Di Fausto Farinelli
C’è una cosa che mi ha fatto pensare. In Europa, oggi, governare sembra quasi una maledizione. Arrivi al governo, passano un paio d’anni e cominci a perdere pezzi. Succede in Germania, succede in Spagna, succede nel Regno Unito. Poi guardi l’Italia e trovi una cosa curiosa: Giorgia Meloni, almeno per ora, questa regola sembra non seguirla. Fratelli d’Italia prese più o meno il 26 per cento nel 2022 e oggi i sondaggi continuano a metterlo intorno al 27-28 per cento. Dopo quattro anni di governo, guerre, inflazione, bollette, immigrazione, debito pubblico e crisi internazionali, è ancora lì. Anzi, leggermente sopra. E allora una domanda viene spontanea: come mai?
Si potrebbe rispondere che Meloni comunica bene. Vero. Ma sarebbe troppo semplice. Se bastasse quello, tutti i governi europei si comprerebbero un bravo consulente e avrebbero risolto. Invece Merz in Germania ha perso parecchio, Sánchez in Spagna ha perso diversi punti, il Labour britannico pure. Meloni invece tiene.
Allora forse bisogna guardare anche ai numeri.
Quelli italiani non raccontano un Paese miracolato, ma nemmeno un disastro. Il deficit è sceso molto rispetto al 2022. La disoccupazione è diminuita. L’occupazione è salita. L’inflazione non è più quella botta tremenda che ci siamo presi addosso quattro anni fa. Poi certo, il debito resta gigantesco, gli stipendi sono ancora un problema serio e il potere d’acquisto perso non è stato recuperato del tutto. Quindi no, non siamo diventati la Svizzera. Però alcune cose sono migliorate.
Ed è qui che la faccenda si fa interessante.
Forse le elezioni non si vincono convincendo la gente che tutto va bene. Forse basta convincerla che le cose stanno andando nella direzione giusta. Che magari non sei arrivato dove volevi, ma almeno stai andando avanti. E soprattutto che tornando indietro rischieresti di stare peggio.
Questo potrebbe essere il vero vantaggio di Meloni.
Non deve dire agli italiani che sono diventati ricchi. Non le crederebbe nessuno. Non può dire di avere risolto la sanità. Non è vero. Non può dire che il problema della sicurezza non esiste più. Non sarebbe credibile. Può però dire: abbiamo trovato una situazione difficile, abbiamo rimesso sotto controllo alcune cose e dobbiamo continuare.
E qui arriva inevitabilmente il Superbonus.
Dire che Giuseppe Conte abbia creato il debito pubblico italiano sarebbe una sciocchezza. Il nostro debito viene da molto più lontano. Però si può dire che il Superbonus abbia avuto un costo enorme e che i suoi effetti continuino a pesare sui conti pubblici. Questo Meloni, secondo me, lo userà molto: abbiamo ereditato una montagna di crediti fiscali e nonostante tutto abbiamo riportato il deficit verso il 3 per cento.
Poi però c’è la vita vera.
Noi possiamo discutere quanto vogliamo di deficit, spread, PIL e rapporto debito/PIL. Ma la gente guarda altro. Quanto spendo al supermercato? Quanto mi costa il mutuo? Quanto devo aspettare per una visita? Quanto guadagna mio figlio? Quanto mi resta in tasca alla fine del mese? Posso uscire la sera tranquillo? E soprattutto: tra cinque anni starò meglio oppure peggio?
Secondo me è qui che si giocherà la prossima campagna elettorale.
Sulla sicurezza.
Ma la parola sicurezza, da sola, non basta. Perché in realtà ce ne sono almeno due.
C’è la sicurezza da qualcosa.
La sicurezza dal criminale sotto casa. Dall’aggressione. Dal furto. Dalla violenza. Dal degrado. Dalla paura di prendere un autobus la sera o di lasciare un figlio rientrare tardi. Dall’immigrazione irregolare quando viene percepita come assenza di controllo.
E poi c’è la sicurezza di qualcosa.
La sicurezza di avere un lavoro. Di ricevere uno stipendio che basti fino alla fine del mese. Di poter pagare il mutuo. Di potersi curare senza aspettare un anno. Di sapere che la pensione arriverà. Di riuscire a mettere qualcosa da parte. Di sapere che un figlio, studiando e lavorando, possa costruirsi una vita migliore.
Sono due cose diverse, ma alla fine parlano dello stesso bisogno: sentirsi meno esposti.
La sicurezza da ciò che può farti male.
E la sicurezza di ciò che non vuoi perdere.
Ecco perché quando guardo i sondaggi sulle preoccupazioni degli italiani mi sembra che tutto torni. Criminalità, costo della vita, lavoro, sanità, disuguaglianze sembrano temi diversi, ma alla fine girano tutti intorno alla stessa domanda: quanto mi sento al sicuro nella mia vita?
E qui conviene guardare cosa è successo negli altri Paesi europei. La Spagna ha migliorato diversi indicatori economici e Sánchez ha comunque perso consenso. La Polonia ha peggiorato i conti pubblici e Tusk invece tiene. In Germania i salari hanno recuperato più che da noi e Merz ha perso parecchio. Nel Regno Unito la migrazione netta è diminuita molto e il Labour ha comunque lasciato per strada diversi punti.

Questo vuol dire che i numeri, da soli, non bastano.
Puoi abbassare il deficit, creare occupazione, ridurre l’immigrazione, ma se la gente non sente che tutto questo cambia davvero la sua vita, il risultato politico può essere molto diverso da quello che ti aspetti.
Ed è forse qui che Meloni, almeno fino a oggi, è riuscita meglio di altri leader europei. Nonostante governi da quattro anni, riesce ancora a presentarsi come quella che sta cercando di sistemare le cose e non come quella responsabile di tutto ciò che non funziona.
Il problema è che adesso arriva la parte difficile.
Nel 2022 poteva dire: datemi una possibilità. Alla prossima campagna elettorale non potrà più farlo. Dovrà portare il conto di quello che ha fatto.
E dall’altra parte non basterà dire che Meloni ha sbagliato. Schlein, Conte e gli altri dovranno spiegare cosa farebbero loro, con quali soldi e con quali tempi.
Poi c’è Vannacci, che è un problema diverso ancora. Perché mentre PD e Cinque Stelle proveranno ad attaccare Meloni da sinistra, lui tenterà di farlo da destra proprio sui temi che hanno portato il centrodestra al governo: sicurezza, immigrazione, tasse, identità, ordine pubblico.
Meloni rischia quindi di trovarsi nel mezzo.
Da una parte chi le dirà: dopo quattro anni la gente continua ad avere paura.
Dall’altra chi le dirà: dopo quattro anni non sei stata abbastanza dura.
E forse sarà proprio questa la domanda delle prossime elezioni.
Chi mi garantisce la sicurezza da ciò che temo?
E chi mi garantisce la sicurezza di ciò che non voglio perdere?
Perché una persona può sentirsi sicura per strada e avere paura di non arrivare a fine mese. Può vivere in una città tranquilla e avere paura di perdere il lavoro. Può avere uno stipendio e sentirsi comunque insicura perché sa che una visita specialistica può richiedere mesi. Può avere una casa e non sapere se suo figlio riuscirà mai a comprarne una.
Alla fine, quando si entra nella cabina elettorale, ci si porta dietro soprattutto questo: quello che si teme e quello che si spera di conservare.
Forse vincerà non chi prometterà il futuro più bello.
Ma chi riuscirà a farlo sembrare un po’ meno incerto.


