di Fausto Farinelli
Il campo largo potrebbe cominciare ad allargare le ambizioni. Da anni discutiamo di salario minimo. Una battaglia comprensibile, perché sotto una certa paga il lavoro diventa sfruttamento. Ma dopo aver stabilito quanto poco si possa guadagnare, vogliamo discutere anche di come si possa guadagnare bene e di più?
Parliamo di tremila euro netti al mese. Per chi lavora a tempo pieno. Una cifra che permetta di pagare una casa, crescere un figlio, affrontare una spesa imprevista senza chiedere aiuto ai genitori. E magari mettere qualcosa da parte.
Chiamiamolo, per provocazione, “salario massimo”. Di solito questa espressione indica un tetto agli stipendi più alti. Qui voglio usarla per chiedere alla politica di alzare l’asticella. Quanto deve aspettare un lavoratore prima che vivere dignitosamente smetta di essere un premio?
Basta guardare fuori dai nostri confini.
| STIPENDI A CONFRONTO | Lordo mensile equivalente |
|---|---|
| Germania | 4.570 € |
| Francia | 3.692 € |
| Spagna | 2.927 € |
| Italia | 2.894 € |
Salari medi annui OCSE 2025, equivalenti a tempo pieno, divisi per dodici. Importi lordi, non netti: sono medie, non la paga di ogni lavoratore.
Il lavoratore tedesco medio guadagna, al lordo, circa il 58% in più di quello italiano. Quello francese circa il 28% in più. Naturalmente cambiano le tasse, gli affitti, il costo dei servizi. Ma quella distanza resta lì e pretende una spiegazione.
Siamo meno capaci? Ci impegniamo meno? Oppure abbiamo costruito un’economia nella quale tenere basso il costo del lavoro è diventato più comodo che investire per farlo rendere di più?
Intanto il tempo passa. E chi aspetta un aumento continua a pagare tutto a prezzo pieno.
Secondo l’OCSE, nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,1% rispetto all’inizio del 2021. Significa che, nonostante gli aumenti ricevuti nel frattempo, con lo stipendio si comprava meno. Era il recupero più incompleto tra le grandi economie OCSE.
| IL POTERE D’ACQUISTO DEI SALARI ITALIANI | Indice |
|---|---|
| Inizio 2021 | 100 |
| Inizio 2026 | 93,9 |
Elaborazione sul calo reale del 6,1% rilevato dall’OCSE. Il confronto riguarda il potere d’acquisto, non gli euro scritti sulla busta paga.
E le ultime notizie non aiutano. A settembre le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 2,5% rispetto a un anno prima. Istat segnala che, per il secondo trimestre consecutivo, gli aumenti contrattuali sono rimasti sotto l’inflazione. Circa due milioni e mezzo di dipendenti aspettavano il rinnovo del contratto. Per chi aveva il contratto scaduto, l’attesa media superava i venti mesi.
Provate a dire al supermercato che pagherete l’aumento tra venti mesi, quando finirà la trattativa. Oppure alla banca, quando arriva la rata.
A ottobre, poi, la stima dell’inflazione italiana è salita al 5,4% sull’indice nazionale. Il dato è provvisorio, pubblicato il 30 ottobre. Non va sottratto agli aumenti di settembre come se misurassero lo stesso periodo. Ma ci dice che sulle famiglie sta arrivando un’altra pressione.
A questo punto arriva l’obiezione: le imprese come fanno a pagare tremila euro?
È una domanda seria. Lo dico anche da piccolissimo imprenditore: tra quanto costa un dipendente e quanto gli rimane in tasca c’è una distanza che pesa su entrambi. E un negozio di paese non ha il bilancio di una multinazionale.
I dati Istat mostrano quanto siano diverse le situazioni. Nel 2024 il valore aggiunto per addetto era di quasi 89 mila euro nelle imprese appartenenti a gruppi, contro 41.200 nelle indipendenti. È una misura della ricchezza prodotta per addetto, prima di remunerare il lavoro e gli altri fattori: non è denaro tutto disponibile per gli stipendi. Ma quella distanza aiuta a capire perché una stessa richiesta possa essere sostenibile per qualcuno e molto difficile per qualcun altro.
Per questo servono proposte diverse per problemi diversi. Dove ci sono margini, bisogna discutere di quanto arriva a chi lavora. Dove i margini sono stretti, bisogna intervenire sui costi, sull’organizzazione, sugli strumenti, sulla possibilità di crescere.
E bisogna leggere bene anche i numeri dei profitti. Nell’ultimo rapporto Istat sulle imprese, riferito al 2024, il margine operativo lordo complessivo è diminuito dello 0,5%. Nel secondo trimestre del 2026 è scesa anche la quota di profitto delle società non finanziarie rispetto al trimestre precedente. Sono misure e periodi diversi, ma bastano a evitare una scorciatoia: raccontare ogni azienda come una cassaforte piena e ogni imprenditore come qualcuno che non vuole aprirla.
Questo, però, non può diventare l’alibi per lasciare gli stipendi dove sono.
Chi governa dovrebbe presentare un percorso: rinnovi contrattuali tempestivi, recupero del potere d’acquisto, investimenti che permettano di produrre meglio, partecipazione dei lavoratori ai risultati. E meno peso fiscale sul lavoro, spiegando dove trovare le risorse.
Anche le imprese devono fare la loro parte. La crescita della produttività va costruita e poi condivisa. Se al lavoratore chiediamo competenza, disponibilità e responsabilità, dobbiamo riconoscerle anche quando arriva il giorno di pagarlo.
Tremila euro netti subito a tutti? Senza un piano sarebbe una promessa facile da fare e difficile da mantenere. Tremila euro come obiettivo verso cui portare le retribuzioni? Pretendo almeno che qualcuno faccia i conti e ci dica come avvicinarci.
| TREMILA EURO: DI CHE COSA PARLIAMO? | |
|---|---|
| Obiettivo | 3.000 € netti al mese equivalente |
| Su base annua | 36.000 € netti |
| Riferimento | Un lavoro a tempo pieno |
| Domande alla politica | In quanti anni? Con quali interventi? Chi li finanzia? |
Non sto chiedendo lo stesso stipendio per ogni mestiere e ogni responsabilità. Sto chiedendo perché una buona retribuzione di partenza debba sembrarci impensabile. Perché chi lavora debba rassegnarsi a fare conti piccoli, mentre dalla politica arrivano sempre discorsi enormi.
Il salario minimo può impedire di cadere sotto una soglia. Serve anche una politica capace di far salire le persone.
E questa domanda riguarda tutti. Il campo largo, che sul minimo ha costruito una battaglia. Il governo, che deve rispondere delle condizioni in cui si lavora. Le imprese e i sindacati, che gli stipendi li trattano.
Vogliamo continuare a contenderci il consenso di chi arriva a fatica alla fine del mese, oppure cominciamo a costruire le condizioni perché ci arrivi tranquillo?
Tremila euro vi sembrano troppi? Spiegateci come portarne a casa di più. Con i numeri, le scadenze e gli impegni.
Perché a forza di discutere del minimo, abbiamo finito per abbassare anche le aspettative.



