Lo scrittore spagnolo premiato con il riconoscimento internazionale ha raccontato il suo rapporto con la scrittura, la memoria, la libertà creativa e il viaggio con Papa Francesco. Al centro del suo intervento, una convinzione forte: la letteratura non offre risposte facili, ma dà forma alle domande più profonde.
Javier Cercas è tra gli autori europei più letti e riconosciuti degli ultimi decenni. Nato nel 1962 a Ibahernando, in Estremadura, e cresciuto in Catalogna, ha legato il proprio nome a romanzi capaci di intrecciare storia, memoria personale e interrogativi morali.
Scrittore, saggista e docente di letteratura spagnola, Cercas ha raggiunto il successo internazionale con Soldati di Salamina, opera che lo ha imposto come una delle voci più originali della narrativa contemporanea. Tra i suoi libri più noti figurano anche Anatomia di un istante, L’impostore, Il sovrano delle ombre e Terra Alta.
In occasione del Premio Internazionale, lo scrittore ha offerto una riflessione intensa sul senso della letteratura e sul ruolo dello scrittore nella società.
La letteratura come piacere e conoscenza
Per Cercas, scrivere non significa partire da una certezza. Al contrario, significa entrare in una zona sconosciuta, affrontare ciò che non si capisce fino in fondo.
«Per me la letteratura è prima di tutto un piacere, come il sesso, ma è anche una forma di conoscenza, come il sesso. Scrivo per sapere. Scrivo su ciò che non so, su ciò che per me è enigmatico».
È proprio l’enigma, dunque, a muovere la sua scrittura. Ogni libro nasce da qualcosa che resiste, da una domanda che non trova subito una risposta.
«Nel centro di tutti i libri che amo c’è una domanda. Il libro non è esattamente una risposta: è qualcosa che dà forma alla domanda, la rende ancora più complessa».
Ogni libro deve essere un’avventura
Cercas ha poi spiegato di non credere nelle formule ripetute. Per lui, ogni romanzo deve aprire un percorso diverso, anche quando tornano temi e ossessioni personali.
«Ogni libro è diverso, ogni libro è un’avventura. Io non ho una formula, non ho una maniera fissa di scrivere».
Lo scrittore ha detto di non amare gli autori che sembrano riscrivere sempre lo stesso libro. Le proprie ossessioni, inevitabilmente, restano. Ma il modo di affrontarle deve cambiare ogni volta.
«Voglio che tutti i miei libri siano esperienze diverse».
La libertà assoluta dello scrittore
Uno dei passaggi centrali dell’intervento è stato dedicato alla libertà creativa. Secondo Cercas, chi scrive deve farlo senza calcolare il successo, senza pensare al pubblico e senza lasciarsi condizionare dal giudizio degli altri.
«Uno scrittore deve scrivere con assoluta libertà, senza pensare al successo, al pubblico, a cosa dirà la madre o chiunque altro».
La letteratura, nella sua visione, è il luogo in cui si può arrivare a dire ciò che nemmeno chi scrive pensava di poter dire.
«Questo fa la letteratura: ti porta in un posto che non conoscevi prima di cominciare a scrivere».
Scrittore e cittadino: due ruoli da non confondere
Cercas ha affrontato anche il tema del ruolo pubblico dello scrittore. Ha rifiutato l’idea dell’intellettuale come figura superiore, preferendo parlare di responsabilità civile.
«Io detesto la parola intellettuale. Nessuno dice: io sono un intellettuale, a meno che non sia stupido».
Per lui, uno scrittore resta prima di tutto un cittadino. E come ogni cittadino ha il diritto, e in qualche modo il dovere, di partecipare alla vita pubblica.
«La città è di tutti e tutti siamo responsabili della città. Democrazia significa potere del popolo, e il popolo siamo tutti».
Quando interviene sui giornali o nel dibattito pubblico, ha chiarito, non lo fa per indicare una strada agli altri, ma semplicemente per esprimere il proprio pensiero.
«Dico quello che penso non come guida, ma come cittadino».
Il confronto con il passato franchista
Uno dei temi più delicati toccati da Cercas riguarda la memoria familiare e la storia della Spagna. Nel romanzo Il sovrano delle ombre, l’autore ha affrontato il passato franchista della propria famiglia.
«La mia era una famiglia franchista, come metà della Spagna».
Al centro del libro c’è la figura di un giovane parente, partito in guerra a soli diciassette anni, falangista e fascista, diventato nel tempo una sorta di eroe familiare.
Cercas ha spiegato di aver sentito il bisogno di guardare in faccia quella storia, senza rimuoverla e senza semplificarla.
«Ho voluto confrontarmi con quel passato e capire come le persone possano sbagliare con le migliori intenzioni».
Il passato vive nel presente
Per lo scrittore, parlare della guerra civile spagnola non significa occuparsi di qualcosa di remoto. Il passato non è mai davvero passato, perché continua a vivere dentro il presente.
«Parlo del passato non per il passato in sé, ma perché fa parte del presente».
La memoria, dunque, non è un esercizio nostalgico. È uno strumento per comprendere chi siamo oggi.
«Il passato è una dimensione del presente senza la quale il presente è mutilato».
Il viaggio con Papa Francesco
Nella parte finale dell’incontro, Cercas ha raccontato l’esperienza del viaggio in Mongolia con Papa Francesco, al centro del libro Il folle di Dio alla fine del mondo.
Per lo scrittore è stata un’occasione eccezionale: entrare in un mondo normalmente chiuso e osservare da vicino non solo il Papa, ma anche il Vaticano.
«È stata un’esperienza straordinaria, un privilegio incredibile».
Cercas ha raccontato con ironia e stupore che quel viaggio non è stato soltanto un percorso verso la Mongolia, ma soprattutto un’immersione in un universo molto più misterioso.
«È stato un viaggio in Mongolia con il Papa, ma soprattutto un viaggio nel Vaticano, che è molto più esotico della Mongolia».
Una domanda nata dalla madre
Il libro nasce anche da una vicenda personale. Cercas ha ricordato sua madre, donna profondamente credente e cattolica. Dopo la morte del marito, era convinta che un giorno lo avrebbe rivisto.
Per lo scrittore, quella speranza non era una semplice consolazione privata.
«Questo non era un’eccentricità di mia madre: è il centro del cristianesimo».
Da qui nasce la domanda più importante del libro, una domanda semplice e insieme vertiginosa: dopo la morte, chi si è amato potrà ritrovarsi?
«Mia madre vedrà mio padre dopo la morte, sì o no?».
Un giallo spirituale
Cercas ha definito il libro una sorta di “giallo spirituale”. Come in molte sue opere, anche qui al centro c’è un mistero. Ma questa volta non si tratta di un mistero storico o politico: riguarda la vita eterna, la resurrezione, il senso ultimo della fede cristiana.
«In tutti i miei libri c’è un enigma. Qui l’enigma è l’enigma fondamentale del cristianesimo e della nostra civiltà: la resurrezione della carne, la vita eterna».
È in questa tensione tra dubbio e ricerca, tra ragione e bisogno di credere, che si muove la letteratura di Javier Cercas. Una scrittura che non pretende di chiudere le domande, ma le rende più vive, più umane, più necessarie.
foto: Emanuele Perrone


