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di Fausto Farinelli

Porto Cervo, 25 Agosto 2026

Dalla finanza internazionale alla guida del Gruppo Lunelli. Il presidente di Ferrari Trento racconta il valore dell’impresa familiare, la sfida con lo Champagne, la forza della viticoltura di montagna e la necessità di creare grandi gruppi italiani capaci di competere nel mondo.

L’occasione per incontrare e intervistare Matteo Lunelli mi è stata offerta dalla rassegna “Autori in Costa”, ospitata all’Hotel delle Rose di Porto Cervo. Un confronto che, partendo dalla sua esperienza personale e imprenditoriale, ha attraversato alcuni dei temi centrali per il futuro delle aziende italiane: il rapporto tra tradizione e innovazione, la dimensione internazionale, il valore del territorio, la sostenibilità e la capacità del Made in Italy di fare sistema.

Lunelli si è formato nella finanza internazionale, lavorando per Goldman Sachs prima di entrare nell’impresa di famiglia. Oggi guida un gruppo che, accanto a Ferrari Trento, riunisce marchi come Bisol 1542 e Tassoni. Un progetto industriale costruito attorno a un obiettivo preciso: rappresentare nel mondo l’eccellenza e l’arte di vivere italiana.

Presidente Lunelli, lei si è formato nella finanza internazionale prima di tornare nell’impresa di famiglia. Che cosa ha portato con sé da quell’esperienza?

«Sono due realtà completamente diverse: da una parte una grande banca d’affari internazionale, dall’altra un’azienda familiare nel settore del vino. Per me, però, l’esperienza in Goldman Sachs è stata fondamentale. Mi ha permesso di costruire un metodo di lavoro e mi ha immerso fin da subito in un ambiente estremamente internazionale.

Ho lavorato con persone provenienti dall’Asia, dall’America, dall’Europa e dall’Africa, incontrando culture, esperienze e talenti molto diversi. Ho imparato a interpretare contesti internazionali, a lavorare in squadra, a organizzare il mio tempo e a gestire situazioni di forte pressione. Ho assorbito soprattutto una tensione costante verso l’eccellenza, che ritrovo anche nella cultura di Ferrari Trento.

Quando sono entrato nell’impresa di famiglia ho dovuto, naturalmente, comprenderne la specificità. Un’azienda familiare ha valori e relazioni differenti: il rapporto tra le persone è spesso più diretto e la condivisione degli obiettivi può essere ancora più profonda.

Nel nostro gruppo abbiamo stabilito che i componenti delle nuove generazioni debbano maturare almeno sei anni di esperienza professionale all’esterno prima di entrare nell’azienda di famiglia. È importante arrivare portando qualcosa di proprio, dopo essersi confrontati con ambienti competitivi ed essere stati valutati indipendentemente dal cognome».

Il cognome può facilitare l’ingresso in azienda, ma non garantisce autorevolezza. Come si conquista la fiducia quando si appartiene alla famiglia proprietaria?

«Chi appartiene alla famiglia Lunelli deve dimostrare, forse ancora più degli altri, passione, dedizione e impegno. È ciò che hanno fatto mio padre e i miei zii ed è ciò che cerchiamo di fare tutti noi.

La passione è indispensabile perché soltanto quando la possiedi realmente puoi trasmetterla agli altri e coinvolgere le persone in un obiettivo comune. Nel mio percorso credo mi siano state riconosciute soprattutto la dedizione e l’ambizione di far crescere Ferrari nel mondo e, contemporaneamente, di sviluppare il Gruppo Lunelli attraverso nuove acquisizioni.

Negli ultimi anni abbiamo costruito una forte coesione intorno alla missione del gruppo: rappresentare l’eccellenza del bere italiano. In questa visione rientrano Ferrari Trento, Bisol 1542 e Tassoni, un marchio con oltre due secoli di storia, entrato nell’immaginario collettivo italiano attraverso il Carosello, il celebre jingle cantato da Mina e tanti altri momenti della nostra cultura popolare».

Quando la tradizione rappresenta un patrimonio da proteggere e quando, invece, rischia di trasformarsi in un freno?

«La tradizione deve essere custodita, ma non deve mai impedire l’innovazione. Può e deve, invece, proteggerci dai cambiamenti che non sarebbero coerenti con i valori della marca.

Ferrari Trento è prodotto esclusivamente con uve coltivate sulle montagne del Trentino ed è espressione di quel territorio. Realizzarlo altrove o rinunciare alla qualità che lo caratterizza non sarebbe innovazione, ma un tradimento della sua identità.

Non esiste una contraddizione tra tradizione e innovazione. Un marchio che oggi consideriamo tradizionale è spesso il risultato di un’innovazione che ha avuto successo. Giulio Ferrari fu un pioniere: iniziò a produrre bollicine con il metodo classico quando in Italia quasi nessuno lo faceva e fu tra i primi a diffondere lo Chardonnay nel nostro Paese. La nostra stessa tradizione nasce, dunque, da una grande innovazione».

Ferrari Trento gode nel mondo di una notorietà spesso superiore a quella della denominazione Trentodoc. È soltanto la forza del marchio o anche il segnale di una difficoltà del territorio nel costruire un’identità collettiva?

«Ferrari ha una storia più lunga rispetto alla denominazione e rappresenta una quota molto importante della produzione complessiva di Trentodoc. La differenza di notorietà si spiega anche con il fatto che il nostro marchio viene promosso da più tempo sui mercati internazionali.

La denominazione, inoltre, era storicamente composta da anime differenti: Ferrari, il sistema delle cooperative e numerosi piccoli produttori. È soprattutto negli ultimi vent’anni che queste realtà hanno trovato una maggiore coesione intorno a una missione comune e al concetto delle bollicine di montagna.

Noi non vediamo alcun conflitto tra la crescita di Ferrari e quella di Trentodoc. Al contrario, siamo convinti che sia giusto promuovere insieme il marchio, la denominazione e il Trentino. Un grande vino è sempre espressione del proprio territorio e Ferrari può contribuire in maniera significativa alla notorietà di tutto il sistema».

La vera sfida è competere con lo Champagne sul suo stesso terreno o costruire un’identità completamente autonoma?

«Lo Champagne è il leader mondiale delle bollicine di alta gamma ed è inevitabilmente un nostro concorrente. La nostra missione, però, non è copiarlo. Dobbiamo affermare un’identità diversa e riconoscibile: quella di Ferrari e del Trentodoc come bollicine di montagna.

La finezza, la freschezza, la verticalità e l’eleganza dei nostri vini nascono dal microclima delle montagne trentine. In un momento segnato dal cambiamento climatico, la viticoltura di montagna può rappresentare un vantaggio competitivo molto importante per il futuro.

Lo Champagne racconta la tradizione francese; Ferrari e il Trentodoc vogliono essere espressione dello stile italiano. Dobbiamo confrontarci con i migliori senza alcun senso di inferiorità, facendo emergere la nostra personalità e la nostra diversità.

Il nostro chef de cave, Cyril Brun, è francese ed è nato proprio nella Champagne. Anche lui ha sempre condiviso questa impostazione: la sua missione non è riprodurre lo Champagne in Trentino, ma valorizzare l’unicità dello Chardonnay e della viticoltura di montagna».

Che cosa ha lasciato a Ferrari Trento la presenza sui podi della Formula 1?

«Ha prodotto un fortissimo aumento della notorietà internazionale. In Italia tutti comprendono la differenza tra “il Ferrari”, il nostro vino, e “la Ferrari”, la straordinaria automobile. Nel resto del mondo, naturalmente, la Rossa è molto più conosciuta.

La Formula 1 ci ha offerto una visibilità eccezionale. In quattro anni il nostro prodotto è apparso sui podi di tutto il mondo ed è stato servito nel Paddock Club. Abbiamo stimato che, durante quel periodo, siano state aperte quasi duecentomila bottiglie all’interno dell’ospitalità della Formula 1.

Questo ci ha permesso di incontrare un pubblico internazionale di altissimo livello. Molte persone hanno assaggiato Ferrari per la prima volta proprio in quelle occasioni. Siamo riusciti a conquistare palcoscenici e celebrazioni che in passato sembravano riservati esclusivamente allo Champagne, dimostrando che anche le bollicine italiane possono rappresentare i grandi momenti internazionali».

Il consumatore dell’alta gamma acquista soprattutto la qualità contenuta nella bottiglia oppure anche il racconto e l’esperienza che la circondano?

«Acquista entrambe le cose, ma l’esperienza sta diventando sempre più importante. Un grande vino deve riuscire a raccontare un territorio, una storia, una tradizione e, soprattutto, un’emozione.

Chi visita le nostre cantine e conosce il Trentino sviluppa una comprensione più profonda dei nostri vini. La qualità contenuta nella bottiglia resta il primo requisito e il nostro principale impegno. Tuttavia, il vino richiama qualcosa che va oltre ciò che si trova nel bicchiere: racconta le persone, la cultura, il paesaggio e i momenti nei quali viene condiviso.

Ferrari è stato il brindisi di tante occasioni straordinarie, è stato protagonista in Formula 1 ed è legato all’arte di vivere italiana. Tutto questo contribuisce a creare un’esperienza capace di emozionare».

Dopo i suoi sei anni alla presidenza di Altagamma, quale ritiene sia la principale debolezza strutturale delle imprese italiane dell’alto di gamma?

«In Altagamma abbiamo dimostrato che le imprese italiane sanno collaborare. Il nostro motto era: “Collaborare per meglio competere”. Abbiamo realizzato iniziative comuni in Cina, all’Expo e in numerosi mercati internazionali.

È vero che in Italia abbiamo una minore tradizione del fare sistema, ma non significa che non sia possibile. La criticità più evidente resta piuttosto la frammentazione e, di conseguenza, la dimensione limitata di molte aziende.

Nei mercati internazionali la massa critica è sempre più importante. Le nostre imprese riescono spesso ad affermarsi grazie al dinamismo, alla creatività e alla velocità, ma i grandi gruppi possono contare su una maggiore forza distributiva, manageriale e finanziaria e su un diverso potere nei rapporti con i media, i fornitori e le reti commerciali.

Anche nel vino continueranno naturalmente a esistere piccoli produttori di grande qualità, ma il mercato italiano deve saper esprimere anche campioni nazionali sufficientemente strutturati per competere nel mondo. Per questo sarebbe utile incentivare e facilitare i processi di aggregazione, anche come risposta alle difficoltà legate al passaggio generazionale».

Si potrebbe dire che in Italia abbiamo molti campanili, ma che non sempre riusciamo a farli suonare insieme?

«I campanili sono belli e rappresentano la ricchezza dei nostri territori. Non dobbiamo eliminarli: dobbiamo farli suonare insieme.

I marchi italiani dell’alto di gamma condividono valori comuni: la tradizione, la creatività, la cultura, il legame con il territorio e la ricerca della qualità. Sono valori intorno ai quali è possibile costruire progetti comuni.

Quando due grandi marchi del Made in Italy collaborano, si sprigiona un’energia speciale. L’identità di ciascuno non viene indebolita, ma rafforzata. Il futuro passa dalla capacità di conservare le nostre differenze e, allo stesso tempo, di unirci quando dobbiamo rappresentare l’Italia nel mondo».

Quale azienda vorrebbe consegnare alle prossime generazioni: più grande, più sostenibile o più capace di rappresentare l’Italia?

«Vorrei consegnare un’azienda ancora più capace di rappresentare l’Italia nel mondo. Questa risposta, in realtà, comprende anche le altre.

Essere ambasciatori dell’arte di vivere italiana significa avere un’impresa più forte, più autorevole e più sostenibile. Significa considerarsi parte di un sistema, lavorare in armonia con l’ambiente e in sintonia con la comunità che ci ospita.

Se sapremo rappresentare sempre meglio lo stile italiano, saremo anche più amati e riconosciuti nel mondo. E, di conseguenza, saremo probabilmente più grandi, senza rinunciare ai valori che hanno costruito la nostra storia».

L’incontro con Matteo Lunelli si conclude con il suo invito ad andare a visitare le Tenute Ferrari, al quale non mancherò. Io ricambio con l’invito a venire ad Alghero magari per una masterclass.