COSTRUIRE SENZA CONSUMARE IL FUTURO, Antonio Ciucci: “Il valore dell’edilizia si misura nella qualità dei luoghi”
di Fausto Farinelli – Porto Cervo, 11 Aprile 2026
Da Porto Cervo una riflessione sul presente e sul domani delle costruzioni italiane: rigenerazione urbana, casa, infrastrutture, giovani e manutenzione al centro del confronto con il presidente di Ance Roma.
In un contesto che richiama con forza il rapporto tra paesaggio e architettura, Antonio Ciucci indica una direzione chiara: meno retorica, più visione. Perché costruire bene, oggi, significa tenere insieme sviluppo, bellezza e responsabilità.
Arrivo a Porto Cervo alle 15, come sempre con un po’ di anticipo quando mi attende un’intervista importante. La giornata è di quelle che amplificano la bellezza del luogo: la luce del sole accende i profili della Costa Smeralda e ne restituisce tutta l’eleganza, senza intaccarne la naturalezza. L’occasione è la riunione della Segreteria della Commissione Opere Pubbliche dell’Ance, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, alla presenza dei presidenti Pierpaolo Tilocca per Ance Sardegna, Silvio Alciator per Ance Centro Nord Sardegna, Alberto Cancellu per Ance Sardegna Centrale e Renato Vargiu per Ance Sardegna Meridionale.
È in questo contesto che incontro l’ingegner Antonio Ciucci, presidente di Ance Roma. E proprio in uno scenario che richiama con immediatezza il rapporto tra paesaggio, architettura e visione, il confronto con lui si trasforma in una riflessione ampia sul presente e sul futuro del costruire in Italia.

Presidente Ciucci, ci sono luoghi come la Costa Smeralda in cui l’architettura sembra suggerire una regola semplice: costruire bene significa non imporsi sul paesaggio, ma interpretarlo. L’edilizia italiana è pronta oggi a questa responsabilità?
“Sì, penso di sì. Oggi siamo più pronti rispetto al passato. Sono cambiate le norme, è cresciuta la sensibilità verso l’ambiente ed è maturata anche una coscienza diversa nel rapporto con il territorio. Però il rispetto del paesaggio non può trasformarsi nel blocco di tutto. La lezione di luoghi come questo è che si può intervenire, e lo si può fare molto bene.”
Quindi il nodo non è se costruire, ma in che modo farlo.
“Esattamente. Dobbiamo smontare l’idea che costruire significhi per forza deturpare. Il problema non è l’edilizia in sé, ma la qualità dell’intervento. C’è una differenza netta tra chi specula e chi invece realizza opere che generano valore. L’edilizia è un’industria sana, che dà lavoro, sostiene famiglie e accompagna lo sviluppo.”
In che senso le costruzioni restano un motore di crescita?
“Nel senso più concreto possibile. Le infrastrutture sviluppano i territori, li collegano, li rendono più accessibili e competitivi. Non parliamo solo di edifici, ma di servizi, mobilità, vivibilità. È questo il punto: quando il costruire è pensato bene, produce effetti che vanno oltre il singolo intervento.”
La Sardegna è un laboratorio interessante da questo punto di vista?
“Sì, perché qui si vede bene quanto lo sviluppo debba essere complessivo. Ci sono realtà di altissimo livello, ma servono anche trasporti efficienti, servizi e una visione che tenga insieme turismo, residenzialità e qualità della vita. Un territorio cresce davvero solo quando le sue parti dialogano tra loro.”
In questo discorso rientra anche il tema dello spopolamento?
“Certamente. Le costruzioni hanno anche una funzione sociale, perché incidono sulla possibilità di restare in un luogo, di viverci bene, di immaginarci un futuro. Se un territorio è ben collegato, ben servito e ben organizzato, ha più forza. Se manca tutto questo, si indebolisce.”
Quanto pesa, in questa prospettiva, il rapporto con la politica?
“Pesa molto, perché il nostro settore si muove dentro un sistema complesso. Ci sono competenze statali, regionali e comunali, e proprio per questo il confronto istituzionale è fondamentale. Devo dire che la collaborazione con la politica è buona e che il settore è ascoltato. Allo stesso tempo, però, ci si confronta spesso con un quadro normativo stratificato, datato e non sempre adeguato ai bisogni attuali. Per questo servirebbe una riorganizzazione più coraggiosa delle regole.”
C’è un termine che torna spesso quando si parla di edilizia: rigenerazione. È davvero la parola chiave?
“Lo è, ma a patto di non usarla come slogan. La rigenerazione piace a tutti, però poi bisogna renderla possibile. Servono norme chiare, equilibrio economico e strumenti che permettano davvero di intervenire sul patrimonio esistente.”
Oggi qual è l’ostacolo principale?
“I costi. Costruire costa molto, ma rigenerare spesso costa ancora di più. E nello stesso tempo i redditi delle famiglie non sono cresciuti in modo coerente. Questo crea uno squilibrio evidente. Se vogliamo davvero recuperare l’esistente e limitare il consumo di suolo, dobbiamo mettere le persone nelle condizioni di poterlo fare.”
E qui entra in gioco il tema della casa.
“Sì, perché la casa è una questione centrale. Manca per i giovani, per gli studenti, per le nuove famiglie, per chi vive da solo. È un tema che riguarda tutta l’Europa, ma in Italia assume un peso particolare perché si intreccia con un patrimonio edilizio vecchio e con un accesso sempre più difficile all’acquisto o all’affitto.”
Per anni il valore dell’edilizia è stato misurato soprattutto in quantità. Oggi quel criterio regge ancora?
“No, oggi il valore si misura nella qualità urbana. Questa è la vera svolta. Non conta solo quanto costruisci, ma che tipo di città lasci, che qualità dell’abitare produci, che beneficio porti alle persone.”
La Costa Smeralda, in questa chiave, resta un modello?
“Resta un esempio importante, perché dimostra che quando il costruito dialoga con il paesaggio si genera attrattività e identità. Però la sfida vera è fare in modo che la qualità non resti confinata ai luoghi privilegiati. Va portata anche nelle città, nei quartieri, nelle periferie.”
È lì che la rigenerazione diventa anche una questione sociale.
“Assolutamente. Dove migliori lo spazio urbano, spesso migliori anche il contesto sociale. Le periferie non chiedono solo interventi edilizi: chiedono attenzione, servizi, dignità. La rigenerazione, quando è fatta bene, non cambia solo l’aspetto di un luogo, ma anche la sua funzione nella vita quotidiana.”
Possiamo definire Milano come caso emblematico di trasformazione.
“Sì, perché al di là delle polemiche, una cosa è evidente: Milano è cambiata profondamente. La città di oggi è molto diversa da quella di trent’anni fa. Dal punto di vista architettonico ha acquisito una forza nuova, più riconoscibile, più attrattiva. Questo dimostra che la qualità del costruito incide anche sul posizionamento di una città.”
L’Italia può trasformare questa qualità in una leva di attrazione internazionale?
“In parte lo fa già. Siamo un Paese che offre paesaggio, storia, patrimonio, qualità della vita. Ma dobbiamo stare attenti a non diventare soltanto una meta per ricchi e turisti. L’Italia deve restare un Paese vivibile anche per chi ci abita, lavora e costruisce qui il proprio futuro.”
Lei è un imprenditore di seconda generazione. Quanto ha pesato la storia della sua famiglia nella costruzione del suo sguardo sul settore?
“Ha pesato molto. Mio padre ha fondato l’azienda nel 1968, partendo dal settore delle strade, in una fase in cui infrastrutture e ricostruzione erano decisive per la crescita del Paese. Sono cresciuto con l’idea che fare impresa significhi non solo creare lavoro e sviluppo, ma anche assumersi una responsabilità verso il territorio.”
E anche il suo impegno associativo nasce da questa impostazione?
“Sì. Ho sempre vissuto l’associazione come un luogo in cui mettere a disposizione esperienza e tempo per il bene del settore. Credo molto nella rappresentanza, nella condivisione delle responsabilità e nella necessità di dare continuità a un sistema che ha bisogno di competenza, ma anche di ricambio.”
Che cosa difende, oggi, con più convinzione dell’esperienza Ance?
“Difendo il suo ruolo di riferimento per il comparto. Si può migliorare, naturalmente, ma resta una struttura solida, capace di rappresentare il settore, investire in sicurezza, promuovere formazione e qualità del lavoro. Questo patrimonio non va disperso.”
C’è però un punto sul quale lei appare particolarmente preoccupato: i giovani.
“Sì, perché il problema è serio. Mancano operai specializzati, competenze tecniche, figure formate. Ce ne siamo accorti ancora di più negli ultimi anni, con l’aumento degli investimenti: il settore aveva bisogno di persone, ma il ricambio non era sufficiente.”
Perché i giovani si tengono lontani da questo mondo?
“Perché probabilmente non siamo riusciti a raccontarlo nel modo giusto. Prima ancora di formare, bisogna far capire che questo è un mestiere bello, concreto, intelligente. Richiede esperienza, precisione, manualità. Non è un lavoro minore, come a volte viene percepito.”
In un tempo dominato dall’intelligenza artificiale, questo può diventare persino un punto di forza?
“Sì, perché la tecnologia ci aiuterà sempre di più, ma alla fine una cosa la devi costruire. Ci sono competenze pratiche, tecniche e artigianali che restano centrali. E questo è un messaggio importante anche per le nuove generazioni.”
Se dovesse indicare le priorità del settore nei prossimi anni, da dove partirebbe?
“Dalla casa, innanzitutto. Poi dal dissesto idrogeologico, perché ogni stagione ci ricorda quanto il nostro Paese sia fragile. E naturalmente dalla rigenerazione urbana, che deve diventare concreta. Ma c’è anche un altro tema fondamentale: la manutenzione.”
Perché la manutenzione continua a essere così decisiva?
“Perché per troppo tempo abbiamo trascurato ciò che già esiste. Un Paese serio non si limita a costruire nuove opere: si prende cura di quelle che ha. Infrastrutture, edifici, reti, territorio: la manutenzione è parte integrante dello sviluppo.”
Se dovesse lasciare un’immagine conclusiva del suo pensiero, quale sceglierebbe?
“Direi questa: il futuro dell’edilizia italiana non si gioca sui volumi, ma sulla qualità dei luoghi. È lì che si misura davvero il valore del nostro lavoro.”













