Base Popolare, la sfida che nasce nei territori e punta a cambiare la Sardegna

In una fase in cui la politica sembra sempre più lontana dalla vita reale, in Sardegna prende forma un progetto che prova a invertire la rotta. Base Popolare si presenta come un contenitore civico e politico che rimette al centro i Comuni, lo studio dei problemi e una classe dirigente costruita dal basso.

L’idea di fondo è semplice ma ambiziosa: ricucire il rapporto tra cittadini e istituzioni partendo dai territori, superando personalismi, centralismi e vecchie logiche di potere che per anni hanno frenato l’isola.

Il vuoto della rappresentanza e la risposta che arriva dal basso

Nel clima di disillusione che attraversa la politica italiana, cresce la sensazione che le istituzioni parlino sempre meno il linguaggio delle persone comuni. I social amplificano slogan e contrapposizioni, ma intanto restano aperte le questioni più concrete: lavoro, servizi, opportunità, mobilità sociale. È proprio dentro questo scollamento che si inserisce Base Popolare, un progetto che prova a unire esperienze diverse, compresa quella di Un’altra Sardegna, con l’obiettivo di riportare la partecipazione politica su un terreno più credibile e meno autoreferenziale.

I Comuni come fondamenta della nuova politica

Il punto di partenza è un principio netto: non si può continuare a immaginare lo sviluppo senza riconoscere il ruolo decisivo delle autonomie locali. Nella lettura proposta dal movimento, l’Italia e la Sardegna hanno progressivamente smarrito il senso più concreto della sussidiarietà, lasciando ai margini proprio quei livelli istituzionali che affrontano ogni giorno i problemi reali dei cittadini.

Da qui nasce una visione che richiama direttamente lo spirito della Costituzione, in particolare gli articoli che tutelano l’uguaglianza sostanziale e il valore delle autonomie. Il ragionamento viene sintetizzato in una frase destinata a segnare l’identità del progetto: “Una casa non si può costruire dal tetto, la casa va costruita dalla base e la base di una casa deve avere fondamenta forti; le fondamenta forti sono i sindaci, sono le amministrazioni locali, sono coloro i quali gestono la quotidianità con tutti i loro mali e beni, ma soprattutto difficoltà.”

La critica al centralismo e il peso del potere cagliaritano

Uno dei bersagli principali è il modello di governo accentrato che, secondo questa impostazione, ha finito per comprimere l’autonomia dei territori sardi. Nel mirino c’è quella che viene descritta come una storica concentrazione di potere attorno al capoluogo regionale, una sorta di élite politico-amministrativa che per anni avrebbe orientato scelte e risorse, lasciando le periferie in una posizione subordinata.

La proposta alternativa è quella di un sistema più diffuso, meno verticale, fondato su una rete di amministrazioni locali capaci di incidere davvero. Non un’autonomia concessa dall’alto, ma una responsabilità esercitata dal basso, con sindaci e Comuni messi nelle condizioni di programmare e spendere.

Il segnale della Finanziaria e il cambio di passo per gli enti locali

In questa prospettiva, uno dei passaggi considerati più significativi è lo stanziamento di 100 milioni di euro per il Fondo Unico degli enti locali nella Finanziaria regionale 2026 già all’avvio dell’esercizio. Per il movimento è un esempio concreto di come la politica possa smettere di inseguire le emergenze e restituire ai Comuni margini reali di azione.

Il nodo, infatti, non è solo quanto si stanzia, ma quando si mettono a disposizione le risorse. Superare la logica degli assestamenti di fine anno significa consentire alle amministrazioni di programmare interventi, aprire cantieri, rispondere ai bisogni senza restare bloccate per mesi nell’attesa.

Oltre la frammentazione del centro, contro il culto del leader

Un altro tema centrale riguarda la crisi dell’area moderata e centrista, oggi dispersa in una galassia di sigle, micro-progetti e leadership concorrenti. Per Base Popolare questa frammentazione è uno degli effetti più evidenti della stagione politica inaugurata dalla Seconda Repubblica, dove l’immagine del capo ha spesso contato più della qualità del progetto.

La risposta proposta va nella direzione opposta: meno personalismi, più costruzione collettiva. In questo quadro, assume un valore simbolico anche la scelta di alcuni promotori di rinunciare a candidature e incarichi per un lungo periodo, nel tentativo di dimostrare che la politica non deve essere un trampolino personale ma un percorso di responsabilità e formazione.

Formare amministratori, non figurine da campagna elettorale

Tra i punti più marcati c’è la critica a una politica che negli ultimi anni ha alimentato consenso soprattutto attraverso il malcontento. Troppe volte, secondo questa visione, i partiti hanno costruito la propria forza stando “contro” qualcosa o qualcuno: contro l’Europa, contro l’immigrazione, contro il Sud, contro il nemico del momento.

Base Popolare prova invece a rimettere al centro la preparazione. L’idea è che la classe dirigente del futuro debba nascere nei Consigli comunali, dentro un percorso fatto di studio, competenza e conoscenza delle procedure. Non basta occupare la scena: bisogna seguire le leggi fino alla loro attuazione concreta, presidiare i luoghi dove si prendono le decisioni su sanità, urbanistica e servizi, e smettere di usare i giovani come semplici volti da esibire in campagna elettorale per poi abbandonarli subito dopo il voto.

Energia, rinnovabili e interesse della Sardegna

Anche sul terreno energetico il movimento prova a distinguersi da una politica fatta solo di rifiuti pregiudiziali. La linea proposta non è quella del “no” automatico, ma di una trattativa serrata e vantaggiosa per la Sardegna. In altre parole: non subire le scelte dello Stato, ma presentarsi con una posizione chiara e con richieste precise.

Questo approccio apre alla discussione su soluzioni diverse, dall’uso più intelligente del fotovoltaico sulle infrastrutture esistenti fino al confronto sulle tecnologie più avanzate, compreso il nucleare di nuova generazione. Il principio, però, resta uno: ogni scelta deve portare benefici economici e strutturali misurabili per i territori sardi, non trasformare l’isola in uno spazio passivo su cui altri decidono.

I confini politici: nessuna intesa con i populismi radicali

L’apertura al dialogo, però, non significa assenza di confini. Base Popolare rivendica una collocazione incompatibile con le destre radicali e con i populismi che negano il valore della solidarietà sociale. Il riferimento culturale resta quello del popolarismo europeo e dell’area del Partito Popolare Europeo, dentro una visione che si definisce democratica, cattolica e liberale.

Per questo vengono escluse convergenze con posizioni considerate lontane su diritti, immigrazione e coesione sociale, come quelle attribuite alla Lega di Matteo Salvini o alle tesi sostenute da Roberto Vannacci. È una linea che punta a marcare un’identità precisa e a distinguersi sia dai sovranismi più duri sia dalle vecchie ambiguità del centro.

Una scommessa sulla partecipazione vera

Il traguardo dichiarato è riportare i cittadini dentro la politica, ma farlo con strumenti credibili. Non con i candidati scelti dall’alto, non con liste costruite in laboratorio, non con operazioni pensate solo per la campagna elettorale. La scommessa è restituire peso alle preferenze, ai territori, alla selezione dal basso della classe dirigente.

In fondo, il messaggio che accompagna questa esperienza è tutto qui: la crisi della partecipazione non si supera inventando un nuovo slogan, ma ricostruendo fiducia. E quella fiducia, per tornare, ha bisogno di serietà, presenza e capacità di affrontare i problemi prima che diventino emergenze. In una Sardegna che cerca ancora un nuovo equilibrio politico, Base Popolare prova a candidarsi proprio a questo ruolo: non come ennesima sigla, ma come tentativo di rimettere le fondamenta dove per troppo tempo si è pensato soltanto al tetto.




Truzzu nel Nuorese: la Sardegna deve ripartire dai territori.

Dopo l’evento di ieri a Nuoro, realizzato insieme ai rappresentanti della coalizione che lo sostiene, questa mattina, Paolo Truzzu ha proseguito in Barbagia il suo giro elettorale, incontrando i sindaci di Fonni, Desulo, Belví, Aritzo e Meana Sardo.

“Ho raccolto l’esigenza manifestata da queste comunità di essere ascoltati, di poter rivendicare alcuni diritti nei confronti dell’Istituzione regionale. Questi incontri stanno fortificato la mia scelta di realizzare una campagna dedicata all’ascolto, in mezzo alla gente, alle attività produttive, agli amministratori”.

“La Sardegna deve ripartire dai territori, riscoprendo l’identità e la vocazione di ciascuno. Perciò, insieme agli amministratori locali voglio disegnare il futuro della Sardegna, realizzando una ‘Carta dei Luoghi’ che valorizzi le specificità. L’Isola al suo interno possiede un’infinita ricchezza di diversità e rappresenta un luogo plurale, ricco di cultura. Serve una politica che, come le mani sapienti delle tessitrici, riannodi i fili delle comunità, della loro storia e delle loro tradizioni. Intese di programma, territorio per territorio, comporranno una ‘Carta’ condivisa. Sarà un patto forte della Regione con ciascuna realtà, che oltre alla declinazione di obiettivi, risultati attesi, risorse per realizzarlo, contenga quella indispensabile spinta di determinazione, comunione di intenti, passione civica e forte orientamento ai risultati, che solo una ‘coscienza di luogo’, un’attenzione alla cura e al rispetto del nostro territorio ci può dare, al di là della formalità dei rapporti istituzionali”.

“Questi territori dell’interno soffrono di carenze ormai pluridecennali. Sanità, trasporti e lavoro sono le condizioni base per frenare lo spopolamento e creare opportunità di sviluppo. Dobbiamo consolidare la mobilità interna, predisponendo un nuovo Piano regionale dei Trasporti e pianificando una serie di lavori per migliorare la rete viaria. In campo sanitario, vogliamo potenziare e organizzare la medicina territoriale con il riordino della rete, soprattutto nelle zone più periferiche e disagiate, incrementando il sistema di prevenzione. Spendere bene subito per risparmiare dopo. Lo sviluppo della cosiddetta
medicina di prossimità, con la presa in carico a domicilio dei pazienti cronici, comporta nel tempo grandi risparmi ospedalieri oltre a consentire la vivibilità anche nei piccoli centri”.

“Infine, dobbiamo valorizzare la nostra montagna, rilanciando il turismo montano con progetti che sfruttino le bellezze ambientali di questo territorio. Una ripresa delle attività produttive in una terra ricca di tradizioni e di eccellenze anche nel settore agroalimentare, favorendo l’imprenditoria locale. Per esempio, con aziende agricole che custodiscano la cultura rurale, una rete escursionista per il turismo attivo e servizi turistici adeguati”.




La rivoluzione gentile prosegue nei territori.

Sala piena a Quartucciu, domenica Renato Soru è a Lodine

Renato Soru ha riempito ieri la sala della Domusart di Quartucciu. Moltissime persone hanno ascoltato il Presidente, in dialogo con Giovanni Secci, in una serata arricchita dalle domande incalzanti di un pubblico attento e partecipe, trattenutosi anche dopo le oltre due ore di confronto per continuare a discutere e stringere la mano a Renato Soru. Domenica 19 novembre il Presidente sarà a Lodine (Nuoro) alle ore 17:30 presso il centro Giulio Mulas di via Dante 90, in dialogo con Umberto Cocco.

«Quando ho iniziato l’impegno politico, nel 2004», ha raccontato Renato Soru, «Quartucciu è stata una delle mie prime tappe. Cosa è successo in tutti questi anni? Non ho mai smesso di pensare alla Sardegna, di riflettere e approfondire. E oggi sono qui perché so cosa è stato fatto e cosa c’è da fare. Si è smesso di fare le riforme: la legge sul comparto unico è rimasta quella del 2006, abbiamo un’amministrazione regionale bloccata sulle regole degli anni ‘70; persino il sito Internet della Regione fino a poco fa era quello del 2008, così come l’avevo lasciato, ed ora che l’hanno modificato è un disastro. Sul sistema organizzativo siamo indietro di 50 anni, sui sistemi digitali a 15 anni fa. 

Partirei quindi subito con la riorganizzazione dell’amministrazione regionale, occorre approvare la legge statutaria e la nuova legge di organizzazione e del personale. C’è necessità di una legge sulla scuola, di approvare la nuova legge urbanistica ferma al 1989, questo permetterà finalmente ai Comuni di approvare più rapidamente i piani urbanistici».

A chi gli ha chiesto dalla platea qual è stato il suo errore più grande quando è stato presidente della Sardegna, ha risposto: «Ho avuto molta fretta di fare le cose non preoccupandomi abbastanza di comunicare, chiarire e spiegare il senso di quanto stessimo facendo. Cosa ho appreso? Ci dev’essere un buon equilibrio tra la fretta della politica che governa e la pazienza di ascoltare e aspettare anche il passo degli altri». 

Infine, l’invito a «una mobilitazione complessiva della società sarda, per un’assunzione di responsabilità, fuori da ogni condizionamento romano. Voglio essere orgoglioso di fare qualcosa di nuovo. Un’identità nuova in una cittadinanza allargata come quella europea. Io non sono imposto da nessuno. Rispondo solo alla volontà di mettermi e metterci in gioco. La scelta del presidente della Regione in questo momento storico deve scaturire da un confronto aperto e il più ampio possibile. Sono tanti i sardi che vogliono costruirsi un progetto, non farselo imporre. A noi sardi oggi non ci stanno rispettando, e questa cosa non la possiamo tollerare».

Ufficio stampa Renato Soru




lettera ex sindaci a Draghi: «I territori siano protagonisti della ripresa sostenibile»

Signor Presidente,

gli ex Sindaci firmatari di questa lettera sono i primi a essere consapevoli dello sfor- zo che le istituzioni ad ogni livello stanno facendo per affrontare la più grave crisi sanitaria, economia e sociale che ci sia stata in Italia dal secondo dopoguerra. In particolare la nostra solidarietà va ai Sindaci delle città (metropolitane, medie, piccole e piccolissime) che ogni singolo giorno sono chiamati in prima persona a rispondere alle esigenze sempre più com- plesse dei loro concittadini.

A un anno dall’inizio della pandemia, siamo tuttavia alla vigilia di un evento storico. L’Unione Europea ha finalmente adottato una linea di ripresa per tutti i Paesi membri fatta di indirizzi condivisi e di risorse per investimenti paragonabili solo a quelle del cosiddetto “Piano Marshall”. Il Governo italiano sta elaborando in coerenza con il Recovery Plan e il Next Generation EU un suo proprio documento programmatico (PNRR) per dare applica- zione coerente agli indirizzi europei. Siamo certi dell’impegno di tutte le istituzioni nel non perdere l’occasione di rilanciare e riformare il Paese in una logica di innovazione, di soste- nibilità (ambientale, sociale ed economica) e di riduzione delle diseguaglianze.

Ci rivolgiamo a Lei, Signor Presidente, per esprimerLe un timore, che, per la nostra esperienza temiamo sia ancora attuale. Il timore è che la filiera della “Governance istituzio- nale” italiana non sia all’altezza della condivisione e coesione richieste per una scrittura e un’applicazione coerente ed efficace del PNRR. Troppe volte abbiamo visto negli ultimi anni, anche quando eravamo protagonisti della vita pubblica delle nostre città, i Comuni che non si confrontano fra loro, le Regioni che non dialogano con le Città Metropolitane e che ad ogni occasione (spesso fittizia) si distinguono dalle indicazioni del Governo Nazionale. Per non dire dei piccoli Comuni abbandonati a se stessi (senza risorse né tecniche, né eco- nomiche) per la cancellazione, colpevole, di un Ente di Area Vasta.

A noi non piace, Signor Presidente, parlare in astratto della seppur necessaria riforma della Pubblica Amministrazione, tantomeno accettare l’idea che in Italia vi sia ovunque i- nefficienza e incompetenza perché sappiamo che non è così, sia nel settore pubblico che in quello privato, anzi. Il problema è che quelle competenze vengono spesso inutilizzate e se- parate fra loro da norme di legge e abitudini culturali desuete, che antepongono il rispetto di se stesse, il controllo, il diritto di veto, la logica della sospensiva, all’efficacia dell’azione e alla sua verifica. Proprio per questo pensiamo che l’applicazione del PNRR sia l’occasione

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non perdibile per rendere più efficiente la governance amministrativo-istituzionale del Pae- se: da Roma fino a tutte le città, i paesi, i territori che, con le persone che li abitano, devono diventare i veri protagonisti della ripresa e della resilienza. Chi altrimenti?

La pandemia ha accentuato contraddizioni e discriminazioni più antiche: una cre- scente diseguaglianza sociale ed economica, una disoccupazione giovanile e femminile che ci priva delle migliori risorse e competenze, una troppo scarsa integrazione e omogeneità delle condizioni di benessere tra i territori, un mondo dei servizi pubblici essenziali arretrato e non omogeneo (basti pensare ai 20 diversi sistemi sanitari italiani), la mancanza di molte infrastrutture fisiche e digitali indispensabili alla coesione territoriale e sociale. A queste ca- renze ormai croniche la pandemia ha aggiunto il nuovo bisogno dei cittadini, divenuto sem- pre più urgente per anziani, donne, bambini, di avere servizi efficienti di prossimità. A tutto ciò il PNRR dovrà saper rispondere ripensando il sistema delle città e dei territori, se non lo si vuole ridurre all’ennesimo aiuto distribuito erga omnes (sui soggetti piuttosto che sui pro- getti), peraltro in netto contrasto con le scelte europee. Il PNRR seguirà una logica di sussi- diarietà, progettando soluzioni il più vicino possibile a dove i bisogni si manifestano, o una logica di direttive nazionali forti e uguali per tutti? Noi pensiamo che sia indispensabile ap- plicare il principio della “Sussidiarietà verticale” (come da Trattato della Comunità europea) e che le politiche nazionali saranno tanto più forti ed efficaci quanto più potranno articolar- si, declinarsi, adattarsi alle tante diverse realtà territoriali italiane. Realtà che compongono ormai un quadro molto variegato di difficoltà e potenzialità diffuse ovunque, facendoci su- perare, come molti studiosi sostengono, la storica netta separazione tra Nord e Sud, rispetto a una realtà composta di “tanti Nord e tanti Sud” presenti ovunque sul territorio nazionale.

Su questi temi abbiamo aperto un confronto con valenti ed esperti giuristi italiani e ne è emersa una “proposta” che viene illustrata in dettaglio nel documento che Le alleghia- mo e che qui possiamo sintetizzare come segue.

I territori italiani saranno o non saranno i veri protagonisti di una ripresa sostenibile del Paese. Perché lo siano è necessario che i loro rappresentanti partecipino da subito alla elaborazione e definizione del PNRR, altrimenti si produrrà una distonia dannosa alla sua efficace applicazione. Nello stesso tempo, è difficile e sbagliato pensare che, senza una Ca- bina di Regia unica e nazionale si possa garantire la necessaria coerenza realizzativa delle linee guida europee e delle priorità italiane. La coniugazione tra coerenza e articolazione, tra responsabilità e partecipazione, dovrebbe essere il valore aggiunto del PNRR nei prossimi

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mesi. Questa “partecipazione” deve coinvolgere le Regioni ma non può limitarsi al solo confronto con le Regioni, che spesso hanno rappresentato un diaframma anziché un agente facilitatore della filiera istituzionale. Non immaginiamo che debba essere ulteriormente moltiplicata l’esperienza, non sempre positiva, della figura del “Commissario straordinario” con pieni poteri, né nazionale né territoriale. Al contrario, noi riteniamo che nella presenta- zione dei progetti sia necessario e doveroso (anche costituzionalmente) responsabilizzare i Sindaci che sono di fatto i portavoce dei bisogni delle loro comunità e i registi delle risposte che vengono fornite dall’amministrazione pubblica ai cittadini. In una parola, Signor Presi- dente, noi pensiamo che possa essere utilmente replicato ed esteso un modello simile a quel- lo applicato a Genova nella vicenda della ricostruzione del Ponte Morandi. Quel modello prevede che i Sindaci e le “Conferenze di servizio” siano i responsabili dei progetti da rea- lizzare, che non possano intervenire sospensive mentre i lavori sono in corso, che vi sia una certificazione pubblica e trasparente della coerenza tra il progetto approvato e la sua realiz- zazione. Siamo consapevoli dei rischi di infiltrazione malavitosa che la sussidiarietà può comportare, non solo nel Mezzogiorno. Ma senza questo allentamento del controllo ex ante, bilanciato da maggiori responsabilità penali ex post, riteniamo sia impossibile, fuori dal set- tore delle grandi opere pubbliche nazionali, estendere ai territori l’innovazione dei servizi, la transizione ecologica e la crescita economica sostenibile che l’Europa ci chiede.

La ringraziamo davvero, Signor Presidente, per l’attenzione che ci ha riservato e le auguriamo, nel pieno rispetto e apprezzamento del ruolo che ha svolto e che sta svolgendo, un buon lavoro.

FIRME DEGLI EX SINDACI: Giuliano Pisapia (Milano) Nicola Sanna (Sassari)
Sergio Cofferati (Bologna) Enzo Bianco (Catania)

Mario Bruno (Alghero)

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Marco Alessandrini (Pescara) Gianfranco Burchiellaro (Mantova) Enrico Campedelli (Carpi) Valentino Castellani (Torino) Monica Chittò (Sesto San Giovanni) Massimo Cialente (L’Aquila)

Paolo Corsini (Brescia)
Sergio Daniel (Varedo)
Simeone Di Cagno Abbrescia (Bari) Antonella Ferrario (Ceriano Laghetto) Lillo Firetto (Agrigento)
Daniela Gasparini (Cinisello Balsamo) Oriano Giovanelli (Pesaro)
Marco Mairaghi (Pontassieve)
Giuseppe Manni (Bresso)
Vidmer Mercatali (Ravenna)
Carlo Novarino (Moncalieri)
Paolo Perazzoli (San Benedetto del Tronto) Massimo Pironi (Riccione)
Claudio Pistoni (Sassuolo e Fiorano) Roberto Poli (Casalfiumanese)
Francesco Prina (Corbetta)
Maurizio Roi (Lugo)
Gaetano Sateriale (Ferrara)
Roberto Scanagatti (Monza)
Luigi Spagnolli (Bolzano)
Fabio Sturani (Ancona)
Tiziano Tagliani (Ferrara)
Elena Torri (Lizzano in Belvedere)
Walter Vitali (Bologna)
Paolo Zanotto (Verona)

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Progressisti: un programma di incontri sui territori per dare più voce e più rappresentanza al mondo della sinistra

Cagliari, 6 febbraio 2020 – “Vogliamo proporre a tutto il mondo della sinistra, partendo delle esperienze positive delle liste civiche, un nuovo modo di fare politica, aperto ad associazioni e movimenti e capace di esprimere senza ambiguità posizioni coerenti con i nostri valori di riferimento”.

Lo ha annunciato il consigliere regionale dei Progressisti Gianfranco Satta presentando i primi appuntamenti (venerdi a Sassari e lunedì a Cagliari) di un percorso di coinvolgimento ed aggregazione di tutte le fasce di elettorato che guardano con fiducia ed interesse alla sinistra.

Per il capogruppo Francesco Agus l’iniziativa apre scenari nuovi rispetto a solo qualche anno fa, quando la sinistra appariva divisa, perché ora c’è un punto di partenza solido rappresentato dagli 8 consiglieri del gruppo grazie al quale la coalizione è diventata più larga e riconoscibile. In prospettiva, ha aggiunto, questo progetto che parte dal basso può anche superare i confini regionali, riprendendo in qualche modo il modello dell’Emilia Romagna dove si è dimostrata la capacità di andare oltre lo spazio della sinistra classica.

La politica, secondo Maria Laura Orrù, ha oggi molto bisogno di visioni e modelli differenti nell’area progressista e da questo punto di vista la Sardegna può fare da battistrada trovando sintesi con altre forze espressione di parti della società che si sentono esclude.

Il nostro obiettivo è raccontare il meglio della nostra esperienza, ha sostenuto Laura Caddeo, ma soprattutto sviluppare la nostra capacità di ascoltare, perché in giro c’è molta preoccupazione ed i sardi si aspettano non solo una opposizione più vivace ma anche di poter cogliere opportunità nuove di partecipazione attiva.

Francesca Ghirra, consigliere comunale di Cagliari, si è soffermata sulla necessità che l’area progressista rinnovata sia non solo un simbolo dei valori di sinistra ma un veicolo di proposte sui grandi temi che interessano i cittadini: pari opportunità, lavoro, diritti civili, istruzione, sanità, ambiente.

Il consigliere Massimo Zedda, infine, si è detto convinto che fare più politica nei territori e non soltanto nelle istituzioni sia il modo migliore per facilitare il radicamento di idee nuove.

Non credo che questa Giunta regionale durerà per 5 anni, ha affermato perché sta già iniziando a venir meno la “narrazione” che ha portato il centro destra a vincere le elezioni promettendo tutto a tutti, salvo accorgersi che è impossibile e ripiegare su manovre di corto respiro finalizzate solo ad occupare posti di potere.