo in appartamenti. Sotto aggiungemmo i campi da tennis e un locale. Non sapevo come chiamarlo. Passò l’allora parroco, Don Fresi, che rientrava da un locale di Porto Rotondo chiamato Sottocoperta. Mi guardò e disse: ‘Antonello, perché non lo chiama Sottovento? In fondo è riparato dal vento’. Lo presi al volo. Tutta la viabilità contorta di quella zona l’ho studiata io, bloccando le strade.

E il Sopravento? È nato essenzialmente per problemi di spazio, personale e parcheggio! Al Sottovento c’era troppa gente, dovevo mandare via i clienti in continuazione. All’inizio avevo pensato di chiamarlo ‘Blue Jeans’, ma alla fine rimase Sopravento.”

Fino ad arrivare ai fasti di Villa Harmony e agli eccessi degli ultimi decenni…

Antonello Verona: “Esatto, a Villa Harmony facemmo una grande spa che gestivo assieme a Elena. Lì ospitammo una festa pazzesca voluta da un magnate russo, spese ‘no limits’. Portarono il corpo di ballo del Lido di Parigi e ingaggiarono Zucchero per cantare davanti a sole 80 persone. Ricordo Zucchero che, scendendo, mi strinse la mano e disse: ‘Ma chi sono questi che mi pagano per cantare per 80 persone? Vabbè, a me non me ne frega niente, io canto’. La vera follia fu il giorno dopo: spostammo la stessa festa sulla spiaggia di Liscia Ruja senza Zucchero, ma con cantanti e DJ. Prendemmo tre camion per trasferire lì tutto il ristorante, portammo i gruppi elettrogeni, sistemammo la sabbia e mettemmo cuscini per terra con un buffet enorme ad aspettare i russi che arrivavano dal mare coi gommoni. Un lavoraccio, ma pagarono benissimo.”

Antonello, ripensando a quei giorni febbrili, c’è un ricordo dolce o un’emozione amara che le stringe ancora il cuore?

Antonello Verona: “Parto dal ricordo più bello. Per il Principe ho sempre avuto una devozione assoluta. I primi tempi gli servivo io la colazione. Abitava nella zona residenziale del Cala di Volpe e io gliela portavo direttamente a letto. Mi conosceva benissimo, era una familiarità bellissima, mi salutava e io mi sentivo onorato, avrei voluto fargli da maggiordomo.

Il ricordo più amaro è legato proprio alla fine di quell’epoca. C’era un progetto enorme di sviluppo, il ‘Masterplan’, che come ricordavano anche l’ex Sindaco Piero Filigheddu e l’architetto Satta, venne bloccato dalla burocrazia per 25 anni. Quella fu la fine. L’Aga Khan si smontò. Il nostro ultimo incontro avvenne fuori dal Sottovento, dopo una festa dello Yachting Club. Arrivò su un Maggiolino bianco, accompagnato dalla signorina Maffei che guidava. C’era ressa all’ingresso, lui entrò a salutare e uscì quasi subito. Gli andai incontro: ‘Principe, buonasera, come sta?’. Lui mi guardò, forse già consapevole che non c’era più nulla da fare, e mi rispose con una frase che non dimenticherò mai: ‘Bene Antonello… però a me i sardi non mi vogliono bene’.

È un peccato. Abbiamo perso un’occasione tutti. E la cosa che mi dispiace di più è che lui aveva scelto il suo angolo di paradiso, la Spiaggia del Principe, per fare il suo quartier generale, la sua casa. Non gli hanno permesso di costruirci nemmeno un garage. Ecco, quello rimane il più grande peccato di questa straordinaria avventura.”

La cena è pronta, mentre ripongo i microfoni nella valigetta penso alle tante interviste fatte per raccontare Costa smeralda®, e come sempre mi avvolge la solita domanda: Ma perchè siamo diventati all’improvviso così ciechi e sordi da non riuscire più a vedere quello che sarebbe accaduto se il progetto del Principe si fosse realizzato? Cosa sarebbe oggi l’intera Sardegna? Cosa saremmo noi, oggi?




Miracolo sul podcast ” alle nove”: amore a prima vista tra Flavio Briatore e Andrea Crisanti.

Oggi è scoppiato l’amore a prima vista tra Flavio Briatore e Andrea Crisanti sul tema” il mancato equilibrio tra le due emergenze: sanitaria ed economica.”

Più che un intervista è stato un dialogo tra vecchi amici che si chiamavano per nome dandosi del “tu”. Hanno dialogato con spunti molto interessanti ed in particolare sulle criticità organizzative della gestione pandemica e sui piani vaccinali. Alla fine il Prof Crisanti stimolato dal conduttore Fausto Farinelli ha detto che in ristorante ci andrà proprio da Flavio Briatore in Costa Smeralda.