URI. TRENTENNALE SAGRA DEL CARCIOFO. CARTELLA STAMPA

CARCIOFO SPINOSO DOP

Il carciofo spinoso sardo appartiene alla famiglia delle Asteracee o Composite ed è probabilmente originaria dell’Etiopia. E’ una pianta poliennale di taglia media con altezza inserzione capolino dai 45 ai 70 cm, tipicamente spinosa. Il capolino è conico più o meno allungato, con foglie esterne di colore verde con ampie sfumature violetto-brunastre, grandi, allungate ad apice appuntito terminante con una spina gialla. Il capolino si caratterizza per la croccantezza e il sapore equilibrato tra il dolce e l’amaro dovuto all’elevato contenuto in carboidrati, polifenoli, ferro e sodio.

Cenni storici

Il Carciofo spinoso di Sardegna costituisce una varietà dalle origini storiche molto antiche e radicate nel contestoregionaleelasuaintroduzioneediffusionenell’Isolaè attribuibileaiFenici.Giànelcorsodel19° secolo, questa coltura grazie al gradevole gusto ed alle sue doti terapeutiche, era discretamente diffusa, anche se la coltivazione era limitata agli orti.

Secondo i dati del catasto agrario, già nel 1929 la coltura del carciofo in Sardegna aveva carattere estensivo e si sviluppava su 1231 ettari, dieci anni più tardi gli ettari dedicati alla coltura erano più del doppio. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la coltura proseguì l’espansione nelle piane irrigue della Sardegna: Medio e Basso Campidano, Sulcis, Anglona, Nurra e Coros. Attualmente in Sardegna sono presenti circa 9.000 ha (Istat 2015).

Il carciofo del Coros

Il carciofo del Coros, coltivato prevalentemente nella valle del Rio Mannu compresa tra i comuni di Ittiri, Usini, Uri, Ossi, Florinas e Banari attualmente ricopre una superficie oscillante annualmente tra i 550 e i 650 ettari con circa 200 produttori specializzati. Si tratta di un territorio particolarmente vocato per via del microclima ideale e dei terreni freschi, profondi, di medio impasto e bel drenati. Spesso si tratta di piccoli appezzamenti in aree collinari con difficoltà di viabilità, lavorazione e approvvigionamento idrico.

Il ciclo colturale

La lavorazione di questo ortaggio risulta suddivisa nelle seguenti fasi :
– Preparazione dei terreni, attraverso l’aratura, alla profondità di almeno 35 cm a seconda della natura del terreno; la fresatura per la preparazione del letto di trapianto.
– L’impianto mediante bulbi (gemme radicali) detti ovoli che devono appartenere a piante sane, vigorose e produttive con le caratteristiche della varietà. Gli impianti partono dalla prima settimana di luglio e vengono piantare mediamente 9.000 piante/ha, con materiale proveniente dal sud della Sardegna.
– Concimazione dei terreni in base alle esigenze della coltura nelle diverse fasi del ciclo colturale e delle caratteristiche fisico-chimiche del suolo.
– Gli interventi irrigui, praticati dalla messa a dimora degli ovol i devono essere realizzati per aspersione con gli impianti micro-jet e/o a goccia per ridurre i consumi idrici.
– La difesa fitosanitaria è applicata seguendo i principi che regolano la lotta integrata e la lotta guidata, questo per limitare al massimo l’impiego dei fitofarmaci.
– La raccolta dei carciofi inizia in ottobre, termina in marzo e si esegue rigorosamente a mano; deve avvenire prima dell’apertura delle brattee, quando il capolino ha raggiunto una dimensione commercializzabile. La produzione varia a seconda delle annate tra i 40.000 e i 60.000 capolini ad ettaro.

Le criticità del comparto

I cambiamenti climatici stanno portando il Mediterraneo ad avere dei mesi autunnali molto caldi e siccitosi. Questo andamento climatico, orma i da diversi anni, influenza negativamente la fisiologia delle piante e la conseguenza immediata è l’aumento del fenomeno dell’atrofia del capolino con perdita della produzione precoce. In seguito le piante tendono ad accelerare la crescita e maturazione dei carciofi, con conseguente eccesso di offerta di prodotto sul mercato e l’abbattimento del prezzo del carciofo reso al produttore. Infatti, nel periodo di massima produzione il prezzo pagato al produttore per singolo carciofo scende sotto i 10 centesimi per capolino.

Quindi negli ultimi anni sono aumentati i costi e diminuiti i profitti per ettaro coltivato. Nello specifico, i costi per coltivare un ettaro di carciofaia si aggirano mediamente tra i 5000 e i 6000 euro per ettaro; la produzione lorda vendibile in annate “normali” è pari a 10.000/11.000 euro per ettaro. In annate negative la maggior parte delle aziende non riescono a coprire i costi di produzione. Il territorio soffre poi di una storica scarsa propensione all’aggregazione in cooperative, con l ’offerta quindi frazionata e non adatta ai mercati attuali. Inoltre lo spinoso sardo è un carciofo che non si presta alla trasformazione industriale. Infine l’areale ha ancora notevoli ritardi dal punto di vista infrastrutturale, specie per quanto riguarda l’approvvigionamento idrico.

Le soluzioni

Parliamo di una coltura con problematiche complesse e “ataviche”, si può provare ad incidere su alcuni punti critici:
1. proseguire con la coltivazione dello “spinoso Sardo” con produzioni qualificate (DOP) e di alta qualità; 2. ripartire con la selezione massale sull’ecotipo locale, che ha una risposta ambientale superiore al materiale diffuso nell’area e originario del Campidano;

3. ricerca di nuovi mercati, attualmente ci si concentra sul triangolo Genova – Torino – Milano;
4. studiare e valutare la possibilità di avviare all’industria di trasformazione il prodotto in eccesso “respinto” dal mercato del fresco;

Ricerca a cura di Francesco Murru e Gianni Terrosu

ricette a base di carciofo

i menù della sagra




Istituto Bellieni: Trentennale che emozione!

La cerimonia si è svolta all’Hotel Grazia Deledda al cospetto di una folta platea di politici, sindaci, intellettuali, operatori linguistici simpatizzanti e amministratori che hanno collaborato con l’associazione. Michele Pinna: “Occorre avvicinare i giovani. Se non siamo capaci di generare futuro non saremo mai maestri”

SASSARI. Straordinaria partecipazione, commozione e applausi. Ma soprattutto, la voglia di rievocare insieme, attraverso le testimonianze dei tanti protagonisti, i tratti salienti di una piccola grande storia iniziata quasi in solitudine a Sassari all’indomani della caduta del Muro di Berlino, per porre al centro del mondo i territori periferici e marginali, i piccoli paesi, le piccole comunità dell’isola e le parlate minoritarie che dinanzi ai potenti strumenti della globalizzazione rischiavano di soccombere.

La ricorrenza dei trent’anni di vita dell’Istituto Camillo Bellieni è stata celebrata sabato all’Hotel Grazia Deledda in una sala convegni gremita di pubblico, nella cornice dei rollup storici delle manifestazioni più importanti realizzate in questi anni.

Dal palchetto appositamente allestito, il giornalista Salvatore Taras ha introdotto e moderato la serata raccogliendo le testimonianze di numerosi rappresentanti del territorio. Sono intervenuti tanti sindaci e amministratori in carica o ex, tra i quali Piero Molotzu di Bono, Giancarlo Carta di Putifigari, Tiziano Lasia di Martis, Carlo Sotgiu di Ploaghe, Franco Spada di Cargeghe e Sabrina Sassu di Cossoine. Presenti in sala anche i primi cittadini Mariano Soro di Pozzomaggiore e Alessandro Mura di Padria.

Impossibilitato a presenziare, l’ex sindaco di Sassari Fausto Fadda, che negli anni della fondazione dell’Is.Be ricopriva la carica di assessore regionale, ha inviato un messaggio di affettuoso augurio. Gli interventi sono stati intervallati da proiezioni video di iniziative svolte nei diversi territori, e dalle recitazioni poetiche di Antonello Iodo Unida, Clara Farina, Roberto Demontis e Pietro Peigottu. Molto apprezzate anche le melodie di intermezzo del coro “Su Cuncordu de Cheremule”.

L’ex assessore regionale alla Cultura, Sergio Milia, ha ricordato il rapporto di collaborazione con il Bellieni definendolo «una “squadra che ottiene risultati”, non solo attraverso convegni ed eventi, ma anche grazie al coinvolgimento di esperti, studiosi, sportellisti per far sì che il sardo sia una lingua viva e riesca a penetrare a tutti i livelli».

A rievocare gli anni di intense battaglie per la lingua sarda in RAI è stata un’altra ex assessora regionale alla Cultura, Claudia Firino, che ha rimarcato l’importanza di non trascurare i più recenti strumenti di comunicazione. E quindi l’ex senatore Silvio Lai, il quale ha suggerito di pensare già all’origine ai contenuti multimediali in sardo, affinché possano ottenere fruizione persino su media alternativi alla tv.

Per il Comune di Sassari, che ha attivato da poco un nuovo sportello linguistico, sono intervenuti il capogruppo di maggioranza Manuel Alivesi e il presidente del Consiglio comunale, Maurilio Murru.

La presidente Maria Doloretta Lai con il giornalista Salvatore Taras

Sul tema della lingua sarda in Rai è poi tornato Antonio Moro, giornalista e presidente del PSd’Az: «Se tra cinque anni non ci sarà, la colpa sarà tutta di Roma – ha affermato Moro –. È giunto il momento di chiedere anche altri finanziamenti per un canale Rai interamente in sardo, e pretendere che i giornalisti assunti nell’isola siano sardoparlanti».

Quirico Sanna, attuale assessore regionale all’Urbanistica e agli Enti Locali, ha parlato interamente il lingua sarda: «Pro a mie su Bellieni est comente una falange macedone chi defendet sa cultura e s’identidade sarda. Esempru pro sos sardo a èssere totu unidos».

Molto atteso l’intervento di Maria Doloretta Lai, presidente Is.Be, che nel presentare le principali professionalità che collaborano con l’istituto (operatori linguistici, archivisti, giuristi e filosofi), lo ha definito come «una seconda casa e una famiglia che negli anni è diventata sempre più numerosa».

 Il direttore scientifico Michele Pinna durante il suo intervento

Con le lacrime agli occhi e la voce rotta dall’emozione, il direttore scientifico Michele Pinna ha ricordato come tutto iniziò nel 1989, a partire da un’intuizione di Nino Pirretta: «Volevamo mettere su un’istituzione che creasse la cultura del sardismo. In quella prima fase c’erano grandi nomi come Massimo Pittau, Nicola Tanda, Ignazio Delogu, Gigi Nieddu ed Enzo Espa. Ma occorreva cercare di avvicinare i giovani creando interesse ed entusiasmo. I giovani vanno gratificati e incoraggiati. Se non siamo capaci di generare futuro non saremo mai maestri. Io ho dato tanto, ma ho anche ricevuto tanto».

Del compianto Enzo Espa è stato presentato il libro postumo “La risata dei muri vecchi”, ultima pubblicazione dell’Is.Be, a cura di Michele Pinna e Anna Laura Espa. Un volume che rappresenta il coronamento di un premio alla carriera ricevuto dallo studioso in occasione dell’evento “Si moves sa limba-Sa limba ti movet” 2018.




L’Istituto Camillo Bellieni di Sassari compie trent’anni, sabato la cerimonia all’Hotel Grazia Deledda

Il 23 novembre dalle 16.30 una serata per raccontare lo spirito e l’azione di una struttura che si è distinta in particolar modo nella valorizzazione di lingua, storia, letteratura e cultura sarda, nell’ottica di un’isola proiettata verso l’Europa

La presidente Is.Be Maria Doloretta Lai e il direttore scientifico Michele Pinna

SASSARI. L’Istituto di studi e ricerche Camillo Bellieni di Sassari festeggia i primi trent’anni di vita. La cerimonia del trentennale si svolgerà sabato 23 novembre, dalle 16.30, nella Sala conferenze dell’Hotel Grazia Deledda, in viale Dante, alla presenza del direttore scientifico Michele Pinna, della presidente Maria Doloretta Lai e di tutti gli operatori, i docenti, gli allievi, i giornalisti, gli amministratori, i politici e i simpatizzanti che in questi decenni hanno avuto modo di collaborare alle innumerevoli iniziative messe in campo dalla struttura.

Sarà una straordinaria occasione per incontrare i protagonisti e rivivere le numerosissime esperienze realizzate dall’associazione fondata nel novembre del 1989 con il nome di Camillo Bellieni, soldato della Grande Guerra, storico e filosofo, anima del movimento combattentista sardo e italiano, fondatore e primo direttore nazionale del Partito Sardo D’Azione. Meno noto di Emilio Lussu al grande pubblico, è stato tuttavia uno degli intellettuali sardi di levatura europea più lucidi e raffinati della prima metà del Novecento.

La serata presentata da Salvatore Taras, sarà animata da interventi, mostre, esposizione di locandine storiche, testimonianze video, recitazioni poetiche a cura di Antonello Unida, Clara Farina e Roberto Demontis, e quindi dai canti de “Su Cuncordu Castellanesu”, quale veicolo per raccontare lo spirito e l’azione di un’istituzione che rappresenta un po’ la cartina al tornasole di trent’anni di storia culturale e politica non solo della Sardegna, ma anche dell’Europa. Sarà inoltre presentata l’ultima pubblicazione promossa a marchio Is.Be, il libro postumo del compianto Enzo Espa, “La risata dei muri vecchi”, relativo agli insulti, imprecazioni, ingiurie dei parlanti la lingua sarda logudorese.

«Sin dalla sua fondazione, avvenuta nello stesso anno della caduta del Muro di Berlino, pur nella sua autonomia organizzativa l’Istituto ha coltivato con cura metodologica e scientifica i valori storici del sardismo culturale, dell’autonomismo e dell’indipendentismo – ha spiegato Michele Pinna –. E ne ha seguito, pur nella propria indipendenza di giudizio, i mutamenti politici e organizzativi che rendono codesti valori più che mai attuali, anche nel tempo presente, nella consapevolezza che la nostra isola non sia affatto slegata dalle vicende politiche e culturali internazionali».

L’Istituto Bellieni si è distinto in particolar modo nell’ambito della tutela e della valorizzazione della lingua, della storia, della letteratura e della cultura sarda nelle sue diverse forme ed espressioni. È attivo nel coordinamento di sportelli linguistici, nella realizzazione di corsi di alta formazione, nella traduzione dal sardo all’italiano e viceversa per tribunali e uffici pubblici, nella ricerca filosofica e in quella archivistica, ed è editore della rivista periodica Sesuja.

Membro del Bureau della Coppieters Foundation di Bruxelles aderente all’ALE, è più che mai operoso nella promozione di convegni locali e internazionali inerenti il tema delle Nazioni senza Stato, delle minoranze linguistiche e culturali, dei rapporti politico istituzionali fra la Sardegna, l’Italia e l’Europa.

«L’invito è aperto a tutti – ha affermato Maria Doloretta Lai – per chiunque abbia piacere di conoscere la nostra storia e ripercorrere insieme quello che è stato il lavoro svolto finora, e suscitare curiosità anche per ciò che avremo modo di fare e costruire insieme al contributo di persone che ancora non ci conoscono».




Sassari, “Il sacro, la memoria, il tempo”: grande partecipazione al convegno Is.Be

Al Villino Ricci filosofi, teologi, scienziati e artisti si sono confrontati sui valori della società contemporanea. Esposta una copia della sacra sindone a grandezza naturale

SASSARI. Dai pastafariani ai maradoniani, sono circa trecento le nuove forme di fede in Italia, che tra il pullulare di sette e santoni, mitizzano le realtà più diverse senza trovare la via alla comprensione del sacro. Il dato è emerso durante il convegno “Il sacro, la memoria, il tempo”, organizzato nei giorni scorsi al Villino Ricci dall’Istituto Camillo Bellieni per analizzare, attraverso un confronto tra studiosi, teologi, scienziati e artisti, lo smarrimento dei valori dell’uomo contemporaneo.

Un’iniziativa molto partecipata il cui senso è stato suggellato dalla presenza di una copia della sacra sindone a grandezza naturale, realizzata dalle Acli di Oristano per stimolare la riflessione e l’interesse intorno ai segni della fede.

Profondo e articolato l’intervento di Gaspare Mura della Pontificia Università Urbaniana, sull’ambiguo ritorno del sacro nella cultura post moderna. Una cultura caratterizzata a suo dire dal relativismo esistenziale, che trova riscontro anche nelle scienze umane, come sociologia o psicanalisi. Sarebbe questa una delle cause del dilagare di tante nuove forme di fede. Tra le citazioni di Gadamer, Levinas e altri filosofi, altro chiaro riferimento è stato quello a Ratzinger, per cui, al fine di orientarsi e salvaguardare la fede autentica dal sacro che apparteneva già ai miti del paganesimo, la Chiesa si è avvalsa fin dalle origini del logos della filosofia.

Un collegamento tra la sacralità e i valori umani è stato fatto da monsignor Corrado Melis, vescovo di Ozieri.

C’è un ritorno verso la spiritualità necessario non solo al fine di recuperare la dimensione divina – ha spiegato l’alto prelato – ma anche quella umana, che trasversalmente abbraccia le nostre relazioni e i valori.

La sacralità dell’arte è stata invece indagata da Roberto Puzzu. Prendendo le mosse da “Lo spirituale nell’arte” di Kandinsky, Puzzu ha illustrato il virtuoso esperimento d’arte realizzato negli spazi di Molineddu a pochi chilometri da Sassari.

Il tema del tempo è stato approfondito dal punto di vista delle neuroscienze dalla docente dell’Uniss Franca Deriu, che ha spiegato il rapporto tra tempo e memoria, e come le emozioni e lo stato mentale riescano ad alterarne la percezione.

Daniela Masia, dirigente delle Acli di Oristano, ha proposto un’analisi sul tempo della collettività e quello dell’individualità, dalla quale è emerso un fenomeno di smarrimento della socialità contemporanea. A concludere gli interventi è stato Michele Pinna, direttore scientifico Is.Be, che ha illustrato  la sacralità del vivere e morire in Salvatore Satta, autore de “Il giorno del giudizio” e grande giurista, introducendo il concetto di una dimensione sacrale anche all’interno della sfera del diritto. Una dimensione che nella lezione del grande scrittore travalica i confini della scienza giuridica per proiettarsi in una dimensione trascendente.