Sabatina Napolitano in diretta Facebook presenta ” Origami”.

Sabato 16 aprile la scrittrice di origini maddalenine Sabatina Napolitano dialogherà con il giornalista Massimo Giuliano in diretta fb. Basterà connettersi alle pagine social dell’autrice per capire chi è. Il suo ultimo romanzo, Origami (Campanotto, 2021) è stato presentato al Premio Strega. Ecco delle domande che le abbiamo fatto:

– Sabatina, lei ha scritto libri di poesia, ora ha sposato la narrativa, cosa pensa di entrambi i generi letterari?

Grazie per questa intervista, vi sono grata e vuole anche e soprattutto essere un omaggio a La Maddalena e alla Sardegna che sento come la mia isola. Sì, in effetti ho scritto dei libri di poesia ma non risulto una scrittrice accademica (per lo meno per ora) anche se collaboro con persone e autori inseriti. Ho sempre concepito la poesia, meglio dire le sillogi come dei progetti di poesie liriche. Non mi è mai balenata l’idea di scrivere per il potere o per impormi nello spazio, non ho mai sentito di muovere operazioni simili. Anche se con le nuove poesie sto parlando più spesso di luoghi come Roma e San Lorenzo, in particolare. Non ho “rivali” figuriamoci se dovessi innalzare qualcuno o qualcuna al rango di “cattivo” o “nemico” e “nemica”. Lo spirito di contesa in taluni e talune è ardente fino a spingerle a cattiverie assurde, soprattutto nelle “scrittrici” che ricadranno con gli interessi sicuramente sui loro figli, se mai ne avranno infami come sono. D’altro canto, mi sento di dire che non ho immolato la mia vita alla carriera o alla scalata. Non ho mai scritto per questo, credo di aver scritto per debolezza e di scrivere per debolezza. Quindi di conseguenza, molti mi canalizzavano in passato, intorno alle autrici suicide e malate mentali, sempre per difendere il potere a cui si vuole con una certa goffaggine tendere: volete sapere le mie posizioni? Me ne infischio altamente. Per ora non mi sono buttata da un palazzo e suppongo non finirò mai al manicomio, per amor del cielo. Come Grazia Deledda mi muove una fortissima fede nei miei atti e sono convinta di tendere a ciò che desidero per merito non per “gonfiatura”. Queste sono argomentazioni che tutti conoscono bene e che presento da anni, il punto è che veramente nulla cambierà nel senso che chi pensa solamente alla gavetta realmente penserà solo alla gavetta e così consumerà la sua vita. Peggio quelli che fanno delle cattiverie assurde anche coi “romanzi” per i premi e per i soldi che derivano dai questi, si spingono a cattiverie impensabili, primitive come bestie. Ci sono invece accademici che hanno fatto della poesia uno strumento, penso a Sereni, Fortini. Sono poeti della tradizione italiana lontani da Montale ma che apprezzo ugualmente. 

Ho cambiato modo di concepire la poesia negli ultimi mesi soprattutto. Leggendo le dichiarazioni di Nabokov almeno una volta al giorno, e dedicandomi ai suoi libri, ogni tentativo banale e stupido, come se ne vedono diversi, (a volte anche provenire da me, da alcune particolari epifanie), mi fa rabbrividire. Sul serio, un miscuglio di banalità prese da diversi campi semantici senza una struttura portante per altro arricchite dalla posa di essere “dei veri poeti”, ecco quello mi provoca un senso di sdegno ma che poi mi passa con una tale velocità che anche la stessa indignazione finisce per non trovare terreno dove attecchire in me. Poi ci sono delle autrici che scrivono delle metafore assurde e insignificanti, e i critici gliele danno per verissime (logiche di potere, anche e soprattutto). Mi rendo conto che delle mie poesie sono state pubblicate con errori di ortografia, di scrittura e altro, nonostante il severo editing e lavoro editoriale, ma mi consola il fatto che la mia autenticità sfocia nella biografia. Anche gli errori hanno una storia o coincidono con un meccanismo di dio. La poesia è secondo me un farsi attraverso dio. Non tutta la poesia deve essere scritta da credenti, anzi per la maggior parte i poeti non credono in nulla, sono laici, non credono nemmeno nella stessa poesia. Anche io non credo nella poesia eppure la scrivo. È un privilegio poter scrivere poesie ma anche un problema, a volte, se si considerano degli aspetti cosmici che sfuggono al controllo del poeta. La poesia è come la fotografia solo che finisce per inquadrarti dentro, l’interno e finisce per intensificare la bellezza della vita. Sono d’accordo quando si dice che la poesia è sangue. Certo perché a differenza della narrativa che è più simile ad una scultura, ad una architettura, la poesia è emozione: un movimento di sangue. Per alcuni la poesia è più simile a un involucro ironico del pensiero (vedi la Szymborska), o addirittura ludico (vedi in certe prove Palazzeschi). Alcuni pensano che la poesia ha una valenza salvifica come l’arte, questo anche per i più ostinati detrattori tra i poeti e critici. Mi è capitato che per quanto avessi rinnegato la poesia, che mi ha fatto soffrire negli anni (pene come l’esclusione, la solitudine, lo studio a volte prolungato di notte perché le ore del giorno non mi bastavano) poi veniva sempre a tirarmi su e a ricordarmi il sangue. 

Del mio uomo preferisco il poeta, non il saggista, il critico, l’intellettuale o lo scrittore. Perché il poeta è il sangue, è il profilo intimo e passionale, è come sente, come si muove, il motivo per cui lo fa e perché è nato. Nel suo essere poeta c’è la chiave per salvarlo da sé stesso. E definisco il suo essere poeta lontano dai testi che ha prodotto ma vicino all’anima, a quello che di lui potrebbe restare nei figli, nella moglie, nell’amore, vicino al suo DNA. Certo “Origami” è un libro intessuto di poesia e secondo me sarà quello che più porta il timbro del genere. Mi rendo conto col secondo romanzo che tendo ad essere meno poetica, e a scrivere in una scrittura più semplice (non banale, solo più semplice e convenzionale). 

– Quanto c’è della Sardegna in “Origami”?

Be’ di sicuro c’è Grazia Deledda. Il fatto di concepire il romanzo di una intera famiglia viene un po’ da lei, in particolare da “Fior di Sardegna”. Il punto è che non ho scritto un romanzo arrabbiata, né mi sognerei di concepire dei figli arrabbiati o da arrabbiata. Niente di tutto questo. D’altra parte se avessi dei figli per il desiderio che provo non darei mai loro una voce arrabbiata o meschina ma sarei una mamma calda, mieterei per loro delle benedizioni e soprattutto farei in modo che siano orgogliosi di me e mio marito. Non permetterei facilmente che si lamentino. So che è dura ma la volontà e il desiderio premiano, se si vuole diventare genitori per davvero o di emularne la voce. Mi sono preoccupata di dare una musicalità al testo, e di certo parte di questi suoni in “Origami” sono riconducibili a La Maddalena. Origami non è un romanzo per chi non ama la critica e la poesia, perché entrambe le voci coesistono nel testo. È un testo trasparente e cristallino come le acque della costa smeralda. Nel romanzo parlo anche de La Maddalena, ci sono delle pagine dedicate. Sento che la Sardegna è come se fosse il mio asso nella manica, l’aereo per il volo della mia vita. Dopotutto l’ultimo viaggio a La Maddalena è il ricordo della mia spericolatezza, dico il ricordo perché di quel modo di fare, di affrontare il paesaggio e di viverlo, ho perso molto negli anni. A maggio compirò trentatré anni, e non c’è in questo niente da ridere. Ultimamente mi sto accostando parallelamente a due autori, Mauro Bersani per la poesia e Luigi Matt per la critica. Il primo è il curatore della collana Einaudi di poesia, il secondo è un docente universitario della università di Sassari. Entrambi hanno scritto di Gadda. Il secondo si è occupato anche di scrittori sardi. La Sardegna in me è sempre presente. Alle volte quando parlo in pubblico ho il vizio come molti di guardare in alto, ecco persino in quel momento c’è la Sardegna in me, fatto è che ora sto associando un certo senso di “finta sfiducia” (soprattutto nelle poesie) anche in percorsi che potrebbero rendermi felice e mi renderanno felice. Ho ragione di credere nel mio romanzo come nel mio destino, scritto da dio per me, destino che è più forte di tutto. Sto scrivendo anche un saggio sulla figura della Maddalena nell’arte, in un racconto intitolato “Sabatina nei weekend” ho parlato della Maddalena di Hayez alla Gam di Milano. Mi viene in mente un romanzo  molto bello di Alberto Bevilacqua del ‘78 dal titolo  “una scandalosa giovinezza”. Si parla anche di una prostituta, Zelia Grossi. Bevilacqua era capace a parlare di temi scottanti con una semplicità inaudita, diversamente da Nabokov che scrive veramente di rado di cronaca e di episodi realmente storici. Nabokov è amante dei luoghi della fantasia così come dei personaggi immaginari, simbolici diversamente da Bevilacqua che è un maestro del realismo, della cronaca. La Zelia di Bevilacqua cresce orfana dei genitori come la mia Olga, ma lei inizia presto a fare la prostituta. L’istituto per orfane che frequenta è molto diverso dall’orfanotrofio di Itaque. Zelia vive nei bordelli mentre Olga in una biblioteca. Nel romanzo di Bevilacqua c’è l’Africa, Zelda si troverà ad andare a Addis Abeba in Etiopia, e a comprendere il senso della sua perduta giovinezza. Anche Olga negli ultimi capitoli comprende che ormai non è più giovane, ma lo fa con degli atti irrazionali, al di fuori della logica comune. Soprattutto la morte del marito Gustavo la porta a una considerazione della sua intera vita. Il personaggio di Olga non ha molto della mia Sardegna, si può trovare molto di più della Sardegna in Ada. 

– “Origami” è una storia d’amore. Cosa pensa dell’amore?

Questa è una domanda estremamente difficile. C’è un racconto di Raymond Carver che si intitola “La cattedrale”. A casa di amici un cieco domanda cosa sia una cattedrale. Forse la metafora sta proprio nel fatto che “amare” è poter raccontare con gli occhi di un altro la vita. Per spiegare cosa sia una cattedrale l’invito è quello di disegnarla su un foglio di carta, e qui in un certo senso ritorna anche la magia di Origami, ma ce ne sarebbe molto da dire ancora…

La redazione di Sardegna Press

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