Base Popolare, la sfida che nasce nei territori e punta a cambiare la Sardegna

In una fase in cui la politica sembra sempre più lontana dalla vita reale, in Sardegna prende forma un progetto che prova a invertire la rotta. Base Popolare si presenta come un contenitore civico e politico che rimette al centro i Comuni, lo studio dei problemi e una classe dirigente costruita dal basso.

L’idea di fondo è semplice ma ambiziosa: ricucire il rapporto tra cittadini e istituzioni partendo dai territori, superando personalismi, centralismi e vecchie logiche di potere che per anni hanno frenato l’isola.

Il vuoto della rappresentanza e la risposta che arriva dal basso

Nel clima di disillusione che attraversa la politica italiana, cresce la sensazione che le istituzioni parlino sempre meno il linguaggio delle persone comuni. I social amplificano slogan e contrapposizioni, ma intanto restano aperte le questioni più concrete: lavoro, servizi, opportunità, mobilità sociale. È proprio dentro questo scollamento che si inserisce Base Popolare, un progetto che prova a unire esperienze diverse, compresa quella di Un’altra Sardegna, con l’obiettivo di riportare la partecipazione politica su un terreno più credibile e meno autoreferenziale.

I Comuni come fondamenta della nuova politica

Il punto di partenza è un principio netto: non si può continuare a immaginare lo sviluppo senza riconoscere il ruolo decisivo delle autonomie locali. Nella lettura proposta dal movimento, l’Italia e la Sardegna hanno progressivamente smarrito il senso più concreto della sussidiarietà, lasciando ai margini proprio quei livelli istituzionali che affrontano ogni giorno i problemi reali dei cittadini.

Da qui nasce una visione che richiama direttamente lo spirito della Costituzione, in particolare gli articoli che tutelano l’uguaglianza sostanziale e il valore delle autonomie. Il ragionamento viene sintetizzato in una frase destinata a segnare l’identità del progetto: “Una casa non si può costruire dal tetto, la casa va costruita dalla base e la base di una casa deve avere fondamenta forti; le fondamenta forti sono i sindaci, sono le amministrazioni locali, sono coloro i quali gestono la quotidianità con tutti i loro mali e beni, ma soprattutto difficoltà.”

La critica al centralismo e il peso del potere cagliaritano

Uno dei bersagli principali è il modello di governo accentrato che, secondo questa impostazione, ha finito per comprimere l’autonomia dei territori sardi. Nel mirino c’è quella che viene descritta come una storica concentrazione di potere attorno al capoluogo regionale, una sorta di élite politico-amministrativa che per anni avrebbe orientato scelte e risorse, lasciando le periferie in una posizione subordinata.

La proposta alternativa è quella di un sistema più diffuso, meno verticale, fondato su una rete di amministrazioni locali capaci di incidere davvero. Non un’autonomia concessa dall’alto, ma una responsabilità esercitata dal basso, con sindaci e Comuni messi nelle condizioni di programmare e spendere.

Il segnale della Finanziaria e il cambio di passo per gli enti locali

In questa prospettiva, uno dei passaggi considerati più significativi è lo stanziamento di 100 milioni di euro per il Fondo Unico degli enti locali nella Finanziaria regionale 2026 già all’avvio dell’esercizio. Per il movimento è un esempio concreto di come la politica possa smettere di inseguire le emergenze e restituire ai Comuni margini reali di azione.

Il nodo, infatti, non è solo quanto si stanzia, ma quando si mettono a disposizione le risorse. Superare la logica degli assestamenti di fine anno significa consentire alle amministrazioni di programmare interventi, aprire cantieri, rispondere ai bisogni senza restare bloccate per mesi nell’attesa.

Oltre la frammentazione del centro, contro il culto del leader

Un altro tema centrale riguarda la crisi dell’area moderata e centrista, oggi dispersa in una galassia di sigle, micro-progetti e leadership concorrenti. Per Base Popolare questa frammentazione è uno degli effetti più evidenti della stagione politica inaugurata dalla Seconda Repubblica, dove l’immagine del capo ha spesso contato più della qualità del progetto.

La risposta proposta va nella direzione opposta: meno personalismi, più costruzione collettiva. In questo quadro, assume un valore simbolico anche la scelta di alcuni promotori di rinunciare a candidature e incarichi per un lungo periodo, nel tentativo di dimostrare che la politica non deve essere un trampolino personale ma un percorso di responsabilità e formazione.

Formare amministratori, non figurine da campagna elettorale

Tra i punti più marcati c’è la critica a una politica che negli ultimi anni ha alimentato consenso soprattutto attraverso il malcontento. Troppe volte, secondo questa visione, i partiti hanno costruito la propria forza stando “contro” qualcosa o qualcuno: contro l’Europa, contro l’immigrazione, contro il Sud, contro il nemico del momento.

Base Popolare prova invece a rimettere al centro la preparazione. L’idea è che la classe dirigente del futuro debba nascere nei Consigli comunali, dentro un percorso fatto di studio, competenza e conoscenza delle procedure. Non basta occupare la scena: bisogna seguire le leggi fino alla loro attuazione concreta, presidiare i luoghi dove si prendono le decisioni su sanità, urbanistica e servizi, e smettere di usare i giovani come semplici volti da esibire in campagna elettorale per poi abbandonarli subito dopo il voto.

Energia, rinnovabili e interesse della Sardegna

Anche sul terreno energetico il movimento prova a distinguersi da una politica fatta solo di rifiuti pregiudiziali. La linea proposta non è quella del “no” automatico, ma di una trattativa serrata e vantaggiosa per la Sardegna. In altre parole: non subire le scelte dello Stato, ma presentarsi con una posizione chiara e con richieste precise.

Questo approccio apre alla discussione su soluzioni diverse, dall’uso più intelligente del fotovoltaico sulle infrastrutture esistenti fino al confronto sulle tecnologie più avanzate, compreso il nucleare di nuova generazione. Il principio, però, resta uno: ogni scelta deve portare benefici economici e strutturali misurabili per i territori sardi, non trasformare l’isola in uno spazio passivo su cui altri decidono.

I confini politici: nessuna intesa con i populismi radicali

L’apertura al dialogo, però, non significa assenza di confini. Base Popolare rivendica una collocazione incompatibile con le destre radicali e con i populismi che negano il valore della solidarietà sociale. Il riferimento culturale resta quello del popolarismo europeo e dell’area del Partito Popolare Europeo, dentro una visione che si definisce democratica, cattolica e liberale.

Per questo vengono escluse convergenze con posizioni considerate lontane su diritti, immigrazione e coesione sociale, come quelle attribuite alla Lega di Matteo Salvini o alle tesi sostenute da Roberto Vannacci. È una linea che punta a marcare un’identità precisa e a distinguersi sia dai sovranismi più duri sia dalle vecchie ambiguità del centro.

Una scommessa sulla partecipazione vera

Il traguardo dichiarato è riportare i cittadini dentro la politica, ma farlo con strumenti credibili. Non con i candidati scelti dall’alto, non con liste costruite in laboratorio, non con operazioni pensate solo per la campagna elettorale. La scommessa è restituire peso alle preferenze, ai territori, alla selezione dal basso della classe dirigente.

In fondo, il messaggio che accompagna questa esperienza è tutto qui: la crisi della partecipazione non si supera inventando un nuovo slogan, ma ricostruendo fiducia. E quella fiducia, per tornare, ha bisogno di serietà, presenza e capacità di affrontare i problemi prima che diventino emergenze. In una Sardegna che cerca ancora un nuovo equilibrio politico, Base Popolare prova a candidarsi proprio a questo ruolo: non come ennesima sigla, ma come tentativo di rimettere le fondamenta dove per troppo tempo si è pensato soltanto al tetto.




“Un bullo da palcoscenico”: la sfida al bullismo tra scuola e arte

Domenica 23 novembre al Teatro Civico di Sassari Roberto Manca presenta la Semifinale della X Edizione del Talent che promuove il coraggio e la determinazione giovanile: ventisei esibizioni tra musica, danza e recitazione

SASSARI. È un talent unico nel suo genere, che si avvale del linguaggio dell’arte performativa per contrastare il fenomeno del bullismo e del cyber-bullismo. Domenica 23 novembre, alle 17.30 nella Sala Teatrale di Palazzo di Città a Sassari, l’associazione culturale Music&Movie direttada Roberto Manca presenta la Semifinale sarda della X Edizione di “Un bullo da palcoscenico”: quaranta studentesse e studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado di tutta la Sardegna – inclusi Cagliari, Porto Torres, Perfugas, Olbia, Alghero e Sassari – si sfideranno in ventisei performance di canto, musica, danza e teatro. L’unica regola per ogni esibizione è “tempo massimo tre minuti”. Anche il motto è forte e chiaro: “Bulli sì, ma da palcoscenico!”, e il messaggio è semplice: «È facile far gruppo prendendo di mira un singolo, ma il vero coraggio e la vera determinazione stanno nell’affrontare un palcoscenico, al cospetto di un pubblico che nella finale avrà circa 1400 persone».

La Semifinale di domenica porterà in scena un vasto parterre di talenti. Tra i partecipanti figurano Ariele Arosio, Rita Milia, Floating Turtle, Giulia Olivati, Beatrice Passamonti, Aurora Maria Sardu, Irene Mureddu, Alessia Sini, Veronica Satta, Greta Garrucciu, Giorgia Pinna, Giuseppe Piras, SkaMax, Viola Maddalena Porqueddu, Federica Luciano, Giulia Grazia Craba, Sofia Madeddu, Greta Aramini, Alessandra Contini, Elena Senes, Giulia Meloni, Eleonora Salatino, Sophia Salvio, Giuseppe Obinu, Eléna Pilisi, Testa Plastica, Sara Cossu, Sofia La Pegna, Maria Barbato e Shaira Sara Sechi.

A valutare le esibizioni sarà una giuria di esperti composta da Sharon Podesva, Francesca Arca, Bernadette Casu, Fabrizio Sanna, Lory Warner, Simona Cillo e Laura Calvia, tutti presenti con entusiasmo per supportare i giovani artisti. L’evento, condotto da Roberto Manca, si avvarrà anche della partecipazione speciale di Maria Paola Curreli, ex insegnante ed ex dirigente scolastica, attivista Agedo. La Semifinale sarà il preludio della grande conclusione regionale che è in programma per il 10 febbraio 2026 al Teatro Comunale di Sassari.

L’evento è organizzato da Music&Movie con il patrocinio del Comune di Sassari, della Fondazione di Sardegna e di Endas Sardegna. Per info e prenotazioni rivolgersi al numero 3401846468.




La Proloco di Villanova Monteleone lancia la sfida: un concorso per riscoprire i “Druches de Domo”

Sono invitati a partecipare tutti i residenti nei comuni del Villanova. L’obiettivo è quello di valorizzare l’inestimabile patrimonio della tradizione dolciaria casalinga del territorio

Villanova Monteleone, 10 luglio 2025 – Un concorso per riscoprire e celebrare le antiche ricette dei dolci tipici sardi preparati con maestria tra le mura domestiche. La Proloco di Villanova Monteleone lancia la sfida dolciaria “Druches de domo”, una competizione aperta a tutti i residenti nell’Unione dei Comuni del Villanova, che comprende Mara, Monteleone Rocca Doria, Padria, Romana e, naturalmente, Villanova Monteleone. Possono aderire donne e uomini di ogni età.

«Invitiamo tutti gli appassionati di pasticceria a raccogliere la sfida e a condividere con la comunità il gusto autentico dei “Druches de domo” – dicono gli organizzatori –. L’obiettivo del concorso è quello di valorizzare l’inestimabile patrimonio della tradizione dolciaria casalinga del territorio, un tesoro di sapori e saperi che da secoli delizia i palati e che, troppo spesso, rimane confinato all’apprezzamento di una ristretta cerchia di familiari e amici. L’iniziativa vuole riportare alla luce queste prelibatezze, offrendo un palcoscenico d’eccezione a chi custodisce e tramanda queste antiche arti».

La celebrazione dei vincitori e la premiazione si terranno in una cornice di festa e convivialità, durante l’atteso appuntamento agostano di “Chenamos in carrela”, in programma dal 5 all’8 agosto 2025 a Villanova Monteleone.

A decretare il dolce migliore sarà una giuria qualificata e prestigiosa, composta da illustri autori della letteratura dolciaria sarda, giornalisti enogastronomici e professionisti del settore, che avranno il compito di valutare le produzioni in gara. I partecipanti sono invitati a dare libera espressione alla propria creatività, presentando un vassoio di dolci (dimensioni 30×20 cm) rappresentativo di una qualsiasi tipologia della vasta tradizione sarda.

Le preparazioni dovranno essere consegnate martedì 5 agosto, entro e non oltre le 12, nei locali della Proloco di Villanova Monteleone, in via Cristoforo Colombo 1.

La giuria esprimerà un giudizio insindacabile basato su un equilibrio di fattori: dall’estetica della presentazione alla qualità gusto-olfattiva. Il vincitore sarà colui che saprà interpretare e presentare al meglio l’essenza della tradizione dolciaria del Villanova. Per maggiori informazioni contattare [email protected].




Il Rapporto Draghi, Competitività Europea: La Sfida per il Futuro. documento integrale in italiano

Fausto Farinelli

Settembre 2024 – Un rapporto scritto da Mario Draghi, ex Presidente della Banca Centrale Europea e Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, delinea le sfide e le opportunità che l’Unione Europea deve affrontare per mantenere la sua competitività nel contesto globale.

Mario Draghi, economista di fama internazionale, ha ricoperto ruoli cruciali nella gestione economica mondiale. Presidente della Banca Centrale Europea dal 2011 al 2019, è noto per aver guidato l’Europa fuori dalla crisi finanziaria con la storica frase “whatever it takes”. Dal 2021 al 2022 è stato Presidente del Consiglio italiano, gestendo la crisi pandemica e il rilancio economico del Paese. La sua lunga carriera e la sua visione per l’Europa sono oggi al centro di un nuovo rapporto che analizza il futuro della competitività europea.

Una Nuova Era di Competitività

Nonostante i suoi punti di forza, l’Europa sta perdendo terreno in termini di produttività e innovazione rispetto ai concorrenti globali. L’UE rappresenta il 17% del PIL mondiale, con un mercato unico di 440 milioni di consumatori e 23 milioni di imprese, ma la sua crescita economica è rallentata rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. Tra il 2002 e il 2023, il divario del PIL pro capite tra l’UE e gli Stati Uniti è cresciuto dal 15% al 30%, con l’Europa che fatica a mantenere il passo.

Uno dei fattori chiave di questo rallentamento è la produttività. Oggi, la produttività dell’UE è inferiore all’80% del livello statunitense. Inoltre, si prevede che la forza lavoro dell’UE diminuirà di 2 milioni di persone ogni anno entro il 2040. La crescita economica futura sarà fortemente dipendente dall’innovazione tecnologica, ma attualmente l’Europa sta arrancando rispetto alle altre potenze. Il 70% dei modelli di intelligenza artificiale sviluppati dal 2017 proviene dagli Stati Uniti, mentre l’Europa vanta solo 4 delle 50 principali aziende tecnologiche a livello mondiale.

La Sfida della Decarbonizzazione

Un altro punto cruciale è il costo dell’energia. Le aziende europee continuano a pagare prezzi dell’elettricità 2-3 volte superiori a quelli degli Stati Uniti e prezzi del gas 4-5 volte superiori, ostacolando la loro competitività. La decarbonizzazione rappresenta un’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo di leadership nelle tecnologie pulite, ma il successo dipenderà da una strategia coerente che supporti le industrie energetiche e ad alta intensità energetica nel processo di transizione.

Sicurezza e Dipendenze Economiche

Il panorama geopolitico si sta evolvendo rapidamente, con l’Europa che si trova a dover affrontare dipendenze strategiche che minano la sua sicurezza economica. La spesa europea per la difesa è attualmente un terzo di quella statunitense, e l’industria della difesa europea ha subito anni di sotto-investimenti. Inoltre, le dipendenze dell’UE da fornitori esterni per materie prime critiche, come quelle necessarie per le tecnologie verdi, pongono il rischio di pressioni geopolitiche da parte di paesi terzi.

Per affrontare queste sfide, l’UE deve coordinare meglio le politiche industriali e gli investimenti tra gli Stati membri, evitando la frammentazione che ha finora indebolito l’efficacia collettiva. Una maggiore cooperazione potrebbe consentire all’Europa di sviluppare una capacità industriale di difesa indipendente e di ridurre le vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento.

Investimenti: La Chiave per il Futuro

Per sostenere la crescita economica, l’Europa dovrà aumentare significativamente il proprio livello di investimenti. Il rapporto stima che il tasso di investimenti sul PIL dovrà aumentare di 5 punti percentuali all’anno per digitalizzare e decarbonizzare l’economia. Questo livello di investimenti non si vede dagli anni ’60 e ’70. Tuttavia, sarà necessario mobilitare sia il settore privato che quello pubblico. Un aumento della produttività del 2% in 10 anni potrebbe coprire fino a un terzo delle spese pubbliche necessarie.

La sfida sarà anche quella di ridurre il carico normativo che grava sulle imprese europee. Più del 60% delle aziende considera la regolamentazione un ostacolo agli investimenti, e il 55% delle PMI segnala che gli ostacoli normativi sono tra le principali difficoltà che devono affrontare. Ridurre questo carico sarà essenziale per liberare il potenziale di crescita del settore privato.

L’Europa ha la possibilità di mantenere il proprio ruolo di leader globale, ma solo se riuscirà a colmare il divario di innovazione, ridurre la dipendenza energetica e rafforzare la sicurezza economica. Il tempo per agire è ora, e le decisioni prese nei prossimi anni saranno cruciali per garantire un futuro di prosperità per i cittadini europei.




Scacco Matto in Sardegna: La Sfida Soru-Todde Ridefinisce le Regole del Gioco

Come osservatore attento, analizzo il confronto Soru-Todde, una partita di astuzie politiche che potrebbe cambiare il futuro della politica sarda.

Editoriale di Fausto Farinelli – Alghero 16 Nov. 2023

In qualità di testimone e analista di questa intrigante scena politica in Sardegna, vi racconto la mia visione della vicenda tra Renato Soru, ex governatore, e Alessandra Todde, aspirante alla presidenza regionale nel 2024. Questo confronto ha tutte le caratteristiche di una partita a scacchi, con mosse calcolate e una tensione che si taglia con il coltello.

Recentemente, abbiamo assistito a un episodio chiave: l’incontro mancato tra Soru e Todde, previsto per il 16 novembre. Soru, in attesa alla conferenza stampa, si è trovato solo, dato che la Todde ha declinato l’invito. Soru ha colto l’occasione per attaccare la Todde, accusandola di aver contribuito alla frantumazione della coalizione di centrosinistra. Da parte mia, vedo in queste accuse una strategia per rafforzare la propria immagine di leader deciso e pronto al confronto​​.

D’altra parte, la Todde si è difesa, sostenendo la necessità di un dialogo più riservato e criticando la decisione di Soru di rendere l’incontro pubblico. Ciò che colpisce è la sua affermazione di non considerare Soru un avversario politico, che mette in luce una differenza fondamentale nel loro approccio alla politica​​.

Osservando da vicino, sembra che Soru stia conducendo la partita , grazie alla sua abilità nel gestire i media e nell’orientare l’opinione pubblica. La sua recente apertura verso un’alleanza con i partiti autonomisti e centristi suggerisce un possibile cambio di scenario in Sardegna. Questa mossa potrebbe creare una nuova dinamica politica, con tre fronti in competizione: il centrosinistra, il centro Con Soru e gli autonomisti, e il centrodestra.

La situazione è in costante evoluzione e, come modestissimo analista politico, sono entusiasta di osservare come questa battaglia di comunicazione influenzerà il risultato delle elezioni. La presenza di Soru, con la sua visione chiara e l’abilità di coinvolgere l’opinione pubblica, potrebbe rappresentare la sorpresa di queste elezioni, in un modo o nell’altro. Gli elettori avranno molto da considerare nel valutare la bontà di entrambi gli schieramenti.

Mentre la campagna elettorale si fa più accesa, non vedo l’ora di seguire da vicino l’evolversi di questa appassionante battaglia politica. Sognando di poter un giorno contribuire attivamente nel campo della comunicazione politica, osservo con interesse e partecipazione come queste dinamiche influenzeranno il futuro della Sardegna. La capacità di comprendere e influenzare il mindset dell’elettore sarà determinante. La vicenda tra Soru e Todde è molto più di una semplice disputa politica: è una finestra sulle aspettative e le speranze degli elettori sardi.




Sassari tra Visioni Contrapposte: La Sfida Urbanistica di Campus vs. Sanna

La città di Sassari al bivio: tra le ambizioni urbanistiche dell’attuale amministrazione e le critiche dell’ex sindaco.

Mentre la Giunta Campus affronta una dura bocciatura da parte della Regione, l’ex Sindaco Nicola Sanna rilancia con una visione alternativa. La città è divisa tra due prospettive di sviluppo, ma quale sarà la strada giusta per Sassari?

SASSARI – La città di Sassari vive giorni di tensione e sfida. Da un lato, la Giunta Campus, che ha subito una pesante bocciatura dalla Regione sulla variante relativa allo sviluppo costiero, dall’altro, l’ex Sindaco Nicola Sanna, che non perde l’occasione per evidenziare le criticità dell’attuale amministrazione e proporre una visione alternativa.

Forza Italia ha definito la situazione come la “Caporetto urbanistica” di Campus, sottolineando gravi problemi come conflitti con normative di livello superiore, pubblicazioni errate e un’appropriazione indebita di aree. Queste critiche mettono in luce una gestione che sembra non avere basi solide, rischiando di frenare lo sviluppo urbanistico ed economico della città.

Nicola Sanna, con tono di sfida, ha lanciato una serie di accuse all’attuale amministrazione, sottolineando come, durante il suo mandato, fosse stata avviata una procedura concorsuale per le macroaree turistiche Zone F4, che avrebbe potuto portare sicuri investimenti per svariate centinaia di milioni. L’ex Sindaco ha anche evidenziato come la variante proposta da Campus avrebbe portato a una maggiore cementificazione delle aree costiere, mettendo a rischio l’ambiente e la sostenibilità del territorio.

Il cuore della sfida riguarda la visione di sviluppo per Sassari. Mentre l’attuale amministrazione punta a una trasformazione urbanistica, l’ex Sindaco propone un modello di sviluppo turistico sostenibile, che metta in relazione diverse realtà economiche del territorio.

In questo scenario di incertezza e sfida, la voce dei cittadini diventa fondamentale. Sassari ha bisogno di risposte concrete e di una guida sicura. La domanda che tutti si pongono ora è: quale visione prevale? E soprattutto, quale futuro attende Sassari?

leggi l’articolo con i suoi punti chiave

  1. Tensione a Sassari: La città vive un periodo di tensione tra l’attuale amministrazione guidata da Campus e l’ex Sindaco Nicola Sanna.
  2. Bocciatura della Regione: La Giunta Campus ha subito una pesante bocciatura dalla Regione sulla variante relativa allo sviluppo costiero.
  3. Critiche di Forza Italia: Il partito ha definito la situazione come la “Caporetto urbanistica” di Campus, evidenziando gravi problemi nella gestione urbanistica.
  4. Visione alternativa di Sanna: L’ex Sindaco propone una visione alternativa, sottolineando le opportunità perse dall’attuale amministrazione e proponendo un modello di sviluppo turistico sostenibile.
  5. Rischi di cementificazione: La variante proposta da Campus potrebbe portare a una maggiore cementificazione delle aree costiere, con possibili danni ambientali.
  6. Sfida sul futuro di Sassari: La città è divisa tra due visioni di sviluppo, con una chiara sfida tra l’attuale amministrazione e l’ex Sindaco.
  7. Richiesta di risposte concrete: I cittadini chiedono risposte chiare e una guida sicura per il futuro della città.



Il lavoro povero in Italia: la sfida di garantire la dignità dei lavoratori e combattere la disuguaglianza

Il fenomeno del “working poor” è stato introdotto vent’anni fa con i film di Ken Loach, rivelando al pubblico la presenza di una grande massa di lavoratori che non guadagnano abbastanza da superare la soglia della povertà. In Italia, il problema del lavoro povero è sempre più diffuso, ed è diventato una vera e propria emergenza sociale.

Uno studio commissionato dal precedente Ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha rivelato che un quarto dei lavoratori italiani è a rischio povertà. Considerando che gli occupati in Italia sono oltre 23 milioni, ci troviamo di fronte a una platea di 5 milioni e ottocentomila persone in grande difficoltà. I “working poor” sono rappresentati da precari, immigrati, personale a servizio della gig economy, part-time involontario, giovani del Sud e donne.

Secondo l’economista dell’Ocse, Andrea Garnero, che ha partecipato allo studio del ministero di via Veneto, il lavoro povero deriva dai bassi salari, ma soprattutto dal fatto che molti dipendenti sono costretti a lavorare meno ore di quante vorrebbero. L’Italia ha il dato più alto dei Paesi Ocse di part time involontario. A questo bisogna aggiungere il precariato, che riguarda una grande parte dei giovani e delle donne che lavorano in Italia.

Inoltre, ci sono anche 500.000 lavoratori che non solo fanno fatica a vivere dignitosamente, ma non avranno neanche una pensione sufficiente. L’indagine sui redditi dei parasubordinati, realizzata da Nidil Cgil e Fondazione Giuseppe Di Vittorio, ha portato alla luce questa emergenza sociale.

Il reddito medio di 211.000 collaboratori nel 2021 è stato di 8.500 euro lordi, con 11.000 euro per gli uomini e 7.000 per le donne, che costituiscono il 60% del totale. La fascia di età fino a 34 anni rappresenta il 48% e guadagna in media 5.700 euro, mentre gli adulti da 34 a 64 anni sono il 49% e guadagnano 11.000 euro lordi all’anno. I senior, oltre i 65 anni, sono poco più del 2% e hanno un reddito lordo annuo di quasi 15.000 euro.

Ci sono poi 341.000 professionisti che hanno portano a casa 15.800 euro lordi: 18.400 euro gli uomini e 13.200 le donne, che sono circa la metà. Le partite IVA under 34 sono il 33% e guadagnano mediamente 12.300 euro lordi l’anno, quelli tra i 35 e i 64 anni hanno un reddito lordo medio di 17.600 euro. Gli over 65 sono il 3% del totale e dichiarano circa 18.300 euro.

Il lavoro povero riguarda anche il lavoro dipendente, in cui il 30% dei lavoratori guadagna meno di 12.000 euro lordi all’anno. Elena Granaglia, docente di Economia di Roma Tre e membro del coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità, evidenzia che il grosso del lavoro povero si riscontra in settori come il turismo, ma anche nei servizi alla persona. Attività così importanti come quelle svolte da chi assiste bambini, anziani e disabili vengono svalorizzate e questo è molto grave.

Il lavoro povero in Italia colpisce in modo particolare le donne e i giovani, con le donne che guadagnano meno degli uomini, soprattutto in lavori part-time. Inoltre, i giovani (tra i 16 e i 34 anni) hanno un’incidenza di bassi salari quasi doppia rispetto al gruppo più anziano (tra i 50 e i 65 anni).

Michele Faioli, docente di diritto della Cattolica e consigliere del Cnel, ricorda che su mille contratti depositati, ci sono 800 contratti pirata: sempre più datori di lavoro puntano al ribasso, oltre al problema della retribuzione mensile, questi contratti sono più deboli per quel che riguarda gli straordinari, la malattia, la maternità e in generale le tutele legate alla persona.

Un anno fa si cominciò a parlare di salario minimo a 9 euro e 50, tuttavia l’allora governo Draghi non riuscì a mettere in piedi una proposta sostenuta da tutta la maggioranza, e la premier Giorgia Meloni la settimana scorsa è andata al congresso della Cgil per ribadire il suo no al salario minimo.

La situazione in Italia sembra essere particolarmente preoccupante in confronto ad altri paesi europei. Infatti, l’Italia è l’unico paese dell’OCSE ad aver registrato un valore negativo (-2,9%) nella variazione dei salari medi tra il 1990 ed il 2020. In Francia, solo per fare un esempio, in questi ultimi trent’anni le retribuzioni sono aumentate del 31%.

Tuttavia, il lavoro povero è un problema comune a molti paesi europei, anche se la situazione è diversa a seconda dei paesi. In generale, ci sono differenze significative nel mercato del lavoro in Europa, ma il lavoro povero è un problema che colpisce molte persone in molti paesi.

Il lavoro povero in Italia rappresenta un problema serio e diffuso, che colpisce in modo particolare precari, immigrati, part time involontario, giovani del Sud e donne. La situazione è preoccupante, in quanto l’Italia è l’unico paese dell’OCSE ad aver registrato un valore negativo nella variazione dei salari medi negli ultimi trent’anni. Tuttavia, ci sono segnali positivi come le nuove norme sulla giusta remunerazione dei professionisti. È importante affrontare il problema del lavoro povero in modo serio e strutturale, affinché tutti i lavoratori italiani possano vivere con dignità e sostenere le proprie famiglie. Ciò richiede un approccio globale che includa la promozione dell’occupazione, la creazione di posti di lavoro stabili e ben retribuiti, la protezione dei lavoratori e l’adozione di politiche pubbliche efficaci per ridurre la povertà e le disuguaglianze.

il salario minimo

Il salario minimo è un tema molto dibattuto in molti paesi europei, poiché rappresenta uno strumento per garantire la giusta remunerazione dei lavoratori e combattere la povertà salariale. Il salario minimo è il salario più basso che un datore di lavoro è obbligato a pagare ai propri dipendenti per un’ora di lavoro e varia da paese a paese.

In Europa, diversi paesi hanno introdotto il salario minimo per garantire una retribuzione adeguata ai lavoratori e prevenire la povertà salariale. In alcuni paesi, il salario minimo è stabilito a livello nazionale, mentre in altri paesi è stabilito a livello regionale o settoriale. Inoltre, la quantità del salario minimo può variare in base alla qualifica e all’esperienza del lavoratore.

In alcuni paesi europei, come la Danimarca, il salario minimo non è in vigore, poiché il sistema negoziale è basato su un’ampia copertura dei contratti collettivi e sulla negoziazione tra le parti sociali. In altri paesi, come il Regno Unito, il salario minimo è stabilito a livello nazionale e varia a seconda dell’età e della qualifica del lavoratore.

In Germania, il salario minimo è stato introdotto nel 2015 ed è attualmente fissato a 9,50 euro lordi all’ora. Il salario minimo in Germania è stato introdotto per prevenire la concorrenza sleale tra le imprese e garantire una retribuzione adeguata ai lavoratori.

In Francia, il salario minimo è stato introdotto nel 1950 ed è attualmente fissato a 10,25 euro lordi all’ora. In Francia, il salario minimo è stabilito a livello nazionale e varia a seconda dell’età e della qualifica del lavoratore.

In Spagna, il salario minimo è stato introdotto nel 1963 ed è attualmente fissato a 7,14 euro lordi all’ora. Il salario minimo in Spagna è stato recentemente aumentato per combattere la povertà salariale e migliorare le condizioni dei lavoratori.

In Italia, il salario minimo non è attualmente in vigore, ma è stato discusso in passato come strumento per combattere la povertà salariale. L’idea di introdurre il salario minimo in Italia è stata avanzata dal precedente governo Draghi, ma non ha ottenuto il sostegno necessario.

In generale, il salario minimo è uno strumento importante per garantire una retribuzione adeguata ai lavoratori e prevenire la povertà salariale. Tuttavia, il salario minimo da solo non può risolvere tutti i problemi del mercato del lavoro e della povertà. È necessario adottare una serie di politiche pubbliche efficaci per promuovere l’occupazione, creare posti di lavoro stabili e ben retribuiti, proteggere i lavoratori e ridurre le disuguaglianze.

Il salario minimo potrebbe essere paragonato a una fondamenta solida su cui costruire un edificio. Come una fondamenta, il salario minimo rappresenta una base stabile e solida su cui costruire una società equa e giusta per tutti i lavoratori. Senza una base solida, l’edificio rischia di crollare, così come senza una retribuzione adeguata i lavoratori rischiano di cadere nella povertà salariale e l’intera società rischia di essere compromessa. Il salario minimo, come la fondamenta, rappresenta quindi un elemento essenziale per garantire una società sana ed equa.

“Il salario minimo è uno strumento fondamentale per garantire una retribuzione adeguata ai lavoratori e prevenire la povertà salariale. Inoltre, un salario minimo equo è un elemento essenziale per costruire una società giusta e equa per tutti i cittadini.”

Angela Merkel, Cancelliera tedesca.

“L’introduzione del salario minimo ha rappresentato un passo avanti per garantire una retribuzione adeguata ai lavoratori e combattere la povertà salariale. Tuttavia, dobbiamo continuare a lavorare per migliorare le condizioni dei lavoratori e ridurre le disuguaglianze.”

Emmanuel Macron, Presidente fra

“Il salario minimo è uno strumento importante per garantire una retribuzione adeguata ai lavoratori, ma da solo non può risolvere tutti i problemi del mercato del lavoro. È necessario adottare politiche pubbliche efficaci per promuovere l’occupazione, creare posti di lavoro stabili e ben retribuiti e proteggere i lavoratori.” – Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea.

europea

“Il salario minimo è un diritto dei lavoratori, non un privilegio. È essenziale garantire una retribuzione adeguata ai lavoratori per prevenire la povertà salariale e garantire la dignità dei lavoratori.” – Sharan Burrow, Segretario generale della Confederazione sindacale internazionale.

Sharan Burrow, Segretario generale della Confederazione sindacale internazionale.

“L’introduzione del salario minimo è uno strumento importante per garantire una retribuzione adeguata ai lavoratori, ma dobbiamo anche combattere il lavoro precario e migliorare le condizioni dei lavoratori in generale.” – Ada Colau, Sindaco di Barcellona.

Ada Colau, Sindaco di Barcellona.

I maggiori oppositori dell’introduzione del salario minimo sono solitamente le organizzazioni di rappresentanza delle imprese e alcune forze politiche che sostengono l’economia di mercato.

In particolare, le organizzazioni di rappresentanza delle imprese sostengono che l’introduzione del salario minimo potrebbe causare un aumento dei costi del lavoro e quindi ridurre la competitività delle imprese, soprattutto in un contesto di mercato globale sempre più competitivo. Inoltre, sostengono che il salario minimo potrebbe limitare la flessibilità del mercato del lavoro, impedendo alle imprese di adattarsi rapidamente alle esigenze del mercato.

Allo stesso tempo, alcune forze politiche sostengono che l’introduzione del salario minimo potrebbe avere effetti negativi sull’occupazione, soprattutto nei settori a basso reddito e nei territori meno sviluppati, dove le imprese potrebbero essere meno in grado di assorbire i costi aggiuntivi. Inoltre, sostengono che il salario minimo potrebbe causare un aumento dei prezzi e quindi una diminuzione del potere d’acquisto dei consumatori.

Gli oppositori dell’introduzione del salario minimo sostengono che esistono alternative migliori per combattere la povertà salariale e migliorare le condizioni dei lavoratori, come ad esempio la formazione professionale, le politiche di inclusione sociale e l’adozione di misure per aumentare la produttività e la competitività delle imprese.

La situazione negli stati uniti: Il salario minimo federale è stato introdotto nel 1938, durante la presidenza di Franklin D. Roosevelt, con il Fair Labor Standards Act (FLSA). Attualmente il salario minimo federale negli Stati Uniti è di $7,25 l’ora, ma molti stati e città hanno fissato un salario minimo superiore a quello federale. Ad esempio, in California il salario minimo è di $14 l’ora, mentre in New York City è di $15 l’ora. Tuttavia, alcuni settori e categorie di lavoratori possono essere esclusi dal salario minimo federale, come ad esempio i lavoratori agricoli o quelli che ricevono regolarmente mance dai clienti.

Il salario minimo è uno strumento fondamentale per garantire una retribuzione adeguata ai lavoratori e combattere la povertà salariale. Tuttavia, non tutti sono a favore del salario minimo. C’è chi sostiene che l’introduzione del salario minimo possa causare una riduzione dell’occupazione e danneggiare l’economia. Ma perché allora il salario minimo è ancora un argomento così importante per i lavoratori?

In primo luogo, il salario minimo è uno strumento che aiuta a garantire una retribuzione adeguata ai lavoratori. Senza un salario minimo, i lavoratori che svolgono lavori a basso reddito o in settori precari rischiano di cadere nella povertà salariale, lottando per arrivare a fine mese e senza la possibilità di migliorare la propria situazione economica. Il salario minimo è quindi uno strumento essenziale per garantire la dignità dei lavoratori e migliorare le loro condizioni di vita.

In secondo luogo, il salario minimo è uno strumento che aiuta a combattere la disuguaglianza. In un sistema economico in cui i redditi sono sempre più polarizzati, il salario minimo può essere un modo per garantire una maggiore equità tra i lavoratori e combattere le disuguaglianze sociali ed economiche.

Inoltre, il salario minimo può contribuire ad aumentare la produttività dei lavoratori e la competitività delle imprese. Quando i lavoratori ricevono una retribuzione adeguata, sono più motivati e soddisfatti del proprio lavoro, il che può aumentare la loro produttività e contribuire al successo delle imprese.

Infine, il salario minimo è uno strumento che può avere un effetto positivo sull’economia nel suo complesso. Quando i lavoratori guadagnano di più, hanno maggiori risorse da spendere, il che può aumentare la domanda di beni e servizi e stimolare la crescita economica.

Torna la scala mobile?

Lo scorso anno : “La reintroduzione della scala mobile nel settore del lavoro: un primo passo dopo 30 anni”

Dopo anni di lotte e di richieste da parte della sinistra radicale, una breccia si è aperta e la scala mobile sembra tornare in Italia. Si tratta di un’importante novità, poiché questo strumento era stato abolito nel 1991 dal governo Amato, a causa della crisi economica dell’epoca.

La storia della scala mobile in Italia risale agli anni ’50, quando fu introdotta per garantire una maggiore equità tra i salari dei lavoratori. Nel corso degli anni, però, questo meccanismo ha suscitato molte polemiche e critiche, soprattutto per il rischio di innescare una spirale inflazionistica tra salari e prezzi.

Nel giugno 1985, il Partito Comunista Italiano promosse un referendum per cancellare il taglio di tre punti deciso dal governo di Bettino Craxi, primo passo verso l’abolizione della scala mobile. Tuttavia, la consultazione non ottenne i risultati sperati, con il 54,3% dei votanti contrari all’abrogazione della norma.

Il governo Amato, nel 1991, decise di porre fine alla scala mobile, eliminandola completamente e unendola in un’unica voce retributiva, insieme al salario base previsto dai contratti nazionali per ogni livello di inquadramento. Da allora, molti gruppi della sinistra radicale hanno chiesto la reintroduzione di questo strumento, affermando che esso possa garantire maggiori tutele ai lavoratori.

Adesso, grazie all’accordo tra l’Inail e i sindacati, si è aperta la strada per la reintroduzione, anche se parziale, della scala mobile. L’intesa riguarda l’integrativo dei 250 lavoratori dei centri di assistenza Inail di Roma, Lamezia Terme e Budrio, e si tratta di una specificità del contratto dei metalmeccanici. Molti esponenti della categoria hanno già chiesto l’ampliamento dell’accordo.

Stefano Biosa, della Fiom-Cgil, ha commentato l’accordo, affermando che si tratta di un contratto che riesce a salvaguardare il potere d’acquisto dei lavoratori, grazie a un sistema di rivalutazione automatica dei salari. L’intesa prevede l’istituzione di un fondo «indicizzato annualmente sulla base dell’inflazione, in modo da garantire il potere d’acquisto reale del salario dei lavoratori». L’80% dei dipendenti ha approvato il nuovo contratto.

In definitiva, la reintroduzione della scala mobile potrebbe rappresentare una svolta importante per i lavoratori italiani, garantendo loro maggiori tutele e un salario più equo e adeguato all’inflazione. Tuttavia, è ancora presto per capire se questa breccia si allargherà e se la scala mobile tornerà definitivamente ad essere uno strumento diffuso in Italia.

Il salario minimo rappresenta uno strumento essenziale per garantire la dignità dei lavoratori e combattere la povertà salariale. Oltre a questo, può contribuire ad aumentare la produttività dei lavoratori, combattere la disuguaglianza e stimolare la crescita economica. È importante sostenere l’introduzione di un salario minimo equo e adeguato per garantire una società più giusta ed equa per tutti.

Fausto Farinelli




“Il caso Cospito: l’anarchia sfida la democrazia”

Editoriale

La carriera politica del deputato Giovanni Donzelli ha raggiunto un importante traguardo con l’intervento alla Camera dei Deputati riguardo il detenuto anarchico Alfredo Cospito. Le affermazioni lette in aula dal Vice Presidente del Copasir Donzelli, se confermate, hanno dato una connotazione politica ed anche giudiziaria alla vicenda di Cospito, che ha intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro il regime carcerario del 41-bis.

Secondo Donzelli, le parole di Cospito, rese pubbliche in Parlamento, non possono essere ignorate e pongono una sfida alla legalità e alla democrazia. Cospito si è fatto portavoce della volontà storica della mafia di abolire per sempre il 41-bis, noto come “carcere duro” e continuare a comandare anche da dietro le sbarre. Questa vicenda assume quindi un’importanza etico-culturale prima ancora che politica e mette in evidenza la lotta dell’anarchismo contro il regime carcerario.

L’anarchismo in Italia ha una storia lunga e complessa, risalente alla fine del XIX secolo. Durante il periodo fascista, molti anarchici sono stati perseguitati e arrestati, ma negli anni ’70 e ’80 l’anarchismo ha raggiunto un nuovo picco. Negli ultimi decenni, tuttavia, l’anarchismo ha perso parte della sua influenza a causa della repressione delle autorità e della crescita del terrorismo di estrema sinistra. La vicenda di Alfredo Cospito rappresenta quindi un nuovo capitolo nella storia dell’anarchismo in Italia e la sua lotta contro il regime carcerario pone una sfida alla legalità e alla democrazia.

Nonostante le sfide, il deputato Donzelli rimane impegnato a difendere la Costituzione e a promuovere la legalità in ogni momento. La vicenda di Cospito rappresenta un appello a tutti coloro che credono nella democrazia e nella giustizia a non ignorare le parole di chi lotta contro il regime carcerario e a difendere la legalità a ogni costo.




Hermaea al giro di boaUltima sfida del girone d’andata per le aquile tavolarine: al Geopalace arriva l’Oro Cash Lecco

Comunicato stampa del 16 dicembre 2022

Arriva il giro di boa del campionato per l’Hermaea Olbia, che nell’ultimo turno d’andata dell’A2 Femminile riceve al Geopalace l’Oro Cash Lecco, formazione che segue in classifica le galluresi a un solo punto di distanza (13 contro 12).

Le aquile tavolarine proveranno a riscattare l’ultima battuta d’arresto maturata in quattro set sul taraflex di Montale: “Si è trattato di una prestazione opaca – afferma coach Dino Guadalupi – abbiamo espresso un gioco molto frammentario e poco pulito. Dopo aver vinto il primo set, pur non brillando, mi aspettavo che la squadra potesse crescere sotto il profilo della prestazione, invece si è scollata ancor di più. Dal punto di vista mentale le giocatrici hanno manifestato nervosismo e scarsa coesione. Questo ha portato a prediligere iniziative individuali che non sempre vanno a buon fine. Sono saltati così i sistemi collettivi che consentono di reggere di fronte alle difficoltà”.

In settimana la squadra ha cercato di riprendere il filo del discorso: “Si riparte sempre dal lavoro in palestra – spiega – rispetto ad altre sconfitte, a Montale è stato evidente quanto le difficoltà fossero dovute soprattutto alle nostre mancanze. Fin qui la continuità non è stata una delle nostre principali caratteristiche: può capitare che ci siano dei cali, ma non per un tempo così lungo. Domenica l’approccio mentale all’interno del campo è stato molto negativo”.

Le hermeine si presentano all’ultima sfida del girone d’andata con un bottino di 13 punti che vale l’ottava posizione: “La prima parte di stagione è stata costellata da risultati spesso imprevedibili – sottolinea – anche le formazioni più attrezzate, forse con la sola eccezione di Brescia, hanno accusato dei momenti di difficoltà. A volte si è notato quanto possa essere dannoso l’eccesso di aspettative, visto che alcune formazioni hanno faticato proprio nelle gare in cui ci si aspettava che conquistassero dei punti. Ciò può accadere se ci si concentra troppo sul risultato e poco sul gioco. Mi aspetto che dopo questa fase di rodaggio i valori vengano fuori in maniera più consistente. La classifica, a oggi, dice che è tutto in gioco: non ci sono partite che valgono la stagione, né partite che possono essere prese con spirito troppo leggero. Bisogna cercare sempre di uscire dal campo a testa alta e con la consapevolezza di aver dato tutto, perché è così che si rosicchiano quei punticini che poi possono fare la differenza in classifica”.

Lecco arriverà in Sardegna rinfrancata dalla bella vittoria al tie break contro Trentino (decisivi i 28 punti di Bracchi): “Mi aspetto di vedere una squadra unita – aggiunge – che possa uscire dal campo soddisfatta della sua prestazione. Lecco è una formazione capace di esprimere valori agonistici importanti, e non dovremo essere da meno. Sul piano tecnico hanno buone qualità in seconda linea, e quando rigiocano sanno innescare i loro attaccanti: alcuni più tecnici, altri invece dotati di forza fisica. I centrali coniugano ordine e fisicità, mentre la palleggiatrice Rimoldi è esperta e sa come gestire gli attacchi per le compagne”.

Fischio d’inizio domenica 18 dicembre alle 17 al Geopalace di Olbia. Arbitrano i signori Grossi e Mannarino. La gara sarà visibile in diretta streaming sul canale YouTube Volleyball World Italia.

Ufficio Stampa

Volley Hermaea Olbia




Liberalizzazione del commercio: la sfida della re-regulation
Presentato uno studio realizzato da Uniss e Confesercenti
25 marzo 2022

SASSARI. Liberalizzazione del commercio non significa de-regulation ma re-regulation: una sfida complessa da affrontare per le Regioni e gli Enti Locali che hanno importanti prerogative di intervento. Con una programmazione adeguata e coordinata, un approccio di sistema e multilivello (politico-istituzionale e tecnico-scientifico), è possibile restituire vigore e significato al comparto commerciale della Sardegna.
Gli aspetti giuridici della materia sono stati analizzati in uno studio dell’Università di Sassari, promosso da Confesercenti Sardegna e presentato venerdì 25 marzo nell’aula magna dell’Ateneo dal Rettore Gavino Mariotti, dal Presidente di Confesercenti regionale della Sardegna Roberto Bolognese e da Domenico D’Orsogna, Professore ordinario di Diritto amministrativo Uniss.
Il documento d’inquadramento giuridico scaturito da questa collaborazione chiarisce in primo luogo che “liberalizzazione”, in senso giuridico – come precisa lo stesso legislatore – non significa rimozione di qualsiasi vincolo e di ogni limite, ma soltanto dei vincoli e limiti “non ragionevoli ovvero non adeguati ovvero non proporzionati rispetto alle finalità pubbliche” e non fondati su “motivi imperativi di interesse generale” come l’ordine pubblico, la sicurezza, la tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente (incluso l’ambiente urbano) e del patrimonio culturale.

Dal “Decreto Bersani” a oggi
Si tratta di una serie di precisazioni importanti per il comparto commerciale sardo che
si trova in una situazione di grave difficoltà, ampiamente conosciuta già prima dell’erompere dell’emergenza sanitaria da covid-19.
Ad oltre venti anni dal decreto legislativo n.114/1998 (il cosiddetto decreto Bersani), quindici anni dalla direttiva Bolkestein (2006/123/CE) e dopo più di due anni di pandemia, è forte l’esigenza di una riflessione aggiornata sul tema.
Il decreto Bersani, infatti, insieme all’introduzione del principio della liberalizzazione delle attività commerciali, aveva previsto anche una notevole attività attuativa delle Regioni e degli Enti Locali, che è rimasta invece per lo più sulla carta, perché ha prevalso nei fatti la logica del laissez faire e l’errata convinzione che “libertà d’impresa” significhi assenza di regole e che “liberalizzazione” sia sinonimo di “deregulation”.

Gli effetti di tale impostazione sono evidenti: fenomeni di degrado (edilizio, ambientale, economico, sociale); di desertificazione del tessuto commerciale delle città (aumento del commercio ambulante e della grande distribuzione), di folklorizzazione, volgarizzazione, necrotizzazione e musealizzazione dei centri storici, di diminuzione dell’attrattività turistica, di inefficienza dei servizi pubblici locali, di inadeguatezza dei “carichi” urbanistici. Fenomeni accentuati dalle dinamiche indotte dalla globalizzazione: incremento dei flussi migratori e della circolazione (anche illecita) di merci, servizi e capitali, incremento del mercato delle locazioni a breve termine e dell’ospitalità diffusa. La pandemia ha inoltre già rimescolato molte certezze che apparivano consolidate, con il cambiamento indotto nelle abitudini e negli stili di vita e di consumo, che per un verso vanno rafforzando le multinazionali della distribuzione on line (una minaccia maggiore del centro commerciale, la forma di concentrazione su cui si era concentrata fino a ieri la maggiore attenzione), e per altro consolidano nuove modalità di turismo: culturale, cosiddetto “esperienziale”, lento.

Liberalizzazione del commercio non è quindi sinonimo di deregulation, ma di re-regulation. Ciò impegna in primo luogo i pubblici poteri chiamati a intervenire in modo
corretto e adeguato.


Abstract dal documento di inquadramento giuridico in tema di “urbanistica commerciale” e liberalizzazione delle attività economiche negli spazi urbani a cura di Domenico D’Orsogna, Ordinario di diritto amministrativo dell’Università degli studi di Sassari

Che la libertà di iniziativa economica debba trovare un ragionevole contemperamento con altri principi e valori di rango costituzionale risulta oggi espressamente sancito in Costituzione. Come è noto l’8 febbraio 2022 è stata definitivamente approvata la proposta di riforma costituzionale A.C. 3156-B recante: “Modifiche agli articoli 9 e 41 della Costituzione in materia di tutela dell’ambiente”, che è intervenuta sul secondo comma dell’articolo 41 Cost., aggiungendo due ulteriori vincoli alla libertà di iniziativa economica privata, che non può svolgersi in contrasto – oltre che con l’utilità sociale, la sicurezza, la libertà e la dignità umana – con la salute e l’ambiente. La novella costituzionale ha inoltre riformato il terzo comma dell’articolo 9, prevedendo che l’attività economica pubblica e privata “possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”.
Sul tema del contemperamento tra tutela della concorrenza e tutela dei valori della salute, dell’ambiente e dei beni culturali è disponibile una cospicua giurisprudenza, sia costituzionale sia amministrativa. La giurisprudenza amministrativa, in particolare, anche a fronte di una normativa europea favorevole alla liberalizzazione delle attività economiche, continua a riconoscere agli Enti locali un’ampia discrezionalità nel porre vincoli alle attività commerciali.
In tale panorama generale si segnalano da un lato alcune recenti iniziative assunte a livello locale o con leggi regionali a tutela delle città d’arte, nelle quali è più urgente il problema della conservazione dell’identità dei centri storici, anche ponendo limiti alla libertà di commercio; dall’altro alcune proposte di legge all’esame del Parlamento, nonché i vari strumenti di intervento contemplati nel PNRR, nel quale “la rigenerazione urbana sostenibile è un filo rosso che lo attraversa orizzontalmente, interessandone i principali capitoli”. Il Pnrr destina ingenti risorse per la promozione del turismo lento e della digitalizzazione del settore, al miglioramento dell’attrattività dei borghi (cd. Piano Borghi) e alla valorizzazione dell’identità di siti storici, alla tutela e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale. Sono già in fase di attuazione, inoltre, i 159 progetti di rigenerazione urbana del Programma Innovativo Nazionale per la Qualità dell’Abitare del Ministero delle Infrastrutture.
Prendere sul serio la sfida della re-regulation e tornare ad un minimo di programmazione non significa quindi ostacolare il cammino del progresso ma ricollocarsi in un’area di maggiore responsabilità. Il tema richiede un impegno di ampio respiro, da condurre in modo corale e coordinato, con approccio integrato e sistemico, multi-scalare e multilivello, sia sul piano politico-istituzionale sia sul piano tecnico scientifico.