A Porto Cervo al via Longevity Weeks Costa Smeralda 2026:

sport e scienza inaugurano due settimane 

dedicate alla qualità della vita.

In partenza dal 25 settembre i primi tornei di Padel e Tennis.

Il 26 settembre, a partire dalle ore 9:30 al Conference Center, 

spazio alla divulgazione scientifica con i Medical Talks: 

esperti nazionali e internazionali a confronto su temi della medicina della longevità, della prevenzione e dell’invecchiamento attivo.

Dal 5 al 10 ottobre le Giornate della Prevenzione: visite specialistiche e screening gratuiti presso i Servizi Medici Costa Smeralda.

Fino all’11 ottobre un calendario ricco tra attività sportive, discipline olistiche, incontri su prevenzione, ricerca, biotecnologie, alimentazione, relazioni e investimenti per una visione più olistica della longevità.

Porto Cervo, 21 settembre 2026 – Mancano pochi giorni all’avvio delle Longevity Weeks Costa Smeralda 2026, la manifestazione promossa dal Consorzio Costa Smeralda, in partnership con Smeralda Holding, che dal 25 settembre all’11 ottobre trasformerà Porto Cervo in un laboratorio dedicato al benessere, alla salute e alla qualità della vita. Olte due settimane di attività sportive, divulgazione scientifica, alimentazione consapevole e pratiche orientate al benessere psicofisico per promuovere una visione concreta e multidisciplinare della longevità. 

Ad aprire la manifestazione in Costa Smeralda saranno gli appuntamenti sportivi che caratterizzeranno la prima settimana, coinvolgendo atleti, appassionati e famiglie. Il primo weekend, dal 25 al 27 settembre, sarà dedicato ai tornei di Padel e Tennis, prime competizioni ufficiali del programma. Nei giorni successivi prenderanno progressivamente forma le altre attività di fitness – con l’area allestita al Porto Vecchio in collaborazione con Technogym – e le Walking Experience & Mindfulness esperienza che si conclude con un momento di meditazione guidata, lungo il Pevero Health Trail, il percorso salute di oltre tredici chilometri immerso nella macchia mediterranea. Dall’8 all’11 ottobre si animerà anche la Waterfront Beach Arena, il grande campo sportivo sulla sabbia allestito sul Porto Vecchio destinato a ospitare tornei e competizioni di beach tennis, beach soccer, beach rugby e beach volley; sempre dall’8 all’11 ottobre il Longevity Pavilion, la tensostruttura allestita al parcheggio del Gabbiano all’ingresso di Porto Cervo, ospiterà le attività olistiche con Hatha Yoga (Cristiana Signorelli), Ecstatic Dance (Max Passante), Costellazioni Familiari (Valentina Delise), Sound Bath, (Michael Reiley) Mindfulness (Sara Panza), Azul Dance (Sara Ponton), Arte Terapia / Pittura Intuitiva (Marianne Cordier). In chiusura della manifestazione, sabato 10 e domenica 11 ottobre si terranno, rispettivamente, le gare di Trail Rail, Nuoto in acque libere e la Terra Mare Cup (il 10 e l’11 ottobre).

Elemento distintivo della manifestazione è la capacità di coniugare attività fisica e cultura della prevenzione. Per questo il primo appuntamento dedicato alla divulgazione scientifica è in programma sabato 26 settembre con i Medical Talks, dalle 9:30 al Conference Center una giornata di confronto e approfondimento sulla medicina della longevità con la direzione scientifica del professor Antonio Desogus, medico chirurgo, specializzato in Chirurgia Generale, Toracica e Vascolare.

I Medical Talks proporranno una riflessione sulle principali sfide della medicina contemporanea dettate da un allungamento dell’aspettativa di vita, affrontando con un approccio multidisciplinare temi quali il rapporto tra microbiota e longevità, la dieta mediterranea come strumento di prevenzione, le malattie cardiovascolari, il contributo della chirurgia vascolare all’invecchiamento in salute, la geroscienza, la reumatologia, la medicina estetica rigenerativa e il ruolo della podologia nel benessere della persona. Tra i relatori attesi figurano il professor Gianfranco Vettorello, presidente nazionale della Italian Longevity League, il professor Giovanni Nano, ordinario di Chirurgia Vascolare dell’Università di Milano, il professor Vincenzo Romano Spica, ordinario di Igiene e Sanità Pubblica dell’Università di Roma (Foro Italico), la professoressa Roberta Montisci, Direttore S.C Cardiologia Utic Policlinico di Monserrato Azienda Ospedaliero-Universitaria di Cagliari, il professor Alberto Cauli, presidente della Società Italiana di Reumatologia, il professor Luca Avagnina, tra i più noti podoiatri italiani ordinario dell’Università di Manresa Barcellona, la dottoressa Rosalia Ragaglia, direttrice del dipartimento di prevenzione Area Medica ASL Gallura, la dottoressa Francesca Carboni, geriatra e direttrice RSA, il dottor Angelo Ferdinandi, radiologo e segretario della Regione Umbria per l’Italian Longevity League, e il professor Giorgio Maullu, Direttore generale del centro medico Valet di Bologna.

Un’attenzione particolare sarà riservata alla prevenzione anche nella settimana dal 5 al 10 ottobre, quando, nell’ambito del programma delle Longevity Weeks Costa Smeralda 2026, si svolgeranno presso i Servizi Medici Costa Smeralda le Giornate della Prevenzione. L’iniziativa offrirà un programma di screening e visite specialistiche gratuite dedicato alla prevenzione dell’ictus, dell’Alzheimer, delle patologie cardiologiche, dei tumori della tiroide, della mammella e della prostata, del melanoma, del diabete e dell’obesità.

Le visite saranno effettuate da medici specialisti e assegnate in ordine cronologico di prenotazione, fino a esaurimento dei posti disponibili. Per consentire una maggiore partecipazione, sarà possibile prenotare una sola visita con un solo specialista per persona. Per informazioni e prenotazioni: 0789 94577, negli orari d’ufficio, oppure [email protected].

Il format Longevity Weeks Costa Smeralda, sviluppato in sinergia con Smeralda Holding, rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di valorizzazione del territorio attraverso contenuti capaci di attrarre nuovi flussi turistici anche oltre la stagione estiva, rafforzando il posizionamento della destinazione come luogo ideale per chi ricerca benessere, natura, sport e qualità della vita tutto l’anno. 

Tutti gli appuntamenti di Longevity Weeks Costa Smeralda 2026 saranno aperti al pubblico, offrendo l’opportunità di vivere un’esperienza di benessere completa e integrata. Le attività sportive e le competizioni previste dal programma richiedono l’iscrizione: alcune prevedono una piccola quota di partecipazione, mentre altre sono gratuite. Il pubblico potrà inoltre assistere gratuitamente ai tornei in programma presso la Beach Arena. Gli incontri congressuali, i talk e gli appuntamenti divulgativi saranno a ingresso libero a eccezione della serata di premiazione di Steve McCurry per la quale sarà obbligatoria la prenotazione. Per informazioni, programma e prenotazioni: 

https://longevityweekscostasmeralda.it/ o [email protected]




Matteo Lunelli: «Il futuro del Made in Italy passa dalla capacità di fare squadra»

di Fausto Farinelli

Porto Cervo, 25 Agosto 2026

Dalla finanza internazionale alla guida del Gruppo Lunelli. Il presidente di Ferrari Trento racconta il valore dell’impresa familiare, la sfida con lo Champagne, la forza della viticoltura di montagna e la necessità di creare grandi gruppi italiani capaci di competere nel mondo.

L’occasione per incontrare e intervistare Matteo Lunelli mi è stata offerta dalla rassegna “Autori in Costa”, ospitata all’Hotel delle Rose di Porto Cervo. Un confronto che, partendo dalla sua esperienza personale e imprenditoriale, ha attraversato alcuni dei temi centrali per il futuro delle aziende italiane: il rapporto tra tradizione e innovazione, la dimensione internazionale, il valore del territorio, la sostenibilità e la capacità del Made in Italy di fare sistema.

Lunelli si è formato nella finanza internazionale, lavorando per Goldman Sachs prima di entrare nell’impresa di famiglia. Oggi guida un gruppo che, accanto a Ferrari Trento, riunisce marchi come Bisol 1542 e Tassoni. Un progetto industriale costruito attorno a un obiettivo preciso: rappresentare nel mondo l’eccellenza e l’arte di vivere italiana.

Presidente Lunelli, lei si è formato nella finanza internazionale prima di tornare nell’impresa di famiglia. Che cosa ha portato con sé da quell’esperienza?

«Sono due realtà completamente diverse: da una parte una grande banca d’affari internazionale, dall’altra un’azienda familiare nel settore del vino. Per me, però, l’esperienza in Goldman Sachs è stata fondamentale. Mi ha permesso di costruire un metodo di lavoro e mi ha immerso fin da subito in un ambiente estremamente internazionale.

Ho lavorato con persone provenienti dall’Asia, dall’America, dall’Europa e dall’Africa, incontrando culture, esperienze e talenti molto diversi. Ho imparato a interpretare contesti internazionali, a lavorare in squadra, a organizzare il mio tempo e a gestire situazioni di forte pressione. Ho assorbito soprattutto una tensione costante verso l’eccellenza, che ritrovo anche nella cultura di Ferrari Trento.

Quando sono entrato nell’impresa di famiglia ho dovuto, naturalmente, comprenderne la specificità. Un’azienda familiare ha valori e relazioni differenti: il rapporto tra le persone è spesso più diretto e la condivisione degli obiettivi può essere ancora più profonda.

Nel nostro gruppo abbiamo stabilito che i componenti delle nuove generazioni debbano maturare almeno sei anni di esperienza professionale all’esterno prima di entrare nell’azienda di famiglia. È importante arrivare portando qualcosa di proprio, dopo essersi confrontati con ambienti competitivi ed essere stati valutati indipendentemente dal cognome».

Il cognome può facilitare l’ingresso in azienda, ma non garantisce autorevolezza. Come si conquista la fiducia quando si appartiene alla famiglia proprietaria?

«Chi appartiene alla famiglia Lunelli deve dimostrare, forse ancora più degli altri, passione, dedizione e impegno. È ciò che hanno fatto mio padre e i miei zii ed è ciò che cerchiamo di fare tutti noi.

La passione è indispensabile perché soltanto quando la possiedi realmente puoi trasmetterla agli altri e coinvolgere le persone in un obiettivo comune. Nel mio percorso credo mi siano state riconosciute soprattutto la dedizione e l’ambizione di far crescere Ferrari nel mondo e, contemporaneamente, di sviluppare il Gruppo Lunelli attraverso nuove acquisizioni.

Negli ultimi anni abbiamo costruito una forte coesione intorno alla missione del gruppo: rappresentare l’eccellenza del bere italiano. In questa visione rientrano Ferrari Trento, Bisol 1542 e Tassoni, un marchio con oltre due secoli di storia, entrato nell’immaginario collettivo italiano attraverso il Carosello, il celebre jingle cantato da Mina e tanti altri momenti della nostra cultura popolare».

Quando la tradizione rappresenta un patrimonio da proteggere e quando, invece, rischia di trasformarsi in un freno?

«La tradizione deve essere custodita, ma non deve mai impedire l’innovazione. Può e deve, invece, proteggerci dai cambiamenti che non sarebbero coerenti con i valori della marca.

Ferrari Trento è prodotto esclusivamente con uve coltivate sulle montagne del Trentino ed è espressione di quel territorio. Realizzarlo altrove o rinunciare alla qualità che lo caratterizza non sarebbe innovazione, ma un tradimento della sua identità.

Non esiste una contraddizione tra tradizione e innovazione. Un marchio che oggi consideriamo tradizionale è spesso il risultato di un’innovazione che ha avuto successo. Giulio Ferrari fu un pioniere: iniziò a produrre bollicine con il metodo classico quando in Italia quasi nessuno lo faceva e fu tra i primi a diffondere lo Chardonnay nel nostro Paese. La nostra stessa tradizione nasce, dunque, da una grande innovazione».

Ferrari Trento gode nel mondo di una notorietà spesso superiore a quella della denominazione Trentodoc. È soltanto la forza del marchio o anche il segnale di una difficoltà del territorio nel costruire un’identità collettiva?

«Ferrari ha una storia più lunga rispetto alla denominazione e rappresenta una quota molto importante della produzione complessiva di Trentodoc. La differenza di notorietà si spiega anche con il fatto che il nostro marchio viene promosso da più tempo sui mercati internazionali.

La denominazione, inoltre, era storicamente composta da anime differenti: Ferrari, il sistema delle cooperative e numerosi piccoli produttori. È soprattutto negli ultimi vent’anni che queste realtà hanno trovato una maggiore coesione intorno a una missione comune e al concetto delle bollicine di montagna.

Noi non vediamo alcun conflitto tra la crescita di Ferrari e quella di Trentodoc. Al contrario, siamo convinti che sia giusto promuovere insieme il marchio, la denominazione e il Trentino. Un grande vino è sempre espressione del proprio territorio e Ferrari può contribuire in maniera significativa alla notorietà di tutto il sistema».

La vera sfida è competere con lo Champagne sul suo stesso terreno o costruire un’identità completamente autonoma?

«Lo Champagne è il leader mondiale delle bollicine di alta gamma ed è inevitabilmente un nostro concorrente. La nostra missione, però, non è copiarlo. Dobbiamo affermare un’identità diversa e riconoscibile: quella di Ferrari e del Trentodoc come bollicine di montagna.

La finezza, la freschezza, la verticalità e l’eleganza dei nostri vini nascono dal microclima delle montagne trentine. In un momento segnato dal cambiamento climatico, la viticoltura di montagna può rappresentare un vantaggio competitivo molto importante per il futuro.

Lo Champagne racconta la tradizione francese; Ferrari e il Trentodoc vogliono essere espressione dello stile italiano. Dobbiamo confrontarci con i migliori senza alcun senso di inferiorità, facendo emergere la nostra personalità e la nostra diversità.

Il nostro chef de cave, Cyril Brun, è francese ed è nato proprio nella Champagne. Anche lui ha sempre condiviso questa impostazione: la sua missione non è riprodurre lo Champagne in Trentino, ma valorizzare l’unicità dello Chardonnay e della viticoltura di montagna».

Che cosa ha lasciato a Ferrari Trento la presenza sui podi della Formula 1?

«Ha prodotto un fortissimo aumento della notorietà internazionale. In Italia tutti comprendono la differenza tra “il Ferrari”, il nostro vino, e “la Ferrari”, la straordinaria automobile. Nel resto del mondo, naturalmente, la Rossa è molto più conosciuta.

La Formula 1 ci ha offerto una visibilità eccezionale. In quattro anni il nostro prodotto è apparso sui podi di tutto il mondo ed è stato servito nel Paddock Club. Abbiamo stimato che, durante quel periodo, siano state aperte quasi duecentomila bottiglie all’interno dell’ospitalità della Formula 1.

Questo ci ha permesso di incontrare un pubblico internazionale di altissimo livello. Molte persone hanno assaggiato Ferrari per la prima volta proprio in quelle occasioni. Siamo riusciti a conquistare palcoscenici e celebrazioni che in passato sembravano riservati esclusivamente allo Champagne, dimostrando che anche le bollicine italiane possono rappresentare i grandi momenti internazionali».

Il consumatore dell’alta gamma acquista soprattutto la qualità contenuta nella bottiglia oppure anche il racconto e l’esperienza che la circondano?

«Acquista entrambe le cose, ma l’esperienza sta diventando sempre più importante. Un grande vino deve riuscire a raccontare un territorio, una storia, una tradizione e, soprattutto, un’emozione.

Chi visita le nostre cantine e conosce il Trentino sviluppa una comprensione più profonda dei nostri vini. La qualità contenuta nella bottiglia resta il primo requisito e il nostro principale impegno. Tuttavia, il vino richiama qualcosa che va oltre ciò che si trova nel bicchiere: racconta le persone, la cultura, il paesaggio e i momenti nei quali viene condiviso.

Ferrari è stato il brindisi di tante occasioni straordinarie, è stato protagonista in Formula 1 ed è legato all’arte di vivere italiana. Tutto questo contribuisce a creare un’esperienza capace di emozionare».

Dopo i suoi sei anni alla presidenza di Altagamma, quale ritiene sia la principale debolezza strutturale delle imprese italiane dell’alto di gamma?

«In Altagamma abbiamo dimostrato che le imprese italiane sanno collaborare. Il nostro motto era: “Collaborare per meglio competere”. Abbiamo realizzato iniziative comuni in Cina, all’Expo e in numerosi mercati internazionali.

È vero che in Italia abbiamo una minore tradizione del fare sistema, ma non significa che non sia possibile. La criticità più evidente resta piuttosto la frammentazione e, di conseguenza, la dimensione limitata di molte aziende.

Nei mercati internazionali la massa critica è sempre più importante. Le nostre imprese riescono spesso ad affermarsi grazie al dinamismo, alla creatività e alla velocità, ma i grandi gruppi possono contare su una maggiore forza distributiva, manageriale e finanziaria e su un diverso potere nei rapporti con i media, i fornitori e le reti commerciali.

Anche nel vino continueranno naturalmente a esistere piccoli produttori di grande qualità, ma il mercato italiano deve saper esprimere anche campioni nazionali sufficientemente strutturati per competere nel mondo. Per questo sarebbe utile incentivare e facilitare i processi di aggregazione, anche come risposta alle difficoltà legate al passaggio generazionale».

Si potrebbe dire che in Italia abbiamo molti campanili, ma che non sempre riusciamo a farli suonare insieme?

«I campanili sono belli e rappresentano la ricchezza dei nostri territori. Non dobbiamo eliminarli: dobbiamo farli suonare insieme.

I marchi italiani dell’alto di gamma condividono valori comuni: la tradizione, la creatività, la cultura, il legame con il territorio e la ricerca della qualità. Sono valori intorno ai quali è possibile costruire progetti comuni.

Quando due grandi marchi del Made in Italy collaborano, si sprigiona un’energia speciale. L’identità di ciascuno non viene indebolita, ma rafforzata. Il futuro passa dalla capacità di conservare le nostre differenze e, allo stesso tempo, di unirci quando dobbiamo rappresentare l’Italia nel mondo».

Quale azienda vorrebbe consegnare alle prossime generazioni: più grande, più sostenibile o più capace di rappresentare l’Italia?

«Vorrei consegnare un’azienda ancora più capace di rappresentare l’Italia nel mondo. Questa risposta, in realtà, comprende anche le altre.

Essere ambasciatori dell’arte di vivere italiana significa avere un’impresa più forte, più autorevole e più sostenibile. Significa considerarsi parte di un sistema, lavorare in armonia con l’ambiente e in sintonia con la comunità che ci ospita.

Se sapremo rappresentare sempre meglio lo stile italiano, saremo anche più amati e riconosciuti nel mondo. E, di conseguenza, saremo probabilmente più grandi, senza rinunciare ai valori che hanno costruito la nostra storia».

L’incontro con Matteo Lunelli si conclude con il suo invito ad andare a visitare le Tenute Ferrari, al quale non mancherò. Io ricambio con l’invito a venire ad Alghero magari per una masterclass.




Pignoramenti in Sardegna: dove l’economia va meglio, il mattone rischia di più.

redazione economica


146 posizioni NPL attive nell’isola. Non sono concentrate dove l’economia è più debole, ma dove circola più credito.

Centoquarantasei pignoramenti immobiliari attivi in Sardegna, censiti sul portale NPL Asteflorio, che raccoglie le note di trascrizione delle procedure esecutive prima ancora che arrivino all’asta pubblica. In percentuale sono il 2,8% del totale nazionale, su 5.191 posizioni: un peso che rispecchia più o meno quello demografico dell’isola. Scomponendo il dato per territorio, però, salta fuori qualcosa che vale la pena raccontare.

Prima una precisazione, perché è facile fraintendere questi numeri: non sono immobili già all’asta. Sono note di trascrizione, il primo atto con cui una casa o un terreno entra in una procedura esecutiva. Da lì possono passare dai due ai sette anni prima che si arrivi davvero al martelletto. Quello che stiamo leggendo è una fotografia dell’esposizione debitoria in corso, non un calendario di aste imminenti.

La Gallura guida la classifica con 47 posizioni, un soffio sopra Cagliari e il Sud Sardegna, ferme a 45. Sassari segue a 36. Poi il distacco si fa netto: il Nuorese e l’Ogliastra sommano appena 14 posizioni, l’Oristanese solo 4. Olbia da sola ne conta 16, più di quante ne abbia in totale l’intera provincia di Oristano.

Ci si aspetterebbe il contrario: più pignoramenti dove l’economia va peggio. I dati dicono l’opposto, e la spiegazione probabilmente sta nel credito, non nella povertà. Dove l’economia è più dinamica circolano più mutui, per immobili di maggior valore, con leve finanziarie più aggressive. È un’economia che si espone di più perché ha semplicemente più da esporre. Nelle aree interne, dove il mercato immobiliare è più fermo e l’accesso al credito storicamente più difficile, circolano meno ipoteche, quindi a monte c’è meno materiale che possa trasformarsi in un pignoramento.

Non significa che in Gallura si viva più indebitati in proporzione. Significa probabilmente che lì il sistema del credito è più attivo, e con l’economia del turismo arriva anche un problema tipico del settore: incassi concentrati in pochi mesi, che rendono più fragile la liquidità anche quando il fatturato annuo sembra a posto.

Va detto con onestà che questi dati da soli non bastano a dimostrare un nesso causa-effetto. Mancano il tasso di indebitamento medio delle famiglie, il valore delle garanzie ipotecarie, la quota di mutui che finisce davvero in pignoramento in ciascun territorio: dati che solo Banca d’Italia o le Camere di Commercio potrebbero fornire con precisione.

Resta una domanda aperta, ed è quella che lascio al lettore: in Gallura e nel Cagliaritano questa esposizione è il prezzo fisiologico di un modello di sviluppo più aggressivo, o il sintomo di una fragilità che il boom del turismo nasconde bene?




Quando cambia il vento, cambia anche la notizia?

di Fausto Farinelli

Qualche giorno fa ragionavo sull’intelligenza artificiale e sui rischi che porta con sé nel mondo dell’informazione. Notizie manipolate, dichiarazioni inventate, fonti che non esistono. Tutto vero, per carità. È un problema serio e probabilmente diventerà ancora più serio nei prossimi anni.

Poi però mi sono fatto una domanda molto più banale: siamo sicuri che il problema della credibilità dell’informazione sia nato con l’intelligenza artificiale?

Perché a volte basta prendere un giornale, tornare indietro di qualche anno e leggere come raccontava ieri lo stesso personaggio che racconta oggi. Non serve un algoritmo sofisticato. Bastano Google, un po’ di pazienza e una buona memoria.

Prendiamo Roberto Vannacci.

Non mi interessa qui stabilire se abbia ragione o torto, se Futuro Nazionale avrà successo oppure no, né tantomeno convincere qualcuno a votarlo. Mi interessa Vannacci come caso giornalistico, perché la sua storia recente offre un esempio piuttosto curioso di come può cambiare il racconto di un personaggio pubblico.

Quando nell’agosto del 2023 esplode il caso de Il mondo al contrario, Vannacci è il generale finito nella bufera per ciò che ha scritto. Il Giornale lo critica anche duramente, questo va detto, ma contemporaneamente gli offre spazio per spiegarsi. Il 18 agosto pubblica una lunga intervista nella quale il generale parla della sua battaglia contro il «pensiero unico». Qualche giorno dopo lo stesso quotidiano inserisce il suo caso dentro un ragionamento sulla libertà di espressione e sulla «dittatura del pensiero unico». (il Giornale)

Insomma, Vannacci è controverso, magari indigesto, ma viene raccontato anche come quello che osa dire ciò che altri non dicono.

Poi arriva la politica.

Vannacci entra nella Lega, viene candidato da Matteo Salvini alle Europee, prende una montagna di preferenze e diventa uno dei personaggi più riconoscibili di quell’area. La sua presenza nel centrodestra, piaccia o meno, è ormai un fatto.

Fino a quando succede qualcosa.

Il 3 febbraio 2026 Vannacci lascia la Lega e annuncia Futuro Nazionale. Salvini si dice «deluso e amareggiato» e rivendica di averlo accolto quando aveva tutti contro. Da quel momento il generale non è più soltanto un personaggio scomodo della destra: è diventato politicamente autonomo e quindi potenzialmente concorrente di quella stessa area. (il Giornale)

Ed è qui che, leggendo i giornali, mi è venuta qualche curiosità.

Perché il linguaggio cambia.

Il 4 febbraio Il Giornale presenta il nuovo progetto parlando di un «drappello di 3 deputati» e scrive che «manca la truppa». Due giorni dopo Vannacci finisce addirittura sul «podio dei peggiori» della settimana: gli viene contestata la parola data alla Lega e si parla apertamente di lealtà venuta meno. Pochi mesi dopo, il 15 giugno, leggiamo un Vannacci «pieno di sé», «inebriato dai cori», con «la pretesa» di diventare il sestante del centrodestra. (il Giornale)

Tutto legittimo.

Un giornale ha una linea editoriale. Un giornalista ha diritto ad avere un’opinione. E grazie a Dio è così, perché l’alternativa sarebbe un’informazione asettica e probabilmente illeggibile.

Il problema, almeno per me, comincia quando provo a mettere accanto il Vannacci del 2023 e quello del 2026.

Prima c’era l’uomo che sfidava il pensiero unico. Oggi c’è anche quello che tradisce, divide, pretende, rischia di danneggiare il centrodestra.

È cambiato Vannacci? Certamente: nel frattempo è diventato un politico, è entrato nella Lega, ne è diventato vicesegretario e poi l’ha abbandonata per costruire un proprio soggetto politico. Sarebbe intellettualmente scorretto ignorarlo.

Ma è cambiato soltanto Vannacci?

Qui entra in scena un altro elemento che secondo me un lettore ha il diritto di conoscere.

Il Giornale oggi fa capo per il 65 per cento a Editoria Italia della famiglia Angelucci. È lo stesso quotidiano a comunicarlo nel gennaio 2026. (il Giornale) Antonio Angelucci, figura centrale della famiglia imprenditoriale, è anche un parlamentare eletto nelle file della Lega.

E allora mi fermo.

Non perché abbia trovato la pistola fumante. Non ce l’ho.

Non ho trovato una telefonata di Angelucci a un direttore. Non ho una mail nella quale qualcuno ordina di attaccare Vannacci. Non conosco le riunioni di redazione del Giornale e non sarebbe serio sostenere che esista una disposizione dell’editore contro il generale senza avere una prova.

Però conosco le date.

E le date raccontano che Vannacci viene rappresentato in un certo modo quando combatte il politicamente corretto, diventa un uomo della Lega e porta voti alla Lega; e con toni sensibilmente diversi dopo che lascia la Lega e costruisce un progetto che può pescare nello stesso elettorato.

È una coincidenza? Può esserlo.

È una conseguenza del cambiamento politico di Vannacci? Possibile anche questo.

C’è dell’altro? Non lo so.

Ed è proprio quel «non lo so» che, secondo me, dovrebbe tornare ad essere una delle frasi più nobili del nostro mestiere.

Perché il compito di chi fa informazione non dovrebbe essere sempre quello di consegnare una verità già confezionata. A volte dovrebbe semplicemente mettere in fila i fatti, ricordare ciò che abbiamo scritto ieri, confrontarlo con ciò che scriviamo oggi e permettere al lettore di farsi una domanda.

Questa storia, tra l’altro, mi riporta esattamente al punto dal quale ero partito parlando di intelligenza artificiale.

Abbiamo paura che una macchina possa manipolare una notizia. Facciamo bene.

Abbiamo paura che un algoritmo possa selezionare quello che dobbiamo vedere, enfatizzare una dichiarazione, nasconderne un’altra, costruire intorno a una persona una rappresentazione positiva o negativa. Facciamo benissimo.

Ma tutto questo l’uomo è perfettamente capace di farlo da solo.

Lo faceva prima di ChatGPT, prima dei social network e probabilmente prima ancora di Internet.

La differenza è che davanti all’intelligenza artificiale siamo diventati improvvisamente sospettosi. Domandiamo chi ha prodotto un contenuto, quali fonti ha utilizzato, se le informazioni sono autentiche. Davanti a un titolo di giornale, invece, continuiamo spesso ad abbassare la guardia perché dietro quel titolo riconosciamo una testata che conosciamo da quarant’anni.

Forse dovremmo applicare lo stesso metodo a entrambi.

Non fidarci ciecamente dell’intelligenza artificiale.

E non fidarci ciecamente neppure di chi ci mette in guardia dall’intelligenza artificiale.

Verificare. Confrontare. Tornare indietro. Leggere cosa scriveva lo stesso giornale tre anni prima. Sapere chi è l’editore. Conoscere, quando esistono, le sue attività e i suoi rapporti politici. E poi decidere autonomamente quanto credito attribuire a quello che stiamo leggendo.

Perché alla fine il vero problema non è Vannacci e non è nemmeno Il Giornale.

Il problema è molto più grande.

È capire se oggi noi compriamo ancora un giornale per conoscere i fatti oppure, qualche volta, compriamo una lettura dei fatti senza sapere fino in fondo chi ce la sta raccontando e da quale finestra li sta guardando.

E forse è questa la domanda che dovremmo farci prima di preoccuparci soltanto delle macchine.

Perché l’intelligenza artificiale potrà certamente imparare a manipolare l’informazione.

Noi esseri umani, purtroppo, non avevamo bisogno di impararlo.




SASSARI: SCIENZA, ARTE, CULTURA E CITTADINANZA.

IL FUTURO COMINCIA DALLA CONSAPEVOLEZZA

Teatro Verdi, 22 e 23 settembre 2026

«Un incontro di volontà per costruire conoscenza»

Il Tour 2026 riparte lungo un viaggio nelle connessioni invisibili

che uniscono Universo, natura, persone, clima, luoghi, cellule e mente 

Una serata aperta a tutte e a tutti e una mattina dedicata alle scuole

per imparare a leggere la complessità del mondo e immaginare ciò che sarà

Cosa tiene insieme galassie, oceani, piante, cellule e il cervello umano? Quanto è importante riconoscere le connessioni tra i tasselli di questo puzzle affascinante e complesso? Domande che guardano lontano ma che riguardano concretamente il presente e la capacità di costruire il futuro delle nuove generazioni.

Da questa prospettiva martedì 22 e mercoledì 23 settembre il Teatro Verdi di Sassari ospiterà la tappa inaugurale del Tour 2026 delle “Giornate della Consapevolezza”, progetto ideato e promosso da Radio Parlamentare –Percorso Consapevole e sviluppato sul tema “Viaggio nella complessità della Vita – Le connessioni invisibili”. Momenti immaginati e realizzati per far dialogare in modo funzionale scienza, arte e cultura, trasformando la conoscenza in un’esperienza condivisa, capace di parlare a persone, sensibilità e competenze diverse.

L’appuntamento è frutto dell’incrociarsi di volontà forti e condivise, e di una collaborazione attivata tra Radio Parlamentare, l’onorevole Silvio Lai, il sindaco del Comune di Sassari e della Città Metropolitana di SassariGiuseppe Mascia, la Fondazione di Sardegna del presidente Giacomo Spissu e le Acli. Dopo Sassari, l’evento farà tappa a Sanremo, Brescia, Livorno, Salerno e Roma.

Prospettiva coerente con la missione di Radio Parlamentare – Percorso Consapevole, think tank nato nel 2021 da un’idea di Cristina Del Tutto – Ceo&Founder del progetto, ideatrice e direttrice artistica delle Giornate della Consapevolezza – come spazio di incontro tra istituzioni parlamentari, mondo scientifico e della ricerca, sistema produttivo e innovazione, con l’obiettivo di riportare la conoscenza al centro del processo decisionale pubblico.

Una rete che ha un significato particolare, che porterà il progetto in un luogo simbolo della città come il Teatro Verdi,aprendosi all’intera cittadinanza. Il sostegno dei partner consentirà di garantire la partecipazione libera e gratuita, nella convinzione che la conoscenza è essere patrimonio condiviso e accessibile. Il progetto nasce dalla convinzione che il sapere scientifico debba essere un’infrastruttura culturale della democrazia e che la “cittadinanza scientifica” sia una responsabilità condivisa.

Martedì 22 settembre dalle 20.15 alle 23.15 l’appuntamento è aperto all’intera cittadinanza. La mattinata successiva, mercoledì 23 settembre dalle 9.30 alle 13, il Teatro Verdi accoglierà invece studenti e studentesse.

A condurre il pubblico attraverso questo viaggio sarà un gruppo di studiosi e divulgatori chiamati a raccontare la complessità attraverso linguaggi capaci di raggiungere anche chi non possiede una formazione scientifica specialistica.

Ci saranno Andrea Possenti, astrofisico dell’INAF e protagonista di importanti ricerche sull’Universo e sulle pulsar; Bianca Bonato, ricercatrice del Mind the Plant Lab dell’Università di Padova, che studia comportamento, comunicazione e interazioni nelle piante; Sandro Carniel, oceanografo e dirigente di ricerca del CNR, esperto di dinamica degli oceani e cambiamenti climatici; Paola Verrucchi, ricercatrice in fisica teorica presso il CNR, impegnata nello studio dei sistemi quantistici complessi e dell’informazione quantistica; Carlo Ventura, biologo molecolare e pioniere della medicina rigenerativa; e Pierluigi Brustenghi, neurologo e psicoterapeuta, divulgatore scientifico particolarmente attento al rapporto tra cervello, apprendimento e nuove tecnologie.  Accanto alla scienza ci sarà l’arte, elemento essenziale della formula delle Giornate della Consapevolezza. Sonia Bottacin, compositrice, pianista e direttrice didattica, accompagnerà il pubblico attraverso un percorso tra vibrazioni sonore ed emozioni, mentre Claudio Reginali, fondatore di Green Art Italia, porterà al centro della scena il rapporto tra arte, sostenibilità, territorio e responsabilità, in una riflessione sul nostro modo di abitare il mondo. 

Dall’Universo alla mente: capire la complessità per capire il futuro. Il percorso proposto dalle Giornate della Consapevolezza parte dalle “forze invisibili” che rendono possibile la vita, attraversa gli ecosistemi terrestri e arriva alle dimensioni più profonde della materia e della coscienza. Gravità, elettromagnetismo, materia oscura e dinamiche dell’Universo si intrecciano così con l’intelligenza delle piante, le dinamiche degli oceani, i cambiamenti climatici, la fisica quantistica, la biologia cellulare e i misteri della mente. La scienza diventa così non soltanto strumento per conoscere, ma una chiave per comprendere il nostro posto nel mondo e assumere maggiore consapevolezza delle conseguenze delle nostre scelte. Conoscere significa poter scegliere. E scegliere significa assumersi una responsabilità nei confronti del futuro. Perché la consapevolezza, prima ancora di essere una risposta, è una capacità: continuare a farsi domande.

Prenotazioni sul circuito eventbrite.it

Info su www.radioparlamentare.it

IL PROGRAMMA

Martedì 22 settembre, dalle 20.15 alle 23.15, il Teatro Verdi:  “Viaggio nella complessità della Vita – Le connessioni invisibili”. Il percorso si apre con la video performance di Cristina Del Tutto dedicata al Viaggio nella complessità della vita e all’Inizio del viaggio, per proseguire poi con Andrea Possenti e le energie invisibili dell’Universo. A seguire l’intervento di Bianca Bonato sulla vita delle piante e quello di Sandro Carniel sul ruolo degli oceani nell’equilibrio climatico del Pianeta, accompagnati dal Time Out di Claudio Reginali dedicato ad Abitare il mondo.

La seconda parte della serata condurrà il pubblico nella dimensione dell’infinitamente piccolo con Paola Verrucchi e i paradossi della fisica quantistica, per arrivare al linguaggio delle cellule con Carlo Ventura. Sonia Bottacin con Frequenze, offrirà un momento di pausa e ascolto attraverso il suono, prima dell’intervento di Pierluigi Brustenghi sui misteri della mente, del cervello e delle sue realtà. A chiudere la serata una nuova video performance di Cristina Del Tutto (“Il percorso consapevole”). 

La mattina di mercoledì 23 settembre, dalle 9.30 alle 13, il Teatro Verdi proporrà la replica dedicata alle scuole, con dibattito finale.




Negozi che diventano B&B: ad Alghero servono dati, non un nuovo capro espiatorio

di Fausto Farinelli

Chiedere al Comune quanti locali commerciali siano diventati abitazioni, B&B o affittacamere negli ultimi diciotto mesi è legittimo. Anzi, è utile. I dati servono sempre, soprattutto se raccontano dove avvengono le trasformazioni, quali immobili erano già vuoti e da quanto tempo, e se esiste davvero un effetto sul mercato degli affitti per i residenti.

Il problema nasce quando la domanda contiene già la risposta: se un negozio diventa una struttura ricettiva, allora qualcuno avrebbe automaticamente tolto una casa o un’attività commerciale alla città.

Non è così semplice.

Un negozio chiuso non torna automaticamente ad essere un negozio se gli si vieta di cambiare funzione. Molto spesso resta una serranda abbassata, magari per anni. Il commercio di vicinato soffre per ragioni profonde: l’online, i costi, gli affitti, le bollette, i margini ridotti, la stagionalità e la difficoltà di trovare personale. Non mancano soltanto i locali: mancano, spesso, le condizioni economiche per aprire e resistere.

Se un proprietario recupera con i propri soldi un immobile che non ha più mercato commerciale e lo destina all’ospitalità, non sta automaticamente sottraendo una casa a una famiglia. Può stare rimettendo in moto uno spazio inutilizzato. La proprietà privata può e deve essere regolata nell’interesse generale, ma non può diventare il bersaglio di ogni problema che una città non riesce a risolvere.

Il tema abitativo esiste, ed è serio. Ma ha radici più larghe delle locazioni turistiche: edilizia sociale insufficiente, affitti incompatibili con gli stipendi, immobili degradati o inutilizzati, costi di ristrutturazione, difficoltà di accesso al credito e proprietari che rinunciano al contratto lungo per paura della morosità e dei tempi necessari per rientrare in possesso della casa.

Gli ultimi dati ufficiali Istat, riferiti al 2023, fotografano un Paese con 35,6 milioni di abitazioni. Poco più di 26 milioni sono occupate da residenti; circa 9,5 milioni non risultano occupate da residenti o sono utilizzate da persone non residenti. Non significa che siano tutte case vuote, perché il dato comprende anche seconde case, ma rende evidente quanto sia improprio attribuire l’intera crisi abitativa alle locazioni brevi.

Le città turistiche e i numeri veri

Nelle grandi città turistiche gli affitti brevi incidono in modo molto diverso. Ed è proprio qui che i numeri aiutano a evitare le tifoserie.

Un’analisi su dati 2023 di OMI-Agenzia delle Entrate e Inside Airbnb indica 6.880 alloggi in locazione breve a Venezia, praticamente lo stesso numero delle 6.998 abitazioni che hanno registrato un nuovo contratto di locazione. A Firenze gli alloggi su Airbnb erano 11.321, a fronte di 14.612 nuovi contratti registrati. In queste due città la pressione è evidentemente alta.

A Roma, invece, gli alloggi rilevati su Airbnb erano 24.774, contro 57.128 nuovi contratti di locazione registrati. A Milano 23.696 alloggi brevi, contro 57.281 contratti. A Napoli il confronto è tra 8.060 alloggi brevi e 15.671 contratti; a Bologna tra 3.997 e 12.702.

Sono numeri che raccontano una realtà più complessa della propaganda. Venezia e Firenze vivono una condizione eccezionale, soprattutto nei centri storici. Nella città antica di Venezia i posti letto turistici hanno superato i residenti: 49.964 contro 48.951. Firenze, nel 2025, ha registrato 16.906 attività di locazione turistica e circa il 56% dei posti letto complessivi della città; gli annunci online sono concentrati in larga parte nel centro storico.

Non a caso Firenze ha bloccato le nuove autorizzazioni nell’area UNESCO, introducendo regole, controlli e limiti specifici. È una scelta costruita su una pressione verificabile, non su una sensazione.

Alghero non è Venezia, e non deve fingere di esserlo

Il punto non è sostenere che Alghero non debba governare le trasformazioni urbane. Deve farlo. Ma prima deve sapere cosa sta accadendo davvero.

Quanti ex negozi sono diventati B&B? Quanti erano sfitti? Quanti appartamenti sono usciti dal mercato dell’affitto lungo? In quali zone? Quanti immobili restano inutilizzati? Qual è il rapporto tra domanda turistica, residenza e attività commerciali?

Senza queste risposte si rischia di affrontare un problema complesso con uno slogan facile: fermiamo chi cambia destinazione d’uso e il commercio tornerà a vivere. Non funziona così. Non si riapre un negozio costringendo un proprietario a tenere vuoto il proprio locale. E non si risolve la questione della casa semplicemente colpendo chi fa ospitalità.

Servono politiche per il commercio, incentivi per recuperare gli immobili abbandonati, più garanzie per chi affitta stabilmente, edilizia sociale e regole mirate dove i dati dimostrano che l’equilibrio è saltato.

L’intervento di Marco Di Gangi

Sul dibattito interviene Marco Di Gangi, responsabile regionale del Dipartimento Turismo di Fratelli d’Italia Sardegna, che condivide la richiesta di dati avanzata da Marco Lombardi ma invita a non trasformarla in una condanna preventiva delle locazioni turistiche.

«Una corretta programmazione urbanistica deve partire da dati certi, distinti per tipologia di attività e per quartiere, e non da semplici impressioni», afferma Di Gangi.

Secondo l’esponente di Fratelli d’Italia, B&B, affittacamere e locazioni turistiche sono realtà diverse e devono essere analizzate separatamente. «La trasformazione di un locale commerciale inutilizzato in struttura ricettiva non sottrae necessariamente un’abitazione al mercato residenziale, ma spesso consente di recuperare uno spazio altrimenti destinato a rimanere vuoto».

Di Gangi richiama poi la necessità di intervenire sulle cause strutturali della crisi abitativa: immobili vuoti, edilizia sociale insufficiente, affitti sostenibili e maggiori garanzie per i proprietari che scelgono i contratti di lunga durata.

La domanda, allora, non è se impedire a qualcuno di investire legittimamente nel proprio immobile. La domanda è se Alghero vuole finalmente misurare i problemi, affrontarli uno per uno e smettere di cercare un colpevole comodo.




Se a mentire è un algoritmo ci spaventiamo. Se lo fa un giornale?

di Fausto Farinelli

Dario Amodei, CEO di Anthropic, una delle aziende che stanno correndo più velocemente nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, dice che bisognerebbe rallentare.

Detta da lui, la cosa fa un certo effetto.

Non significa fermare tutto o tornare alla macchina da scrivere. Il ragionamento è un altro: le capacità dei modelli stanno crescendo così velocemente che sicurezza, controlli e regole rischiano di non riuscire a stare al passo. E siccome Amodei è anche uno di quelli che vede nell’intelligenza artificiale possibilità enormi per la medicina, la ricerca e l’economia, la questione diventa ancora più interessante.

In mezzo a tutte le paure che accompagnano questa rivoluzione, ce n’è però una sulla quale continuo a farmi qualche domanda. Riguarda il mondo che conosco meglio, quello dell’informazione.

Ci viene detto, giustamente, che con l’intelligenza artificiale si possono inventare dichiarazioni, creare immagini false, manipolare fotografie e video, citare fonti che non esistono e costruire una notizia completamente falsa facendola sembrare vera.

È un problema serio.

Ma prima dell’intelligenza artificiale tutto questo non esisteva?

Un giornale non può prendere una dichiarazione autentica e pubblicarne soltanto la parte che conviene? Una televisione non può scegliere determinate immagini e lasciarne fuori altre? Un titolo non può portare il lettore verso una conclusione che magari leggendo attentamente l’articolo diventa molto meno evidente?

E ancora: una redazione decide quali notizie mettere in apertura e quali relegare in fondo, quali persone intervistare, quali domande fare, quanto spazio concedere a una vicenda e quanto a un’altra.

Non sto dicendo che informare significhi manipolare. Sarebbe una sciocchezza. Sto dicendo che la possibilità di manipolare l’informazione esiste da molto prima dell’intelligenza artificiale.

La propaganda non l’ha inventata ChatGPT. Le omissioni non sono nate con Claude. Le fotografie fuori contesto, i titoli forzati, le dichiarazioni tagliate e le indiscrezioni diventate improvvisamente certezze le conosciamo da parecchio tempo.

Allora qual è la differenza? Una enorme c’è.

Con l’intelligenza artificiale tutto questo può diventare molto più facile, veloce ed economico. Soprattutto può essere fatto su una scala che prima era impensabile. Un falso convincente che una volta richiedeva competenze, denaro e tempo oggi può essere prodotto in pochi minuti.

Ed è questo, secondo me, il rischio sul quale dobbiamo concentrarci.

Perché se diciamo semplicemente che l’intelligenza artificiale è pericolosa perché può mentire, rischiamo di attribuire alla macchina una responsabilità che continua ad appartenere all’uomo.

Se utilizzo l’intelligenza artificiale per inventare una dichiarazione e poi la pubblico, chi ha mentito?

La macchina o io?

Se le chiedo di costruirmi una notizia già orientata verso una conclusione che ho deciso in partenza e poi la diffondo senza verificare fonti e fatti, il problema è davvero l’algoritmo?

A me sembra che, alla fine, torniamo sempre allo stesso punto: il buon senso, la responsabilità e, quando parliamo di informazione, la verifica.

Anche perché c’è un’altra faccia dell’intelligenza artificiale di cui parliamo molto meno.

La stessa tecnologia che può costruire un falso sta già aiutando ricercatori ad analizzare enormi quantità di dati, sta entrando nella medicina e nella diagnostica, accelera processi di ricerca che prima richiedevano tempi molto più lunghi e sta cambiando il modo di lavorare nelle imprese, nell’economia, nello sport e nella comunicazione.

E siamo soltanto all’inizio.

Forse dietro una parte della paura che circonda l’intelligenza artificiale c’è anche qualcosa di molto più semplice: il timore di perdere il lavoro.

È una paura comprensibile. Alcuni lavori cambieranno radicalmente, alcune mansioni probabilmente scompariranno e fingere che non accadrà sarebbe poco serio.

Ma non credo che il futuro sarà semplicemente fatto di macchine che lavorano e uomini che restano a guardare.

Credo piuttosto che si creerà una differenza sempre più grande tra chi continuerà a lavorare esattamente come prima e chi imparerà a lavorare insieme all’intelligenza artificiale.

Vale anche per l’informazione.

Un giornalista può utilizzare questi strumenti per analizzare centinaia di documenti, confrontare dati, trascrivere ore di interviste, ricostruire cronologie e trovare collegamenti che richiederebbero giornate intere di lavoro.

E magari utilizzare il tempo risparmiato per fare proprio ciò che una macchina non dovrebbe fare al suo posto: andare a cercare una persona, fare una domanda in più, controllare una fonte, avere un dubbio.

È questo l’aspetto dell’intelligenza artificiale che trovo più interessante: il tempo.

Per secoli abbiamo utilizzato le macchine per liberarci da una parte della fatica fisica. Adesso abbiamo iniziato a costruire macchine che possono liberarci da una parte del lavoro intellettuale ripetitivo.

Non necessariamente per produrre di più.

Magari, qualche volta, semplicemente per produrre meglio.

Per questo capisco l’allarme di Amodei. Una tecnologia con questa potenza deve essere controllata mentre cresce. Bisogna stabilire regole, responsabilità e limiti, perché la velocità con cui si sta sviluppando è probabilmente superiore alla nostra capacità di comprenderne fino in fondo le conseguenze.

Ma vorrei utilizzare lo stesso metro anche per il mondo dal quale arrivano molti degli allarmi sull’intelligenza artificiale.

Se ci preoccupa una fonte inventata dall’IA, dovrebbe preoccuparci anche una fonte non verificata pubblicata da un giornale.

Se ci scandalizza una dichiarazione manipolata da un algoritmo, dovrebbe scandalizzarci una dichiarazione autentica tagliata in modo da cambiarne il significato.

E se chiediamo trasparenza alle aziende che costruiscono sistemi di intelligenza artificiale, forse dovremmo continuare a pretenderla anche da giornali, televisioni, radio e da chiunque abbia il potere di raccontarci ogni giorno che cosa sta succedendo nel mondo.

Perché una penna può scrivere una verità oppure una bugia. Una telecamera può raccontare quello che è successo oppure mostrarcene soltanto un pezzo. Un algoritmo può aiutarci a capire qualcosa che prima non riuscivamo a vedere oppure può essere utilizzato per costruire una falsità perfetta.

Lo strumento cambia.

La responsabilità, almeno per ora, rimane nostra.

E allora forse la domanda non è quanto dobbiamo avere paura dell’intelligenza artificiale.

La domanda è quanto possiamo fidarci dell’intelligenza umana quando decide come usarla.




Santa Maria La Palma, il nuovo PUC ridisegna la borgata: nuove case e 375 posti letto alle Officine Zirra.

Il Progetto Guida prevede due comparti residenziali per circa 410 nuovi abitanti teorici, edilizia convenzionata e il recupero delle Officine Zirra per una nuova funzione turistico-ricettiva. Tutelato il nucleo storico-rurale.

ALGHERO – Il nuovo PUC di Alghero comincia a mostrare il suo volto concreto quando dalle linee generali si passa alle singole borgate. E a Santa Maria La Palma il cambiamento previsto è tutt’altro che marginale. Il Progetto Guida 6.6.2 interviene infatti su tre fronti differenti: tutela del nucleo storico-rurale, completamento residenziale e trasformazione turistico-ricettiva dell’area delle Officine Zirra.

Partiamo dalle nuove abitazioni, perché sono probabilmente il dato che interesserà di più chi vive nella borgata. La zona C3.2 viene articolata in due Unità Minime Insediative, le cosiddette UMI.

La prima interessa 61 mila metri quadrati di superficie territoriale, dei quali 22.800 fondiari, con un indice di 0,5 mc/mq. La volumetria prevista è di 30.500 metri cubi, equivalenti nel dimensionamento del piano a circa 300 nuovi abitanti. La seconda UMI è più piccola: 11 mila metri quadrati di superficie territoriale, 6.500 fondiari e indice pari a 1 mc/mq, per altri 11 mila metri cubi e 110 abitanti teorici.

Messi insieme significa 41.500 metri cubi di capacità edificatoria residenziale e circa 410 nuovi abitanti potenziali.

Ma dentro quei numeri c’è un altro dato che merita attenzione. Il PUC destina 6.100 metri cubi della UMI 1 e 2.200 della UMI 2 all’edilizia sovvenzionata ERP e/o convenzionata. Complessivamente fanno 8.300 metri cubi, circa un quinto della volumetria residenziale indicata nelle due schede.

Non siamo però davanti a 41.500 metri cubi liberamente edificabili dai singoli proprietari.

Nella UMI 1, in particolare, il piano stabilisce che lo schema planovolumetrico sia vincolante e lo siano anche numero, ubicazione e orientamento dei nuovi edifici unifamiliari. Il progetto dovrà completare l’insediamento seguendo il disegno previsto e mantenendo il rapporto con l’impianto originario.

Anche l’altezza dice qualcosa sul tipo di sviluppo immaginato per la borgata: massimo 6 metri e due piani, sia nella UMI 1 sia nella UMI 2. Non grandi palazzi, dunque, ma un completamento residenziale a bassa altezza. Sono inoltre previste superfici da cedere per la viabilità: 4.600 metri quadrati nella prima UMI e 2.200 nella seconda, oltre agli standard urbanistici e alle superfici minime permeabili.

Il vecchio nucleo non scompare

Accanto alle nuove costruzioni c’è poi l’altra faccia del progetto. Una zona A1.3 di 100 mila metri quadrati viene ricondotta alla salvaguardia dei nuclei rurali. Il PUC prevede il recupero dei caratteri originari, tipologici e costruttivi degli edifici e, in assenza di Piano particolareggiato, rinvia agli abachi e alle prescrizioni dell’articolo 15 delle NTA del PCVB.

È un passaggio importante per capire l’impostazione scelta: Santa Maria La Palma non viene considerata semplicemente come uno spazio disponibile per costruire nuove abitazioni. Da una parte si individua il nucleo da conservare, dall’altra si concentrano le nuove volumetrie nei comparti destinati al completamento.

Officine Zirra, fino a 375 posti letto

Poi ci sono le Officine Zirra, e probabilmente è qui che il progetto cambia davvero scala.

Il PUC individua una zona F4.2 di 75 mila metri quadrati destinata a insediamenti turistico-ricettivi collegati ai territori agricoli della bonifica. L’indice territoriale previsto è 0,3 mc/mq, per una capacità edificatoria di 22.500 metri cubi e un dimensionamento teorico di 375 posti letto. L’altezza massima resta fissata a sei metri.

Non si tratta però semplicemente di realizzare una nuova struttura ricettiva su terreno libero.

Il 50% della superficie fondiaria dovrà essere destinato ad attrezzature di interesse comune, verde attrezzato e parcheggi. Inoltre almeno il 60% di queste aree dovrà comprendere il patrimonio edilizio esistente ed essere pubblico o vincolato all’uso pubblico.

Ma il passaggio forse più significativo è un altro: il PUC rende obbligatorio il riuso del patrimonio edilizio esistente delle Officine Zirra, sul quale vengono ammessi gli interventi di manutenzione, restauro e risanamento conservativo. L’attuazione potrà avvenire attraverso piani di iniziativa pubblica o privata, programmi complessi o accordi di programma.

Ed è probabilmente proprio questa la partita più interessante per Santa Maria La Palma. Non soltanto per i 375 posti letto potenziali, ma perché il recupero di un patrimonio esistente potrebbe diventare il perno di una nuova funzione economica per l’intera borgata.

In totale circa 64 mila metri cubi

Se sommiamo le diverse previsioni, il dato assume una dimensione ancora più evidente: 41.500 metri cubi residenziali nelle due UMI e altri 22.500 metri cubi nella zona turistico-ricettiva delle Officine Zirra. In tutto circa 64 mila metri cubi di capacità edificatoria prevista dalle relative schede, pur appartenenti a comparti con destinazioni, regole e procedure completamente differenti.

La questione, quindi, non è soltanto “quanto si costruirà”.

Le domande diventano altre: come verranno attuati i comparti? Quanta parte dell’edilizia convenzionata diventerà realmente abitazione accessibile per chi vuole restare a vivere nella borgata? Quale progetto verrà costruito attorno alle Officine Zirra? E soprattutto, quei 375 posti letto saranno semplicemente nuova ricettività oppure potranno diventare il motore per creare servizi, occupazione e una nuova centralità per Santa Maria La Palma?

Perché sulla carta il PUC non sta disegnando soltanto qualche casa in più. Sta proponendo, almeno nelle intenzioni, un nuovo equilibrio tra residenza, tutela dell’identità rurale e sviluppo turistico.

Ed è su come quell’equilibrio verrà trasformato dalla carta alla realtà che probabilmente si giocherà la parte più importante del progetto.


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PUC Alghero 2026 · Progetto Guida 6.6.2

Santa Maria La Palma: cosa cambia con il nuovo PUC

Il progetto interviene su tre fronti: tutela del nucleo storico-rurale,
nuove residenze nella zona C3.2 e sviluppo turistico-ricettivo
nell’area delle Officine Zirra.

Nuova capacità residenziale
41.500 mc
UMI 1 + UMI 2
Nuovi abitanti teorici
410
300 + 110
ERP / convenzionata
8.300 mc
Quota prevista nelle due UMI
Officine Zirra
375 posti letto
22.500 mc turistico-ricettivi

1 · Tutela

Nucleo storico-rurale

La zona A1.3 interessa 100.000 m². Il PUC prevede la
salvaguardia dei caratteri originari, tipologici e costruttivi degli
edifici della borgata.

Zona A1.3
100.000 m²
Recupero

2 · Residenza

Due nuove UMI

La zona C3.2 viene utilizzata per il completamento dei tessuti urbani
consolidati. Le due UMI consentono complessivamente
41.500 mc e circa 410 abitanti teorici.

Massimo 6 m
Massimo 2 piani
RES_01-02-03

3 · Turismo

Officine Zirra

La zona F4.2 interessa 75.000 m² ed è destinata a
insediamenti turistico-ricettivi con una capacità teorica di
375 posti letto.

22.500 mc
H max 6 m
Riuso obbligatorio

UMI 1

Superficie territoriale61.000 m²
Superficie fondiaria22.800 m²
Indice territoriale0,5 mc/m²
Volume edificabile30.500 mc
Abitanti teorici300
ERP / convenzionata6.100 mc
Standards33.600 m²
Viabilità da cedere4.600 m²

Altezza massima: 6 m · piani: massimo 2.

Lo schema planovolumetrico della UMI 1 è indicato come
vincolante, compresi numero, ubicazione e orientamento
dei nuovi edifici unifamiliari.

UMI 2

Superficie territoriale11.000 m²
Superficie fondiaria6.500 m²
Indice territoriale1 mc/m²
Volume edificabile11.000 mc
Abitanti teorici110
ERP / convenzionata2.200 mc
Standards2.300 m²
Viabilità da cedere2.200 m²

Altezza massima: 6 m · piani: massimo 2.

La superficie minima permeabile indicata è di 2.600 m².

Officine Zirra

Superficie zona F4.275.000 m²
Indice territoriale0,3 mc/m²
Volume edificabile22.500 mc
Posti letto teorici375
Altezza massima6 m
UsiTR_01-02-03-04

Il 50% della superficie fondiaria deve essere destinato
ad attrezzature di interesse comune, verde attrezzato e parcheggi.

Il PUC prevede inoltre il riuso obbligatorio del patrimonio
edilizio esistente delle Officine Zirra
.

I numeri a confronto

Ambito Superficie Volume Capacità teorica Altezza Elemento chiave
Zona A1.3 100.000 m² — Tutela / recupero Secondo norme di tutela Salvaguardia nucleo rurale
C3.2 – UMI 1 61.000 m² 30.500 mc 300 abitanti 6 m / 2 piani ERP 6.100 mc
C3.2 – UMI 2 11.000 m² 11.000 mc 110 abitanti 6 m / 2 piani ERP 2.200 mc
F4.2 – Officine Zirra 75.000 m² 22.500 mc 375 posti letto 6 m Riuso patrimonio esistente

Come si attuano gli interventi?

Le schede prevedono strumenti quali Piano di Lottizzazione convenzionata,
PEEP e programmi complessi. Per le Officine Zirra sono contemplati piani
attuativi di iniziativa pubblica o privata, programmi complessi e accordi
di programma. La volumetria prevista dal PUC non equivale quindi a
edificabilità immediata e autonoma del singolo terreno.

Quali sono le condizioni ambientali?

Per le UMI residenziali sono previste superfici minime permeabili ed è
richiamato il principio di invarianza idraulica con applicazione delle
prescrizioni delle NTA del PAI.

Cosa succede agli edifici delle Officine Zirra?

Il progetto prevede il loro riuso obbligatorio. Per il patrimonio
edilizio esistente sono indicati interventi di manutenzione, restauro e
risanamento conservativo.

La domanda che resta aperta

Santa Maria La Palma non viene disegnata soltanto come una borgata da
ampliare. Il PUC prova a tenere insieme tutela dell’identità rurale,
nuova residenza e sviluppo turistico. La questione sarà capire come
questi numeri passeranno dalla carta alla realtà: quanta edilizia
convenzionata verrà effettivamente realizzata, quali servizi arriveranno
con i nuovi insediamenti e soprattutto quale progetto prenderà forma
intorno alle Officine Zirra.

Fonte dei dati: Comune di Alghero, PUC 2026 — Progetto Guida 6.6.2
Santa Maria La Palma, tavole e parametri urbanistici della presentazione.

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Turismo: sottoscritto il protocollo d’intesa del progetto “Le Porte della Sardegna” con i dieci Sindaci interessati alle aree d’accesso all’isola

Cagliari, 9 settembre 2026 – Sottoscritto dall’assessore regionale del Turismo Franco Cuccureddu e i sindaci dei Comuni di Alghero, Cagliari, Elmas, Golfo Aranci, Olbia, Oristano, Porto Torres, Santa Giusta, Santa Teresa Gallura e Tortolì, il protocollo d’intesa “Le Porte della Sardegna”, un programma a regia regionale, volto a promuovere la realizzazione di investimento coesi e coordinati, coerenti con le prescrizioni del Fondo di Sviluppo e Coesione (FSC) 2021/2027, con una dotazione finanziaria complessiva di 12 milioni di euro, destinata alla riqualificazione e valorizzazione delle principali aree di accesso alla Sardegna.

Il programma “Le Porte della Sardegna” riguarda dieci Comuni dove sono localizzati gli aeroporti, con traffico nazionale e internazionale, ed i porti con traffico passeggeri e commerciale internazionale e nazionale.

“L’Assessorato regionale del Turismo ha tre progetti strategici nell’FSC, nel Fondo Sviluppo e Coesione. Uno legato al turismo culturale con le città regge, uno sul turismo nei borghi e il terzo, quello che oggi andiamo a sottoscrivere, riguarda le Porte della Sardegna, cioè i luoghi di accesso, di primo contatto dei turisti con la nostra regione. Vogliamo rendere più accoglienti, più decorosi questi luoghi nelle immediate vicinanze dei tre aeroporti principali della Sardegna e dei sei porti nei quali vi è il traffico commerciale con la penisola e con il resto d’Europa. Dodici i milioni di euro che saranno destinati quindi alle strade di accesso, alle piazzole, alle panchine, alla sistemazione delle fioriere. a rendere il più accogliente possibile questi luoghi, poiché si tratta del primo impatto che il turista ha con la nostra regione, ma anche dell’ultima immagine, dell’ultimo ricordo che porteranno via nella Sardegna. Quindi migliorando gli accessi, migliorando le porte della Sardegna, crediamo anche di poter garantire una migliore qualità dell’immagine turistica della nostra regione ma anche un impegno in più per la fidelizzazione del turista.”, ha sottolineato l’assessore Franco Cuccureddu.

Il progetto rappresenta uno degli interventi strategici nel settore del turismo e dell’ospitalità, destinata alla riqualificazione e valorizzazione delle principali aree di accesso alla Sardegna. Le risorse sono state ripartite in misura sostanzialmente uniforme tra i territori interessati, con un finanziamento pari a 1.333.333 euro per ciascuna delle principali Porte della Sardegna. Per i Comuni di Oristano e Santa Giusta, che condividono il medesimo sistema portuale di riferimento, l’importo assegnato è pari a 666.666 euro ciascuno, corrispondente al 50 per cento della quota ordinaria prevista per gli altri interventi.

La linea d’azione nasce dalla volontà di qualificare gli spazi attraversati quotidianamente dai viaggiatori in arrivo e in partenza dall’Isola, migliorando la qualità urbana, paesaggistica e funzionale delle aree esterne ai porti e agli aeroporti e contribuendo a rafforzare l’immagine della Sardegna come destinazione turistica moderna, accogliente e sostenibile.

Gli interventi riguarderanno, tra gli altri, la riqualificazione paesaggistica e del verde, l’illuminazione, la cartellonistica, l’arredo urbano, i percorsi di accesso, la viabilità e gli spazi di sosta, con particolare attenzione alle aree prospicienti porti e aeroporti. L’obiettivo è trasformare le principali porte d’ingresso della Sardegna da semplici luoghi di transito a spazi capaci di rappresentare l’identità culturale, paesaggistica e ambientale dell’Isola, contribuendo a costruire un’immagine coordinata e riconoscibile della destinazione Sardegna pur nel rispetto delle specificità dei singoli territori.

Il programma coinvolge i principali nodi di collegamento marittimo e aereo della regione. Tra questi figurano la riqualificazione delle aree aeroportuali di Alghero ed Elmas, la valorizzazione delle aree portuali e aeroportuali di Olbia, la riqualificazione degli accessi portuali di Golfo Aranci, Porto Torres, Oristano, Santa Giusta, Santa Teresa di Gallura e Arbatax, il miglioramento dei collegamenti urbani tra il porto e il centro cittadino di Cagliari e ulteriori interventi di qualificazione paesaggistica e urbana nei Comuni coinvolti.

Le risorse sono state ripartite tra i Comuni sulla base dei programmi di investimento approvati dalla Giunta regionale con Deliberazione n. 42/31 del 13 Agosto 2026. Gli interventi saranno attuati mediante specifiche convenzioni che disciplineranno gli aspetti procedurali, finanziari e di monitoraggio, nel rispetto dei cronoprogrammi previsti dalla programmazione FSC e dovranno essere completati entro il 2030.

“L’uscita dall’aeroporto o dal porto costituisce il primo impatto che il visitatore ha con la Sardegna, costituisce quella prima impressione -sottolinea l’assessore Franco Cuccureddu- che avrà un ruolo significativo sul giudizio complessivo sulla destinazione, e quindi sulla possibilità di fidelizzazione. Allo stesso modo all’arrivo al porto o all’aeroporto si registra quell’ultima immagine della Sardegna, che si porterà nei ricordi di viaggio. “Per queste ragioni – conclude l’assessore del turismo- questo progetto rivese una importanza strategica, e ci auguriamo che i Comuni, col supporto della Regione, vogliano trasformarlo in una vera rete, finalizzata a realizzare iniziative coordinate per garantire il miglior impatto possibile del visitatore con la nostra Isola, nei momenti, potenzialmente critici, dell’arrivo e della partenza dalla Sardegna”.




Il futuro di Autunno in Barbagia:a Oliena i sindaci del circuito a confrontosul valore che resta nei territori.

DOMANI (giovedì 10 settembre) alle 10 

all’Hotel Su Gologone amministratori e operatori

si confrontano su impatto economico, 

destagionalizzazione, innovazione, 

governance e prospettive del circuito.

Invito conferenza stampa

Quanto valore lascia realmente Autunno in Barbagia nei territori e come trasformare un circuito capace di attrarre migliaia di visitatori in un’opportunità di sviluppo che duri tutto l’anno? Sono le domande al centro di “Il futuro di Autunno in Barbagia”, il convegno in programma domani(giovedì 10 settembre) all’Hotel Su Gologone di Oliena, organizzato dal Comune di Oliena in collaborazione con la Camera di Commercio di Nuoro e ASPEN – Azienda Speciale della Camera di Commercio di Nuoro.

Il confronto coinvolgerà i sindaci dei paesi che compongono il circuito di Autunno in Barbagia, insieme ai rappresentanti degli organismi camerali e agli operatori del territorio. Un sistema che nell’edizione 2026 riunisce 33 borghi in 32 Comuni, Lollove compreso, e che quest’anno celebra un doppio anniversario: venticinque anni della denominazione “Autunno in Barbagia” e trent’anni dalla prima Cortes Apertas di Oliena. La manifestazione si sviluppa dal 5 settembre al 13 dicembre.

Proprio Oliena, nell’anno del trentennale di Cortes Apertas, diventa così il luogo dal quale provare a spostare lo sguardo dal presente al futuro. Nel 1996 il paese apriva le sue Cortes mostrando ai visitatori case, mestieri, sapori, musica, balli, saperi e tradizioni: un’esperienza che avrebbe contribuito ad affermare un nuovo modo di raccontare la Barbagia e la Sardegna. 

A trent’anni di distanza, il convegno non nasce però per celebrare ciò che è stato fatto, ma per misurarne gli effetti e interrogarsi su ciò che ancora può essere costruito. Superata la fase nella quale la priorità era essenzialmente attrarre visitatori, il tema diventa comprendere quanto valore rimanga effettivamente sul territorio una volta conclusa ciascuna tappa, e come fare in modo che l’evento produca opportunità capaci di durare oltre il fine settimana. 

Non sarà una successione di relazioni formali, ma un confronto articolato in brevi panel tematici, costruiti per mettere amministratori, istituzioni e operatori del territorio davanti a questioni concrete. L’accoglienza è prevista dalle 9.30, con l’avvio dei lavori alle 10. A moderare sarà Sandro Usai, esperto di turismo e comunicazione digitale, da anni impegnato nell’analisi delle dinamiche del settore turistico in Sardegna e componente del Comitato di indirizzo del corso di laurea in Management delle Destinazioni e del Turismo Culturale dell’Università di Cagliari.

Al centro, alcune delle questioni decisive per il futuro di Autunno in Barbagia: misurazione dell’impatto e valore economico trattenuto nei territori, passaggio dall’evento a un calendario permanente, innovazione di prodotto e digitale, governance e risorse. Uno spazio specifico sarà dedicato anche al rapporto tra la capacità della manifestazione di attrarre visitatori e le dinamiche di spopolamento che interessano i paesi dell’interno. 

L’obiettivo è spostare la riflessione dalla visibilità prodotta nei giorni della manifestazione alle ricadute che restano durante l’anno, interrogandosi sulle opportunità per imprese, artigiani e giovani, sulla ricettività e sui servizi, sulla costruzione di un’offerta turistica continuativa e sulle possibili forme di collaborazione tra i paesi. Anche il pubblico sarà coinvolto attraverso domande raccolte durante i lavori. 

La mattinata si concluderà chiedendo agli amministratori di indicare gli obiettivi concreti e verificabili da poter riprendere all’apertura dell’edizione 2027. 

Nel pomeriggio, a partire dalle 17, il programma proseguirà con l’inaugurazione delle mostre. Al Collegio dei Gesuiti aprirà “A manu tenta giro, vagando di paese in paese – Le gonne degli abiti tradizionali dei paesi di Autunno in Barbagia”, curata dal Presidio Turistico Galaveras, che riunisce idealmente attraverso gli abiti tradizionali le comunità protagoniste del circuito. A seguire, nella Pinacoteca della Parrocchia Sant’Ignazio di Loyola, sarà inaugurata “Profumo di mandorle”, collezione di dolci artistici di Anna Gardu, dedicata alla tradizione dolciaria e alla manualità che ne custodisce forme, tecniche e significati culturali. Nello stesso pomeriggio, nella Chiesa di Nostra Signora d’Itria, sarà inaugurata anche “Via Crucis”, con opere di Anna Gardu.