In una fase in cui la politica sembra sempre più lontana dalla vita reale, in Sardegna prende forma un progetto che prova a invertire la rotta. Base Popolare si presenta come un contenitore civico e politico che rimette al centro i Comuni, lo studio dei problemi e una classe dirigente costruita dal basso.
L’idea di fondo è semplice ma ambiziosa: ricucire il rapporto tra cittadini e istituzioni partendo dai territori, superando personalismi, centralismi e vecchie logiche di potere che per anni hanno frenato l’isola.
Il vuoto della rappresentanza e la risposta che arriva dal basso
Nel clima di disillusione che attraversa la politica italiana, cresce la sensazione che le istituzioni parlino sempre meno il linguaggio delle persone comuni. I social amplificano slogan e contrapposizioni, ma intanto restano aperte le questioni più concrete: lavoro, servizi, opportunità, mobilità sociale. È proprio dentro questo scollamento che si inserisce Base Popolare, un progetto che prova a unire esperienze diverse, compresa quella di Un’altra Sardegna, con l’obiettivo di riportare la partecipazione politica su un terreno più credibile e meno autoreferenziale.
I Comuni come fondamenta della nuova politica
Il punto di partenza è un principio netto: non si può continuare a immaginare lo sviluppo senza riconoscere il ruolo decisivo delle autonomie locali. Nella lettura proposta dal movimento, l’Italia e la Sardegna hanno progressivamente smarrito il senso più concreto della sussidiarietà, lasciando ai margini proprio quei livelli istituzionali che affrontano ogni giorno i problemi reali dei cittadini.
Da qui nasce una visione che richiama direttamente lo spirito della Costituzione, in particolare gli articoli che tutelano l’uguaglianza sostanziale e il valore delle autonomie. Il ragionamento viene sintetizzato in una frase destinata a segnare l’identità del progetto: “Una casa non si può costruire dal tetto, la casa va costruita dalla base e la base di una casa deve avere fondamenta forti; le fondamenta forti sono i sindaci, sono le amministrazioni locali, sono coloro i quali gestono la quotidianità con tutti i loro mali e beni, ma soprattutto difficoltà.”
La critica al centralismo e il peso del potere cagliaritano
Uno dei bersagli principali è il modello di governo accentrato che, secondo questa impostazione, ha finito per comprimere l’autonomia dei territori sardi. Nel mirino c’è quella che viene descritta come una storica concentrazione di potere attorno al capoluogo regionale, una sorta di élite politico-amministrativa che per anni avrebbe orientato scelte e risorse, lasciando le periferie in una posizione subordinata.
La proposta alternativa è quella di un sistema più diffuso, meno verticale, fondato su una rete di amministrazioni locali capaci di incidere davvero. Non un’autonomia concessa dall’alto, ma una responsabilità esercitata dal basso, con sindaci e Comuni messi nelle condizioni di programmare e spendere.
Il segnale della Finanziaria e il cambio di passo per gli enti locali
In questa prospettiva, uno dei passaggi considerati più significativi è lo stanziamento di 100 milioni di euro per il Fondo Unico degli enti locali nella Finanziaria regionale 2026 già all’avvio dell’esercizio. Per il movimento è un esempio concreto di come la politica possa smettere di inseguire le emergenze e restituire ai Comuni margini reali di azione.
Il nodo, infatti, non è solo quanto si stanzia, ma quando si mettono a disposizione le risorse. Superare la logica degli assestamenti di fine anno significa consentire alle amministrazioni di programmare interventi, aprire cantieri, rispondere ai bisogni senza restare bloccate per mesi nell’attesa.
Oltre la frammentazione del centro, contro il culto del leader
Un altro tema centrale riguarda la crisi dell’area moderata e centrista, oggi dispersa in una galassia di sigle, micro-progetti e leadership concorrenti. Per Base Popolare questa frammentazione è uno degli effetti più evidenti della stagione politica inaugurata dalla Seconda Repubblica, dove l’immagine del capo ha spesso contato più della qualità del progetto.
La risposta proposta va nella direzione opposta: meno personalismi, più costruzione collettiva. In questo quadro, assume un valore simbolico anche la scelta di alcuni promotori di rinunciare a candidature e incarichi per un lungo periodo, nel tentativo di dimostrare che la politica non deve essere un trampolino personale ma un percorso di responsabilità e formazione.
Formare amministratori, non figurine da campagna elettorale
Tra i punti più marcati c’è la critica a una politica che negli ultimi anni ha alimentato consenso soprattutto attraverso il malcontento. Troppe volte, secondo questa visione, i partiti hanno costruito la propria forza stando “contro” qualcosa o qualcuno: contro l’Europa, contro l’immigrazione, contro il Sud, contro il nemico del momento.
Base Popolare prova invece a rimettere al centro la preparazione. L’idea è che la classe dirigente del futuro debba nascere nei Consigli comunali, dentro un percorso fatto di studio, competenza e conoscenza delle procedure. Non basta occupare la scena: bisogna seguire le leggi fino alla loro attuazione concreta, presidiare i luoghi dove si prendono le decisioni su sanità, urbanistica e servizi, e smettere di usare i giovani come semplici volti da esibire in campagna elettorale per poi abbandonarli subito dopo il voto.
Energia, rinnovabili e interesse della Sardegna
Anche sul terreno energetico il movimento prova a distinguersi da una politica fatta solo di rifiuti pregiudiziali. La linea proposta non è quella del “no” automatico, ma di una trattativa serrata e vantaggiosa per la Sardegna. In altre parole: non subire le scelte dello Stato, ma presentarsi con una posizione chiara e con richieste precise.
Questo approccio apre alla discussione su soluzioni diverse, dall’uso più intelligente del fotovoltaico sulle infrastrutture esistenti fino al confronto sulle tecnologie più avanzate, compreso il nucleare di nuova generazione. Il principio, però, resta uno: ogni scelta deve portare benefici economici e strutturali misurabili per i territori sardi, non trasformare l’isola in uno spazio passivo su cui altri decidono.
I confini politici: nessuna intesa con i populismi radicali
L’apertura al dialogo, però, non significa assenza di confini. Base Popolare rivendica una collocazione incompatibile con le destre radicali e con i populismi che negano il valore della solidarietà sociale. Il riferimento culturale resta quello del popolarismo europeo e dell’area del Partito Popolare Europeo, dentro una visione che si definisce democratica, cattolica e liberale.
Per questo vengono escluse convergenze con posizioni considerate lontane su diritti, immigrazione e coesione sociale, come quelle attribuite alla Lega di Matteo Salvini o alle tesi sostenute da Roberto Vannacci. È una linea che punta a marcare un’identità precisa e a distinguersi sia dai sovranismi più duri sia dalle vecchie ambiguità del centro.
Una scommessa sulla partecipazione vera
Il traguardo dichiarato è riportare i cittadini dentro la politica, ma farlo con strumenti credibili. Non con i candidati scelti dall’alto, non con liste costruite in laboratorio, non con operazioni pensate solo per la campagna elettorale. La scommessa è restituire peso alle preferenze, ai territori, alla selezione dal basso della classe dirigente.
In fondo, il messaggio che accompagna questa esperienza è tutto qui: la crisi della partecipazione non si supera inventando un nuovo slogan, ma ricostruendo fiducia. E quella fiducia, per tornare, ha bisogno di serietà, presenza e capacità di affrontare i problemi prima che diventino emergenze. In una Sardegna che cerca ancora un nuovo equilibrio politico, Base Popolare prova a candidarsi proprio a questo ruolo: non come ennesima sigla, ma come tentativo di rimettere le fondamenta dove per troppo tempo si è pensato soltanto al tetto.




